Creez Dogg In Tha Houze

The never ending battle for Truth, Justice and the American Way
venerdì, 04 luglio 2008

Not that bad after all

A quanto pare, stando a quanto riportato da Guido Olimpio oggi sul Corriere, le ricerche che hanno portato alla liberazione di Ingrid Betancourt sono state efficaci grazie a "strumenti di intercettazione forniti dagli Usa" e "con l'aiuto dei consiglieri americani e israeliani". Ma tu guarda, il caso.
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venerdì, 04 luglio 2008

Independence Day



July 4th, 1776 - July 4th, 2008

We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.

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categorie: usa , history
lunedì, 30 giugno 2008

A gun in the hand is better than a cop on the phone


Come noto, giovedì 26 giugno, la Corte Suprema americana ha decretato che il secondo emendamento alla Costituzione garantisce il diritto individuale dei cittadini americani di possedere armi, ribaltando così una legge del District of Columbia che bandiva il possesso di armi da fuoco e prevedeva alcune restrizioni per armi da caccia. Si tratta di una decisione epocale, la prima negli ultimi 70 anni su questa discussa e spinosa materia. In un editoriale pubblicato ieri dal Chicago Tribune ("How gun control lost"), Steve Chapman spiegava, con precisi riferimenti alla storia recente, perché la politica del controllo delle armi non abbia mai funzionato. E la sentenza della Corte Suprema crea non pochi problemi al candidato presidenziale Barack Obama, il quale ha più volte manifestato una certa ambiguità al riguardo, salvo salutare positivamente tale decisione. I sostenitori di McCain, come ovvio, hanno già aperto il fuoco contro l'avversario democratico. No pun intended.
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categorie: usa , politics
venerdì, 20 giugno 2008

All American Celtics



Ancora sulla vittoria del titolo della National Basketball Association da parte dei Boston Celtics di Paul Pierce (nella foto, mentre onora la memoria di Red Auerbach, nel corso della parata di celebrazione per le strade di Boston), Kevin Garnett e Ray Allen. Due sono gli elementi che saltano agli occhi da questa impresa sportiva.

Per prima cosa, Boston, Massachusetts, si è rivelata la città più all'avanguardia dal punto di vista sportivo di tutto il Nord America. Nel corso di un anno, ben quattro sue rappresentative sono arrivate alle finali delle rispettive discipline. I Boston Red Sox sono i campioni in carica della Major League Baseball. I New England Patriots della National Football League, al termine di una stagione straordinaria e senza precedenti, hanno perso il Super Bowl di un soffio. I New England Revolution, formazione dell'emergente Major League Soccer, sono stati sconfitti in finale. Ora, la vittoria dei Boston Celtics. Mettendo da parte il calcio, fenomeno ancora marginale negli Stati Uniti, Boston è andata a un passo dal grande slam. La culla dell'America moderna, o almeno di quella sportiva, come si scriveva da queste parti lo scorso novembre.

La seconda cosa che salta agli occhi è che i Boston Celtics campioni NBA sono una squadra totalmente all american. Ogni elemento del roster biancoverde, da Rajon Rondo a PJ Brown, è nato e cresciuto negli Stati Uniti e ha frequentato un college (o un high school, nel caso di Kevin Garnett e Kendrick Perkins) statunitense. Di FIBA, nemmeno una traccia, tantomeno nel gioco espresso in campo. E questo è un elemento che nessuno, specialmente chi ha scritto e parlato finora di pallacanestro internazionale (con frasi ormai abusate quali "l'Atlantico si fa sempre più piccolo", "il basket americano è inferiore rispetto a quello europeo" - vero Gallinari? - e altre amenità), potrà ignorare. Still another planet, fatevene una ragione.
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giovedì, 19 giugno 2008

Four for the Celtics



I Boston Celtics si laureano campioni NBA. Non accadeva dal 1986. All'epoca, i "big three" erano Larry Bird, Kevin McHale e Robert Parish. Oggi, i "big three" sono i signori nella foto qui sopra: Kevin Garnett, Ray Allen, Paul Pierce. Per ciascuno di loro, si tratta del primo anello, forse il primo di una serie. I Celtics conquistano così il loro 17esimo titolo NBA - nessun altra squadra ha vinto così tanto - smentendo la profezia di Bob Cousy, stella biancoverde dal 1950 al 1963 che, deluso dalle numerose stagioni perdenti della franchigia, negli anni '90 dichiarò: "Morirò prima che i Celtics vincano un altro campionato".

Dal punto di vista dei record battuti, Pierce e compagni si sono resi protagonisti di almeno due imprese titaniche: prima di loro nessuna squadra, nella storia, era mai riuscita a passare da una stagione di sole 24 vittorie a una di 66, il più grande miglioramento di sempre (e solo altre due erano arrivate al titolo dopo un'annata in cui non avevano disputato i playoff); in gara 3 delle Finali, inoltre, allo Staples Center di Los Angeles, i Celtics sono riusciti a recuperare uno svantaggio di -24 punti contro i Lakers dati ormai per vincenti, vincendo così la partita, una rimonta senza precedenti nella storia della NBA Finals.

Per Los Angeles, aldilà dei malumori dovuti alla struttura "top down" della squadra, con il numero 24 al vertice di essa, rimane la soddisfazione di aver costruito una formazione solida, capace di lottare a  testa alta con i Boston Celtics, nettamente superiori sotto il livello tecnico. L'anno prossimo rientrerà il giovane talento Andrew Bynum, del quale si è sentita la mancanza a centro area. Con lui, Gasol e un Bryant tutt'altro che da buttare, si può costruire qualcosa per il futuro, cosa che invece Boston non può fare, data l'età avanzata di molti suoi elementi.
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domenica, 15 giugno 2008

Tim Russert, R.I.P.



Timothy John "Tim" Russert. May 7, 1950 - June 13, 2008. Rest In Peace.
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venerdì, 13 giugno 2008

Cristiano's Version


Premesso che, da queste parti, raramente si parla di calcio, ad eccezione del fantasmagorico soccer della MLS americana. Premesso che quest'anno non si vince, perché SKY non trasmette le partite, e la RAI, si sa, porta sfiga. Premesso che, in aria di Mondiali e di Europei, ovvero ogni qual volta la nazionale di calcio è impegnata in tornei più seri della Coppa del Nonno, qualsiasi nostro quotidiano, specialmente quelli sportivi, assume un assetto da ventennio, con titoli che ricordano il noto "spezzeremo le reni" e prime pagine intrise di sciovinismo. Premesso che Gianluigi Buffon, capitano della nazionale, prima dell'incontro con l'Olanda ha affermato "Siamo la squadra da battere", e l'Olanda ci ha battuto. Premesso che ascoltare le partite con il commento di Salvatore Bagni è una sofferenza senza precedenti, che quasi ti fa rimpiangere Bruno Pizzul. Premesso che, specialmente considerando gli esordi del nuovo governo in tema di lavoro, l'attuale commissario tecnico, il cui palmarés da allenatore equivale più o meno a quello del sottoscritto, ovvero una vittoria di Pirro per coloro che sostengono di dare spazio ai giovani non perché di talento ma solo esclusivamente in quanto giovani rappresenta la morte della meritocrazia, e si auspica che il ministro Brunetta, al più presto, lo possa licenziare. Premesso che, a guardare la prima partita dell'Italia in questo europeo, al titolare di questo blog è venuta nostalgia dei campionati al cardiopalma del Genoa, stagione in serie C inclusa. Premesso che ora, anche se lo era di fatto anche prima, è del tutto lecito gridare "Forza Italia" senza per questo sentirsi accusare di simpatie politiche, o peggio essere aggrediti da fans di Marco Travaglio. Tutto ciò premesso, a così poca distanza dalla campagna anti-rom e dall'elezione di Alemanno a sindaco di Roma, essere sbattuti fuori dalla Romania attraverso una partita di calcio, e non con un bel decreto ad hoc, sarebbe davvero il colmo.
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venerdì, 13 giugno 2008

The Incredible McCain Girl

Dopo Obama Girl (ci tengo a ribadirlo: questo blog fu uno dei primi a scriverne, in Italia), l'incredibile McCain Girl, ennesima folle trovata del sito BarelyPolitical. La corsa alla Casa Bianca si fa sempre più interessante.

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giovedì, 12 giugno 2008

Just like a movie

"Quattro Hawks HC-60 da trasporto, i due Marine One che portano il Presidente e i funzionari al seguito e un elicottero militare tedesco di scorta. Si vola in formazione da guerra coi finestrini aperti. L'arrivo è rapidissimo. Si corre sotto le pale verso Air Force One, il Presidente arriva, ci saluta, sorride «See you in Italy!». Entra dalla scaletta principale e sparisce nelle sue stanze". Oggi, sul Sole 24 Ore, l'inviato Mario Platero racconta la sua avventura a bordo dell'Air Force One. Unico giornalista non anglosassone sull'aereo presidenziale. "Sulla fortezza volante di Bush" è il titolo del bell'articolo. Incommensurabile invidia.
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giovedì, 12 giugno 2008

Intervista a Michael Ledeen



Intervista a Michael Ledeen
I negoziati sono falliti. Aiutiamo gli iraniani a liberarsi dal regime


Per l’analista dell’American Enterprise Institute i negoziati con l’Iran (compreso quel “5+1” in cui l’Italia vuole entrare) sono tutti falliti. Per fermare il programma nucleare degli ayatollah, le democrazie devono aiutare gli iraniani a liberarsi dal loro regime. Ma i nostri governi sono inerti. A Roma, nel 2001, Ledeen incontrò alcuni dissidenti. Per salvare le vite dei militari in Afghanistan, non per organizzare un golpe. Michael Ledeen, membro del think tank American Enterprise Institute, giornalista e storico, è uno dei massimi esperti in materia di Iran.

In una recente intervista alla televisione italiana, il presidente Bush ha dichiarato di essere favorevole all’aggiunta dell’Italia al tavolo dei negoziati con l’Iran, il cosiddetto “5+1”. È d’accordo?
Credo che i negoziati abbiano fallito, e sono convinto che essi continueranno a fallire anche in futuro. Di conseguenza, penso che ogni governo, incluso quello italiano, farebbe meglio ad evitarli: sarebbe una cosa saggia.

Il Financial Times è scettico riguardo all’ipotesi che l’Italia possa applicare sanzioni all’Iran, del quale è uno dei primi partner commerciali al mondo: dal punto di vista della realpolitik, per quale motivo l’Italia dovrebbe imporre sanzioni, di pari passo con le altre potenze?
Perché l’Iran è il principale sponsor mondiale del terrorismo, ha dato il proprio sostegno a cellule terroristiche presenti in Italia e ha minacciato attacchi alla Città del Vaticano.

L’Iran prosegue con il suo programma nucleare e Mahmoud Ahmadinejad continua a minacciare Israele. Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale per fermare l’Iran? La soluzione della “Lega delle Democrazie” proposta da John McCain potrebbe funzionare?
Non sono a conoscenza di alcun serio sostegno dei dissidenti iraniani che sono a favore della democrazia, che rappresentano la maggioranza della popolazione iraniana. Questo sostegno non arriva da alcun Paese occidentale e, non serve neanche ricordarlo, nemmeno dalle Nazioni Unite, o da Organizzazioni Non Governative delle quali sia a conoscenza. Se le cosiddette “democrazie” volessero davvero sostenere la libertà in Iran, lo potrebbero già fare oggi, con o senza la “Lega delle democrazie”. Ma esse non lo fanno. E nessuna struttura o organizzazione potrà compensare la loro mancanza di volontà.

Con il governo Berlusconi l’Italia è tornata ad essere uno dei primi alleati degli Stati Uniti, dopo i due anni di governo Prodi? Possono cambiare i rapporti, dopo le elezioni di novembre?
Senza dubbio il rapporto tra Bush e Berlusconi rafforza i legami tra Stati Uniti e Italia. Ma l’Italia occupa ora una salda posizione quale uno degli alleati più vicini all’America, e questa relazione può sopravvivere a momenti di conflitto personale.
Certamente Massimo D’Alema non era molto amato a Washington, ma i rapporti erano buoni anche all’epoca. Per questo motivo, chiedersi chi tra McCain o Obama possa essere “migliore” per le relazioni tra i due Paesi è questione piuttosto marginale.

Stando a un recente rapporto della Commissione Intelligence del Senato americano, Lei organizzò un meeting, nel 2001 a Roma, tra due esperti del Pentagono e un iraniano di nome Manucher Ghorbanifar, allo scopo di discutere un piano relativo al rovesciamento del regime iraniano. È così?
L’incontro in questione fu con alcuni iraniani, i quali fornirono, tra le altre cose, informazioni accurate relative a operazioni ordinate dal governo di Teheran contro forze armate americane di stanza in Afghanistan. Ghorbanifar non era la fonte di tali informazioni che, come mi fu riferito in seguito da funzionari del Pentagono, furono determinanti per salvare vite americane. Quello fu l’argomento principale degli incontri. Pertanto, avendo portato la proposta di Ghorbanifar al governo americano, con l’approvazione sia della Casa Bianca che del Dipartimento della Difesa, sono orgoglioso di aver sostenuto i nostri soldati. Per quanto concerne gli sforzi di Ghorbanifar per trovare sostegno al fine di rovesciare il regime iraniano, si tratta di qualcosa che va avanti da più di venti anni. Come ho detto prima, non credo che alcun governo occidentale gli darà mai il sostegno richiesto, ma sono sicuro che lui continuerà a provarci.

(da L'Opinione delle Libertà, edizione 118 del 12-06-2008)
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giovedì, 12 giugno 2008

Defining moments



Nei giorni scorsi, bombardato dalle notizie relative all'arrivo in Italia di iPhone, ero alquanto indeciso se acquistarlo o non acquistarlo. Poi ho letto questo splendido pezzo dell'amico Claudio Cerasa, sul Foglio di ieri. Indecisione sparita: sto già facendo il conto alla rovescia.
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giovedì, 12 giugno 2008

Intervista a Gianni Vernetti

L'ex sottosegretario agli esteri del Pd prende una netta posizione sui rapporti con l'Iran
 
<<L'opzione militare? Non si può escludere>>
 
colloquio con Gianni Vernetti di Cristiano Bosco
 
"Bisogna rafforzare le sanzioni economiche contro l'Iran: una politica di embargo porterebbe all'isolamento del regime in campo internazionale. Un regime estremamente fragile, visto che una porzione consistente del popolo iraniano è contraria all'attuale classe dirigente e a favore della democrazia, come ad esempio gli studenti, che hanno bisogno del nostro sostegno. È necessario organizzare un'azione finalizzata al cambio di regime". Gianni Vernetti, già sottosegretario agli Esteri del governo Prodi, è deputato alla Camera tra le fila del Partito Democratico e membro della Commissione Affari Esteri. Sull'Iran ha le idee molto chiare.

Lei ha preso parte alla manifestazione tenutasi a Roma contro il leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in occasione della sua visita per il vertice Fao. Qual è stato l'esito dell'iniziativa?
Il Paese ha reagito bene, dimostrandosi unito. Nessun esponente del governo ha incontrato Mahmoud Ahmadinejad, lo stesso vale per la Santa Sede. Nessuna forza politica ha fatto gioco di sponda. Considero l'Iran un pericolo per la sicurezza internazionale. L'iniziativa ha rappresentato una prova di coesione. È necessario dimostrare che quel regime non può giocare su tavoli separati: l'Occidente democratico deve mostrarsi unito di fronte a questa minaccia.

Esclude un’azione militare nei confronti dell’Iran?

Nessuno può escludere un'opzione militare, nemmeno le stesse Nazioni Unite. L'Occidente non può accettare l'eventualità che Israele venga attaccato, così come non può accettare che l'Iran disponga di armi nucleari, o che si doti di missili balistici a lunga gittata.

John McCain, candidato repubblicano alla Casa Bianca, ha proposto la creazione di una "Lega delle Democrazie" per affrontare le minacce globali. Qual è la sua opinione al riguardo?

Faccio parte della "Community of Democracies", organizzazione internazionale che conta al suo interno più di cento Paesi, creata grazie agli sforzi dell'amministrazione Clinton, allo scopo di diffondere la democrazia nel mondo. Nel 2007, in collaborazione con Paula Dobriansky, rappresentante del dipartimento di Stato americano, abbiamo organizzato un importante meeting a Roma. La promozione della democrazia va ripensata. Essa deve rappresentare una priorità in politica internazionale. Non è possibile ipotizzare una politica dello sviluppo per Paesi del terzo mondo senza che questa sia affiancata alla diffusione della democrazia: la situazione di molti Paesi africani è emblematica, con milioni di dollari di aiuti che finiscono nelle tasche di brutali dittatori. Sicurezza, sviluppo e democrazia viaggiano sullo stesso binario, come dimostrato da quanto sta succedendo in Iraq e Afghanistan. Per questo motivo, la promozione della democrazia deve avere la priorità, nell'agenda internazionale.

Che ne pensa dell’ipotesi dell’allargamento del “5+1”, con possibilità per l’Italia di sedersi al tavolo delle trattative con l’Iran?

Il Partito Democratico è a favore dell'iniziativa del governo italiano per l'aggiunta del nostro Paese al "5+1". Il precedente governo Berlusconi commise un grande errore quando, qualche anno fa, decise di non accettare l'invito a partecipare alle trattative. Il governo Prodi, a differenza di quanto sostenuto da alcuni, ha provato a fare entrare l'Italia nel "5+1", senza tuttavia riuscirci. L'Italia è  tra i più importanti partner commerciali dell'Iran, è giusto che venga coinvolta nelle trattative: su questo tema, siamo in sintonia con il governo.

Si preannuncia l’instaurazione di un clima di dialogo con il governo, per quanto riguarda la politica estera del nostro Paese?

Sicuramente. Su alcune grandi questioni di politica estera, è fondamentale che il Paese si mostri unito. Si possono trovare punti in comune su argomenti quali la lotta al terrorismo, la ratifica della Costituzione europea, o il rifinanziamento delle nostre missioni all'estero. È normale che il nuovo clima di dialogo sincero, civile e senza posizioni pregiudiziali venga esteso anche alla politica estera italiana.

Lei si è dichiarato contrario all’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo, c’è chi ipotizza che DS e Margherita entreranno in due gruppi separati all’Europarlamento.

Si tratta di un'ipotesi da non escludere. Risulta evidente che, ad eccezione che in Spagna, i socialisti non sono autosufficienti in alcun Paese europeo, e recentemente hanno subito delle pesanti sconfitte elettorali. È per loro necessario cambiare pelle, se non vogliono contare sempre meno, e tentare alleanze con il centro, con la liberaldemocrazia. Non vedo per quale motivo il Partito Democratico dovrebbe appiattirsi sulle posizioni dei socialisti. Se ciò dovesse accadere, saremmo condannati a un lungo periodo di opposizione.

Tra le alleanze con il centro, quindi, non esclude un possibile dialogo con l’UDC, con voi all’opposizione?

Non ho dubbi che l'UDC possa diventare un nostro partner privilegiato. C'è la possibilità di trovare punti in comune per fare opposizione e ci possono essere le condizioni per provare un esperimento politico anche in occasione di elezioni a livello locale.

(intervista pubblicata ieri sul quotidiano Liberal , disponibile anche sul sito ufficiale del Partito Democratico e su MargheritaOnline)

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mercoledì, 11 giugno 2008

Religulous

Fazioso, ultra-liberal, esageratamente anti-Bush, tendente all'antiamericanismo ma perennemente dalla parte di Israele, fondamentalista dell'ateismo e dell'omeopatia. A Bill Maher (autore e presentatore di Real Time sulla tv via cavo HBO) si possono rimproverare molte cose, ma non che non sia estremamente divertente. La sua ultima trovata, in collaborazione con quel genio di Larry Charles (Curb your enthusiasm, ma anche regista di Borat), è stata realizzare un film documentario sulla religione, che farà arrabbiare molti. Religulous, ovvero "Religious" + "Ridiculous". Guardando il trailer, viene in mente Christopher Hitchens. Enjoy.

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mercoledì, 11 giugno 2008

Intervista a Gianni Vernetti - preview

Oggi, sul quotidiano Liberal, la mia intervista all'on. Gianni Vernetti (disponibile nella rassegna stampa della Camera).
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martedì, 10 giugno 2008

Intervista a Piero Ostellino

Intervista a Piero Ostellino/Rivoluzione liberale senza speranza

di Cristiano Bosco

Quali prospettive hanno i liberali nel nascituro Pdl e nell’attuale governo? “Duole dirlo, ma non abbiamo alcuna possibilità. La famosa ”rivoluzione liberale“ non è più praticabile. La cultura italiana non è liberale. L’Italia non è un Paese liberale, a differenza dell’Inghilterra o degli Usa, per citare due esempi. Nello stesso centrodestra italiano non c’è una cultura liberale diffusa”. Parole di Piero Ostellino, che di liberalismo è un esperto.

Piero Ostellino, editorialista del Corriere della Sera, uno dei massimi esperti di liberalismo in Italia, si pronuncia sul destino delle istanze liberali nel centrodestra e nella politica italiana.

Nel ’94, Forza Italia nacque con l’aspirazione di formare un grande partito liberale. Oggi, nessun liberale occupa posizioni di rilievo. Cosa è successo ai liberali del centrodestra?
I liberali non ci sono più, sono scomparsi. Questo è dovuto al fatto che il movimento creato da Berlusconi, poi trasformatosi in partito, non ha natura liberale. Oggi sono ancora presenti diversi esponenti, alcuni fuori dalla politica, come Alfredo Biondi o Giuliano Urbani, altri in Parlamento, come Antonio Martino, il quale però non ricopre posizioni di governo. Oggi i liberali, purtroppo, non contano più nulla.

Tuttavia, alcune istanze care ai liberali sono ora date per scontate da parte della maggioranza del mondo politico. Il garantismo, per esempio, è assai più diffuso ora che non dieci, quindici anni fa. Questa non è una grande conquista liberale?
Il maggiore garantismo è nell’ordine delle cose. Rispetto al periodo di tangentopoli sono cambiati i tempi. Il giustizialismo, al giorno d’oggi, non ha più rappresentanza. E anche la magistratura si è resa conto che esso non porta da nessuna parte, poiché è impossibile cambiare il Paese attraverso il solo potere giudiziario.

Quali prospettive hanno i liberali nel nascituro PdL e nell’attuale governo?
Duole dirlo, ma non abbiamo alcuna possibilità. La famosa “rivoluzione liberale” non è oggi più praticabile. La cultura italiana non è liberale. L’Italia non è un Paese liberale, a differenza dell’Inghilterra o degli Stati Uniti, per citare due esempi. Nello stesso centrodestra italiano non c’è una cultura liberale diffusa. Paradossalmente, l’unico movimento di stampo riformatore all’interno del centrodestra è la Lega Nord, partito localistico, le cui istanze sono più riformatrici di quelle di FI o AN. Silvio Berlusconi, leader del Popolo delle Libertà, può essere un abile statista e un grande uomo politico, ma è del tutto estraneo alla cultura liberale. Per rendersene conto, basta osservare l’operato del nuovo governo, che pensa sia necessario riempire la pancia degli italiani per risollevare le sorti del Paese. Da una parte è positivo che, su alcune questioni - come l’emergenza rifiuti nel napoletano - sia stata ristabilita la presenza e l’autorità dello Stato. Dall’altra parte si è invece compiuto un passo indietro, tornando alla vecchia logica del compromesso. Lo Stato non deve occuparsi degli stipendi dei supermanager di aziende private, lo Stato non deve intervenire nella faccenda Alitalia. Non c’è filosofia del diritto, la cui conseguenza è una mancanza di principi liberali nell’azione di governo.

Non c’è modo di rendere più liberale la cultura italiana?
Per contrastare gli organi di informazione schierati a sinistra, che rappresentano la metà dell’establishment, i media vicini al centrodestra - alcuni dei quali di proprietà dello stesso Berlusconi, come Mediaset, Il Giornale, Panorama - dovrebbero fungere come uno strumento importante per cambiare la cultura del Paese. Si dovrebbe raccogliere attorno ad essi tutta l’intellettualità liberale, più preparata e competente di quella di sinistra. Invece, essi sono abbandonati a sé stessi, di fatto legittimando l’egemonia culturale della sinistra in Italia. Gli intellettuali liberali non dispongono di un insediamento per diffondere le proprie convinzioni.

Se i liberali hanno poche prospettive nel centrodestra, è invece realistica l’ipotesi – già citata da Marco Pannella – di formare una sinistra liberale?|
È evidente che la sinistra del Partito Democratico è più moderata di quanto non fosse in passato, quando faceva parte di coalizioni in cui figuravano partiti di matrice comunista. Nonostante il passo in avanti, è difficile per la sinistra allontanarsi dalle proprie tendenze dirigistiche e collettivistiche. Se la sinistra vuole dimostrare di essere davvero liberale, il banco di prova su cui testarsi è la riforma della prima parte della Costituzione. In alcuni tratti, essa sembra appartenere ad un Paese sovietico. Siamo l’unico Paese che è fondato sul lavoro, ovvero su una merce di scambio, o dove la proprietà privata è vincolata dalla funzione sociale. Si tratta di astrazioni di carattere ideologico, che però vanno ad influenzare le decisioni della Corte Costituzionale, la quale deve ovviamente seguire il testo della costituzione. Una revisione della prima parte della Costituzione in chiave liberale è quantomai necessaria, e una sinistra davvero liberale non può tirarsi indietro di fronte a questa sfida.

(da L'Opinione delle Libertà, edizione 116 del 10-06-2008)
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venerdì, 06 giugno 2008

This is what America wants

La copertina dell'ultimo numero di Sports Illustrated. Da non perdere neppure lo spot nostalgico firmato NBA con Magic Johnson e Larry Bird.

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venerdì, 06 giugno 2008

Beat LA! Beat LA!

"Beat LA! Beat LA!". Anno 1982. Gara 7 delle Finali di Eastern Conference tra i Boston Celtics di Kevin McHale e i Philadelphia 76ers di Julius Erving. Sul finire dell'incontro, con la squadra di casa sotto di dodici punti e ormai sconfitta, il pubblico di Boston inizia a intonare il coro, augurando a Dr. J e compagni di battere Los Angeles nelle finali. Le origini di "Beat LA" sul blog del Boston Globe e su InsideHoops.

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