Creez Dogg In Tha Houze

The never ending battle for Truth, Justice and the American Way
venerdì, 27 novembre 2009

Com'è cambiata l'America. Intervista a Maurizio Molinari.


Maurizio Molinari è corrispondente dagli Stati Uniti del quotidiano “La Stampa”. Residente a New York, nell’Upper West Side, è tra le voci più autorevoli in materia di politica e attualità americana. Già autore di numerosi libri sull’argomento, tra i quali “George W. Bush e la missione americana” (ed. Laterza, 2004), “L’Italia vista dalla CIA” (con Paolo Mastrolilli, ed. Laterza, 2005) e “Cowboy democratici” (ed. Einaudi, 2008), racconta a “L’Opinione” il suo ultimo lavoro, uscito nelle scorse settimane, “Il Paese di Obama - Come è cambiata l’America”, edito da Laterza.

Il Suo libro, “Il Paese di Obama”, esce a circa un anno dalla storica notte in cui Barack Obama conquistò la Casa Bianca. Cosa è cambiato, da quella data? E, per prendere in prestito il sottotitolo del libro, come è cambiata l’America?
L’America esprime quattro grandi cambiamenti. Primo: l’idea di una leadership globale basata sul rispetto dell’avversario e sulla costruzione di alleanze tese a trovare le soluzioni migliori ai problemi comuni. Secondo: un modello economico che scommette la ripresa sul rafforzamento del ceto medio e sullo sviluppo di energie rinnovabili. Terzo un approccio pragmatico al conflitto contro il terrorismo, nel quale si affiancano le truppe in Afghanistan e le operazioni con i droni in Pakistan con un dialogo a tutto campo con l’Islam teso a smitizzare l’immagine negativa dell’Occidente di cui si nutre la Jihad. Quarto: l’affermazione di una società post-razziale, dove i bianchi votano per i neri, gli ispanici vogliono essere yankee e gli afroamericani si lasciano alle spalle le battaglie dei militanti degli anni Sessanta. Si tratta di cambiamenti che, se avranno successo, segneranno le vite di tutti noi.

Quali sono le tappe fondamentali del Suo viaggio americano, raccontato nel libro?
Hyde Park a Chicago come avamposto della società post-razziale. Le Hawaii laboratorio di un approccio freddo, il “no drama”, alle situazioni di crisi. Cairo, la roccaforte bianca dell’Illinois dove Obama è riuscito a imporsi. E gli studi di due scrittori: a Princeton Michael Walzer, secondo il quale con Obama l’America si lascia alla spalle le divisioni ideologiche degli anni Sessanta, e a Boston Stephen Carter, lo scrittore afroamericano narratore della borghesia nera a cui Barack appartiene.

Recenti sondaggi segnalano un calo nella popolarità del presidente. Come spiega questo fenomeno? Si tratta di un temporaneo - e magari fisiologico - momento di difficoltà, oppure il consenso oceanico che accompagnò la sua cavalcata trionfale sta già iniziando a svanire?
La popolarità di Obama cala a causa della perdurante crisi economica. Se Obama ha vinto nel novembre 2008 è perché il ceto medio - in gran parte bianco - imputò ai repubblicani il crollo di Wall Street e la recessione. E’ su questo terreno che Obama deve dimostrare di saper fare meglio. Il problema al momento è che la debole ripresa c’è per gli indici di Wall Street ma non nelle strade d’America, dove la disoccupazione è oltre il 10 per cento. Obama deve dimostrare di riuscire a far ripartire l’occupazione in tempo per le elezioni del 2010, quando si voterà per il rinnovo parziale del Congresso.

Negli ultimi tempi, anche commentatori dell’area liberal hanno puntato il dito contro Obama, accusato di essere un “do-nothing president” e di porre più attenzione alla forma che alla sostanza. È effettivamente così?
Dopo un anno di presidente gli americani chiedono all’inquilino della Casa Bianca di “deliver”, rispettare le promesse elettorali. Il punto è che Obama su questo fronte ha difficoltà: la disoccupazione non diminuisce, la recessione è in bilico, Guantanamo è ancora aperto, l’accordo sul clima è in forse, il dialogo con l’Iran non ha portato all’intesa per bloccare il suo programma nucleare, e la riforma della sanità è oggetto di un duro scontro al Senato. Sono tutti tavoli aperti. Più passerà il tempo più gli americani chiederanno “dove sono i risultati?”.

Nel Suo libro, viene raccontata la potenza del “messaggio” di Obama, il suo progetto di cambiare l’America, da Lei definita “una scommessa politica che va oltre i confini degli Stati Uniti”. Alla luce dei risultati dei circa undici mesi di presidenza Obama, considerando la risposta del resto del mondo, si può finora considerare una scommessa vincente?
Riuscendo a farsi eleggere con una campagna elettorale basata sul social networking, Obama ha già cambiato il modo di fare politica, non solo in America. Riguardo invece all’agenda, come dicevo poco fa, siamo in attesa dei risultati. La Casa Bianca è sicura che arriveranno in tempo per il novembre 2010.

2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 259 del 27-11-2009
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venerdì, 27 novembre 2009

Consensi in calo per Obama


Per la prima volta dal momento della sua elezione, ma anche dalla sua «discesa in campo», Barack Obama si è trovato, in questi giorni, al di sotto della soglia del cinquanta per cento nei sondaggi di popolarità. A rilevarlo è stata una recente indagine della società Gallup, la quale riporta la percentuale di approvazione dell'inquilino della Casa Bianca a 49 punti percentuali (addirittura 46 secondo Rasmussen), minimo storico per un personaggio politico che ha fatto dei consensi oceanici il proprio marchio di fabbrica e che ha conquistato la presidenza cavalcando un'ondata di entusiasmo popolare (e mediatico) a livello nazionale e internazionale. Un declino che, stando agli esperti, starebbe avvenendo con una velocità senza precedenti: dei dodici presidenti che si sono succeduti dopo la seconda guerra mondiale, solamente in tre hanno registrato un calo di popolarità più veloce dell'attuale comandante in capo.

A prima vista, tale notizia potrebbe considerarsi irrilevante, specialmente se paragonata alle infime cifre di cui godeva il predecessore George W. Bush sul finire del proprio secondo mandato. Tuttavia, i dati forniti dai sondaggi riguardo alla popolarità di Obama non sono da sottovalutare: come nota il commentatore David Paul Kuhn su The Politico, «la caduta sotto il 50% è una pietra miliare piena di significato per qualsiasi presidente: in termini legislativi, un presidente è forte quando è popolare. Il tasso di approvazione pubblica è la misura di tale popolarità. Sotto il 50 per cento - prosegue Kuhn - un presidente non può più sostenere di avere il sostegno della maggioranza. Il suo arsenale politico si riduce notevolmente. E la sua opposizione politica ha potenti, seppur indefinite, nuove munizioni». Per Obama il dato è particolarmente significativo, in quanto potrebbe avere immediato impatto sulle priorità del suo programma amministrativo, a cominciare dal difficile percorso della discussa riforma della sanità.

I commentatori americani e internazionali si interrogano sui motivi del crescente scontento popolare nei confronti del presidente. Di ritorno da un tour dell'Asia che ha ricevuto unanimi recensioni negative, anche dalla stampa solitamente vicina ai Democratici («Obama va in Asia, porta a casa una t-shirt», ha titolato provocatoriamente il quotidiano USA Today), Obama trova sulla propria scrivania alcuni dossier scottanti: oltre alla già citata battaglia sulla riforma del sistema sanitario, che ha fatto emergere grandi e apparentemente insanabili divisioni all'interno della stessa maggioranza, anche l'allarmante situazione dell'economia.

La crisi economica, tema principe delle ultime settimane di campagna elettorale nel 2008, secondo molti argomento determinante nel consegnare le chiavi della Casa Bianca al candidato democratico (che si è trovato a pari punti nei sondaggi con il rivale John McCain fin quando non è esplosa la crisi), si rivela ora la causa principale di preoccupazione per l'amministrazione Obama. L'ormai celeberrimo piano di stimolo economico, massiccio intervento governativo nell'economia che ha segnato i primi mesi di presidenza, ancora tarda a far sentire i propri effetti. E se da una parte la borsa sembra aver iniziato a mostrare segni di ripresa, dall'altra la disoccupazione non accenna a diminuire, registrando la più alta percentuale degli ultimi ventisei anni. «Il disastro della disoccupazione sarà la Katrina di Obama?», si chiede in questi giorni la seguitissima firma liberal Arianna Huffington, sostenitrice dell'attuale amministrazione fin dalla prima ora, la quale paragona il problema a un uragano di categoria 5.

Le cosiddette «Obanomics», ovvero i rimedi escogitati dal team governativo di esperti in materia economica per contrastare la crisi, sono al centro delle critiche. A dispetto della grande attenzione rivolta nei confronti dei mercati, i lavoratori e i cittadini si sentono trascurati dal governo: «Lavoratori preoccupati, proprietari di piccole imprese in difficoltà e famiglie che tirano la cinghia si chiedono se qualcuno si stia occupando di loro», ha scritto il magazine Newsweek. Il popolo americano ha eletto Barack Obama con il mandato, urgente e improrogabile, di porre fine alla crisi finanziaria. Fin quando ciò non avverrà, è prevedibile che il trend nei sondaggi non accennerà a cambiare direzione. E il presidente si trova ora a dover governare, per la prima volta, senza il capitale politico generato dall'ampio consenso pubblico. Come ha notato David Paul Kuhn, «questi sono i periodi che mettono alla prova i presidenti».

2009 - © RagionPolitica

26 Novembre 2009

 



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giovedì, 26 novembre 2009

La presa di Roma. Intervista a Claudio Cerasa.

Cladio Cerasa, 27enne caporedattore del quotidiano “Il Foglio”, è una delle migliori firme emergenti del panorama giornalistico italiano. Già autore, nel 2007, del libro “Ho visto l’uomo nero. L’inchiesta sulla pedofilia a Rignano Flaminio tra dubbi, sospetti e caccia alle streghe” (Ed. Castelvecchi), lettura obbligata per la comprensione della famigerata vicenda giudiziaria di Rignano Flaminio, Cerasa ha da poco fatto uscire la sua seconda opera, “La Presa di Roma” (2009, Ed. Rizzoli), che presenta a L’Opinione.

Che cosa racconta “La presa di Roma”?

La presa di Roma è un’inchiesta sulla rivoluzione sotterranea di Roma. Su tutto quanto quello che è successo dietro le quinte nella Capitale non soltanto negli ultimi diciotto mesi di governo alemanniano ma anche negli anni di Rutelli e di Veltroni. La Presa di Roma è la storia della rivoluzione sotterranea di una città governata non soltanto dalla politica ma anche da costruttori, imprenditori, palazzinari, tassisti, centri sociali di destra ed è la cronaca di quello che negli ultimi tempi è diventata Roma: un vero e proprio laboratorio politico in cui le dinamiche interne hanno sempre più un risvolto nazionale. Roma è un trampolino di lancio per coltivare ambizioni politiche future. Veltroni e Rutelli hanno costruito, o almeno hanno tentato di costruire, qui nella Capitale la propria rete di potere. Per chi non se ne fosse accorto, Alemanno ha iniziato a fare la stessa cosa.

Che cosa L’ha spinta a scegliere questo argomento, dopo aver trattato - in maniera magistrale - il caso di Rignano Flaminio nel Suo primo libro?

La presa di Roma è un’inchiesta come lo era il libro su Rignano. Sono due esempi chiave di due realtà molto significative del panorama politico italiano. Rignano è l’esempio di quello che succede quando un’inchiesta giudiziaria viene costruita con difficoltà e quando le indagini vengono frullate nel circuito, o meglio, nel circo mediatico giudiziario. Roma, come scrivo all’inizio del libro, è invece l’esempio di ciò che accade quando i monumenti di una città durano troppo a lungo. Le parole sono di Andy Warhol, e a mio avviso spiegano bene molto di quello che è successo a Roma negli ultimi anni.

Chi comanda, oggi, nella Capitale?

Quando la politica non ha la forza necessaria per governare in totale autonomia capita che è più facile riconoscere chi sono i protagonisti che comandano da dietro le quinte. Lo scrivo nell’introduzione: “La Roma di oggi è come un fiume dopo la tempesta: il letto del torrente svela chi ha resistito alla piena e chi no, e rivela chi l’onda l’ha patita e chi l’ha dominata. Dopo il subbuglio, le acque tornano trasparenti e le cose appaiono più nitide”. Oggi nella Roma di Alemanno le realtà che hanno più peso sono quelle dei circoli sportivi, dei costruttori, degli imprenditori. Due nomi su tutti: Francesco Gaetano Caltagirone e Luigi Abete.

In che modo è cambiata, Roma, dalla storica vittoria di Alemanno? Quali sono state, a Suo avviso, le chiavi del successo del candidato del centrodestra (e quelle dell’insuccesso di Rutelli)?

La chiave del successo di Alemanno è stata quella di aver conquistato elettori di sinistra. È un interessante rivoluzione quella del sindaco. A Roma è successo che le vecchie periferie, quelle legate alla tradizione comunista, quelle che votavano per Petroselli prima ancora che per Veltroni, pur rimanendo de sinistra hanno scelto un sindaco che parlasse un po’ il loro linguaggio. In altre parole: le chiavi dell’insuccesso del centrosinistra sono tutte spiegate nel primo capitolo del mio libro. E non è un mistero che la vittoria di Alemanno è stata la vittoria contro la sinistra che ormai governava solo su quel quadrilatero fighetto e devoto agli aperitivi che esiste attorno a Campo dè fiori.

Quali effetti ha avuto sul centrosinistra romano, per la prima volta privo del potere dopo quindici anni? E, di riflesso, quali sul centrodestra?

Il centrosinistra romano è uscito rivoluzionato, e una volta tolto lo scettro del padrone della città a Walter Veltroni ha affidato la presa di Roma al suo più grande rivale: Massimo D’Alema. La destra invece si trova nelle condizioni di poter lavorare senza troppa fretta per costruire una terza via di pensiero nel Pdl. Una cosa alternativa sia a Fini sia a Berlusconi. Perché Alemanno a questo punta: succedere al Cavaliere.

Cosa ha significato, per la scena nazionale, la vittoria di Alemanno? La sua vicenda - e la realtà romana - possono essere utilizzate come chiave di lettura per analizzare lo scenario nazionale (o eventuali avvicendamenti futuri)?

Assolutamente sì. Alemanno è riuscito a comportarsi come una sorta di Prodi di centrodestra. Ha avuto l’abilità di diventare sintesi felice di tutte quelle realtà della destra romana, anche di quelle più estreme sia chiaro, che nel corso degli anni erano state confinate nel silenzio delle catacombe e che ora si sono invece trovate tutte rappresentante nel nuovo mondo alemanniano. C’è un po’ di tutto nel mondo di Lupomanno. Ci sono fascisti e post fascisti. Ci sono tassisti e vescovi. Ci sono imprenditori e costruttori. E a volte, guardando a fondo, si scopre che accanto a lui ci sono anche un bel po’ di comunisti.

2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 258 del 26-11-2009
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mercoledì, 25 novembre 2009

Oprah lascia prima del declino

La notizia ha già fatto più volte il giro del globo: il 20 novembre, in diretta televisiva, la celeberrima Oprah Winfrey, regina indiscussa della televisione americana, ha annunciato – con due anni di anticipo – la chiusura della sua trasmissione. Il seguitissimo “Oprah Winfrey Show” chiuderà infatti i battenti il 9 settembre del 2011, data non casuale, in quanto scadenza dell'attuale contratto della Winfrey con la CBS TV Distribution, ma soprattutto venticinquesimo anniversario della nascita del programma. Il magazine “The Hollywood Reporter” l'ha già definito “il più grande cambio di palinsesto in syndication degli ultimi due decenni”, facendo riferimento a uno dei tanti segreti del successo della trasmissione, traducibile in italiano come “sindacazione”, ovvero la realtà tipicamente americana di diffusione radiotelevisiva attraverso vendita dei diritti di trasmissione di programmi televisivi a singole emittenti locali. È così che Oprah, da semplice presentatrice, nel corso degli anni, entrando quotidianamente nelle case delle famiglie americane, si è progressivamente trasformata in un marchio, una presenza insostituibile per i telespettatori e, secondo molti, la donna più potente d'America (e forse del mondo). L'influenza mediatica – e non solo – della Winfrey è senza paragoni: se un libro entra a far parte del suo ambitissimo “book club”, è automatico il suo balzo felino in vetta alle classifiche di vendita. E, come dimostrato dalla storia recente, la fiducia riposta dagli americani nei suoi consigli non si limita agli acquisti letterari: l'endorsement di Oprah è stato a dir poco fondamentale per la campagna elettorale di Barack Obama, primo afroamericano capace di conquistare la nomination democratica e, quindi, la presidenza. Non è un caso che qualche maligno, in questi giorni, abbia scritto che, dal giorno del suo annunciato ritiro, “le telespettatrici d'America torneranno a pensare con la propria testa”, lanciando una frecciata allo status di “guru televisivo” e di opinion maker rivestito dalla Winfrey. La quale, più che un addio, ha dato un arrivederci. Non solo perché un annuncio di questo genere fu da lei pronunciato già sette anni or sono (la sua intenzione iniziale era di ritirarsi dalle scene nel 2006), ma anche perché lei stessa ha già reso noto di volersi dedicare al suo prossimo progetto multimilionario, ovvero il canale via cavo “OWN” (che sta per “Oprah Winfrey Network”, ma anche per “in proprio”). Un prodotto che deve ancora nascere, ma che avrà successo, prevedono i critici televisivi, solo se ospiterà almeno un talk show condotto da Oprah. Seppur nell'aria da qualche tempo, l'annuncio della fine delle trasmissioni, dato da una Winfrey in lacrime, ha lasciato di stucco l'America. Per i commentatori più disincantati, ci sarebbe motivo di non fidarsi troppo: “Vi ricordate quando fondò Oxygen, il canale per le donne? Doveva essere pesantemente coinvolta con il progetto – magari persino spostare il suo show – e poi non lo ha fatto”, nota James Poniewozik su TIME, “doveva chiudere il suo show nel 2006, e poi non lo ha fatto. Ha cancellato il suo Oprah's Book Club, e poi lo ha riaperto”. Una serie di precedenti, insomma, che non rendono del tutto improbabile un passo indietro, specialmente in caso di insuccesso del progetto “OWN”. Il sentimento più diffuso tra il popolo televisivo statunitense, tuttavia, è quello di smarrimento: il talk show più seguito d'America per 23 anni, visto in 145 paesi in tutto il mondo, dal valore complessivo di 2,7 miliardi di dollari, sparirà dalle trasmissioni, sostituito da prodotti che sicuramente non saranno all'altezza. Abbandonare prima del declino: una decisione probabilmente saggia, per un personaggio pubblico da venticinque anni sulla cresta dell'onda, che tuttavia lascerà un vuoto, probabilmente incolmabile, nei palinsesti delle reti locali Usa. E nei cuori degli americani.

2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 257 del 25-11-2009

 


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martedì, 24 novembre 2009

Sanità, vittoria a metà


 
“Possiamo vedere il traguardo, ma non ci siamo ancora arrivati”. Harry Reid, leader dei Democratici al Senato, non poteva utilizzare espressione migliore, per descrivere il punto in cui attualmente si trova la maggioranza nel lungo e difficoltoso percorso legislativo relativo alla riforma del sistema sanitario americano. Reid, al quale spettava l’ingrato compito di presentare un disegno di legge da presentare al Senato, dopo l’ok della Camera a un provvedimento più spostato a sinistra, è riuscito infatti a ottenere il voto favorevole di 60 senatori – numero necessario per evitare l’ostruzionismo dell’opposizione – per una mozione procedurale, che ha permesso alla camera alta di aprire il dibattito sulla riforma della sanità promossa dalla Casa Bianca. Sebbene si trattasse di una semplice formalità di procedura, non sono mancati momenti di tensione durante il dibattito prima del voto, da molti considerati come un’anticipazione del confronto che, a partire dal Giorno del Ringraziamento, consumerà il Senato almeno fino alla fine dell’anno. La buona notizia, per il presidente Obama, è che il suo partito è riuscito a vincere il primo round della battaglia sul discusso progetto di legge, priorità numero uno del programma amministrativo della Casa Bianca. La cattiva notizia, tuttavia, è che la stessa maggioranza, nelle ore prima e dopo il voto, ha mostrato alcune preoccupanti divisioni interne, le quali, come ha scritto The Politico, “rendono tutto fuorché impossibile il completamento del lavoro su un progetto entro la fine dell’anno, o persino il totale affossamento della legge”. Una vittoria a metà, insomma. A nemmeno ventiquattro ore di distanza dal voto di sabato, nel corso dei consueti talk show a sfondo politico della domenica, due senatori della maggioranza, Ben Nelson e Joseph Lieberman, non hanno esitato ad affermare che l’attuale disegno di legge non possiede i requisiti per sopravvivere al Senato.

Altre due senatrici moderate, quali Mary Landrieu e Blanche Lincoln, hanno espresso riserve sulla proposta di legge da 848 miliardi di dollari, non escludendo di votare contro il testo finale. Sono molteplici i punti in cui non vi è unanime consenso. Mentre uno dei contenuti più discussi del provvedimento sanitario, ovvero l’assicurazione governativa obbligatoria (a discrezione degli Stati), è stato rimosso dal disegno di legge a causa della resistenza di alcuni Democratici, all’interno della maggioranza permangono notevoli contrasti nei riguardi delle 2.074 pagine di testo stilate da Harry Reid. Oltre alla già nota frattura tra ala liberal, la quale spinge per una legge dagli alti costi, ed ala moderata, che invece teme gravi danni al budget federale, negli ultimi tempi si è aggiunto anche uno scontro riguardante i finanziamenti pubblici per l’aborto. L’ipotesi che questi possano essere aumentati dalla legge di riforma del sistema sanitario è infatti fortemente contrastata dagli anti-abortisti presenti nella maggioranza, che minacciano di votare al fianco dell’opposizione. A complicare ulteriormente le cose, il previsto taglio dei benefici del programma “Medicare”, che servirebbe a finanziare la riforma, ma che farebbe infuriare l’assai influente Aarp, associazione che rappresenta l’elettorato chiave di anziani e pensionati. Superata quella che la rivista online Slate ha definito “la parte facile”, Harry Reid è ora costretto a trovare una soluzione di compromesso su più fronti. Soluzione quasi impossibile, ma quantomai necessaria, dal momento che la sua maggioranza, al Senato, non può permettersi neppure una singola defezione.

2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 256 del 24-11-2009

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lunedì, 23 novembre 2009

Sarah Palin 2012 - The Movie

Un plauso alla genialità degli autori del Saturday Night Live (il quale, nell'ultima puntata, prende anche di mira il presidente Obama).
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sabato, 21 novembre 2009

In America si combatte una battaglia per l'identità del Partito Repubblicano

A poco più di un dodici mesi di distanza dalla bruciante batosta subita alle elezioni presidenziali del 2008, il Partito Repubblicano americano, ancora in fase di elaborazione della sconfitta e alla ricerca di un leader, si appresta a serrare i ranghi in previsione dell'appuntamento delle “mid term” dell'anno prossimo. Come base di partenza, gli ottimi risultati conseguiti nelle scorse settimane negli stati di Virginia e New Jersey, conquistati da Bob McDonnell e Chris Christie alle elezioni per la carica da governatore, due successi presentati dai Repubblicani come una sorta di referendum sul presidente Barack Obama a un anno esatto dalla sua elezione.

Il crescente malcontento nei confronti dell'operato del comandante in capo, confermato dal costante calo nei sondaggi di popolarità, rappresentano un segnale incoraggiante per le speranze di un partito che, fino a pochi mesi or sono, sembrava sull'orlo di una crisi del tutto priva di vie di uscita: la possibilità di una ripresa del GOP - o meglio di una “rinascita repubblicana”, come definita da Michael Steele, presidente del Republican National Committee – è tutto fuorché remota. Anzi, secondo alcune previsioni, è alquanto probabile che i Repubblicani riescano a ottenere non pochi seggi alle prossime elezioni di medio termine. Sempre che, come già accaduto in più di un'occasione, non sia lo stesso fronte conservatore a complicarsi il compito.

Nonostante gli importanti successi in Virginia e New Jersey, infatti, il Grand Old Party si trova a dover affrontare alcuni non trascurabili problemi interni. Direttamente collegata alla mancanza di una guida carismatica – figura venuta a mancare dopo l'uscita di scena di George W. Bush e all'impossibilità di recitare tale ruolo da parte di John McCain, anziano, sconfitto e inviso a buona parte della base del partito – è infatti la questione, per lungo tempo ignorata e tuttora irrisolta, riguardante il latente conflitto tra le due anime del partito, quella moderata e quella conservatrice.

La prima, più disponibile al dialogo con la maggioranza e con la Casa Bianca, rappresentata da esponenti quali John McCain, noto per il suo trasversalismo, o la senatrice Olympia J. Snowe, unica a votare al fianco della maggioranza per la riforma sanitaria proposta dal democratico Max Baucus. La seconda, più rumorosa e intransigente, legata alla base, recentemente ravvivata dall'impegno di figure quali Glenn Beck e Rush Limbaugh, controversi presentatori televisivi e radiofonici. Il fronte conservatore, che ha fatto sentire la propria voce scendendo in piazza per i “tea party”, le manifestazioni contro l'eccessiva pressione fiscale, e che ha già ripetutamente accusato il presidente Obama di essere promotore di politiche “socialiste”, inizia a rappresentare una spina nel fianco del Partito Repubblicano, più che della Casa Bianca. E alcuni effetti della cosiddetta “schizofrenia repubblicana”, come definita da alcuni osservatori statunitensi, si sono già fatti sentire.

Emblematico è il caso del celeberrimo 23esimo Distretto di New York, corsa per un posto al Congresso che ha ricevuto il medesimo trattamento mediatico – se non addirittura più attenzione – delle competizioni elettorali in Virginia e New Jersey a causa della vicenda che ha coinvolto Dede Scozzafava. Candidata repubblicana centrista, scelta dai vertici cittadini del partito, la Scozzafava si è vista costretta a ritirarsi dalla corsa a causa delle incessanti proteste dei conservatori, che le preferivano il candidato Doug Hoffman, schierato più a destra. Come risultato, Hoffman, appoggiato anche dall'ex governatrice dell'Alaska Sarah Palin, è stato sconfitto dall'avversario democratico Bill Owens (il quale, prima del voto, ha ricevuto anche il sostegno della Scozzafava), prima vittoria per il partito dell'asinello in quel distretto degli ultimi 150 anni. Una “battaglia per l'identità del Partito Repubblicano” che, più che rappresentare una vittoria del conservatorismo populista, si è rivelata una lacerante diatriba interna che ha contribuito a far vincere i Democratici.

Il conflitto intestino tra le due differenti e apparentemente inconciliabili anime dei Repubblicani sembra tutto fuorché concluso, a dispetto del deludente risultato del 23esimo Distretto di New York. In vista del 2010, i conservatori promettono battaglia, pronti a rendere la vita difficile a tutti i candidati Repubblicani da loro considerati troppo moderati, o non all'altezza del compito. Una possibile – anzi, quasi certa – vittima del movimento conservatore è già stata identificata. Si tratta di Charlie Crist, successore di Jeb Bush alla carica di governatore della Florida. Fino allo scorso anno individuato come stella emergente del GOP in previsione delle presidenziali del 2012, Crist è entrato nel mirino dell'ala destra del partito nel momento in cui si è schierato a favore dell'intervento di stimolo economico voluto da Barack Obama e approvato dal Congresso, un peccato capitale che lo ha fatto entrare di diritto nella famigerata categoria dei “RINO”, ovvero “Republicans In Name Only” (“Repubblicani solo di nome”).

Deciso a candidarsi per un posto al Senato, Crist, appoggiato dal comitato senatoriale del partito, dovrà ora vedersela con il candidato preferito dai conservatori, l'ex Speaker della Camera statale Marco Rubio, alquanto fotogenico e da alcuni paragonato, per il suo stile, a Ronald Reagan. Apparentemente, nulla differenzia Crist da Rubio: sono entrambi conservatori, entrambi pro-life, entrambi contro l'eccessiva pressione fiscale. Unico particolare che li rende diversi, l'opinione sullo “stimolo” economico. L'unica arma di Rubio – e forse anche il suo più grande limite – è infatti l'opposizione senza se e senza ma a Obama.

Già poco amato dalla base, Crist è diventato ufficialmente persona non grata nel momento in cui ha abbracciato (letteralmente, più che politicamente) il presidente Obama. L'immagine ha fatto in breve tempo il giro della rete, ed è stata sfruttata dai conservatori per dimostrare che il governatore non dispone dei necessari requisiti per ottenere la candidatura del Grand Old Party. “Nessun repubblicano dovrebbe votare per Crist”, grida il sempre più rumoroso fronte conservatore. E la campagna contro il candidato moderato, in atto già da qualche settimana, sembra funzionare. “Quali effetti avrà per Crist il suo abbraccio a Obama?”, si è chiesto Roger Handber, professore di scienze politiche alla University of Central Florida, “probabilmente gli farà perdere le elezioni”.

Il rampante Rubio, senza ombra di dubbio, utilizzerà l'immagine dell'abbraccio come un martello, in campagna elettorale, per colpire ripetutamente il rivale. A detta di molti commentatori, tale competizione sarà ancora più determinante, per l'identità del Partito Repubblicano, di quella del 23esimo Distretto di New York. “In Florida, nel 2010, vi sarà uno spettacolare bagno di sangue”, ha scritto provocatoriamente l'opinionista neoconservatore David Frum. Un fratricidio repubblicano che, oltre a definire l'avvenire del partito, corre il rischio di mettere in serio pericolo le ambizioni del GOP per le presidenziali del 2012.

2009 - © L'Occidentale
20 Novembre 2009



sabato, 21 novembre 2009

Continuano le polemiche sulle sorti giudiziarie di Khalid Sheikh Mohammed



Mentre il presidente americano Barack Obama si avvia a concludere il suo tour asiatico, negli Stati Uniti ancora non si placano le polemiche relative alla decisione, annunciata nei giorni scorsi dal ministro della Giustizia Eric Holder, relativa alle sorti giudiziarie di Khalid Sheikh Mohammed, mente – per sua stessa ammissione – degli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001. Il quale, per volere dell'amministrazione Obama, sarà processato da un tribunale civile nella città di New York e non, come inizialmente previsto, da un tribunale militare. Nel dare la notizia, rilanciata in pochi minuti dalle agenzie di stampa di tutto il mondo, Eric Holder, già noto per le sue prese di posizione contro l'operato della Cia nella guerra al terrorismo (oggetto di una controversa inchiesta dal sicuro contraccolpo politico), ha affermato che il processo offrirà ai familiari delle vittime dell'11 settembre «l'opportunità di vedere i presunti cospiratori di tali attacchi venire perseguiti in tribunale», aggiungendo di essere «fiducioso» che il sistema legale americano si rivelerà «all'altezza della sfida».

Nonostante l'ottimismo di Holder, la scelta dell'amministrazione ha destato non poco stupore e, in alcuni casi, viva preoccupazione. Tra i più critici, nel commentare la notizia, l'ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, primo cittadino della città al tempo degli attacchi, protagonista in positivo e simbolo della ripresa americana nel periodo immediatamente successivo. Per Giuliani processare Khalid Sheikh Mohammed e altri sospetti terroristi al pari di criminali comuni, nell'aula di un tribunale civile di New York, oltre a corrispondere a notevoli e non necessari costi in termini di sicurezza, creerebbe vantaggi legali per la difesa degli imputati e negherebbe, simbolicamente, che gli Stati Uniti sono impegnati in una battaglia al terrorismo su scala globale. «Non avremmo mai processato i responsabili di Pearl Harbor in un tribunale delle Hawaii», ha dichiarato l'ex sindaco ospite di Neil Cavuto su Fox News, facendo poi un paragone con quanto avvenuto in seguito agli attacchi al World Trade Center del 1993, prime avvisaglie di terrorismo islamico, allora sottovalutati e non considerati, a torto, come «atti di guerra». Le critiche di Giuliani sono state in brevissimo tempo rispedite al mittente dal consulente della Casa Bianca David Axelrod e da altri elementi dell'amministrazione, mentre l'attuale Sindaco di New York Michael Bloomberg, nelle scorse settimane rieletto per un terzo mandato, ha accolto la notizia affermando che la città è preparata ad accogliere il maxi processo. Di diverso avviso, invece, il governatore dello Stato di New York David Paterson, democratico, il quale non ha esitato a dichiarare che «Obama ha commesso un errore».

Giuliani e Paterson non sono i soli a nutrire dubbi sulla scelta del ministro della Giustizia di Obama. Come riportato da un recente sondaggio effettuato da Cnn/Opinion Research Corporation, due terzi degli americani sarebbero contrari alla decisione dell'amministrazione di processare Khalid Sheikh Mohammed e i suoi collaboratori in un tribunale civile. Il 64% degli intervistati vorrebbe infatti che il processo fosse effettuato in una corte militare, mentre sei su dieci sarebbero favorevoli a un procedimento legale all'interno dei confini degli Stati Uniti, piuttosto che all'estero. «La decisione di portare Khalid Sheikh Mohammed di fronte a una corte civile è universalmente impopolare – persino la maggioranza dei Democratici e dei liberal vorrebbero che fosse processato da autorità militari», ha affermato Keating Holland, sondaggista capo della Cnn, «e nel caso fosse giudicato colpevole, circa otto su 10 sono a favore della pena capitale, inclusi uno su cinque i quali normalmente affermano di essere contrari alla pena di morte, ma che la accetterebbero in questo caso».

L'opinionista conservatore Pat Buchanan, d'accordo con Giuliani nel giudicare «irresponsabile» e «molto pericolosa» la decisione dell'amministrazione Obama, si è chiesto per quale motivo a Mohammed siano state garantite protezioni costituzionali come se si trattasse di un normale cittadino americano. Nella peggiore delle ipotesi, per Buchanan, gli imputati potrebbero persino essere rilasciati per l'emergere di cavilli o artifici legali, magari in relazione alla loro detenzione straordinaria (in qualità di «nemici combattenti») avvenuta negli ultimi anni. Un possibile scenario da incubo, che fa crescere i dubbi sul modo in cui la Casa Bianca, già più volte accusata di aver abbassato – volutamente – la guardia, affronti la minaccia del terrorismo. «Sull'esito dei processi di New York», ha scritto Buchanan, «Obama ha scommesso la propria presidenza». Una scommessa che ben si inserisce nella volontà di staccarsi dalle scelte e dalla condotta del predecessore George W. Bush, una decisione senza dubbio più «politically correct», la quale però rischia di mettere in evidenza i limiti del sistema giudiziario americano, ma soprattutto di rappresentare un pericolo per la sicurezza dell'America.
 

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20 Novembre 2009

 

mercoledì, 11 novembre 2009

Riforma della sanità. Il vero ostacolo per Obama è il Senato



Dopo ben quattordici ore di intenso e a tratti feroce dibattito, nella tarda serata di sabato la Camera dei Rappresentanti americana ha approvato un progetto di legge di riforma del sistema sanitario. Con un voto finale contraddistinto da un alquanto ridotto margine - 220 favorevoli, 215 contrari - i Democratici hanno voluto rispondere a quella che il presidente Obama ha definito «una chiamata della storia», al culmine di un'aspra battaglia che, negli ultimi mesi, ha visto come protagonisti i due maggiori partiti, ma anche fronti interni alla stessa maggioranza, compagnie assicurative, lobby e proteste di piazza. Da alcuni ribattezzato «Pelosicare» - in riferimento alla Speaker of the House Nancy Pelosi, icona liberal e tra le più strenue sostenitrici della riforma sanitaria - il testo approvato dalla Camera prevede costi per 1.1 trilioni di dollari nei prossimi dieci anni, al fine di garantire l'estensione della copertura assicurativa a 36 milioni di americani ancora non coperti. Un passo importante per la riforma della sanità Usa, punto cardine della campagna elettorale e del programma amministrativo di Obama, salutato ovviamente - e comprensibilmente, dato l'elevato numero di ostacoli finora incontrati dal progetto - con toni entusiastici da parte della Casa Bianca e dei vertici del Partito Democratico al Congresso.

Ma quanto approvato dalla Camera, che ha visto l'opposizione di ben 39 rappresentanti della maggioranza (e la «ribellione» di un solo repubblicano, Joseph Cao), non sembra essere gradito ai più. Per l'editorialista del Washington Post Fred Hiatt, il disegno di legge rappresenta «un passo in avanti verso la copertura universale» ma, al tempo stesso, anche «verso la bancarotta dell'America», una prospettiva che dovrebbe allarmare in particolar modo i progressisti, poiché «se il debito federale continua a crescere a questo ritmo, accelerato da una legge sanitaria da un trilione di dollari, saranno i poveri e i meno abbienti a essere più danneggiati».

Contestato dai Repubblicani e dai Democratici moderati per la spesa eccessiva («una legge che colpisce l'economia escogitata e approvata dai liberal che hanno ampiamente ignorato gli appelli alla moderazione», ha scritto il quotidiano Detroit News), criticato anche da alcuni esponenti dell'ala sinistra della maggioranza (è il caso di Dennis Kucinich, che ha votato contro), il testo approvato dalla Camera difficilmente diventerà effettivo. Anzi, a detta dell'unanimità degli osservatori, in pochi si aspettano che tale progetto di legge sopravviva all'altro ramo del Congresso, dove lo scarto tra maggioranza e opposizione è ancor più ridotto.

Nel commentare trionfalmente il voto di sabato sera, il presidente Obama ha esortato il Senato ad agire il più rapidamente possibile, nella speranza di poter firmare una legge entro Natale. Ma il ridotto margine emerso nel voto di sabato sera, nonostante la netta maggioranza di cui godono i Democratici alla Camera, porta a prevedere nuovi e non trascurabili ostacoli per il progetto di riforma. Questa volta, un ispirato discorso di incoraggiamento rivolto da Obama a rappresentanti ancora indecisi del suo partito - come avvenuto nelle ore che hanno preceduto il voto alla Camera - potrebbe non essere abbastanza. La palla è nelle mani di Harry Reid, leader della maggioranza al Senato, a cui spetta il non semplice incarico di elaborare un testo di legge in grado di raccogliere almeno sessanta voti favorevoli, numero necessario per scongiurare l'eventualità di ostruzionismo da parte della minoranza. Ambita soglia di cui Reid non sembra ancora disporre, a causa della tuttora non risolta diatriba sulla cosiddetta «public option», assicurazione pubblica obbligatoria: al momento, solo 57 senatori sembrano sostenere una qualsiasi forma di opzione pubblica, mentre numerosi Repubblicani e almeno un Democratico (Joe Lieberman del Connecticut) hanno annunciato pubblicamente il loro ostruzionismo nel caso il progetto di legge dovesse contenerla.

«I Democratici non hanno alcuna scelta, se non quella di farcela contando solo sulle proprie forze», ha scritto Thomas Mann, membro della Brooking Institution, «e a questo punto la loro sopravvivenza politica dipende dal successo legislativo». Alcuni esponenti Democratici, preoccupati che Harry Reid possa non contare su un testo di legge definitivo, sul consenso necessario per approvarlo e, di conseguenza, sulla garanzia di poter dare vita a una riforma del sistema sanitario entro la fine dell'anno, hanno già esternato il proprio malumore. Con i lavori del Congresso che proseguono a rilento, c'è anche chi teme la possibilità che il Senato possa iniziare a discutere la legge non prima del Giorno del Ringraziamento, mentre lo stesso Reid, pur dichiarandosi ottimista, ha ammesso che il testo finale potrebbe slittare fino ai primi mesi dell'anno nuovo. In ogni caso, anche se il senatore del Nevada riuscisse a far ottenere una luce verde al suo disegno di legge entro la fine del 2009, dovrebbe poi confrontarsi con l'ingrato compito di farlo coincidere con quello, spostato più a sinistra, appena passato alla Camera: «Nancy Pelosi può aver portato la legge più vicina alla scrivania del presidente - ha notato Newsweek - ma quello che accadrà al Senato potrebbe rapidamente trasformare le sue lacrime di gioia in lacrime di delusione». Nonostante l'entusiasmo per il passo in avanti effettuato, insomma, ad attendere i Democratici è quello che il commentatore Matthew Yglesias ha definito «un campo minato» legislativo. Nel quale non sarà possibile alcun margine di errore, per una misura che definirà in maniera cruciale la presidenza di Barack Obama.

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10 Novembre 2009

 


venerdì, 06 novembre 2009

Democratici sconfitti dai Repubblicani in New Jersey e Virginia

 
La strategia adottata in questi giorni dalla Casa Bianca è quella di ignorare del tutto i risultati delle elezioni tenutesi martedì, nelle quali i candidati Democratici alla carica di governatore del New Jersey e della Virginia, Jon Corzine e Creigh Deeds, sono stati sconfitti dagli avversari Repubblicani, Chris Christie e Bob McDonnell. Già nelle ultime ore prima del voto, per mezzo dei portavoce ufficiali e di alcuni stretti collaboratori, probabilmente in odore di una sempre più probabile disfatta, il governo Obama era corso ai ripari dichiarando più volte che, in ogni caso, non si sarebbe trattato di un «referendum sul presidente». Nelle ore successive al conteggio dei voti, Robert Gibbs, addetto stampa della Casa Bianca, ha affermato che Obama, al posto di seguire lo spoglio delle schede, abbia preferito seguire altro in televisione (secondo alcuni, un incontro di pallacanestro, secondo altri, il documentario HBO «By The People», dedicato alla sua ascesa politica). Affermazioni che vogliono sottolineare la scarsa attenzione riservata dal presidente nei riguardi della tornata elettorale, nonché ovviamente ridurre notevolmente la portata del suo esito e delle sue conseguenze politiche.

Lo stesso Obama, incontrando i reporter, ha accuratamente evitato ogni domanda relativa a quanto avvenuto martedì in New Jersey, Virginia e in numerose città americane. La Speaker of the House Nancy Pelosi, non nuova a dichiarazioni ad effetto, si è persino azzardata ad affermare che, dalla sua prospettiva - ovvero non considerando le corse per la carica da governatore nei due Stati, ma esclusivamente quella del Distretto 23 di New York per il Congresso - i risultati elettorali sono considerabili come «una vittoria dei Democratici». Minimizzare, affidarsi allo spin e agli equilibrismi politici, o più semplicemente fare finta di nulla, come stanno facendo i vertici del partito al potere, non cancella tuttavia la cocente sconfitta, conseguita in due Stati conquistati dai Democratici alle presidenziali dello scorso anno, nei quali, nelle ultime settimane, il presidente Obama aveva partecipato attivamente alla campagna elettorale, con interventi e raccolte fondi, esponendosi in prima persona. Ma non riuscendo, con il suo solo carisma, a far eleggere i due candidati da lui sostenuti, che speravano di poter cavalcare ancora il vento favorevole del 2008.

La linea di difesa ufficiale del partito del presidente, ovvero che le elezioni non sono considerabili come un referendum su Obama, non è del tutto priva di fondamento. Come dimostrato dagli exit poll in New Jersey e Virginia, l'inquilino della Casa Bianca gode ancora di una discreta popolarità tra gli elettori dei due Stati, dichiaratisi invece più preoccupati dalla situazione in cui versa l'economia. Tuttavia, a tal proposito, l'esperto Ed Goeas nota che il risultato elettorale, pur non essendo interpretabile come «un referendum sul presidente Obama a livello personale», risulta essere comunque un «ripudio dell'agenda Democratica contraddistinta da grande spesa pubblica e massiccio intervento governativo». Più che una bocciatura della figura del presidente, insomma, un secco rifiuto delle sue idee, con conseguente affermazione delle posizioni conservatrici: «la lezione del 2010 non è che le idee conservatrici stiano risorgendo, o che Obama abbia perso il suo charme», ha scritto il quotidiano San Francisco Examiner, «piuttosto, è che le idee conservatrici non sono mai morte, e che la vittoria di Obama del 2008 era un trionfo dell'immagine sui contenuti». Un segnale d'allarme impossibile da ignorare, che deve obbligatoriamente preoccupare, oltre che l'amministrazione, autrice di uno dei più grandi interventi statali nell'economia mai eseguiti (il famigerato progetto di stimolo), anche la maggioranza al Congresso, specialmente in vista delle elezioni di medio termine del 2010.

Per il fronte repubblicano, agonizzante fino a pochi mesi or sono, tuttora alla ricerca di una guida carismatica, un successo importante, che dona vigore e speranze in previsione dei prossimi appuntamenti elettorali. L'euforia e il trionfalismo di queste ore, tuttavia, non bastano a nascondere le difficoltà che i Repubblicani devono affrontare nel prossimo futuro, a cominciare dalla frattura tra anima moderata e anima conservatrice del partito. Sebbene la battaglia per il Distretto 23 di New York sia stata trasformata dai media - e dai Democratici, ovviamente intenzionati a soffiare sul fuoco - in una «soap opera di epiche proporzioni», come ha scritto la giornalista Dana Loesch, enfatizzando lo scontro tra Doug Hoffman, appoggiato dai conservatori più intransigenti, e Dede Scozzafava, preferita dai centristi, è innegabile che le divisioni tra i due fronti - la cosiddetta «schizofrenia repubblicana» - siano tutto fuorché risolte. Attivisti appartenenti alla destra del partito, frequentatori dei «tea party» e seguaci dei controversi personaggi come i presentatori televisivi e radiofonici Glenn Beck e Rush Limbaugh, galvanizzati da quanto avvenuto a New York (ovvero il ritiro dalla corsa della candidata centrista), hanno già lanciato la sfida all'establishment repubblicano su scala nazionale, in Florida, California, Illinois, pronti a dare battaglia ai candidati da loro giudicati «troppo moderati» o non abbastanza vicini ai loro valori. Per il partito di opposizione, desideroso di riprendere il controllo del Congresso, un serio problema interno. Se non risolto, la «rinascita repubblicana», come definita dal capo del Republican National Committe Michael Steele, inaugurata con le vittorie in New Jersey e Virginia, rischierebbe infatti di avere breve durata.

2009 - © RagionPolitica

05 Novembre 2009

 

venerdì, 06 novembre 2009

Usa, la destra rimonta


 
A un anno esatto dalla storica notte in cui conquistò la Casa Bianca, per il presidente americano Barack Obama c’è ben poco da festeggiare. A rovinare l’anniversario a lui e al suo partito, i risultati delle elezioni di martedì, nelle quali i repubblicani sono riusciti a conseguire importanti vittorie in numerose città d’America e nelle corse per la carica di governatore in Virginia e New Jersey, dove sono stati eletti rispettivamente Bob McDonnell e Christopher Christie. Successi ottenuti con ampi margini, che acquistano ulteriore rilevanza se confrontati con i dati delle presidenziali dello scorso anno, dove i due già menzionati Stati rivestirono un ruolo chiave per la vittoria democratica: in New Jersey, dove Obama vinse con 15 punti percentuali di scarto, Christie, primo repubblicano ad essere eletto a livello statale negli ultimi undici anni, ha sconfitto il governatore uscente Jon Corzine; in Virginia, in cui lo scorso anno Obama fu il primo candidato presidenziale democratico a conquistarla negli ultimi 44 anni, McDonnell ha vinto con un notevole scarto (59%-41%) sull’avversario democratico Creigh Deeds. Numeri che evidenziano un netto cambio di tendenza nell’elettorato, in cui spicca uno spostamento dei voti indipendenti – cruciali lo scorso novembre - da un partito all’altro. Per il Grand Old Party, si può considerare la migliore tornata elettorale degli ultimi cinque anni, che dà vigore a un partito ancora privo di una guida e che, fino a qualche giorno fa, sembrava sull’orlo di una guerra civile tra moderati (veri vincitori) e conservatori. Per i democratici, invece, un segnale d’allarme in previsione delle elezioni “mid-term” del 2010, che dimostra che l’effetto della cavalcata trionfale dello scorso anno è già svanito ma soprattutto, come scrive l’esperto Mark McKinnon, che “il presidente non è in grado di traslare la sua popolarità ad altri democratici, quando lui stesso non si trova sulla scheda elettorale”.
 
Oggetto di dibattito, in questi giorni, è ovviamente il peso rivestito dal “fattore Obama” nelle elezioni, con i vincitori impegnati a fare quanto possibile per dare carattere nazionale ai risultati e gli sconfitti decisi a minimizzare. A confutare la tesi che si sia trattato di un referendum sull’inquilino della Casa Bianca, il fatto che nessuno dei due neo eletti governatori abbia fatto campagna elettorale apertamente contro di lui, nonché i dati relativi agli exit poll condotti nei due Stati, in cui emerge che la condotta dell’amministrazione ha avuto scarsa influenza sul voto rispetto ad altri fattori, quale ad esempio lo stato dell’economia. Tuttavia, se da un lato queste elezioni non rappresentano un ripudio di Barack Obama, dall’altro è evidente che non si tratti neppure di un voto che dimostra fiducia nei suoi confronti. A donare valore nazionale alla corsa, inoltre, è stato lo stesso presidente, il quale nelle ultime settimane ha deciso di rischiare il proprio prestigio politico e di mettersi in gioco in prima persona, sostenendo i due candidati poi sconfitti - Corzine in particolare - con apparizioni pubbliche, raccolte fondi e spot elettorali. Per la maggioranza e per l’amministrazione, che speravano di poter ancora sfruttare l’onda favorevole del 2008, un brusco risveglio. E gli effetti della sconfitta elettorale potrebbero già farsi sentire sul dibattito relativo alla riforma della sanità. “Se i democratici iniziano a pensare che Obama non li può aiutare – o almeno proteggere – alle elezioni del 2010”, nota John Dickerson su Slate, “si sentiranno meno costretti a votare al suo fianco”.

2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 241 del 05-11-2009

venerdì, 06 novembre 2009

Elezioni Usa. Un referendum su Obama?


A circa un anno dalla conquista della Casa Bianca, primo test elettorale per il presidente Barack Obama. A dispetto del carattere prettamente locale delle elezioni di quest’anno – si va da quelle per la carica di governatore in Virginia e New Jersey a quelle per la poltrona di primo cittadino di New York, Boston, Atlanta, passando per alcuni distretti del Congresso e per referendum statali – c’è già chi le ha definite “mini mid-term”, sorta di anticipazione del voto che nel 2010 rinnoverà il Congresso. Definizione forse esagerata, che però lascia intendere il non trascurabile impatto dei risultati di questi giorni sullo scenario politico nazionale, in qualità di prima effettiva verifica dell’influenza del presidente Obama e, dall’altro lato, dello stato di salute dell’opposizione repubblicana. A dare risalto nazionale alla corsa elettorale è stato proprio lo stesso comandante in capo. Il quale, intervenuto in prima persona a sostegno dei candidati democratici per il posto da governatore di Virginia (Craigh Deeds) e New Jersey (il governatore uscente Jon Corzine), entrambi indietro nei sondaggi rispetto ai rivali repubblicani, ha contribuito non poco ad alzare la posta in gioco per due appuntamenti altrimenti scarsamente considerati, scegliendo altresì di esporsi e di correre un rischio politico in caso di sconfitta. Eventualità non del tutto remota, in alcuni casi quasi certa (è il caso della Virginia, dove il candidato del GOP McDonnell è in netto vantaggio), che l’amministrazione sembra già aver messo in conto, al punto da essere già corsa ai ripari: “si capisce che la Casa Bianca non si aspetta un grande election day”, ha scritto Jake Tapper di ABC News, “dal modo in cui i funzionari insistano nell’affermare che i risultati non avranno rilevanza sul Presidente”.

Se da una parte è comprensibile che gli esiti delle elezioni locali possano avere scarsa influenza sull’agenda presidenziale – se non, nell’immediato, un rafforzamento del fronte moderato democratico nel dibattito sulla riforma della sanità - dall’altra è del tutto prevedibile che l’opposizione uscirebbe alquanto rinvigorita da quella che per loro ha possibilità di essere la migliore tornata elettorale dal 2004 ad oggi. Le quasi certe vittorie in Virginia, New Jersey e in altre corse, tuttavia, difficilmente cancelleranno gli enormi problemi di un partito ancora in netta difficoltà dopo la batosta dello scorso novembre, alla ricerca di un leader e, con l’avvicinarsi delle fondamentali “mid-term” del 2010, ancora privo di un’anima ben definita. A tal proposito, tutti i riflettori sono puntati sul Distretto 23 dello Stato di New York, per certi versi la competizione elettorale più importante di tutto il 2009, che ha raggiunto gli onori della cronaca nazionale dopo che la candidata repubblicana moderata Dede Scozzafava, scelta dai leader del GOP locale, ha dovuto dare forfait per la sollevazione del fronte conservatore a favore di Doug Hoffman, ex repubblicano ora al Partito Conservatore, schierato più a destra. La “schizofrenia Repubblicana”, lotta intestina tra l’anima centrista e quella conservatrice del partito, ha trovato rappresentazione a New York: quello che per il commentatore Bill Kristol è un sano e costruttivo dibattito interno, per altri potrebbe essere un momento decisivo per cambierebbe il volto dei Repubblicani. Un successo di Hoffman, infatti, potrebbe spostare il partito ancora più a destra, consegnandolo nelle mani del fronte più intransigente: un trionfo per la tumultuosa base, che però alienerebbe gli indipendenti, elettorato cruciale per ogni appuntamento elettorale.

2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 240 del 04-11-2009

 

 

venerdì, 30 ottobre 2009

Blame Bush First

In the Barack Obama version, there are 50 or so such blame-Bush free passes before the gig is up. By my calculation, Obama has already burned through a good 49. Is there anything he hasn’t blamed George W. Bush for? The economy, global warming, the credit crisis, Middle East stalemate, the deficit, anti-Americanism abroad — everything but swine flu.

It’s as if Obama’s presidency hasn’t really started. He’s still taking inventory of the Bush years. Just this Monday, he referred to “long years of drift” in Afghanistan in order to, I suppose, explain away his own, well, year-long drift on Afghanistan.

Charles Krauthammer, più in forma che mai, sul National Review.
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venerdì, 30 ottobre 2009

Il silenzio della stampa Usa sugli errori di Obama


La popolarità del presidente americano Barack Obama, da qualche mese a questa parte, ha subito una progressiva diminuzione. Dalle difficoltà legate al progetto di riforma del sistema sanitario alle conseguenti divisioni interne ai Democratici, unitamente ai problemi dell'economia e alle pessime notizie provenienti dai fronti in Afghanistan e Iraq, la strada del comandante in capo si è fatta sempre più in salita. «Dov'è finita la magia di Obama?», titolava negli ultimi giorni un editoriale dell'opinionista Jack Cafferty sul sito ufficiale della CNN, nel quale si racconta la crescente delusione all'interno dell'elettorato democratico, puntualmente registrata dai sondaggi relativi alla corsa per le imminenti elezioni in Virginia e New Jersey, già da alcuni definite «mini mid-term», anticipazione delle elezioni di medio termine del 2010 per tastare il polso degli americani.

Dal giorno del suo ingresso alla Casa Bianca, per Barack Obama non sono mancati passi falsi, errori di comunicazione, o persino scelte palesemente errate. Elementi che storicamente caratterizzano l'operato di ogni capo di Stato e ai quali non si sono sottratti i suoi predecessori. Tuttavia, nel caso di Obama, salta agli occhi un inedito trattamento di favore da parte dei media. A differenza dei precedenti inquilini del 1600 di Pennsylvania Avenue, in più occasioni oggetto di critiche o di scherno da parte dei sempre attivi e vigili media americani, all'attuale comandante in capo, già protagonista di una lunga luna di miele con la stampa internazionale fin dagli esordi della sua carriera politica, sembra che tutto sia perdonato. Ad eccezione di alcune sparute frecciate da parte dei comici televisivi e di una minoranza composta da alcuni network o giornali vicini all'opposizione, peraltro - nel caso di Fox News - recentemente presi di mira da componenti dell'amministrazione per le incessanti critiche al presidente e al suo programma amministrativo, i cosiddetti «mainstream media», ovvero la stampa generalista, non osano criticare Barack Obama.

Un fenomeno senza precedenti che ha fatto sollevare più di un sopracciglio, tra commentatori e addetti ai lavori. Specialmente se paragonato ai toni accusatori che accompagnavano qualsiasi gesto compiuto dal predecessore di Obama, George W. Bush. «Cosa sarebbe successo se l'avesse fatto Bush?», frase ricorrente nel prendere in esame tutto quanto viene perdonato dalla stampa all'attuale presidente, è anche il titolo di un recente articolo di Josh Gerstein apparso sull'influente giornale telematico The Politico. «Una fermata di quattro ore a New Orleans, per strada per una raccolta fondi da 3 milioni di dollari. Snobbare il Dalai Lama. Concludere un accordo segreto con produttori di farmaci. Congelare un network televisivo. Organizzare più raccolte fondi dell'ultimo presidente. E giocare ancora di più a golf - elenca Gerstein -. Il presidente Barack Obama ha fatto tutte queste cose, e anche di più». Eppure, nota l'autore, «nessuno di questi episodi è diventato metafora del carattere personale e politico di Obama - oppure una logorante controversia che lo ha accompagnato nel resto della sua agenda».

Un'evidente disparità di trattamento, che ovviamente indigna i conservatori e stupisce gli osservatori indipendenti, e che conferma, come nota l'autore, che «in politica, il contesto è tutto». Ed Gillespie, già stretto collaboratore di George W. Bush, ci scherza su, dichiarando di essere al lavoro su un sito web dal nome «IfBushHadDoneThat.com» (traducibile con «SeBushLoAvesseFatto.com»). Gli esempi, tuttavia, non si fermano a quelli elencati dall'articolo di Gerstein, e talvolta rivestono una certa importanza, come ad esempio l'aver nominato come «consulente speciale» un personaggio controverso come Anthony «Van» Jones, dai trascorsi - come fatto emergere dal fronte conservatore - da militante in gruppi marxisti e da sostenitore di teorie della cospirazione riguardo all'11 settembre 2001, oppure l'aver definito «stupido» l'operato della polizia nel caso dell'arresto del professore di Harvard Henry Louis Gates Jr. Scelte presidenziali la cui eventuale gravità, nella quasi unanimità dei casi, non viene evidenziata dagli organi di stampa. Che, anziché svolgere il ruolo di contraltare del potere politico, ne prendono le difese. Sottolineando, ancora una volta, la presenza di un pregiudizio positivo nei riguardi di Obama. E confermando, indirettamente, il precedente pregiudizio negativo nei confronti di Bush.
 

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29 Ottobre 2009

 

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venerdì, 30 ottobre 2009

I Democratici moderati contro la riforma della sanità

L’assai tortuoso percorso della riforma della pubblica sanità americana, caposaldo del programma amministrativo del presidente Obama, nonché ambizioso progetto in cui ha fallito la quasi unanimità dei precedenti inquilini della Casa Bianca, sembra ancora lungi dall’essere terminato. Messo da parte l’entusiasmo per l’approvazione, avvenuta nelle scorse settimane, di una bozza di legge da parte della commissione Finanze del Senato, i Democratici si trovano tuttora in grande difficoltà nel tentativo di trovare una strategia che permetta loro di fare approvare quanto prima dalla Camera alta una radicale revisione del sistema sanitario, così da esaudire il desiderio di Obama di firmare una legge in materia entro la fine dell’anno. A complicare le cose, ancora una volta, è la controversa questione della cosiddetta “public option” (assicurazione pubblica obbligatoria), fortemente voluta dall’ala più a sinistra della maggioranza e altrettanto intensamente combattuta dall’anima moderata. Assente dal testo della bozza uscito dalla commissione Finanze, l’opzione, dopo un weekend di intense consultazioni interne al Partito Democratico, è tornata a fare capolino nel progetto di legge annunciato lunedì da Harry Reid, leader della maggioranza al Senato. Seppur affiancata dalla possibilità, per i singoli stati, di scegliere se avvalersi o meno della “public option”, la decisione di Reid è stata seguita da non poco scetticismo da parte dell’ala centrista della maggioranza.

Una scelta rischiosa, quella del senatore del Nevada, il quale, oltre a far infuriare le compagnie assicurative, non è riuscito nell’intento di unire il Partito Democratico, alla disperata ricerca dei sessanta voti necessari per fare approvare la legge dal Senato senza inciampare nell’ostruzionismo dell’opposizione. La maggioranza è ora spaccata: nella maggior parte dei casi, gli esponenti moderati del partito del presidente, in risposta all’annuncio di Reid, hanno dichiarato di non essere sicuri di voler appoggiare una legge che contenga l’opzione.

A guidare con grande veemenza il fronte dei contrari è emerso, negli ultimi giorni, un volto assai noto della politica Usa, il senatore del Connecticut Joseph “Joe” Lieberman. Il quale, conosciuto per la sua trasversalità (vice di Gore nel ticket presidenziale del 2000, rieletto al Senato nel 2006 da indipendente, sostenitore della politica irachena di Bush, pro McCain nel 2008), ha dichiarato guerra all’ipotesi prefigurata da Harry Reid, affermando di essere a favore di una riforma del sistema sanitario, ma assolutamente contrario all’opzione pubblica, contro la quale sarebbe persino disponibile ad appoggiare un eventuale “filibustering” (ostruzionismo) dei Repubblicani.  Non nuovo a dirigersi controcorrente rispetto alle linee del proprio partito di origine, Lieberman, già in svariate occasioni accusato di “tradimento” da parte di simpatizzanti democratici, è finito nuovamente al centro del mirino delle critiche dei supporter della riforma, in particolare del fronte liberal, tra i maggiori promotori dell’assicurazione obbligatoria. “Sono sicuro di non essere da solo”, ha dichiarato in sua difesa Lieberman. Il forte dissenso del senatore del Connecticut rischia ora di dare vita a un effetto domino nei confronti dei Democratici moderati, che potrebbero votare contro alla proposta. Fattore che, unito alla inamovibile e incredibilmente compatta opposizione repubblicana, non garantirebbe l’approvazione della legge. “Siamo alquanto lontani dal trovare una conclusione”, ha ammesso con amarezza il democratico Kent Conrad, capo della commissione Budget. Non dissimile la situazione alla Camera, dove, a dispetto del più ampio vantaggio numerico di cui gode la maggioranza, i lavori sono in stallo da oltre due settimane, a causa degli attriti interni ai Democratici. Con ancora nove settimane a disposizione per far arrivare un progetto di legge sulla scrivania del presidente Obama, la strada dei Democratici appare alquanto in salita. E persino la senatrice repubblicana Olympia Snowe, elogiata anche dal presidente per aver votato una volta al fianco della maggioranza, sembra aver fatto marcia indietro. Quando le è stato chiesto cosa avrebbe dovuto cambiare il senatore Reid nel suo testo di legge, la Snowe ha risposto “tutto quanto”.
 

2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 235 del 29-10-2009

 

 

venerdì, 23 ottobre 2009

Afghanistan. Ancora nessuna decisione da parte di Obama.


A due settimane di distanza dal ballottaggio che il prossimo 7 novembre vedrà gli afghani tornare nuovamente alle urne per un ulteriore round delle elezioni presidenziali, da Washington ancora non giunge alcuna notizia circa la strategia che sarà adottata dagli Stati Uniti riguardo alla guerra nel «paese degli aquiloni». La richiesta, presentata nelle scorse settimane dal generale Stanley McChrystal, di un maggiore impegno militare, comprendente un aumento delle truppe sul campo pari a 40 mila unità, ancora non ha trovato risposta da parte della Casa Bianca. Un'indecisione, quella di Obama, che pare essere dovuta alle forti divisioni presenti all'interno della squadra di governo, un braccio di ferro tra i favorevoli all'invio di più soldati e tra coloro che, invece, invocano un graduale ritiro delle forze militari dal paese.

La divergenza di vedute, secondo i risultati di un sondaggio condotto in questi giorni da Washington Post/ABC News, non riguarda esclusivamente l'amministrazione Obama, ma si trova anche nell'elettorato. Come riporta l'indagine, mentre il 47% degli americani si dichiara fortemente a favore dell'aumento di truppe richiesto dal generale McChrystal, il 49% si oppone strenuamente. Dati che mostrano una frattura apparentemente insanabile all'interno dell'opinione pubblica e che di certo non sono di aiuto per l'inquilino della Casa Bianca. Il quale, dopo aver guadagnato del tempo extra grazie alla ripetizione delle elezioni presidenziali afghane, non può ora rimandare ulteriormente la decisione. Il non aver ancora delineato una chiara strategia per il conflitto in Afghanistan, infatti, ha contribuito a erodere il consenso degli americani nei confronti del modo in cui Obama ha gestito la questione: stando al già menzionato sondaggio, solo il 45% degli intervistati ha dichiarato di approvare la politica afghana di Obama, numeri di dieci punti percentuali inferiori rispetto a quelli risalenti a un mese fa.

La decisione relativa all'eventuale aumento di truppe è, come scritto da Dan Balz sul Washington Post, «una delle più complesse e fatidiche scelte sulla sicurezza della presidenza Obama». Qualunque sarà la strada che il comandante in capo sceglierà di intraprendere, è prevedibile che non mancheranno grandi rischi di tipo politico. Da una parte, dare luce verde a McChrystal, acconsentendo l'invio di decine di migliaia di nuovi soldati a Kabul, potrebbe irritare l'ampia fetta di Democratici per i quali «non vale la pena combattere» a causa dei costi (in vite umane ed economici) della missione e poiché l'Afghanistan «non diventerà una democrazia in tempi brevi», come scritto dall'editorialista del New York Times Nicholas D. Kristof. Dall'altra, accontentare il fronte liberal con l'invio di un numero più ridotto di soldati, negando quindi di prendere in considerazione i consigli di McChrystal, eviterebbe la creazione di nuove tensioni all'interno dei Democratici, ma farebbe insorgere l'opposizione repubblicana che, già fortemente contraria alla politica estera di Obama, si renderebbe del tutto intransigente.

Una possibile decisione, come è emerso in questi giorni dalle dichiarazioni del portavoce ufficiale della Casa Bianca Robert Gibbs, potrebbe arrivare nelle ore precedenti il ballottaggio delle presidenziali afghane. Soluzione proposta anche dal segretario alla Difesa Robert Gates, il quale ha affermato che gli Stati Uniti «non devono aspettare la risoluzione dei problemi interni all'Afghanistan» per decidere. Nel frattempo, sui media americani il conflitto afghano, già in varie occasioni dipinto come «la guerra di Obama», viene ora paragonato al mai superato incubo del Vietnam. «L'Afghanistan è impossibile da vincere per Obama?», ha titolato in questi giorni un servizio del noto conduttore di ABC News George Stephanopoulos, nel quale si menziona un contrasto tra Casa Bianca e Pentagono su cosa fare a Kabul. Ad aumentare ulteriormente la pressione sul presidente, lo scontro politico tra i due opposti schieramenti, con l'ingresso in campo di due volti noti del Congresso: da un lato il senatore John McCain, ultimo candidato repubblicano alla presidenza, grande sostenitore della proposta del generale McChrystal, dall'altro il redivivo John Kerry, negli ultimi giorni inviato speciale degli Usa a Kabul (sarebbe lui ad aver convinto Karzai ad accettare il ballottaggio), per il quale inviare 40 mila soldati in questo momento sarebbe «una scelta irresponsabile». La patata bollente è ora nelle mani di Barack Obama, il quale non può più aspettare nel prendere una decisione. «Il presidente fa bene a ponderare con attenzione la questione afghana - ha scritto sul Wall Street Journal Karl Rove, ex consigliere di George W. Bush - ma dovrà agire in fretta per difendere vitali interessi americani in una regione agitata che diede porto sicuro ai nostri nemici prima dell'11 settembre».

2009 - © RagionPolitica

22 Ottobre 2009

 

 

venerdì, 23 ottobre 2009

La Casa Bianca contro la Fox


Come se il fronte iracheno e quello afgano non fossero già abbastanza impegnativi per la Casa Bianca, nelle ultime settimane l’amministrazione Obama ha deciso di aprire un altro fronte, dichiarando guerra al network televisivo Fox News. Già da tempo, tra le due parti in causa, non scorreva buon sangue. Fox News, di proprietà del magnate australiano Rupert Murdoch, da sempre su posizioni vicine a quelle dei conservatori (almeno negli Usa), è tra le voci più critiche della presidenza. Sfruttando a proprio vantaggio il vuoto politico causato dall’assenza di una chiara leadership all’interno del Partito Repubblicano, il network ha puntato su un palinsesto aggressivo, in cui spiccano le trasmissioni di provocatori quali Bill O’Reilly e Glenn Beck, per produrre un’opposizione quotidiana all’agenda amministrativa di Obama. Nulla è sfuggito agli occhi del network: dalla rivolta anti-fiscale dei “tea party” alle rivelazioni sul controverso passato di Anthony “Van” Jones (consulente speciale della Casa Bianca costretto alle dimissioni), passando per le accuse di “razzismo” e “socialismo” a Obama e per la più recente attenzione dedicata alle attività di Acorn, associazione vicina al presidente e nell’occhio del ciclone per il suo modus operandi, Fox News ha creato in più di un’occasione seri problemi all’amministrazione. Una vera e propria spina nel fianco del governo, non a caso “snobbata” dallo stesso presidente – ripercussione per la mancata concessione della diretta televisiva di un suo discorso in prime time - in occasione del suo più recente “blitz mediatico”, che lo ha visto apparire su cinque network televisivi nello stesso giorno. Un’insofferenza che prosegue già da qualche mese, insomma, trasformatasi negli ultimi giorni in aperta battaglia. A dichiarare ufficialmente guerra a Fox News è stata Anita Dunn, direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, la quale ha dichiarato che l’intenzione dell’amministrazione, d’ora in poi, sarà di “trattare Fox News come un avversario politico”. Immediata la risposta indignata da parte del network: alla replica ufficiale, in cui sono state rispedite al mittente le accuse, è seguita un’esplosiva puntata dello show di Glenn Beck, che ha duramente attaccato la Dunn, mostrando un filmato di repertorio nel quale il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca citava Mao Tse-Tung quale uno dei suoi “filosofi di riferimento”. Risposta in classico stile Fox News, network dimostratosi per nulla intimorito, anzi rinvigorito, dall’attacco governativo. La scorsa domenica, due delle più influenti figure dell’amministrazione, il consulente David Axelrod e il capo dello staff della Casa Bianca Rahm Emanuel, hanno rincarato la dose, definendo Fox News “non una testata giornalistica”.

Dichiarazioni che, oltre a gettare benzina sul fuoco, hanno causato non poche perplessità nel mondo dei media americani. Se da un lato l’intenzione di Obama sembra essere quella di aizzare la base liberal – evidentemente delusa dal suo operato – contro il “nemico comune” Fox News, tentando allo stesso tempo di marginalizzare le voci critiche nei suoi confronti, dall’altro un attacco diretto nei confronti di un singolo network, accusato di essere “schierato”, appare come un fatto singolare e senza precedenti. In molti si chiedono, per esempio, cosa sarebbe successo se Bush avesse attaccato frontalmente un network liberal come Msnbc. “Il grande peccato di Fox”, ha affermato Charles Krauthammer, “è che rompe il monopolio dei media liberal”. “Ci potete spiegare perché è appropriato per la Casa Bianca decidere che una testata giornalistica non è da considerarsi tale?”, ha chiesto provocatoriamente il reporter della Abc Jake Tapper al portavoce ufficiale dell’amministrazione Robert Gibbs. Inoltre, nonostante sia stata presentata come “un braccio dei Repubblicani”, Fox News è seguita da elettori di ogni schieramento: come riportato da un’indagine del Global Marketing Research Center, il 50% degli spettatori del canale di Murdoch si dichiara “democratico” o “indipendente”. Dati che smentiscono il cliché che vuole Fox News come network di nicchia del Gop, che mettono in serio dubbio le posizioni della Casa Bianca. La quale, a detta del Washington Post, è destinata a perdere la “stupida guerra” contro Fox News, definita una “strategia bambinesca” che non fa altro che rendere Obama “ancora più debole”.

2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 229 del 22-10-2009

 

 

 

giovedì, 22 ottobre 2009

I'm reverend Jesse Jackson


Contessa Brewer, anchor-woman della rete MSNBC, commette uno scivolone in diretta tv, confondendo Al Sharpton con Jesse Jackson. Il quale non sembra prenderla benissimo.
postato da creezdogg alle ore 09:29 | link | commenti
categorie: usa , politics, television, msnbc, jesse jackson, al sharpton
sabato, 17 ottobre 2009

Riforma a singhiozzo



«Non era previsto che fosse tutto così difficile per i Democratici»
. Con queste parole inizia un editoriale del quotidiano conservatore Washington Times, che racconta le grandi - e inizialmente non previste - difficoltà incontrate dal presidente Barack Obama e dal suo partito nel portare avanti la propria ambiziosa agenda amministrativa, a dispetto del controllo del potere esecutivo e legislativo, nonché della maggioranza schiacciante alla Camera e «a prova di proiettile» al Senato. «Inebriati dall'aver ritrovato potere e influenza - prosegue l'editoriale - hanno creduto di essere entrati nel nirvana liberal, nel quale i loro alti numeri e il loro impeto politico avrebbero permesso loro di schiacciare l'opposizione come un rullo compressore e di far passare qualsiasi legge avrebbero desiderato».

Si tratta di un'opinione condivisa da commentatori appartenenti a ogni schieramento: i Democratici, finora, hanno incontrato più ostacoli del previsto, nel governare. Affermazione che ha trovato conferma, negli ultimi mesi, nel percorso a singhiozzo della riforma del sistema sanitario. Una promessa elettorale che, nelle intenzioni di Obama, avrebbe dovuto vedere la luce entro la pausa estiva di agosto, ma che, a causa delle complicazioni dovute alle divisioni interne alla stessa maggioranza - oltre che a una agguerrita campagna messa in atto dall'opposizione e dalla lobby delle assicurazioni - ha registrato notevoli ritardi. Trasformando così un piccolo e alquanto sofferto passo in avanti, ovvero l'approvazione di una bozza di legge da parte della commissione Finanze del Senato, in un momento quasi epocale (o meglio, una «fondamentale pietra miliare», come definita dal presidente) salutato con grande euforia e, in alcuni casi, con toni trionfalistici da parte della maggioranza.

Con un voto di 14 favorevoli e 9 contrari, la commissione ha dato il via libera a un testo firmato dal suo capo Max Baucus, senatore democratico del Montana. Un risultato conseguito anche grazie al voto favorevole di un'esponente dell'opposizione, la senatrice del Maine Olympia J. Snowe, da mesi corteggiata dalla maggioranza e oggetto di attenzioni da parte dello stesso presidente Obama, il quale l'ha ringraziata pubblicamente, nelle ore successive alla votazione, per il suo «diligente lavoro». Il voto della Snowe, la quale comunque ritiene del tutto rivedibile il progetto firmato da Baucus, ha messo fine a mesi di acceso dibattito e di suspense relativa alle sorti della riforma della sanità promessa e fortemente voluta da Obama.

Il disegno di legge che si prepara - con non poche incertezze - ad affrontare il Congresso, tuttavia, è alquanto lontano da quanto inizialmente sperato dalla Casa Bianca, e non sembra essere granché apprezzato, oltre che dall'opposizione, da buona parte della stessa maggioranza. Un testo di compromesso, per tenere a bada i democratici moderati e convincere qualche repubblicano «ribelle», che però scontenta molti. «La buona notizia è che la senatrice Snowe abbia contribuito agli sforzi per la riforma della sanità e abbia premiato la spinta per un appoggio bipartisan invocato dal presidente Obama e dal capo della commissione Max Baucus», ha scritto il quotidiano Boston Globe, vicino ai Democratici e favorevole ad una revisione del sistema sanitario. «La cattiva notizia è invece lo stesso disegno di legge, un piccolo passo in avanti, ma troppo insufficientemente finanziato per fare il genere di differenza su cui il pubblico conta». Se da una parte il fronte liberal lamenta una certa carenza nei fondi, oltre che l'assenza della controversa «public option» (assicurazione statale obbligatoria), dall'altra i centristi e i conservatori puntano invece il dito contro l'eccessiva spesa prevista da un piano dal non trascurabile costo di 829 miliardi di dollari. Né più né meno che una nuova tassa che colpirà le classi medie, secondo l'economista del Manhattan Institute Douglas Holtz-Eakin: «Allo stato attuale, il piano proposto dai Democratici e dall'amministrazione Obama non solo fallirebbe nell'intento di ridurre i costi che gravano sulle famiglie di classe media - ha scritto Holtz-Eakin sul Wall Street Journal - ma anzi renderebbe tale onere ancora più pesante».

Con il voto di cinque commissioni del Congresso, il progetto di legge passerà ora alla Camera e al Senato. Dove, come nota il New York Times, «le manovre sulla sanità incontreranno ancora significativi ostacoli». Nessun repubblicano, ad eccezione di Snowe, si è al momento dichiarato favorevole ai testi delle varie bozze di legge finora approvate dalle commissioni. La pressione delle lobbies che circondano il panorama sanitario americano si farà sempre più pesante, e il raggiungimento della fatidica quota dei 60 voti al Senato - unico modo per evitare ogni ostruzionismo della minoranza - sembra al momento un'impresa titanica per i Democratici, obbligati a cercare ulteriori soluzioni di compromesso, che inevitabilmente deluderanno parti consistenti di entrambi gli schieramenti (a cominciare dall'anima liberal e più intransigente dei Democratici, che ancora desidera inserire la «public option» nel testo di legge). E la stessa Snowe, a dispetto del suo voto al fianco della maggioranza, non esclude future sorprese: «Il mio voto di oggi vale solo per oggi, non è una previsione di quello che sarà il mio voto domani», ha affermato. «Ci sono ancora molte, moltissime miglia da attraversare in questo viaggio legislativo».
 

2009 - © RagionPolitica

15 Ottobre 2009

 

 

giovedì, 15 ottobre 2009

Se i neocon continuano a proteggere l'America lo dobbiamo a Bush


Keep America Safe, ovvero “Mantenere Sicura l'America”. Da qualche giorno, non si tratta solo di un semplice slogan, spesso utilizzato dai leader politici di entrambi i maggiori partiti Usa per dimostrare le proprie credenziali in materia di sicurezza. Da qualche giorno, “Keep America Safe” è anche il nome di un nuovo gruppo, nato con l'obiettivo di “fornire informazioni agli Americani preoccupati dalle più importanti questioni di sicurezza nazionale” (come si evince dal sito ufficiale), il quale causerà senza ombra di dubbio più di un mal di testa al presidente americano Barack Obama, nel prossimo futuro.

Anzi, ciò è già successo negli ultimi giorni, con la diffusione su scala nazionale di uno spot televisivo in cui si punta il dito contro la politica estera dell'attuale inquilino della Casa Bianca, accusato di non affiancare azioni adeguate – o almeno, in alcuni casi, corrispondenti – alla sua più dura retorica. Un breve video, dal titolo “Retorica contro Realtà”, nel quale finiscono nel mirino le scelte relative allo smantellamento del progetto di difesa missilistica nell'Est europeo (introdotte da un filmato in cui Obama invece dichiarava che “finché la minaccia iraniana persisterà”, gli Usa “andranno avanti” con il piano), all'apertura di un'inchiesta nei confronti della CIA (decisione contestata da sette degli ex capi dell'agenzia) e, dulcis in fundo, sull'attuale indecisione in Afghanistan.

Dietro al nuovo movimento, la figlia più anziana dell'ex vicepresidente Dick Cheney, Elizabeth, meglio nota come “Liz”, figura emergente nello scenario politico americano, nonché, come già dichiarato da alcuni, grande speranza del fronte neoconservatore. Scopo del gruppo, oltre al sopraccitato intento di mantenere informati i cittadini che hanno a cuore la sicurezza del proprio Paese, esercitare una attenta e persistente opposizione nei confronti della politica estera del presidente Obama, da essi definita “radicale”. “Sia che siate Repubblicani o Democratici, voi volete che la nostra nazione sia forte”, si rivolge Liz Cheney agli americani, “e molti dei passi che sta facendo questo presidente stanno rendendo la nostra nazione più debole”.

Particolare attenzione sarà posta sulle scelte prese dall'amministrazione in direzione diversa, se non addirittura opposta, rispetto a quelle del precedente comandante in capo George W. Bush. “Abbiamo osservato con preoccupazione e sgomento”, scrivono i fondatori del gruppo sul suo sito web, “come l'amministrazione Obama abbia tagliato le spese della difesa, vacillato sulla guerra in Afghanistan, e lanciato inchieste su Americani che prestano servizio nelle prime linee della guerra al terrorismo, mentre nel frattempo sono state estese le protezioni legali per terroristi che complottano per attaccare il nostro Paese: queste politiche, assieme all'abbandono da parte di Obama degli alleati dell'America e all'appeasement verso gli avversari, stanno indebolendo la nostra nazione”.

Dall'Iraq all'Afghanistan, dalle spese per la difesa alla strategia del dialogo con i nemici dell'America, dall'inchiesta sulle tecniche di interrogatorio della CIA alla (finora solo dichiarata) chiusura del carcere di Guantanamo, nessun tema di politica internazionale presente sulla scrivania dello Studio Ovale verrà trascurato da “Keep America Safe”. Un gruppo che, classificato come “501(c)4”, (ovvero organizzazione no profit con illimitata possibilità di fare pressioni politiche, nonché di partecipare a campagne elettorali), dà volto e peso istituzionale alla critica dell'operato della Casa Bianca in campo internazionale, sfruttando – come già avvenuto nelle svariate occasioni in cui è recentemente intervenuto lo stesso Dick Cheney - un vuoto politico creato dal Partito Repubblicano. Il quale, ancora alla ricerca di un leader, ma soprattutto ancora restio ad occuparsi di politica estera dopo le difficoltà della guerra irachena, ha preferito negli ultimi mesi concentrarsi prevalentemente sull'opposizione all'agenda amministrativa di Obama all'interno dei confini americani.

Al fianco di Liz Cheney, alla guida del progetto, Bill Kristol, direttore del settimanale neoconservatore Weekly Standard, e Debra Burlingame, sorella del pilota del volo 77 della American Airlines, il quale si schiantò sul Pentagono l'11 Settembre 2001. Nella struttura di “Keep America Safe”, spiccano altre figure chiave del panorama conservatore Usa, quali Michael Goldfarb, consulente del Senatore John McCain nella corsa alle presidenziali e ora blogger del Weekly Standard, Aaron Harrison, già capo della “war room” di McCain, e Justin Germany, autore del primo video di “Keep America Safe”, nonché del celeberrimo spot “The One”, trasmesso durante la campagna elettorale presidenziale, in cui Obama veniva dipinto come una figura messianica.

Un team di provata esperienza per un movimento che si propone di monitorare – con occhio critico – ogni mossa di Barack Obama sullo scacchiere internazionale, nonché al tempo stesso difendere strenuamente l'operato della precedente amministrazione. La quale, piaccia o meno, è riuscita nella non semplice impresa, dopo l'11 settembre, di evitare ulteriori attacchi agli Stati Uniti, rendendo il motto “Mantenere Sicura l'America” una priorità assoluta, molto più che un semplice slogan.

2009 - © L'Occidentale
16 Ottobre 2009


 

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Nome: Cristiano Bosco
Nato il 20 ottobre 1982. Simpatizzante neocon. Americanista convinto. Genoano. Collaboratore de L'Opinione, RagionPolitica, Giornalettismo, LibMag - contatti mail/msn: creezdogg @ hotmail.com

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