Creez Dogg In Tha Houze

The never ending battle for Truth, Justice and the American Way
venerdì, 06 novembre 2009

Democratici sconfitti dai Repubblicani in New Jersey e Virginia

 
La strategia adottata in questi giorni dalla Casa Bianca è quella di ignorare del tutto i risultati delle elezioni tenutesi martedì, nelle quali i candidati Democratici alla carica di governatore del New Jersey e della Virginia, Jon Corzine e Creigh Deeds, sono stati sconfitti dagli avversari Repubblicani, Chris Christie e Bob McDonnell. Già nelle ultime ore prima del voto, per mezzo dei portavoce ufficiali e di alcuni stretti collaboratori, probabilmente in odore di una sempre più probabile disfatta, il governo Obama era corso ai ripari dichiarando più volte che, in ogni caso, non si sarebbe trattato di un «referendum sul presidente». Nelle ore successive al conteggio dei voti, Robert Gibbs, addetto stampa della Casa Bianca, ha affermato che Obama, al posto di seguire lo spoglio delle schede, abbia preferito seguire altro in televisione (secondo alcuni, un incontro di pallacanestro, secondo altri, il documentario HBO «By The People», dedicato alla sua ascesa politica). Affermazioni che vogliono sottolineare la scarsa attenzione riservata dal presidente nei riguardi della tornata elettorale, nonché ovviamente ridurre notevolmente la portata del suo esito e delle sue conseguenze politiche.

Lo stesso Obama, incontrando i reporter, ha accuratamente evitato ogni domanda relativa a quanto avvenuto martedì in New Jersey, Virginia e in numerose città americane. La Speaker of the House Nancy Pelosi, non nuova a dichiarazioni ad effetto, si è persino azzardata ad affermare che, dalla sua prospettiva - ovvero non considerando le corse per la carica da governatore nei due Stati, ma esclusivamente quella del Distretto 23 di New York per il Congresso - i risultati elettorali sono considerabili come «una vittoria dei Democratici». Minimizzare, affidarsi allo spin e agli equilibrismi politici, o più semplicemente fare finta di nulla, come stanno facendo i vertici del partito al potere, non cancella tuttavia la cocente sconfitta, conseguita in due Stati conquistati dai Democratici alle presidenziali dello scorso anno, nei quali, nelle ultime settimane, il presidente Obama aveva partecipato attivamente alla campagna elettorale, con interventi e raccolte fondi, esponendosi in prima persona. Ma non riuscendo, con il suo solo carisma, a far eleggere i due candidati da lui sostenuti, che speravano di poter cavalcare ancora il vento favorevole del 2008.

La linea di difesa ufficiale del partito del presidente, ovvero che le elezioni non sono considerabili come un referendum su Obama, non è del tutto priva di fondamento. Come dimostrato dagli exit poll in New Jersey e Virginia, l'inquilino della Casa Bianca gode ancora di una discreta popolarità tra gli elettori dei due Stati, dichiaratisi invece più preoccupati dalla situazione in cui versa l'economia. Tuttavia, a tal proposito, l'esperto Ed Goeas nota che il risultato elettorale, pur non essendo interpretabile come «un referendum sul presidente Obama a livello personale», risulta essere comunque un «ripudio dell'agenda Democratica contraddistinta da grande spesa pubblica e massiccio intervento governativo». Più che una bocciatura della figura del presidente, insomma, un secco rifiuto delle sue idee, con conseguente affermazione delle posizioni conservatrici: «la lezione del 2010 non è che le idee conservatrici stiano risorgendo, o che Obama abbia perso il suo charme», ha scritto il quotidiano San Francisco Examiner, «piuttosto, è che le idee conservatrici non sono mai morte, e che la vittoria di Obama del 2008 era un trionfo dell'immagine sui contenuti». Un segnale d'allarme impossibile da ignorare, che deve obbligatoriamente preoccupare, oltre che l'amministrazione, autrice di uno dei più grandi interventi statali nell'economia mai eseguiti (il famigerato progetto di stimolo), anche la maggioranza al Congresso, specialmente in vista delle elezioni di medio termine del 2010.

Per il fronte repubblicano, agonizzante fino a pochi mesi or sono, tuttora alla ricerca di una guida carismatica, un successo importante, che dona vigore e speranze in previsione dei prossimi appuntamenti elettorali. L'euforia e il trionfalismo di queste ore, tuttavia, non bastano a nascondere le difficoltà che i Repubblicani devono affrontare nel prossimo futuro, a cominciare dalla frattura tra anima moderata e anima conservatrice del partito. Sebbene la battaglia per il Distretto 23 di New York sia stata trasformata dai media - e dai Democratici, ovviamente intenzionati a soffiare sul fuoco - in una «soap opera di epiche proporzioni», come ha scritto la giornalista Dana Loesch, enfatizzando lo scontro tra Doug Hoffman, appoggiato dai conservatori più intransigenti, e Dede Scozzafava, preferita dai centristi, è innegabile che le divisioni tra i due fronti - la cosiddetta «schizofrenia repubblicana» - siano tutto fuorché risolte. Attivisti appartenenti alla destra del partito, frequentatori dei «tea party» e seguaci dei controversi personaggi come i presentatori televisivi e radiofonici Glenn Beck e Rush Limbaugh, galvanizzati da quanto avvenuto a New York (ovvero il ritiro dalla corsa della candidata centrista), hanno già lanciato la sfida all'establishment repubblicano su scala nazionale, in Florida, California, Illinois, pronti a dare battaglia ai candidati da loro giudicati «troppo moderati» o non abbastanza vicini ai loro valori. Per il partito di opposizione, desideroso di riprendere il controllo del Congresso, un serio problema interno. Se non risolto, la «rinascita repubblicana», come definita dal capo del Republican National Committe Michael Steele, inaugurata con le vittorie in New Jersey e Virginia, rischierebbe infatti di avere breve durata.

2009 - © RagionPolitica

05 Novembre 2009

 

venerdì, 06 novembre 2009

Usa, la destra rimonta


 
A un anno esatto dalla storica notte in cui conquistò la Casa Bianca, per il presidente americano Barack Obama c’è ben poco da festeggiare. A rovinare l’anniversario a lui e al suo partito, i risultati delle elezioni di martedì, nelle quali i repubblicani sono riusciti a conseguire importanti vittorie in numerose città d’America e nelle corse per la carica di governatore in Virginia e New Jersey, dove sono stati eletti rispettivamente Bob McDonnell e Christopher Christie. Successi ottenuti con ampi margini, che acquistano ulteriore rilevanza se confrontati con i dati delle presidenziali dello scorso anno, dove i due già menzionati Stati rivestirono un ruolo chiave per la vittoria democratica: in New Jersey, dove Obama vinse con 15 punti percentuali di scarto, Christie, primo repubblicano ad essere eletto a livello statale negli ultimi undici anni, ha sconfitto il governatore uscente Jon Corzine; in Virginia, in cui lo scorso anno Obama fu il primo candidato presidenziale democratico a conquistarla negli ultimi 44 anni, McDonnell ha vinto con un notevole scarto (59%-41%) sull’avversario democratico Creigh Deeds. Numeri che evidenziano un netto cambio di tendenza nell’elettorato, in cui spicca uno spostamento dei voti indipendenti – cruciali lo scorso novembre - da un partito all’altro. Per il Grand Old Party, si può considerare la migliore tornata elettorale degli ultimi cinque anni, che dà vigore a un partito ancora privo di una guida e che, fino a qualche giorno fa, sembrava sull’orlo di una guerra civile tra moderati (veri vincitori) e conservatori. Per i democratici, invece, un segnale d’allarme in previsione delle elezioni “mid-term” del 2010, che dimostra che l’effetto della cavalcata trionfale dello scorso anno è già svanito ma soprattutto, come scrive l’esperto Mark McKinnon, che “il presidente non è in grado di traslare la sua popolarità ad altri democratici, quando lui stesso non si trova sulla scheda elettorale”.
 
Oggetto di dibattito, in questi giorni, è ovviamente il peso rivestito dal “fattore Obama” nelle elezioni, con i vincitori impegnati a fare quanto possibile per dare carattere nazionale ai risultati e gli sconfitti decisi a minimizzare. A confutare la tesi che si sia trattato di un referendum sull’inquilino della Casa Bianca, il fatto che nessuno dei due neo eletti governatori abbia fatto campagna elettorale apertamente contro di lui, nonché i dati relativi agli exit poll condotti nei due Stati, in cui emerge che la condotta dell’amministrazione ha avuto scarsa influenza sul voto rispetto ad altri fattori, quale ad esempio lo stato dell’economia. Tuttavia, se da un lato queste elezioni non rappresentano un ripudio di Barack Obama, dall’altro è evidente che non si tratti neppure di un voto che dimostra fiducia nei suoi confronti. A donare valore nazionale alla corsa, inoltre, è stato lo stesso presidente, il quale nelle ultime settimane ha deciso di rischiare il proprio prestigio politico e di mettersi in gioco in prima persona, sostenendo i due candidati poi sconfitti - Corzine in particolare - con apparizioni pubbliche, raccolte fondi e spot elettorali. Per la maggioranza e per l’amministrazione, che speravano di poter ancora sfruttare l’onda favorevole del 2008, un brusco risveglio. E gli effetti della sconfitta elettorale potrebbero già farsi sentire sul dibattito relativo alla riforma della sanità. “Se i democratici iniziano a pensare che Obama non li può aiutare – o almeno proteggere – alle elezioni del 2010”, nota John Dickerson su Slate, “si sentiranno meno costretti a votare al suo fianco”.

2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 241 del 05-11-2009

venerdì, 06 novembre 2009

Elezioni Usa. Un referendum su Obama?


A circa un anno dalla conquista della Casa Bianca, primo test elettorale per il presidente Barack Obama. A dispetto del carattere prettamente locale delle elezioni di quest’anno – si va da quelle per la carica di governatore in Virginia e New Jersey a quelle per la poltrona di primo cittadino di New York, Boston, Atlanta, passando per alcuni distretti del Congresso e per referendum statali – c’è già chi le ha definite “mini mid-term”, sorta di anticipazione del voto che nel 2010 rinnoverà il Congresso. Definizione forse esagerata, che però lascia intendere il non trascurabile impatto dei risultati di questi giorni sullo scenario politico nazionale, in qualità di prima effettiva verifica dell’influenza del presidente Obama e, dall’altro lato, dello stato di salute dell’opposizione repubblicana. A dare risalto nazionale alla corsa elettorale è stato proprio lo stesso comandante in capo. Il quale, intervenuto in prima persona a sostegno dei candidati democratici per il posto da governatore di Virginia (Craigh Deeds) e New Jersey (il governatore uscente Jon Corzine), entrambi indietro nei sondaggi rispetto ai rivali repubblicani, ha contribuito non poco ad alzare la posta in gioco per due appuntamenti altrimenti scarsamente considerati, scegliendo altresì di esporsi e di correre un rischio politico in caso di sconfitta. Eventualità non del tutto remota, in alcuni casi quasi certa (è il caso della Virginia, dove il candidato del GOP McDonnell è in netto vantaggio), che l’amministrazione sembra già aver messo in conto, al punto da essere già corsa ai ripari: “si capisce che la Casa Bianca non si aspetta un grande election day”, ha scritto Jake Tapper di ABC News, “dal modo in cui i funzionari insistano nell’affermare che i risultati non avranno rilevanza sul Presidente”.

Se da una parte è comprensibile che gli esiti delle elezioni locali possano avere scarsa influenza sull’agenda presidenziale – se non, nell’immediato, un rafforzamento del fronte moderato democratico nel dibattito sulla riforma della sanità - dall’altra è del tutto prevedibile che l’opposizione uscirebbe alquanto rinvigorita da quella che per loro ha possibilità di essere la migliore tornata elettorale dal 2004 ad oggi. Le quasi certe vittorie in Virginia, New Jersey e in altre corse, tuttavia, difficilmente cancelleranno gli enormi problemi di un partito ancora in netta difficoltà dopo la batosta dello scorso novembre, alla ricerca di un leader e, con l’avvicinarsi delle fondamentali “mid-term” del 2010, ancora privo di un’anima ben definita. A tal proposito, tutti i riflettori sono puntati sul Distretto 23 dello Stato di New York, per certi versi la competizione elettorale più importante di tutto il 2009, che ha raggiunto gli onori della cronaca nazionale dopo che la candidata repubblicana moderata Dede Scozzafava, scelta dai leader del GOP locale, ha dovuto dare forfait per la sollevazione del fronte conservatore a favore di Doug Hoffman, ex repubblicano ora al Partito Conservatore, schierato più a destra. La “schizofrenia Repubblicana”, lotta intestina tra l’anima centrista e quella conservatrice del partito, ha trovato rappresentazione a New York: quello che per il commentatore Bill Kristol è un sano e costruttivo dibattito interno, per altri potrebbe essere un momento decisivo per cambierebbe il volto dei Repubblicani. Un successo di Hoffman, infatti, potrebbe spostare il partito ancora più a destra, consegnandolo nelle mani del fronte più intransigente: un trionfo per la tumultuosa base, che però alienerebbe gli indipendenti, elettorato cruciale per ogni appuntamento elettorale.

2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 240 del 04-11-2009

 

 

venerdì, 30 ottobre 2009

Blame Bush First

In the Barack Obama version, there are 50 or so such blame-Bush free passes before the gig is up. By my calculation, Obama has already burned through a good 49. Is there anything he hasn’t blamed George W. Bush for? The economy, global warming, the credit crisis, Middle East stalemate, the deficit, anti-Americanism abroad — everything but swine flu.

It’s as if Obama’s presidency hasn’t really started. He’s still taking inventory of the Bush years. Just this Monday, he referred to “long years of drift” in Afghanistan in order to, I suppose, explain away his own, well, year-long drift on Afghanistan.

Charles Krauthammer, più in forma che mai, sul National Review.
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categorie: usa , politics, george w bush, barack obama, charles krauthammer
venerdì, 30 ottobre 2009

Il silenzio della stampa Usa sugli errori di Obama


La popolarità del presidente americano Barack Obama, da qualche mese a questa parte, ha subito una progressiva diminuzione. Dalle difficoltà legate al progetto di riforma del sistema sanitario alle conseguenti divisioni interne ai Democratici, unitamente ai problemi dell'economia e alle pessime notizie provenienti dai fronti in Afghanistan e Iraq, la strada del comandante in capo si è fatta sempre più in salita. «Dov'è finita la magia di Obama?», titolava negli ultimi giorni un editoriale dell'opinionista Jack Cafferty sul sito ufficiale della CNN, nel quale si racconta la crescente delusione all'interno dell'elettorato democratico, puntualmente registrata dai sondaggi relativi alla corsa per le imminenti elezioni in Virginia e New Jersey, già da alcuni definite «mini mid-term», anticipazione delle elezioni di medio termine del 2010 per tastare il polso degli americani.

Dal giorno del suo ingresso alla Casa Bianca, per Barack Obama non sono mancati passi falsi, errori di comunicazione, o persino scelte palesemente errate. Elementi che storicamente caratterizzano l'operato di ogni capo di Stato e ai quali non si sono sottratti i suoi predecessori. Tuttavia, nel caso di Obama, salta agli occhi un inedito trattamento di favore da parte dei media. A differenza dei precedenti inquilini del 1600 di Pennsylvania Avenue, in più occasioni oggetto di critiche o di scherno da parte dei sempre attivi e vigili media americani, all'attuale comandante in capo, già protagonista di una lunga luna di miele con la stampa internazionale fin dagli esordi della sua carriera politica, sembra che tutto sia perdonato. Ad eccezione di alcune sparute frecciate da parte dei comici televisivi e di una minoranza composta da alcuni network o giornali vicini all'opposizione, peraltro - nel caso di Fox News - recentemente presi di mira da componenti dell'amministrazione per le incessanti critiche al presidente e al suo programma amministrativo, i cosiddetti «mainstream media», ovvero la stampa generalista, non osano criticare Barack Obama.

Un fenomeno senza precedenti che ha fatto sollevare più di un sopracciglio, tra commentatori e addetti ai lavori. Specialmente se paragonato ai toni accusatori che accompagnavano qualsiasi gesto compiuto dal predecessore di Obama, George W. Bush. «Cosa sarebbe successo se l'avesse fatto Bush?», frase ricorrente nel prendere in esame tutto quanto viene perdonato dalla stampa all'attuale presidente, è anche il titolo di un recente articolo di Josh Gerstein apparso sull'influente giornale telematico The Politico. «Una fermata di quattro ore a New Orleans, per strada per una raccolta fondi da 3 milioni di dollari. Snobbare il Dalai Lama. Concludere un accordo segreto con produttori di farmaci. Congelare un network televisivo. Organizzare più raccolte fondi dell'ultimo presidente. E giocare ancora di più a golf - elenca Gerstein -. Il presidente Barack Obama ha fatto tutte queste cose, e anche di più». Eppure, nota l'autore, «nessuno di questi episodi è diventato metafora del carattere personale e politico di Obama - oppure una logorante controversia che lo ha accompagnato nel resto della sua agenda».

Un'evidente disparità di trattamento, che ovviamente indigna i conservatori e stupisce gli osservatori indipendenti, e che conferma, come nota l'autore, che «in politica, il contesto è tutto». Ed Gillespie, già stretto collaboratore di George W. Bush, ci scherza su, dichiarando di essere al lavoro su un sito web dal nome «IfBushHadDoneThat.com» (traducibile con «SeBushLoAvesseFatto.com»). Gli esempi, tuttavia, non si fermano a quelli elencati dall'articolo di Gerstein, e talvolta rivestono una certa importanza, come ad esempio l'aver nominato come «consulente speciale» un personaggio controverso come Anthony «Van» Jones, dai trascorsi - come fatto emergere dal fronte conservatore - da militante in gruppi marxisti e da sostenitore di teorie della cospirazione riguardo all'11 settembre 2001, oppure l'aver definito «stupido» l'operato della polizia nel caso dell'arresto del professore di Harvard Henry Louis Gates Jr. Scelte presidenziali la cui eventuale gravità, nella quasi unanimità dei casi, non viene evidenziata dagli organi di stampa. Che, anziché svolgere il ruolo di contraltare del potere politico, ne prendono le difese. Sottolineando, ancora una volta, la presenza di un pregiudizio positivo nei riguardi di Obama. E confermando, indirettamente, il precedente pregiudizio negativo nei confronti di Bush.
 

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29 Ottobre 2009

 

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categorie: news, usa , politics, television, george w bush, barack obama, democrats, fox news, fai notizia, van jones
venerdì, 30 ottobre 2009

I Democratici moderati contro la riforma della sanità

L’assai tortuoso percorso della riforma della pubblica sanità americana, caposaldo del programma amministrativo del presidente Obama, nonché ambizioso progetto in cui ha fallito la quasi unanimità dei precedenti inquilini della Casa Bianca, sembra ancora lungi dall’essere terminato. Messo da parte l’entusiasmo per l’approvazione, avvenuta nelle scorse settimane, di una bozza di legge da parte della commissione Finanze del Senato, i Democratici si trovano tuttora in grande difficoltà nel tentativo di trovare una strategia che permetta loro di fare approvare quanto prima dalla Camera alta una radicale revisione del sistema sanitario, così da esaudire il desiderio di Obama di firmare una legge in materia entro la fine dell’anno. A complicare le cose, ancora una volta, è la controversa questione della cosiddetta “public option” (assicurazione pubblica obbligatoria), fortemente voluta dall’ala più a sinistra della maggioranza e altrettanto intensamente combattuta dall’anima moderata. Assente dal testo della bozza uscito dalla commissione Finanze, l’opzione, dopo un weekend di intense consultazioni interne al Partito Democratico, è tornata a fare capolino nel progetto di legge annunciato lunedì da Harry Reid, leader della maggioranza al Senato. Seppur affiancata dalla possibilità, per i singoli stati, di scegliere se avvalersi o meno della “public option”, la decisione di Reid è stata seguita da non poco scetticismo da parte dell’ala centrista della maggioranza.

Una scelta rischiosa, quella del senatore del Nevada, il quale, oltre a far infuriare le compagnie assicurative, non è riuscito nell’intento di unire il Partito Democratico, alla disperata ricerca dei sessanta voti necessari per fare approvare la legge dal Senato senza inciampare nell’ostruzionismo dell’opposizione. La maggioranza è ora spaccata: nella maggior parte dei casi, gli esponenti moderati del partito del presidente, in risposta all’annuncio di Reid, hanno dichiarato di non essere sicuri di voler appoggiare una legge che contenga l’opzione.

A guidare con grande veemenza il fronte dei contrari è emerso, negli ultimi giorni, un volto assai noto della politica Usa, il senatore del Connecticut Joseph “Joe” Lieberman. Il quale, conosciuto per la sua trasversalità (vice di Gore nel ticket presidenziale del 2000, rieletto al Senato nel 2006 da indipendente, sostenitore della politica irachena di Bush, pro McCain nel 2008), ha dichiarato guerra all’ipotesi prefigurata da Harry Reid, affermando di essere a favore di una riforma del sistema sanitario, ma assolutamente contrario all’opzione pubblica, contro la quale sarebbe persino disponibile ad appoggiare un eventuale “filibustering” (ostruzionismo) dei Repubblicani.  Non nuovo a dirigersi controcorrente rispetto alle linee del proprio partito di origine, Lieberman, già in svariate occasioni accusato di “tradimento” da parte di simpatizzanti democratici, è finito nuovamente al centro del mirino delle critiche dei supporter della riforma, in particolare del fronte liberal, tra i maggiori promotori dell’assicurazione obbligatoria. “Sono sicuro di non essere da solo”, ha dichiarato in sua difesa Lieberman. Il forte dissenso del senatore del Connecticut rischia ora di dare vita a un effetto domino nei confronti dei Democratici moderati, che potrebbero votare contro alla proposta. Fattore che, unito alla inamovibile e incredibilmente compatta opposizione repubblicana, non garantirebbe l’approvazione della legge. “Siamo alquanto lontani dal trovare una conclusione”, ha ammesso con amarezza il democratico Kent Conrad, capo della commissione Budget. Non dissimile la situazione alla Camera, dove, a dispetto del più ampio vantaggio numerico di cui gode la maggioranza, i lavori sono in stallo da oltre due settimane, a causa degli attriti interni ai Democratici. Con ancora nove settimane a disposizione per far arrivare un progetto di legge sulla scrivania del presidente Obama, la strada dei Democratici appare alquanto in salita. E persino la senatrice repubblicana Olympia Snowe, elogiata anche dal presidente per aver votato una volta al fianco della maggioranza, sembra aver fatto marcia indietro. Quando le è stato chiesto cosa avrebbe dovuto cambiare il senatore Reid nel suo testo di legge, la Snowe ha risposto “tutto quanto”.
 

2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 235 del 29-10-2009

 

 

venerdì, 23 ottobre 2009

Afghanistan. Ancora nessuna decisione da parte di Obama.


A due settimane di distanza dal ballottaggio che il prossimo 7 novembre vedrà gli afghani tornare nuovamente alle urne per un ulteriore round delle elezioni presidenziali, da Washington ancora non giunge alcuna notizia circa la strategia che sarà adottata dagli Stati Uniti riguardo alla guerra nel «paese degli aquiloni». La richiesta, presentata nelle scorse settimane dal generale Stanley McChrystal, di un maggiore impegno militare, comprendente un aumento delle truppe sul campo pari a 40 mila unità, ancora non ha trovato risposta da parte della Casa Bianca. Un'indecisione, quella di Obama, che pare essere dovuta alle forti divisioni presenti all'interno della squadra di governo, un braccio di ferro tra i favorevoli all'invio di più soldati e tra coloro che, invece, invocano un graduale ritiro delle forze militari dal paese.

La divergenza di vedute, secondo i risultati di un sondaggio condotto in questi giorni da Washington Post/ABC News, non riguarda esclusivamente l'amministrazione Obama, ma si trova anche nell'elettorato. Come riporta l'indagine, mentre il 47% degli americani si dichiara fortemente a favore dell'aumento di truppe richiesto dal generale McChrystal, il 49% si oppone strenuamente. Dati che mostrano una frattura apparentemente insanabile all'interno dell'opinione pubblica e che di certo non sono di aiuto per l'inquilino della Casa Bianca. Il quale, dopo aver guadagnato del tempo extra grazie alla ripetizione delle elezioni presidenziali afghane, non può ora rimandare ulteriormente la decisione. Il non aver ancora delineato una chiara strategia per il conflitto in Afghanistan, infatti, ha contribuito a erodere il consenso degli americani nei confronti del modo in cui Obama ha gestito la questione: stando al già menzionato sondaggio, solo il 45% degli intervistati ha dichiarato di approvare la politica afghana di Obama, numeri di dieci punti percentuali inferiori rispetto a quelli risalenti a un mese fa.

La decisione relativa all'eventuale aumento di truppe è, come scritto da Dan Balz sul Washington Post, «una delle più complesse e fatidiche scelte sulla sicurezza della presidenza Obama». Qualunque sarà la strada che il comandante in capo sceglierà di intraprendere, è prevedibile che non mancheranno grandi rischi di tipo politico. Da una parte, dare luce verde a McChrystal, acconsentendo l'invio di decine di migliaia di nuovi soldati a Kabul, potrebbe irritare l'ampia fetta di Democratici per i quali «non vale la pena combattere» a causa dei costi (in vite umane ed economici) della missione e poiché l'Afghanistan «non diventerà una democrazia in tempi brevi», come scritto dall'editorialista del New York Times Nicholas D. Kristof. Dall'altra, accontentare il fronte liberal con l'invio di un numero più ridotto di soldati, negando quindi di prendere in considerazione i consigli di McChrystal, eviterebbe la creazione di nuove tensioni all'interno dei Democratici, ma farebbe insorgere l'opposizione repubblicana che, già fortemente contraria alla politica estera di Obama, si renderebbe del tutto intransigente.

Una possibile decisione, come è emerso in questi giorni dalle dichiarazioni del portavoce ufficiale della Casa Bianca Robert Gibbs, potrebbe arrivare nelle ore precedenti il ballottaggio delle presidenziali afghane. Soluzione proposta anche dal segretario alla Difesa Robert Gates, il quale ha affermato che gli Stati Uniti «non devono aspettare la risoluzione dei problemi interni all'Afghanistan» per decidere. Nel frattempo, sui media americani il conflitto afghano, già in varie occasioni dipinto come «la guerra di Obama», viene ora paragonato al mai superato incubo del Vietnam. «L'Afghanistan è impossibile da vincere per Obama?», ha titolato in questi giorni un servizio del noto conduttore di ABC News George Stephanopoulos, nel quale si menziona un contrasto tra Casa Bianca e Pentagono su cosa fare a Kabul. Ad aumentare ulteriormente la pressione sul presidente, lo scontro politico tra i due opposti schieramenti, con l'ingresso in campo di due volti noti del Congresso: da un lato il senatore John McCain, ultimo candidato repubblicano alla presidenza, grande sostenitore della proposta del generale McChrystal, dall'altro il redivivo John Kerry, negli ultimi giorni inviato speciale degli Usa a Kabul (sarebbe lui ad aver convinto Karzai ad accettare il ballottaggio), per il quale inviare 40 mila soldati in questo momento sarebbe «una scelta irresponsabile». La patata bollente è ora nelle mani di Barack Obama, il quale non può più aspettare nel prendere una decisione. «Il presidente fa bene a ponderare con attenzione la questione afghana - ha scritto sul Wall Street Journal Karl Rove, ex consigliere di George W. Bush - ma dovrà agire in fretta per difendere vitali interessi americani in una regione agitata che diede porto sicuro ai nostri nemici prima dell'11 settembre».

2009 - © RagionPolitica

22 Ottobre 2009

 

 

venerdì, 23 ottobre 2009

La Casa Bianca contro la Fox


Come se il fronte iracheno e quello afgano non fossero già abbastanza impegnativi per la Casa Bianca, nelle ultime settimane l’amministrazione Obama ha deciso di aprire un altro fronte, dichiarando guerra al network televisivo Fox News. Già da tempo, tra le due parti in causa, non scorreva buon sangue. Fox News, di proprietà del magnate australiano Rupert Murdoch, da sempre su posizioni vicine a quelle dei conservatori (almeno negli Usa), è tra le voci più critiche della presidenza. Sfruttando a proprio vantaggio il vuoto politico causato dall’assenza di una chiara leadership all’interno del Partito Repubblicano, il network ha puntato su un palinsesto aggressivo, in cui spiccano le trasmissioni di provocatori quali Bill O’Reilly e Glenn Beck, per produrre un’opposizione quotidiana all’agenda amministrativa di Obama. Nulla è sfuggito agli occhi del network: dalla rivolta anti-fiscale dei “tea party” alle rivelazioni sul controverso passato di Anthony “Van” Jones (consulente speciale della Casa Bianca costretto alle dimissioni), passando per le accuse di “razzismo” e “socialismo” a Obama e per la più recente attenzione dedicata alle attività di Acorn, associazione vicina al presidente e nell’occhio del ciclone per il suo modus operandi, Fox News ha creato in più di un’occasione seri problemi all’amministrazione. Una vera e propria spina nel fianco del governo, non a caso “snobbata” dallo stesso presidente – ripercussione per la mancata concessione della diretta televisiva di un suo discorso in prime time - in occasione del suo più recente “blitz mediatico”, che lo ha visto apparire su cinque network televisivi nello stesso giorno. Un’insofferenza che prosegue già da qualche mese, insomma, trasformatasi negli ultimi giorni in aperta battaglia. A dichiarare ufficialmente guerra a Fox News è stata Anita Dunn, direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, la quale ha dichiarato che l’intenzione dell’amministrazione, d’ora in poi, sarà di “trattare Fox News come un avversario politico”. Immediata la risposta indignata da parte del network: alla replica ufficiale, in cui sono state rispedite al mittente le accuse, è seguita un’esplosiva puntata dello show di Glenn Beck, che ha duramente attaccato la Dunn, mostrando un filmato di repertorio nel quale il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca citava Mao Tse-Tung quale uno dei suoi “filosofi di riferimento”. Risposta in classico stile Fox News, network dimostratosi per nulla intimorito, anzi rinvigorito, dall’attacco governativo. La scorsa domenica, due delle più influenti figure dell’amministrazione, il consulente David Axelrod e il capo dello staff della Casa Bianca Rahm Emanuel, hanno rincarato la dose, definendo Fox News “non una testata giornalistica”.

Dichiarazioni che, oltre a gettare benzina sul fuoco, hanno causato non poche perplessità nel mondo dei media americani. Se da un lato l’intenzione di Obama sembra essere quella di aizzare la base liberal – evidentemente delusa dal suo operato – contro il “nemico comune” Fox News, tentando allo stesso tempo di marginalizzare le voci critiche nei suoi confronti, dall’altro un attacco diretto nei confronti di un singolo network, accusato di essere “schierato”, appare come un fatto singolare e senza precedenti. In molti si chiedono, per esempio, cosa sarebbe successo se Bush avesse attaccato frontalmente un network liberal come Msnbc. “Il grande peccato di Fox”, ha affermato Charles Krauthammer, “è che rompe il monopolio dei media liberal”. “Ci potete spiegare perché è appropriato per la Casa Bianca decidere che una testata giornalistica non è da considerarsi tale?”, ha chiesto provocatoriamente il reporter della Abc Jake Tapper al portavoce ufficiale dell’amministrazione Robert Gibbs. Inoltre, nonostante sia stata presentata come “un braccio dei Repubblicani”, Fox News è seguita da elettori di ogni schieramento: come riportato da un’indagine del Global Marketing Research Center, il 50% degli spettatori del canale di Murdoch si dichiara “democratico” o “indipendente”. Dati che smentiscono il cliché che vuole Fox News come network di nicchia del Gop, che mettono in serio dubbio le posizioni della Casa Bianca. La quale, a detta del Washington Post, è destinata a perdere la “stupida guerra” contro Fox News, definita una “strategia bambinesca” che non fa altro che rendere Obama “ancora più debole”.

2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 229 del 22-10-2009

 

 

 

giovedì, 22 ottobre 2009

I'm reverend Jesse Jackson


Contessa Brewer, anchor-woman della rete MSNBC, commette uno scivolone in diretta tv, confondendo Al Sharpton con Jesse Jackson. Il quale non sembra prenderla benissimo.
postato da creezdogg alle ore 09:29 | link | commenti
categorie: usa , politics, television, msnbc, jesse jackson, al sharpton
sabato, 17 ottobre 2009

Riforma a singhiozzo



«Non era previsto che fosse tutto così difficile per i Democratici»
. Con queste parole inizia un editoriale del quotidiano conservatore Washington Times, che racconta le grandi - e inizialmente non previste - difficoltà incontrate dal presidente Barack Obama e dal suo partito nel portare avanti la propria ambiziosa agenda amministrativa, a dispetto del controllo del potere esecutivo e legislativo, nonché della maggioranza schiacciante alla Camera e «a prova di proiettile» al Senato. «Inebriati dall'aver ritrovato potere e influenza - prosegue l'editoriale - hanno creduto di essere entrati nel nirvana liberal, nel quale i loro alti numeri e il loro impeto politico avrebbero permesso loro di schiacciare l'opposizione come un rullo compressore e di far passare qualsiasi legge avrebbero desiderato».

Si tratta di un'opinione condivisa da commentatori appartenenti a ogni schieramento: i Democratici, finora, hanno incontrato più ostacoli del previsto, nel governare. Affermazione che ha trovato conferma, negli ultimi mesi, nel percorso a singhiozzo della riforma del sistema sanitario. Una promessa elettorale che, nelle intenzioni di Obama, avrebbe dovuto vedere la luce entro la pausa estiva di agosto, ma che, a causa delle complicazioni dovute alle divisioni interne alla stessa maggioranza - oltre che a una agguerrita campagna messa in atto dall'opposizione e dalla lobby delle assicurazioni - ha registrato notevoli ritardi. Trasformando così un piccolo e alquanto sofferto passo in avanti, ovvero l'approvazione di una bozza di legge da parte della commissione Finanze del Senato, in un momento quasi epocale (o meglio, una «fondamentale pietra miliare», come definita dal presidente) salutato con grande euforia e, in alcuni casi, con toni trionfalistici da parte della maggioranza.

Con un voto di 14 favorevoli e 9 contrari, la commissione ha dato il via libera a un testo firmato dal suo capo Max Baucus, senatore democratico del Montana. Un risultato conseguito anche grazie al voto favorevole di un'esponente dell'opposizione, la senatrice del Maine Olympia J. Snowe, da mesi corteggiata dalla maggioranza e oggetto di attenzioni da parte dello stesso presidente Obama, il quale l'ha ringraziata pubblicamente, nelle ore successive alla votazione, per il suo «diligente lavoro». Il voto della Snowe, la quale comunque ritiene del tutto rivedibile il progetto firmato da Baucus, ha messo fine a mesi di acceso dibattito e di suspense relativa alle sorti della riforma della sanità promessa e fortemente voluta da Obama.

Il disegno di legge che si prepara - con non poche incertezze - ad affrontare il Congresso, tuttavia, è alquanto lontano da quanto inizialmente sperato dalla Casa Bianca, e non sembra essere granché apprezzato, oltre che dall'opposizione, da buona parte della stessa maggioranza. Un testo di compromesso, per tenere a bada i democratici moderati e convincere qualche repubblicano «ribelle», che però scontenta molti. «La buona notizia è che la senatrice Snowe abbia contribuito agli sforzi per la riforma della sanità e abbia premiato la spinta per un appoggio bipartisan invocato dal presidente Obama e dal capo della commissione Max Baucus», ha scritto il quotidiano Boston Globe, vicino ai Democratici e favorevole ad una revisione del sistema sanitario. «La cattiva notizia è invece lo stesso disegno di legge, un piccolo passo in avanti, ma troppo insufficientemente finanziato per fare il genere di differenza su cui il pubblico conta». Se da una parte il fronte liberal lamenta una certa carenza nei fondi, oltre che l'assenza della controversa «public option» (assicurazione statale obbligatoria), dall'altra i centristi e i conservatori puntano invece il dito contro l'eccessiva spesa prevista da un piano dal non trascurabile costo di 829 miliardi di dollari. Né più né meno che una nuova tassa che colpirà le classi medie, secondo l'economista del Manhattan Institute Douglas Holtz-Eakin: «Allo stato attuale, il piano proposto dai Democratici e dall'amministrazione Obama non solo fallirebbe nell'intento di ridurre i costi che gravano sulle famiglie di classe media - ha scritto Holtz-Eakin sul Wall Street Journal - ma anzi renderebbe tale onere ancora più pesante».

Con il voto di cinque commissioni del Congresso, il progetto di legge passerà ora alla Camera e al Senato. Dove, come nota il New York Times, «le manovre sulla sanità incontreranno ancora significativi ostacoli». Nessun repubblicano, ad eccezione di Snowe, si è al momento dichiarato favorevole ai testi delle varie bozze di legge finora approvate dalle commissioni. La pressione delle lobbies che circondano il panorama sanitario americano si farà sempre più pesante, e il raggiungimento della fatidica quota dei 60 voti al Senato - unico modo per evitare ogni ostruzionismo della minoranza - sembra al momento un'impresa titanica per i Democratici, obbligati a cercare ulteriori soluzioni di compromesso, che inevitabilmente deluderanno parti consistenti di entrambi gli schieramenti (a cominciare dall'anima liberal e più intransigente dei Democratici, che ancora desidera inserire la «public option» nel testo di legge). E la stessa Snowe, a dispetto del suo voto al fianco della maggioranza, non esclude future sorprese: «Il mio voto di oggi vale solo per oggi, non è una previsione di quello che sarà il mio voto domani», ha affermato. «Ci sono ancora molte, moltissime miglia da attraversare in questo viaggio legislativo».
 

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15 Ottobre 2009

 

 

giovedì, 15 ottobre 2009

Rush Limbaugh, l'antipatico d'America che vuole comprarsi una squadra di football

 

Da circa una decina di giorni, nell’universo sportivo americano, in particolare nella galassia riguardante il football NFL, non si fa che parlare d’altro. Nel baseball MLB si stanno svolgendo i playoff, con la suggestiva sfida tra Los Angeles Angels e New York Yankees, ma gli editorialisti delle pagine sportive a stelle e strisce guardano altrove. La USMNT, nazionale di calcio americana, è riuscita ancora una volta a qualificarsi per i campionati mondiali, confermandosi in continuo miglioramento dopo il sorprendente risultato della Confederation Cup, ma i fan sportivi guardano altrove. Il football collegiale sta per entrare nella fase calda della stagione e la National Football League si avvicina alla sesta giornata – con ben cinque squadre ancora a punteggio pieno – ma gli appassionati di palla ovale guardano altrove.

STORIA - Gli occhi sono tutti puntati su Saint Louis, Missouri, casa della franchigia dei Rams dal 1994, anno in cui abbandonarono Los Angeles, lasciando la città della California priva di una squadra di football professionistico (un vuoto tuttora da colmare). Formazione senza grandi ambizioni, lontana dai piani alti della lega da almeno cinque anni: la loro ultima apparizione in offseason risale al 2004, sconfitta ai Divisional Playoff contro gli Atlanta Falcons, l’ultimo Super Bowl disputato – e perso – fu invece nel 2001. Due vittorie e quattordici sconfitte lo scorso anno, zero vittorie e cinque sconfitte nella stagione in corso. Una fase calante che non sembra arrestarsi, a dispetto dei vari cambi di head coach avvenuti negli ultimi tempi. Né Scott Linehan, in carica fino allo scorso gennaio, né Steve Spagnuolo (ex defensive coordinator dei New York Giants) sono stati in grado di risollevare le sorti della sfortunata squadra. Ed ecco che gli azionisti di maggioranza, tali Chip Rosenbloom e Lucia Rodriguez, probabilmente delusi dalle prestazioni dei Rams, o forse insoddisfatti dagli scarsi profitti generati da una formazione che non vince, hanno deciso di gettare la spugna: come riportato il 31 maggio dal St. Louis Post-Dispatch, giornale più letto in quell’area del Missouri, i Rams sono ufficialmente in vendita. Anzi, sono in offerta speciale, dato che Rosenbloom e Rodriguez hanno deciso di trattenere i servizi di Goldman Sachs, nota azienda di investimenti bancari, per facilitare la vendita della franchigia e sollecitare potenziali acquirenti. Un affare da non perdere: secondo Forbes, il valore dei Rams si aggira intorno ai 929 milioni di dollari.

SOLDI E SPORT – E qui arriva il bello. Perché tra gli interessati all’acquisto dei Saint Louis Rams figura anche una personalità di spicco su scala nazionale, uno degli uomini più seguiti e, al tempo stesso, discussi e odiati d’America, ovvero Rush Limbaugh. Conduttore radiofonico di straordinario successo, tra i più noti commentatori dell’universo conservatore, Rush Hudson Limbaugh III è noto – anzi, famigerato – per le migliaia di controversie legate a sue dichiarazioni o campagne più o meno avventate. Basta che apra bocca, che scoppia una polemica. Gli esempi sono innumerevoli, dalla volta in cui accusò il malato del morbo di Parkinson Michael J. Fox di “esagerare i sintomi” della sua malattia al fine di impietosire gli spettatori, a quella in cui invitò gli elettori e i simpatizzanti repubblicani a provocare la “Operazione Caos”, andando a votare in favore di Hillary Clinton alle primarie democratiche, fino al più recente auspicio che “Obama fallisca” nel suo intento di risollevare le sorti dell’economia americana. Per molti, Limbaugh è il vero leader del movimento conservatore e del Partito Repubblicano, il quale si trova attualmente alla disperata ricerca di una guida carismatica. Per altri, Limbaugh è l’incarnazione del diavolo, la “peggiore persona al mondo”, come lo definirebbe il commentatore liberal della MSNBC Keith Olbermann, quanto di peggio esista sul pianeta. Hate him or love him, con Rush non ci sono mezze misure.

L’OFFERTA - Una figura polarizzante, insomma, infinitamente discussa e controversa. Che, data la sua passione per lo sport, ma soprattutto per la disciplina più popolare e seguita d’America – nonché più marcatamente repubblicana, stando ai sondaggi riguardanti i fan e i giocatori – ha deciso di affacciarsi sulla National Football League, come se la sua presenza in ambito politico non fosse già abbastanza. Aveva già espresso il desiderio di diventare proprietario della società già la scorsa primavera: capitata l’occasione, si è avvicinato a Dave Checketts, proprietario dei St. Louis Blues della National Hockey League, con il quale ha trovato un accordo per la scalata. “Dave e io siamo parte di un’offerta per acquistare i Rams”, ha dichiarato Rush Limbaugh alla radio KMOX, “e stiamo andando avanti con le trattative. Non posso dire di più a causa di una clausola di confidenzialità presente nel nostro accordo con Goldman Sachs. Non possiamo parlare e non parleremo dei nostri partner. Ma se prevarremo, saremo i dirigenti del team”. Una eventualità che, diffusa in brevissimo tempo sulla rete, e ripresa dai grandi network sportivi Usa, sta ora terrorizzando molti appassionati e addetti ai lavori.

IPOTESI – Limbaugh non è nuovo alla realtà della NFL. Nel 2003, assunto come commentatore sportivo dal canale via cavo ESPN, fu protagonista – neanche a dirlo – di una rumorosissima polemica, che lo costrinse alle dimissioni immediate. Causa dello scandalo, le sue dichiarazioni relative al quarterback Donovan McNabb, stella afroamericana dei Philadelphia Eagles, che per Limbaugh godeva di troppa attenzione da parte dei media, poiché la stampa fortemente desidera, da qualche tempo, che “un quarterback nero faccia bene”. Quel genere di affermazioni agli antipodi del politically correct, già poco accettabili per il fair play politico d’oltreatlantico, figuriamoci per quello sportivo, specialmente in una disciplina dove è proibito esultare troppo dopo aver segnato un touchdown, per evitare il rischio di “schernire” gli avversari. Più recentemente, nel commentare l’attuale situazione della NFL, il presentatore radiofonico ha affermato che il campionato, con il passare del tempo, “assomiglia sempre di più a una battaglia tra Crip e Blood senza armi”, riferimento criptorazzista alle famigerate gang (afroamericane) che insanguinano i sobborghi del sud della California. Gli editorialisti sportivi, i proprietari delle altre squadre e i rispettivi tifosi si sono divisi, di fronte alla possibilità che Rush possa mettere le proprie mani sulla proprietà dei Rams, in attesa che il commissioner Roger Goodell si pronunci ufficialmente sulla vicenda. Per Jason Whitlock di FOX Sports – con buona pace di chi accusa FOX di essere un manipolo di grezzi e beceri conservatori, Obama docet – i vertici della NFL dovrebbero opporsi all’ingresso di Limbaugh. “Si tratta di un escamotage pubblicitario a cui Goodell dovrebbe mettere fine immediatamente: Rush Limbaugh come proprietario di una squadra è uno scherzo per nulla divertente”. Più possibilista invece Dan Wetzel di Yahoo! Sports, secondo il quale a nessuno dovrebbe essere impedito di compiere un’operazione di acquisto, anche se antipatico ai più. Unico ostacolo, secondo Wetzel, l’accoglienza che gli riserverebbero gli altri proprietari, “un gruppo di businessmen conservatori, la maggior parte dei quali la pensa proprio come lui”, che però “non lo lascerebbero entrare a far parte del loro piccolo club” poiché “per loro, il modo in cui ha fatto i suoi soldi è importante né più né meno di quanti ne ha fatti”. Una previsione che sembra essere confermata dalle dichiarazioni di Jim Irsay, titolare degli Indianapolis Colts: “Io non potrei neppure prendere in considerazione di votare in suo favore. Sono stati fatti commenti inappropriati, incendiari o insensibili…le nostre parole provocano danni, ed è qualcosa di cui non abbiamo bisogno”.

PRO-CONTRO - Il fronte anti-Limbaugh, con il passare del tempo, sembra arricchirsi di un numero sempre maggiore di elementi, alcuni dei quali di rilevanza nazionale. Tra questi figura il reverendo Al Sharpton, noto esponente della comunità afroamericana, personalità di spicco dell’universo liberal, in più di un’occasione candidato alla presidenza, il quale ha preso carta e penna e ha scritto una lettera al commissioner Roger Goodell per invitarlo a opporsi all’ingresso nella NFL del suo avversario politico Limbaugh. Definendosi “disturbato” dalla notizia dell’interesse mostrato da Limbaugh verso i Rams, il reverendo ha chiesto un incontro con Goodell per discutere la miriade di ragioni perché non si dovrebbe dargli un’opportunità” di acquistare il team, tra le quali viene citato il suo essere “anti-NFL” nei già menzionati commenti su Donovan McNabb. Al fianco di Sharpton, l’amico-rivale di sempre, il reverendo Jesse Jackson: “La National Football League ha fissato alti standard di giustizia razziale e inclusione”, ha dichiarato alla Associated Press, “e Limbaugh non dovrebbe avere il privilegio di possedere una franchigia NFL”. Anche alcuni giocatori non hanno nascosto la propria opposizione all’idea. Intervistato dal NY Daily News, il defensive end dei New York Giants Mathias Kiwanuka ha affermato di “sapere almeno dove non andare a giocare”, nel Limbaugh dovesse riuscire ad acquistare i Rams. Immancabile un intervento, in tal senso, di Donovan McNabb, di certo non contento di essere oggetto di critiche da parte di Limbaugh: “Se è premiato con l’acquisto dei Rams, congratulazioni a lui”, ha dichiarato il quarterback alla Associated Press, “ma in tal caso dubito che mi recherò a St Louis nel prossimo futuro”.

TEMPO SPORT E POLITICA – Dopo giorni di silenzio, sollecitato da molti, finalmente ha aperto bocca anche il capo della lega Roger Goodell. “Come ho detto più volte in passato, ci teniamo tutti su un alto standard qui”, ha confidato al New York Times. “Non vorrei vedere tali commenti fatti da persone che si trovano in posizioni responsabili nella NFL – assolutamente no. I commenti fatti da Rush nello specifico su Donovan, non potrei essere più in disaccordo. É un commento polarizzante che non penso rifletta accuratamente la NFL o i nostri giocatori. Ovviamente non ritengo che tali commenti siano positivi, anzi creano divisioni. È una cosa negativa per noi, ovviamente”. Ma le parole di Goodell potrebbero contare poco, se non nulla. Il gruppo di cui fa parte Limbaugh dovrà prima vincere l’offerta per rilevare il team, quindi proporre la loro offerta agli altri 32 proprietari della NFL per riceverne l’eventuale approvazione. Di questi 32, almeno 24 dovranno dare parere positivo affinché questo vada in porto. Alla luce dei presupposti, come facilmente prevedibile, sarebbe più facile per un cammello passare per la cruna di un ago. Con buona pace di Limbaugh, che potrà così dedicare ancora più tempo alla politica.
 

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giovedì, 15 ottobre 2009

Se i neocon continuano a proteggere l'America lo dobbiamo a Bush


Keep America Safe, ovvero “Mantenere Sicura l'America”. Da qualche giorno, non si tratta solo di un semplice slogan, spesso utilizzato dai leader politici di entrambi i maggiori partiti Usa per dimostrare le proprie credenziali in materia di sicurezza. Da qualche giorno, “Keep America Safe” è anche il nome di un nuovo gruppo, nato con l'obiettivo di “fornire informazioni agli Americani preoccupati dalle più importanti questioni di sicurezza nazionale” (come si evince dal sito ufficiale), il quale causerà senza ombra di dubbio più di un mal di testa al presidente americano Barack Obama, nel prossimo futuro.

Anzi, ciò è già successo negli ultimi giorni, con la diffusione su scala nazionale di uno spot televisivo in cui si punta il dito contro la politica estera dell'attuale inquilino della Casa Bianca, accusato di non affiancare azioni adeguate – o almeno, in alcuni casi, corrispondenti – alla sua più dura retorica. Un breve video, dal titolo “Retorica contro Realtà”, nel quale finiscono nel mirino le scelte relative allo smantellamento del progetto di difesa missilistica nell'Est europeo (introdotte da un filmato in cui Obama invece dichiarava che “finché la minaccia iraniana persisterà”, gli Usa “andranno avanti” con il piano), all'apertura di un'inchiesta nei confronti della CIA (decisione contestata da sette degli ex capi dell'agenzia) e, dulcis in fundo, sull'attuale indecisione in Afghanistan.

Dietro al nuovo movimento, la figlia più anziana dell'ex vicepresidente Dick Cheney, Elizabeth, meglio nota come “Liz”, figura emergente nello scenario politico americano, nonché, come già dichiarato da alcuni, grande speranza del fronte neoconservatore. Scopo del gruppo, oltre al sopraccitato intento di mantenere informati i cittadini che hanno a cuore la sicurezza del proprio Paese, esercitare una attenta e persistente opposizione nei confronti della politica estera del presidente Obama, da essi definita “radicale”. “Sia che siate Repubblicani o Democratici, voi volete che la nostra nazione sia forte”, si rivolge Liz Cheney agli americani, “e molti dei passi che sta facendo questo presidente stanno rendendo la nostra nazione più debole”.

Particolare attenzione sarà posta sulle scelte prese dall'amministrazione in direzione diversa, se non addirittura opposta, rispetto a quelle del precedente comandante in capo George W. Bush. “Abbiamo osservato con preoccupazione e sgomento”, scrivono i fondatori del gruppo sul suo sito web, “come l'amministrazione Obama abbia tagliato le spese della difesa, vacillato sulla guerra in Afghanistan, e lanciato inchieste su Americani che prestano servizio nelle prime linee della guerra al terrorismo, mentre nel frattempo sono state estese le protezioni legali per terroristi che complottano per attaccare il nostro Paese: queste politiche, assieme all'abbandono da parte di Obama degli alleati dell'America e all'appeasement verso gli avversari, stanno indebolendo la nostra nazione”.

Dall'Iraq all'Afghanistan, dalle spese per la difesa alla strategia del dialogo con i nemici dell'America, dall'inchiesta sulle tecniche di interrogatorio della CIA alla (finora solo dichiarata) chiusura del carcere di Guantanamo, nessun tema di politica internazionale presente sulla scrivania dello Studio Ovale verrà trascurato da “Keep America Safe”. Un gruppo che, classificato come “501(c)4”, (ovvero organizzazione no profit con illimitata possibilità di fare pressioni politiche, nonché di partecipare a campagne elettorali), dà volto e peso istituzionale alla critica dell'operato della Casa Bianca in campo internazionale, sfruttando – come già avvenuto nelle svariate occasioni in cui è recentemente intervenuto lo stesso Dick Cheney - un vuoto politico creato dal Partito Repubblicano. Il quale, ancora alla ricerca di un leader, ma soprattutto ancora restio ad occuparsi di politica estera dopo le difficoltà della guerra irachena, ha preferito negli ultimi mesi concentrarsi prevalentemente sull'opposizione all'agenda amministrativa di Obama all'interno dei confini americani.

Al fianco di Liz Cheney, alla guida del progetto, Bill Kristol, direttore del settimanale neoconservatore Weekly Standard, e Debra Burlingame, sorella del pilota del volo 77 della American Airlines, il quale si schiantò sul Pentagono l'11 Settembre 2001. Nella struttura di “Keep America Safe”, spiccano altre figure chiave del panorama conservatore Usa, quali Michael Goldfarb, consulente del Senatore John McCain nella corsa alle presidenziali e ora blogger del Weekly Standard, Aaron Harrison, già capo della “war room” di McCain, e Justin Germany, autore del primo video di “Keep America Safe”, nonché del celeberrimo spot “The One”, trasmesso durante la campagna elettorale presidenziale, in cui Obama veniva dipinto come una figura messianica.

Un team di provata esperienza per un movimento che si propone di monitorare – con occhio critico – ogni mossa di Barack Obama sullo scacchiere internazionale, nonché al tempo stesso difendere strenuamente l'operato della precedente amministrazione. La quale, piaccia o meno, è riuscita nella non semplice impresa, dopo l'11 settembre, di evitare ulteriori attacchi agli Stati Uniti, rendendo il motto “Mantenere Sicura l'America” una priorità assoluta, molto più che un semplice slogan.

2009 - © L'Occidentale
16 Ottobre 2009


 

giovedì, 15 ottobre 2009

Sanità pubblica per tutti, l'America si prepara alla svolta


Un “passo storico”, conseguito con “sostegno bipartisan”, ottenuto “a dispetto di sempre più disperati attacchi della lobby delle assicurazioni”. C’è molta soddisfazione, unitamente a una immancabile vena di trionfalismo, nelle parole utilizzate dall’amministrazione Obama nel commentare l’approvazione, da parte della commissione Finanze del Senato, del progetto di legge di riforma del sistema sanitario americano. Un risultato importante, decisamente sofferto, che giunge dopo mesi di aspro dibattito tra le opposte fazioni politiche – ma anche tra l’anima moderata e quella liberal della maggioranza – e che rende ora il disegno di legge firmato dal senatore Max Baucus pronto ad affrontare il voto del Senato, dopo aver ottenuto l’approvazione di cinque commissioni del Congresso. Con il voto favorevole di un solo esponente repubblicano, la senatrice Olympia Snowe, la commissione Finanze ha dato luce verde al progetto con un voto finale di 14 a 9, approvando così la versione riveduta e corretta di una legge, più volte modificata da Baucus, che per la prima volta nella storia degli Usa richiederebbe a ogni americano di disporre di assicurazione sanitaria. Un progetto che prevede una spesa totale di 829 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, al fine di finanziare la più grande espansione del “Medicaid” (programma federale sanitario che offre sostegno a individui e famiglie a basso reddito) degli ultimi 40 anni, nonché per fornire sussidi federali a 18 milioni di persone che altrimenti non sarebbero in grado di permettersi l’assicurazione. Spesa pubblica alle stelle, affiancata dall’imposizione di tasse su piani sanitari ad alto costo, nuove sanzioni ai datori di lavoro e una drastica riduzione dei fondi destinati al “Medicare”, piano di assicurazione federale destinato alle persone oltre i 65 anni di età.

È una soluzione di compromesso, un disegno di legge definito “non perfetto” dallo stesso presidente Obama, ma al tempo stesso l’unico in grado di mettere d’accordo le diverse fazioni interne ai Democratici, nonché di sopravvivere al voto della commissione Finanze. Si spiega così il clima di euforia che anima la maggioranza, soddisfatta per essere riuscita a compiere un passo in avanti dopo aver incontrato non pochi ostacoli, ma soprattutto dopo aver mancato l’occasione di poter approvare una riforma della sanità pubblica nei tempi inizialmente previsti dall’amministrazione. A rendere ancora più dolce il risultato per i Democratici è il voto a favore della repubblicana Snowe, da tempo oggetto di corteggiamento politico da parte dello stesso Obama: un solo voto, ma dall’impatto decisivo poiché offre al partito del presidente l’opportunità di porre i riflettori sull’instaurazione di un “clima bipartisan”, promessa elettorale mai effettivamente realizzatasi. Nonostante l’evidente ottimismo che accompagna le dichiarazioni di esponenti Democratici, il percorso che dovrà attraversare il progetto di legge prima di diventare realtà è tutto fuorché privo di ostacoli. Anzi, la sua stessa approvazione, che prevede il raggiungimento dei 60 voti necessari al Senato, non è assicurata. Come scritto dall’American Spectator, “ora arriva la parte difficile”: nelle prossime settimane saranno molteplici i tentativi, da parte di esponenti della maggioranza, di modificare il testo della legge, a partire dall’inserimento al suo interno dell’assai controversa “public option”. “Quando si tratta di sanità pubblica”, ha notato Time, “quasi ogni senatore appartenente al partito di Harry Reid ha una condizione o una versione che vorrebbe sia inclusa”. La palla è ora nelle mani del senatore Harry Reid, leader della maggioranza al Senato, cui spetta l’ingrata incombenza di mettere d’accordo ogni componente del panorama democratico e trovare una nuova soluzione di compromesso, con l’obiettivo di approvare una bozza di riforma prima del Giorno del Ringraziamento. Compito tutt’altro che facile, specialmente considerata l’attività (più spinta a sinistra) della Camera, nonché l’opposizione repubblicana, pronta a schierarsi dalla parte delle compagnie assicurative. Come ha scritto Newsweek, Obama ha compiuto un “grande passo” nel cammino per la riforma della sanità, tuttavia “mancano ancora molte miglia prima dell’arrivo”.

2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 223 del 15-10-2009

 

 

postato da creezdogg alle ore 12:22 | link | commenti
categorie: usa , politics, barack obama, democrats, gop , fai notizia, congress, health care, harry reid, max baucus, olympia snowe
giovedì, 15 ottobre 2009

But I heard ACORN helps pimps and their bitches

Come segnala l'amico JCF, l'ultimo episodio di South Park se la prende con ACORN.
postato da creezdogg alle ore 08:45 | link | commenti
categorie: usa , television, entertainment, south park, barack obama
mercoledì, 14 ottobre 2009

Perché il Nobel può nuocere a Obama



Come era lecito attendersi, negli Stati Uniti non si è ancora placato il dibattito sull'assegnazione del premio Nobel per la Pace al presidente Barack Obama. Una notizia che, diffusa in tutto il mondo nella giornata di venerdì, non ha ancora visto esaurirsi la sua eco, come confermato dal suo ruolo di indiscussa protagonista di quasi ogni talk show a sfondo politico del palinsesto televisivo americano nei giorni successivi. Dalla ABC alla CBS, dalla NBC alla CNN e FOX News, i «pundits» di ogni schieramento - nella maggior parte dei casi non nascondendo una certa sorpresa ed esprimendo non poco stupore - si sono scatenati nel commentare la decisione del comitato norvegese. Mentre David Brooks del New York Times ha definito la scelta di Obama «uno scherzo», specialmente se paragonata ai «dimostranti iraniani che rischiano la vita tutti i giorni a marciare per le strade» o alle «persone nelle organizzazioni che da decenni mettono a rischio le proprie vite», l'editorialista Bill Kristol ha invece preferito puntare sul sarcasmo, dicendosi «deluso» per non aver vinto lui stesso il premio: «Il presidente Obama e io abbiamo fatto più o meno fatto lo stesso per la pace nel mondo. Lui ha pronunciato qualche bel discorso, io ho scritto qualche editoriale». Per la commentatrice dalle simpatie liberal Anne Applebaum, già vincitrice di un Premio Pulitzer, dopo quanto accaduto sarebbe «ora di smetterla di prendere il Nobel per la Pace seriamente». Persino supporter democratici e obamiani della prima ora hanno bollato come «prematuro» il riconoscimento, mentre il fronte conservatore sostiene che esso sia la conferma che Obama è il pupillo delle élites intellettuali mondiali.

Se l'attuale inquilino della Casa Bianca meritasse o meno il Nobel per la Pace non è tuttavia l'unico argomento oggetto di discussione legato alla sorprendente e controversa assegnazione. Ricche di dubbi e incertezze sono anche le riflessioni sulle conseguenze, sia immediate che a lungo termine, che l'onorificenza norvegese avrà sull'agenda amministrativa della presidenza. Non è infatti scontato che l'essersi aggiudicato in così poco tempo un riconoscimento di tale portata significhi per Barack Obama automatici e immediati benefici. Anzi, numerosi osservatori ritengono che esso potrebbe avere effetti nocivi, specialmente sul fronte interno. Non è un caso che lo stesso presidente americano, nell'accettare il premio, abbia dichiarato di non interpretarlo come un riconoscimento per le sue realizzazioni, «ma per il ruolo della leadership americana», accennando quindi una presa di distanza dalla decisione dei giudici di Oslo.

Il Nobel per la Pace era «l'ultima cosa di cui aveva bisogno Barack Obama in questo momento della sua presidenza», ha recentemente scritto Nancy Gibbs sul magazine TIME. Esso infatti giunge - inaspettatamente - in quello che senza dubbio è il periodo di maggior difficoltà del presidente americano dal giorno del suo insediamento. Con questioni scottanti quali riforma della sanità, Afghanistan, Iran, Guantanamo, ancora ben lungi dall'essere risolte, è facilmente prevedibile che il Nobel porti con sé un conseguente aumento delle pressioni e delle aspettative sulla già alquanto ambiziosa e impegnativa agenda presidenziale. Inoltre, esso fornisce non poche munizioni alle armi dei suoi oppositori. Mentre il fronte istituzionale del Partito Repubblicano, al fine di evitare eventuali accuse di anti-americanismo (cosa accaduta dopo la soddisfazione mostrata da alcuni per la mancata assegnazione dei giochi olimpici a Chicago), ha preferito mantenere un generale basso profilo sull'argomento, dimostrando un certo fair play (c'è stato persino chi, come John McCain, si è detto «orgoglioso» del Nobel a Obama), durissimi attacchi sono stati lanciati dalla sempre più rumorosa base conservatrice. Per la quale il premio non fa che confermare l'immagine di un presidente su posizioni liberal e alquanto soft in politica estera.

«Vincere il Premio Nobel per la Pace è molto negativo per Obama, dal punto di vista politico», ha dichiarato il consulente repubblicano Curt Anderson. «Ciò rinforzerà completamente la teoria che lo vuole tutto immagine e zero sostanza, solo stile, e più popolare in Europa che in America». I dati parlano chiaro: mentre all'interno dei confini americani la popolarità del presidente è in calo, specialmente dopo gli ostacoli (ancora non superati) emersi nella stagione estiva, al punto che anche alcuni show satirici un tempo fedelissimi hanno iniziato a criticare il suo operato, in Europa il sostegno a Obama - stando a un'indagine Transatlantic Trends - è ancora saldo al 77%, percentuale sbalorditiva per un leader americano nel Vecchio Continente. Ma l'amore europeo è storicamente malvisto dal pubblico americano, come dimostrato nel corso della campagna elettorale per le presidenziali, quando le folle oceaniche scese in piazza per il tour europeo dell'allora senatore dell'Illinois sollevarono molti dubbi sull'effettiva capacità di Obama di rappresentare gli interessi americani, risultando in una rimonta nei sondaggi del rivale John McCain, durata fino all'esplosione della crisi economica.

Sulle questioni affrontate dal mondo politico americano in questi giorni, dal dibattito sui gay nell'esercito all'irrisolta riforma della sanità, l'effetto Nobel sembra ancora non essersi fatto sentire. L'argomento su cui invece avrà un impatto determinante sarà quasi certamente la drammatica situazione afghana, sulla quale il presidente americano dovrà al più presto prendere una decisione, nel rispondere alla richiesta di più truppe presentatagli dal generale McChrystal. Da una parte, venire incontro alle richieste dei generali, con conseguente invio di migliaia di nuovi soldati sul campo, sarebbe una scelta in netto contrasto con l'immagine di uomo di pace, difficilmente digeribile per l'ala liberal del suo partito; dall'altra, invece, non aumentare la presenza militare in Afghanistan, pur accontentando i suoi sostenitori più pacifisti, e con essi le élites europee, significherebbe esporre maggiormente le forze della coalizione al rischio di nuovi attacchi da parte dei nemici terroristi e talebani. Un'eventualità, quest'ultima, che per il senatore John McCain, già a favore del benefico aumento di truppe in Iraq del 2006 (al quale Obama si oppose, riconoscendo in seguito l'efficacia della scelta di George W. Bush), equivarrebbe a «un errore di dimensioni storiche». Che non vale la pena commettere, al solo fine di non deludere i giudici norvegesi.

2009 - © RagionPolitica

 13 Ottobre 2009

 

martedì, 13 ottobre 2009

War president


The deployment of the support troops to Afghanistan brings the total increase approved by Obama to 34,000. The buildup has raised the number of U.S. troops deployed to the war zones of Iraq and Afghanistan above the peak during the Iraq "surge" that President George W. Bush ordered, officials said.

Come riportato dal Washington Post, che si basa su dati ufficiali del Dipartimento della Difesa (vedi sopra), Obama ha inviato - senza annunciarlo - 13 mila soldati in Afghanistan, che si aggiungono ai 21 mila annunciati a marzo. Più soldati al fronte (Iraq compreso) di quanti ne abbia mai utilizzati George W. Bush. Forse è per questo che gli hanno dato il Nobel per la Pace.
postato da creezdogg alle ore 13:16 | link | commenti
categorie: iraq, usa , politics, afghanistan, george w bush, terrorism
domenica, 11 ottobre 2009

I deserve the Peace Prize, too



Bill Kristol sul Nobel a Obama. Sull'argomento, da sentire anche David Brooks del NYT ("sort of a joke") e, ovviamente, la divertentissima intro dell'ultima puntata dello show satirico Saturday Night Live.
domenica, 11 ottobre 2009

Sell the Vatican, Feed the World

Sarah Silverman colpisce ancora. E, come al solito, è tutto fuorché politically correct. Vedere per credere.
postato da creezdogg alle ore 22:41 | link | commenti
categorie: usa , television, entertainment, sarah silverman
domenica, 11 ottobre 2009

T-Pain featuring B.O.



Dopo il Nobel, vogliamo negargli un Grammy Award? Dimenticavo: ne ha già vinto uno. Non è uno scherzo.
postato da creezdogg alle ore 22:31 | link | commenti
categorie: music, usa , politics, entertainment, hip-hop, barack obama, t-pain, health care
sabato, 10 ottobre 2009

Too fast

"Who, Obama? So fast? Too fast -- he hasn't had the time to do anything yet" - Lech Walesa, politico e attivista polacco, fondatore di Solidarnosc, Premio Nobel per la Pace 1983.
postato da creezdogg alle ore 11:33 | link | commenti
categorie: usa , politics, barack obama

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Nome: Cristiano Bosco
Nato il 20 ottobre 1982. Simpatizzante neocon. Americanista convinto. Genoano. Collaboratore de L'Opinione, RagionPolitica, Giornalettismo, LibMag - contatti mail/msn: creezdogg @ hotmail.com

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