C'è qualcosa di epico, nelle Finali NBA di quest'anno. Saranno gli altisonanti nomi delle squadre in campo, un connubio del quale si sentiva la mancanza da tempo immemore. Saranno i talenti in maglia biancoverde e gialloviola, atleti straordinari e virtuosi della palla al cesto. Sarà l'organizzazione perfetta dell'evento, dove nulla è fuori posto, qualità tipicamente americana di saper spettacolarizzare, e di conseguenza vendere, ogni manifestazione degna d'interesse (e non solo).
La ABC, network che da qualche anno detiene i diritti delle Finals, confeziona un'introduzione nostalgica ed emozionante, come nel suo stile. La NBA, per non essere da meno, alimenta l'attesa puntando sulla sfida del presente, tra Kevin Garnett e Kobe Bryant, e quella del passato, tra Magic Johnson e Larry Bird, che puntualmente appaiono - evidentemente convocati dal deus ex machina David Stern in persona, si presume sotto lauto compenso - per registrare uno spot sulla falsariga di quelli che hanno caratterizzato l'edizione 2007/2008 dei Playoffs, con i duellanti impegnati nel recitare la stessa frase, in sincrono, con lo schermo diviso a metà verticalmente.
Il Boston Garden, che non esiste più dal 1997, ha lasciato il posto prima al Fleet Center, ora TD Banknorth Garden. Molti cronisti, specie al di qua dell'Atlantico, continuano a chiamarlo con il vecchio nome. Per molti bostoniani, sembra di rivivere l'atmosfera del vecchio e sporco "Gahden" (pronuncia locale), tant'è che la maggior parte dei fans si presenta all'apertura dei cancelli pronunciando e cantando l'arcinoto slogan "Beat LA!", nato nel 1982 come atto di grande sportività (finali di Eastern Conference tra Boston e Philadelphia, gara 7: i tifosi dei Celtics, ormai prossimi alla sconfitta, augurarono così ai meritevoli 76ers di sconfiggere Los Angeles in finale), trasformatosi in coro antilosangelino, presente in ogni sport ad esclusione del football (causa assenza di formazione rappresentante la Città degli Angeli), riportato in auge da Paul Pierce e compagni durante i festeggiamenti per la vittoria sui Detroit Pistons.
Momenti suggestivi. Classica presentazione della bandiera, inno nazionale affidato a James Taylor. Poi, il buio, uno dei momenti più coinvolgenti dello sport americano, nel quale la NBA è maestra: l'introduzione dei giocatori da parte dello speaker dello stadio. Come di consueto, prima la squadra ospite, con tono di voce del tutto indifferente, se non seccato, con tanto di "boo" per il cestista più rappresentativo dei Lakers, ovvero Kobe Bryant, più dovuti alla paura e al timore che possa fare male, che non per disprezzo o odio. Quindi, la presentazione del team casalingo, anticipata da un filmato ipercinetico che si conclude con i potenti urli di rabbia di Kevin Garnett e Paul Pierce. Adrenalina pura. Il TD Banknorth Garden è un girone infernale e, dall'eccitazione dei tifosi, quasi non si sentono i nomi dei giocatori. Il pubblico è gasato, i protagonisti dello scontro pure, si può cominciare.
Per l'intero primo tempo, le due formazioni si studiano. Los Angeles Lakers e Boston Celtics sono due squadre profondamente diverse. La distanza tra le due diverse mentalità cestistiche è direttamente proporzionale, se non maggiore, alla distanza effettiva tra le due città. La prima, calda città del sud della California, nota per l'industria hollywoodiana e il clima, gioca una pallacanestro votata all'attacco, basata sulla triangle offense ideata dal genio di nome Tex Winters, adattata alle peculiarità della superstar Kobe Bryant grazie alla mediazione di uno dei più grandi allenatori di sempre, il coach zen Phil Jackson. La seconda, fredda città del New England, nota per le scuole d'élite e per la nobile storia, ha il suo punto di forza nella difesa, ruota attorno all'incredibile talento di Kevin Garnett, una guardia nel corpo di un pivot, e può contare sull'apporto fondamentale di due stelle del calibro di Paul Pierce e Ray Allen, sotto la supervisione di Doc Rivers, allenatore da meno di dieci anni, ex giocatore noto per la sua abilità difensiva.
Paul Pierce, portato fuori dal campo per un infortunio avvenuto in uno scontro con un compagno di squadra, fa trattenere il fiato al pubblico di Boston. Senza "The Truth", i Celtics hanno un momento di stallo, del quale però i Lakers non riescono ad approfittare, sbagliando tiri facili e commettendo errori grossolani. Dopo qualche minuto, a rendere la serata ancora più leggendaria di quanto già non lo sia, Pierce ritorna sul parquet, non al meglio delle condizioni, circondato dalle urla di incitamento dei tifosi (un'entrata degna del miglior Willis Reed). E, come in un film dalla trama mielosa, mette a segno due tiri da tre punti che, per Los Angeles, sono come due pugnalate. Da quel momento in poi, Boston serra i ranghi e si chiude in una impenetrabile difesa. Lo spagnolo Pau Gasol, colui che ha risollevato le sorti stagionali dei Lakers, arrivato in California da Memphis pochi mesi or sono in quello che è stato il vero e proprio "furto" dell'anno, subisce la pressione degli avversari, e non riesce a rendersi incisivo. Kobe Bryant, autore di giocate alla sua altezza, sbaglia qualche tiro di troppo. Derek Fisher, nonostante l'esperienza, l'eroismo e l'intelligenza tecnica, non può accollarsi sulle spalle l'intero peso dei gialloviola, che riescono però a tenersi in partita fino ai minuti finali. Una devastante schiacciata di Kevin Garnett, velocissimo a sfruttare il tiro sbagliato da un compagno, è l'azione che determina la chiusura dei giochi, e una serie di brutti tiri dei Lakers conclude gara uno.
98-88 il risultato finale. Una partita su sette totali. Boston celebrante e Los Angeles decisa a rifarsi quanto prima. La storia è ancora tutta da scrivere e, come si suol dire in queste occasioni, tutto può succedere. Può succedere che i Celtics proseguano di questo passo anche nelle prossime partite. Può succedere che l'MVP della stagione, quell'ex numero 8 che ora porta il 24 ed è figlio di tale Joe Jelly Bean dai trascorsi italici, decida di trasformarsi in quell'infernale macchina da canestri che, da sola, può decidere le sorti di un incontro. Può succedere che i campioni, annullandosi a vicenda, lascino spazio a giocatori meno noti, eroi per caso le cui prestazioni rimarranno impresse nella storia della lega e di questa disciplina, per la serie "only in America". In ogni caso, a prescindere da chi si laureerà campione, a uscire vincente è la National Basketball Association, che da ormai troppo tempo aveva un disperato bisogno di questa finale.