Creez Dogg In Tha Houze

The never ending battle for Truth, Justice and the American Way
venerdì, 19 settembre 2008

Resident idiot



Josh Howard è una stella della National Basketball Association, pedina importante e insostituibile dei Dallas Mavericks, tra i maggiori responsabili della stagione da record che la squadra texana nel 2006-07 (sole 15 sconfitte), grazie a un rendimento da 18.9 punti e 6.8 rimbalzi di media per gara. 29esima scelta al draft del 2003, soprannominato "J-Ho", formidabile in difesa, è una delle ali piccole più talentuose di tutta la lega, convocato per la nazionale americana di pallacanestro (chiamata da lui rifiutata) e per l'All Star Game del 2007.

Josh Howard, aldilà di tutte le qualità cestistiche suesposte, è anche un personaggio controverso. Lo scorso 25 aprile, prima di gara 3 del primo round di playoff tra la sua squadra e i New Orleans Hornets (unica partita vinta dai Mavs nella serie, finita 4-1 per Chris Paul e compagni), ammise di fare uso di marijuana. Per giustificarsi, affermò che si trattava di una pratica assai diffusa tra i giocatori della NBA.

In questi giorni, a poco più di un mese di distanza dall'inizio della nuova stagione del campionato di pallacanestro più spettacolare del mondo, Howard è tornato a far parlare di sé. Nel partecipare a un incontro di "flag football" (per chi non sapesse di che si tratta, si consiglia di guardare qui) di beneficenza organizzato da Allen Iverson, Howard, guardato dritto verso la telecamera (probabilmente di un telefono cellulare), si è scagliato contro nientemeno che...l'inno nazionale americano: "Stanno suonando The Star Spangled Banner. Non celebro quella merda. Sono nero". Ovviamente, il video è immediatamente finito su YouTube e in breve tempo ha fatto il giro del web ed è quindi passato ai notiziari sportivi (qui il dibattito di ESPN), creando non pochi grattacapi a Howard e, conseguentemente, alla società dei Dallas Mavericks (di proprietà di un signore di nome Mark Cuban, non certo un'icona del patriottismo...), che ne ha preso le distanze quanto prima.
Da parte dei media, una reazione unanime di condanna per il gesto. Mentre Stephen A. Smith, commentatore di ESPN, sembra rimpiangere i tempi in cui Howard era considerato un giocatore timido e riservato (sottolineando che, a differenza del suo talento sul parquet, ciò che pensa e afferma ha scarso valore), Drew Sharp del Detroit Free Press è alquanto più diretto e, senza usare giri di parole, scrive: "Josh Howard è fortunato che il Bill of Rights difende la stupidità".
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mercoledì, 20 agosto 2008

Going for the gold



Sconfiggendo 116-85 l'Australia nei quarti di finale - con una prestazione di Kobe Bryant (nella foto) che ha ricordato al mondo perché lui è l'MVP della NBA - gli Stati Uniti sono a due vittorie di distanza dall'oro olimpico. Prossima sfida, in semifinale, contro l'Argentina campione in carica.
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martedì, 12 agosto 2008

USA 101, China 70



Trentun punti di scarto, un ampio margine di vantaggio già sul finire del primo tempo. La Cina è agguerrita, orgogliosa e del tutto priva di talento, salvo qualche eccezione. Un'eccezione che risponde al nome di Yao e che non dovrebbe essere neppure in campo, dato il brutto infortunio che, secondo le previsioni, l'avrebbe bloccato almeno fino all'inizio della prossima stagione NBA. Per ragion di Stato, evidentemente, o più semplicemente per patriottismo, Yao è sul parquet, a mezzo servizio, ma la sua imponente figura serve. Serve perché la Cina voleva accogliere a braccia aperte i migliori giocatori di pallacanestro del pianeta, voleva dimostrare al mondo di poter ospitare una partita in puro stile NBA in vista di una futura lega satellite voluta dagli americani, voleva provare a tenere testa alla potenziale macchina schiacciasassi del Team USA. I tre obiettivi sono stati raggiunti. Solo il terzo ha funzionato solo in parte, ovvero nei primi minuti di gioco, quando alcuni tiri da tre ben piazzati dei cinesi hanno illuso il pubblico che il testa a testa sarebbe potuto proseguire per l'intera partita.

Non è un mistero che gli Stati Uniti, negli ultimi anni, leggasi "gli anni in cui non hanno vinto un oro", abbiano subito soprattutto le formazioni che più e meglio utilizzavano il tiro da tre punti. Aldilà delle elucubrazioni che si possono partorire al riguardo (il sottoscritto, ad esempio, è un sostenitore della teoria del "grande complotto mondiale per snaturare la pallacanestro con il tiro da tre punti", con la quale la fisicità del gioco americano ha visto diminuire il proprio ruolo), la conseguenza più ovvia è che la formazione a stelle e strisce debba giocoforza concentrarsi sulla difesa. Non a caso, Kobe Bryant e compagni si sono trasformati in potenza inarrestabile non appena hanno iniziato un aggressivo pressing a tutto campo, con raddoppi e accentuata pressione sul portatore di palla. Le palle rubate si sono trasformate così in comodi canestri e, in breve tempo, il distacco è diventato troppo ampio per lasciare speranze alla Cina.

Nonostante il risultato si commenti da solo, è necessario sottolineare che la nazionale americana abbia ancora molti margini di miglioramento. Salvo rare occasioni, nessun elemento del roster ha sentito la necessità di "inserire il turbo", con azioni o prestazioni simili a quanto mostrato di solito nei playoff o in altre gare che contano. Vincere ogni partita con grandi scarti, alla lunga, potrebbe risultare persino nocivo. La Cina ha ben poco da farsi perdonare. Dato il gap tecnico, è anzi una fortuna che il risultato sia stato così clemente. I giochi proseguono. La squadra allenata da coach K è obbligata a vincere ogni incontro fino alla finale, ovviamente compresa. Qualsiasi risultato al di fuori dell'oro sarebbe una disfatta. La Cina, invece, proseguirà dignitosamente il proprio cammino, di fronte a un fantastico pubblico di casa, capace di festeggiare per il canestro del -30 nei minuti finali della gara.
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domenica, 10 agosto 2008

The most watched game in the history of basketball



Almeno un miliardo di persone saranno collegate da tutto il mondo per assistere alla partita di pallacanestro olimpica tra Stati Uniti e Cina. Sarà l'incontro più visto della storia. L'attesa è spasmodica, specialmente nel paese ospitante, desideroso di diventare una potenza anche nello sport della palla a spicchi. Da una parte, una nazionale americana che non vince un oro olimpico dal 2000. Proibito chiamarlo "Dream Team", anche se il talento della formazione a stelle e strisce è di un altro pianeta rispetto a ogni avversario. Dall'altra, una squadra emergente, con due giocatori di rilievo - il simbolo Yao Ming e il giovane Yi Jianlian, entrambi nella NBA - grandi ambizioni e il fattore campo dalla loro parte. Le chiavi di lettura sono infinite: la caccia all'oro degli Stati Uniti, la voglia di affermazione della Cina, la prima volta di Kobe Bryant ai giochi olimpici, la nazione dalla più nobile storia cestistica contro la nazione che più ama il basket (share televisivi senza paragoni, un mercato di dimensioni gargantuesche: 300 milioni di praticanti, 4 cinesi su 5 tra i giovani sono tifosi NBA) lo scontro tra le due più grandi potenze mondiali. I precedenti, ovviamente, sono tutti a favore degli Stati Uniti. Nel 1996, ad Atlanta, mentre ogni squadra che affrontava il terzo Dream Team (con Hakeem Olajuwon, Karl Malone, Shaquille O'Neal, ecc.) si impegnava ad "addormentare la partita" e salvare il salvabile, la Cina fu l'unica ad affrontare gli Stati Uniti a viso aperto, animati da un senso di sfida e, evidentemente, da una buona dose di follia: il risultato fu un devastante 133-70 a favore degli americani, la vittoria con il più ampio margine di tutta l'olimpiade. Probabile che oggi (diretta dalle ore 16.15 su Eurosport) le cose possano andare diversamente, ma non troppo. Vittoria americana, ma con minore distacco.
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venerdì, 20 giugno 2008

All American Celtics



Ancora sulla vittoria del titolo della National Basketball Association da parte dei Boston Celtics di Paul Pierce (nella foto, mentre onora la memoria di Red Auerbach, nel corso della parata di celebrazione per le strade di Boston), Kevin Garnett e Ray Allen. Due sono gli elementi che saltano agli occhi da questa impresa sportiva.

Per prima cosa, Boston, Massachusetts, si è rivelata la città più all'avanguardia dal punto di vista sportivo di tutto il Nord America. Nel corso di un anno, ben quattro sue rappresentative sono arrivate alle finali delle rispettive discipline. I Boston Red Sox sono i campioni in carica della Major League Baseball. I New England Patriots della National Football League, al termine di una stagione straordinaria e senza precedenti, hanno perso il Super Bowl di un soffio. I New England Revolution, formazione dell'emergente Major League Soccer, sono stati sconfitti in finale. Ora, la vittoria dei Boston Celtics. Mettendo da parte il calcio, fenomeno ancora marginale negli Stati Uniti, Boston è andata a un passo dal grande slam. La culla dell'America moderna, o almeno di quella sportiva, come si scriveva da queste parti lo scorso novembre.

La seconda cosa che salta agli occhi è che i Boston Celtics campioni NBA sono una squadra totalmente all american. Ogni elemento del roster biancoverde, da Rajon Rondo a PJ Brown, è nato e cresciuto negli Stati Uniti e ha frequentato un college (o un high school, nel caso di Kevin Garnett e Kendrick Perkins) statunitense. Di FIBA, nemmeno una traccia, tantomeno nel gioco espresso in campo. E questo è un elemento che nessuno, specialmente chi ha scritto e parlato finora di pallacanestro internazionale (con frasi ormai abusate quali "l'Atlantico si fa sempre più piccolo", "il basket americano è inferiore rispetto a quello europeo" - vero Gallinari? - e altre amenità), potrà ignorare. Still another planet, fatevene una ragione.
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giovedì, 19 giugno 2008

Four for the Celtics



I Boston Celtics si laureano campioni NBA. Non accadeva dal 1986. All'epoca, i "big three" erano Larry Bird, Kevin McHale e Robert Parish. Oggi, i "big three" sono i signori nella foto qui sopra: Kevin Garnett, Ray Allen, Paul Pierce. Per ciascuno di loro, si tratta del primo anello, forse il primo di una serie. I Celtics conquistano così il loro 17esimo titolo NBA - nessun altra squadra ha vinto così tanto - smentendo la profezia di Bob Cousy, stella biancoverde dal 1950 al 1963 che, deluso dalle numerose stagioni perdenti della franchigia, negli anni '90 dichiarò: "Morirò prima che i Celtics vincano un altro campionato".

Dal punto di vista dei record battuti, Pierce e compagni si sono resi protagonisti di almeno due imprese titaniche: prima di loro nessuna squadra, nella storia, era mai riuscita a passare da una stagione di sole 24 vittorie a una di 66, il più grande miglioramento di sempre (e solo altre due erano arrivate al titolo dopo un'annata in cui non avevano disputato i playoff); in gara 3 delle Finali, inoltre, allo Staples Center di Los Angeles, i Celtics sono riusciti a recuperare uno svantaggio di -24 punti contro i Lakers dati ormai per vincenti, vincendo così la partita, una rimonta senza precedenti nella storia della NBA Finals.

Per Los Angeles, aldilà dei malumori dovuti alla struttura "top down" della squadra, con il numero 24 al vertice di essa, rimane la soddisfazione di aver costruito una formazione solida, capace di lottare a  testa alta con i Boston Celtics, nettamente superiori sotto il livello tecnico. L'anno prossimo rientrerà il giovane talento Andrew Bynum, del quale si è sentita la mancanza a centro area. Con lui, Gasol e un Bryant tutt'altro che da buttare, si può costruire qualcosa per il futuro, cosa che invece Boston non può fare, data l'età avanzata di molti suoi elementi.
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venerdì, 06 giugno 2008

This is what America wants

La copertina dell'ultimo numero di Sports Illustrated. Da non perdere neppure lo spot nostalgico firmato NBA con Magic Johnson e Larry Bird.

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venerdì, 06 giugno 2008

Beat LA! Beat LA!

"Beat LA! Beat LA!". Anno 1982. Gara 7 delle Finali di Eastern Conference tra i Boston Celtics di Kevin McHale e i Philadelphia 76ers di Julius Erving. Sul finire dell'incontro, con la squadra di casa sotto di dodici punti e ormai sconfitta, il pubblico di Boston inizia a intonare il coro, augurando a Dr. J e compagni di battere Los Angeles nelle finali. Le origini di "Beat LA" sul blog del Boston Globe e su InsideHoops.

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venerdì, 06 giugno 2008

More on game one

Il recap sul sito ufficiale NBA. Il commento di Bill Simmons su ESPN, che sottolinea l'eroica prova di Paul Pierce. Sulla stessa linea d'onda, l'articolo di Ian Thomsen di Sports Illustrated. Secondo Stan Neal di Sporting News, ci sono molti motivi per ricordare gara uno. Per Bill Ingram di Hoops World, i Lakers hanno bisogno di un maggior contributo da parte di Gasol. Brian Mahoney, che si occupa di pallacanestro per l'AP, conferma che l'ottima difesa di Boston sia stata un fattore determinante per le sorti della partita.
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venerdì, 06 giugno 2008

One for the Celtics



C'è qualcosa di epico, nelle Finali NBA di quest'anno. Saranno gli altisonanti nomi delle squadre in campo, un connubio del quale si sentiva la mancanza da tempo immemore. Saranno i talenti in maglia biancoverde e gialloviola, atleti straordinari e virtuosi della palla al cesto. Sarà l'organizzazione perfetta dell'evento, dove nulla è fuori posto, qualità tipicamente americana di saper spettacolarizzare, e di conseguenza vendere, ogni manifestazione degna d'interesse (e non solo).

La ABC, network che da qualche anno detiene i diritti delle Finals, confeziona un'introduzione nostalgica ed emozionante, come nel suo stile. La NBA, per non essere da meno, alimenta l'attesa puntando sulla sfida del presente, tra Kevin Garnett e Kobe Bryant, e quella del passato, tra Magic Johnson e Larry Bird, che puntualmente appaiono - evidentemente convocati dal deus ex machina David Stern in persona, si presume sotto lauto compenso - per registrare uno spot sulla falsariga di quelli che hanno caratterizzato l'edizione 2007/2008 dei Playoffs, con i duellanti impegnati nel recitare la stessa frase, in sincrono, con lo schermo diviso a metà verticalmente.

Il Boston Garden, che non esiste più dal 1997, ha lasciato il posto prima al Fleet Center, ora TD Banknorth Garden. Molti cronisti, specie al di qua dell'Atlantico, continuano a chiamarlo con il vecchio nome. Per molti bostoniani, sembra di rivivere l'atmosfera del vecchio e sporco "Gahden" (pronuncia locale), tant'è che la maggior parte dei fans si presenta all'apertura dei cancelli pronunciando e cantando l'arcinoto slogan "Beat LA!", nato nel 1982 come atto di grande sportività (finali di Eastern Conference tra Boston e Philadelphia, gara 7: i tifosi dei Celtics, ormai prossimi alla sconfitta, augurarono così ai meritevoli 76ers di sconfiggere Los Angeles in finale), trasformatosi in coro antilosangelino, presente in ogni sport ad esclusione del football (causa assenza di formazione rappresentante la Città degli Angeli), riportato in auge da Paul Pierce e compagni durante i festeggiamenti per la vittoria sui Detroit Pistons.

Momenti suggestivi. Classica presentazione della bandiera, inno nazionale affidato a James Taylor. Poi, il buio, uno dei momenti più coinvolgenti dello sport americano, nel quale la NBA è maestra: l'introduzione dei giocatori da parte dello speaker dello stadio. Come di consueto, prima la squadra ospite, con tono di voce del tutto indifferente, se non seccato, con tanto di "boo" per il cestista più rappresentativo dei Lakers, ovvero Kobe Bryant, più dovuti alla paura e al timore che possa fare male, che non per disprezzo o odio. Quindi, la presentazione del team casalingo, anticipata da un filmato ipercinetico che si conclude con i potenti urli di rabbia di Kevin Garnett e Paul Pierce. Adrenalina pura. Il TD Banknorth Garden è un girone infernale e, dall'eccitazione dei tifosi, quasi non si sentono i nomi dei giocatori. Il pubblico è gasato, i protagonisti dello scontro pure, si può cominciare.

Per l'intero primo tempo, le due formazioni si studiano. Los Angeles Lakers e Boston Celtics sono due squadre profondamente diverse. La distanza tra le due diverse mentalità cestistiche è direttamente proporzionale, se non maggiore, alla distanza effettiva tra le due città. La prima, calda città del sud della California, nota per l'industria hollywoodiana e il clima, gioca una pallacanestro votata all'attacco, basata sulla triangle offense ideata dal genio di nome Tex Winters, adattata alle peculiarità della superstar Kobe Bryant grazie alla mediazione di uno dei più grandi allenatori di sempre, il coach zen Phil Jackson. La seconda, fredda città del New England, nota per le scuole d'élite e per la nobile storia, ha il suo punto di forza nella difesa, ruota attorno all'incredibile talento di Kevin Garnett, una guardia nel corpo di un pivot, e può contare sull'apporto fondamentale di due stelle del calibro di Paul Pierce e Ray Allen, sotto la supervisione di Doc Rivers, allenatore da meno di dieci anni, ex giocatore noto per la sua abilità difensiva.
Paul Pierce, portato fuori dal campo per un infortunio avvenuto in uno scontro con un compagno di squadra, fa trattenere il fiato al pubblico di Boston. Senza "The Truth", i Celtics hanno un momento di stallo, del quale però i Lakers non riescono ad approfittare, sbagliando tiri facili e commettendo errori grossolani. Dopo qualche minuto, a rendere la serata ancora più leggendaria di quanto già non lo sia, Pierce ritorna sul parquet, non al meglio delle condizioni, circondato dalle urla di incitamento dei tifosi (un'entrata degna del miglior Willis Reed). E, come in un film dalla trama mielosa, mette a segno due tiri da tre punti che, per Los Angeles, sono come due pugnalate. Da quel momento in poi, Boston serra i ranghi e si chiude in una impenetrabile difesa. Lo spagnolo Pau Gasol, colui che ha risollevato le sorti stagionali dei Lakers, arrivato in California da Memphis pochi mesi or sono in quello che è stato il vero e proprio "furto" dell'anno, subisce la pressione degli avversari, e non riesce a rendersi incisivo. Kobe Bryant, autore di giocate alla sua altezza, sbaglia qualche tiro di troppo. Derek Fisher, nonostante l'esperienza, l'eroismo e l'intelligenza tecnica, non può accollarsi sulle spalle l'intero peso dei gialloviola, che riescono però a tenersi in partita fino ai minuti finali. Una devastante schiacciata di Kevin Garnett, velocissimo a sfruttare il tiro sbagliato da un compagno, è l'azione che determina la chiusura dei giochi, e una serie di brutti tiri dei Lakers conclude gara uno.

98-88 il risultato finale. Una partita su sette totali. Boston celebrante e Los Angeles decisa a rifarsi quanto prima. La storia è ancora tutta da scrivere e, come si suol dire in queste occasioni, tutto può succedere. Può succedere che i Celtics proseguano di questo passo anche nelle prossime partite. Può succedere che l'MVP della stagione, quell'ex numero 8 che ora porta il 24 ed è figlio di tale Joe Jelly Bean dai trascorsi italici, decida di trasformarsi in quell'infernale macchina da canestri che, da sola, può decidere le sorti di un incontro. Può succedere che i campioni, annullandosi a vicenda, lascino spazio a giocatori meno noti, eroi per caso le cui prestazioni rimarranno impresse nella storia della lega e di questa disciplina, per la serie "only in America". In ogni caso, a prescindere da chi si laureerà campione, a uscire vincente è la National Basketball Association, che da ormai troppo tempo aveva un disperato bisogno di questa finale.
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giovedì, 05 giugno 2008

Back in the days

Si avvicina gara 1 tra Los Angeles Lakers e Boston Celtics. Non c'è momento migliore per riesumare il videogame che fece da apripista a tutta la serie di titoli dedicati al campionato professionistico a stelle e strisce, ovvero l'indimenticabile capolavoro per MS-Dos e SEGA Genesis Lakers versus Celtics and the NBA Playoffs.

L'anno era il 1989 (1990 per la versione Genesis/MegaDrive), la casa di produzione era la Electronic Arts, la quale non aveva ancora sviluppato la divisione interna della EA Sports. Otto le squadre selezionabili, quattro per costa: Lakers, Suns, Sonics e Jazz a ovest, Celtics, Bulls, Pistons e Knicks a est. Per l'epoca, si trattava di un gioco rivoluzionario, il primo nella storia ad avere la licenza per i nomi dei team e dei giocatori, da Kareem Abdul-Jabbar e Magic Johnson a Larry Bird e Kevin McHale, da Isiah Thomas a Michael Jordan (una rarità: il numero 23 in maglia Bulls non sarebbe più apparso nei videogiochi seguenti, a causa della costosissima licenza legata al suo nome). Da esso sarebbero poi scaturiti i successivi capitoli della saga cestistica EA, fino al '94 con titoli diversi, quindi con la creazione del franchise di "NBA Live", tuttora di grande successo.
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sabato, 31 maggio 2008

L.A., L.A., big city of dreams



25/04/08. Playoff NBA ancora all'inizio. Il sottoscritto, in una mail all'amico Wolfie: <<un pronostico sui Playoff NBA? Io dico Boston per l'est (troppo facile) e San Antonio per l'Ovest>>.
La risposta di Wolfie: <<Spero Lakers, Gasol ha fatto cambiare marcia a L.A.; San Antonio è la più forte, ma va a corrente alterna. Dipenderà da loro. Boston, too easy. Ma sai che suggestiva una finale stile anni '80 Boston-Lakers!!!>>.

I Los Angeles Lakers sono arrivati in Finale NBA, eliminando i San Antonio Spurs 4-1 nelle finali di conference, grazie a quel signore nella foto con la casacca gialloviola numero ventiquattro (ormai diventato inarrestabile: più che meritato il premio di MVP della stagione). Essi attendono ora di conoscere l'identità dei loro sfidanti. Allo stato attuale delle cose, i Boston Celtics sembrano i più accreditati per ricoprire questo ruolo (come scritto in un recente post). Chapeau a Wolfie, che sfiderò per un altro pronostico sulle Finals (squadra vincente, esito della serie, most valuable player)...
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mercoledì, 28 maggio 2008

History repeating?



È ancora presto, d'accordo. E c'è ancora da fare i conti con Chauncey Billups da una parte e Tim Duncan dall'altra. Però una finale NBA tra Los Angeles Lakers e Boston Celtics è un'ipotesi tutt'altro che remota. Anzi, quasi probabile. Ripeto: Los Angeles Lakers contro Boston Celtics. Una rivalità storica. Le due squadre, in finale, si sono già incontrate dieci volte (8-2 per i Celtics), tre volte negli anni '80, con la sfida tra Earvin "Magic" Johnson e Larry Bird. Ora ci sono Kobe Bryant e Kevin Garnett. Lo spettacolo sarebbe assicurato e forse, cosa che si attende da ormai molti anni, le NBA Finals registrerebbero uno share stratosferico, dato che LA & Boston sono due piazze (leggi: mercati) assai più appetibili rispetto a, per esempio, San Antonio e Cleveland , per citare le due squadre finaliste la scorsa stagione (una delle più deludenti di sempre, vedi post).
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giovedì, 22 maggio 2008

Showtime

Al titolare di questo blog piacciono tantissimo (anzi, di più) i Los Angeles Lakers visti ieri notte allo Staples Center.
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mercoledì, 30 aprile 2008

Coincidences



Attenzione, sta per partire un paragone azzardato, ma che può reggere. Questo è un post che parla di pallacanestro NBA, ma in realtà tratta di politica italiana. I Phoenix Suns sono il Partito Democratico. Non quello vero, ovvero quello di Hillary e Obama, ma quello italiano, fusione a freddo tra DS e Margherita. Il coach Mike D'Antoni è Massimo D'Alema: stesse iniziali, entrambi muniti di baffi, entrambi con una determinata visione di gioco, che può far discutere, ma che è solida. Steve Kerr è Walter Veltroni, general manager voluto dalla dirigenza, scomodo a D'Alema/D'Antoni, capace di convincere i più con le sue idee innovative, ma effettivamente prive di un riscontro concreto. Shaquille O'Neal, che gioca nel ruolo di centro (non a caso), arrivato da un'altra squadra a stagione in corso (i Miami Heat/la Margherita), fortemente voluto da Kerr/Veltroni e avversato da D'Antoni/D'Alema, è  Francesco Rutelli: O'Neal/Rutelli era un giocatore determinante una decina di anni fa, mentre ora non fa più la differenza in campo. Schierarlo in prima linea, sacrificando talenti più giovani, è stato un azzardo, che ha stravolto il gioco voluto da D'Antoni/D'Alema e ha portato più danni che benefici. Risultato: i Phoenix Suns/Partito Democratico sono stati sconfitti al primo turno di playoff dai San Antonio Spurs/Popolo delle Libertà. Una disfatta per la squadra intera, una brutta prestazione per Shaquille O'Neal, che non ha dato il contributo che ci si aspettava da lui. Gli avversari, gli Spurs/PdL, sono una squadra conservatrice, poco avvezza alle grandi novità (salvo qualche aggiunta dinamica), che presenta lo stesso gioco (vincente) da anni. Fine delle analogie, perchè Gregg Popovich non è Silvio Berlusconi e Tim Duncan non è Gianni Alemanno. Prevista ora una resa dei conti senza precedenti all'interno degli sconfitti Phoenix Suns/Partito Democratico, con annesso scontro tra D'Antoni/D'Alema e Kerr/Veltroni. Cambiano i nomi, ma il risultato è lo stesso.
postato da creezdogg alle ore 13:27 | link | commenti (1)
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mercoledì, 30 aprile 2008

Not dead. Yet.

Prova di carattere, direbbe il super manager della Telecom. È quanto avvenuto ieri al Toyota Center di Houston, Texas. Dove gli Houston Rockets, a un passo dall'ennesima eliminazione al primo turno di playoff (la quale consacrerebbe Tracy McGrady quale uno dei perdenti più talentuosi della storia contemporanea), si sono ricordati di essere la squadra che ha vinto ventidue partite consecutive e hanno asfaltato gli avversari (95-69), quegli Utah Jazz che negli ultimi anni, in più di un'occasione, hanno rovinato loro la festa. Tutto da rifare per il team di Jerry Sloan. La resa dei conti rimandata a gara 6, il 2 maggio a Salt Lake City. I Rockets possono ancora farcela, ma solo se giocano come sanno fare, pur privi di Yao, con un pivot titolare ultraquarantenne e con Rafer Alston da poco recuperato. L'alternativa è l'eliminazione, l'umiliazione di guardare le serie successive dal televisore di casa.
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martedì, 22 aprile 2008

There can be only one

Mentre il sottoscritto era distratto, sono iniziati i Playoff della NBA, accompagnati da una serie di spot televisivi a dir poco spettacolari (vedi sopra; qui, qui e qui gli altri). A Est, fin troppo facile: Boston Celtics. A Ovest, fin troppo difficile: gli Spurs perchè sono campioni in carica, gli Hornets perchè CP3 è un funambolo, i Lakers perchè Kobe è il miglior giocatore del pianeta e Gasol si è adattato alla perfezione, i Suns perchè erano favoriti anche prima che arrivasse Shaq, i Rockets perchè hanno vinto un migliaio di partite consecutive (ma faranno di tutto per complicarsi la vita e uscire al primo turno anche quest'anno). Come? Dallas? No, non è una dimenticanza: Dirk Nowitzki, a modesto avviso del sottoscritto, non vincerà alcun trofeo al di sopra della coppa del nonno.

Forse per la prima volta nella storia, il periodo più emozionante della pallacanestro a stelle e strisce è presente in quantità massiccia sulla televisione italiana. L'offerta, tra SKY e SportItalia (la quale trasmette anche NBA TV), è senza precedenti. Overdose cestistica. By the way, qui si fa il tifo per Houston. Però a vincere non saranno loro.

postato da creezdogg alle ore 22:11 | link | commenti
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