Creez Dogg In Tha Houze

The never ending battle for Truth, Justice and the American Way
venerdì, 04 luglio 2008

Not that bad after all

A quanto pare, stando a quanto riportato da Guido Olimpio oggi sul Corriere, le ricerche che hanno portato alla liberazione di Ingrid Betancourt sono state efficaci grazie a "strumenti di intercettazione forniti dagli Usa" e "con l'aiuto dei consiglieri americani e israeliani". Ma tu guarda, il caso.
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giovedì, 12 giugno 2008

Intervista a Gianni Vernetti

L'ex sottosegretario agli esteri del Pd prende una netta posizione sui rapporti con l'Iran
 
<<L'opzione militare? Non si può escludere>>
 
colloquio con Gianni Vernetti di Cristiano Bosco
 
"Bisogna rafforzare le sanzioni economiche contro l'Iran: una politica di embargo porterebbe all'isolamento del regime in campo internazionale. Un regime estremamente fragile, visto che una porzione consistente del popolo iraniano è contraria all'attuale classe dirigente e a favore della democrazia, come ad esempio gli studenti, che hanno bisogno del nostro sostegno. È necessario organizzare un'azione finalizzata al cambio di regime". Gianni Vernetti, già sottosegretario agli Esteri del governo Prodi, è deputato alla Camera tra le fila del Partito Democratico e membro della Commissione Affari Esteri. Sull'Iran ha le idee molto chiare.

Lei ha preso parte alla manifestazione tenutasi a Roma contro il leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in occasione della sua visita per il vertice Fao. Qual è stato l'esito dell'iniziativa?
Il Paese ha reagito bene, dimostrandosi unito. Nessun esponente del governo ha incontrato Mahmoud Ahmadinejad, lo stesso vale per la Santa Sede. Nessuna forza politica ha fatto gioco di sponda. Considero l'Iran un pericolo per la sicurezza internazionale. L'iniziativa ha rappresentato una prova di coesione. È necessario dimostrare che quel regime non può giocare su tavoli separati: l'Occidente democratico deve mostrarsi unito di fronte a questa minaccia.

Esclude un’azione militare nei confronti dell’Iran?

Nessuno può escludere un'opzione militare, nemmeno le stesse Nazioni Unite. L'Occidente non può accettare l'eventualità che Israele venga attaccato, così come non può accettare che l'Iran disponga di armi nucleari, o che si doti di missili balistici a lunga gittata.

John McCain, candidato repubblicano alla Casa Bianca, ha proposto la creazione di una "Lega delle Democrazie" per affrontare le minacce globali. Qual è la sua opinione al riguardo?

Faccio parte della "Community of Democracies", organizzazione internazionale che conta al suo interno più di cento Paesi, creata grazie agli sforzi dell'amministrazione Clinton, allo scopo di diffondere la democrazia nel mondo. Nel 2007, in collaborazione con Paula Dobriansky, rappresentante del dipartimento di Stato americano, abbiamo organizzato un importante meeting a Roma. La promozione della democrazia va ripensata. Essa deve rappresentare una priorità in politica internazionale. Non è possibile ipotizzare una politica dello sviluppo per Paesi del terzo mondo senza che questa sia affiancata alla diffusione della democrazia: la situazione di molti Paesi africani è emblematica, con milioni di dollari di aiuti che finiscono nelle tasche di brutali dittatori. Sicurezza, sviluppo e democrazia viaggiano sullo stesso binario, come dimostrato da quanto sta succedendo in Iraq e Afghanistan. Per questo motivo, la promozione della democrazia deve avere la priorità, nell'agenda internazionale.

Che ne pensa dell’ipotesi dell’allargamento del “5+1”, con possibilità per l’Italia di sedersi al tavolo delle trattative con l’Iran?

Il Partito Democratico è a favore dell'iniziativa del governo italiano per l'aggiunta del nostro Paese al "5+1". Il precedente governo Berlusconi commise un grande errore quando, qualche anno fa, decise di non accettare l'invito a partecipare alle trattative. Il governo Prodi, a differenza di quanto sostenuto da alcuni, ha provato a fare entrare l'Italia nel "5+1", senza tuttavia riuscirci. L'Italia è  tra i più importanti partner commerciali dell'Iran, è giusto che venga coinvolta nelle trattative: su questo tema, siamo in sintonia con il governo.

Si preannuncia l’instaurazione di un clima di dialogo con il governo, per quanto riguarda la politica estera del nostro Paese?

Sicuramente. Su alcune grandi questioni di politica estera, è fondamentale che il Paese si mostri unito. Si possono trovare punti in comune su argomenti quali la lotta al terrorismo, la ratifica della Costituzione europea, o il rifinanziamento delle nostre missioni all'estero. È normale che il nuovo clima di dialogo sincero, civile e senza posizioni pregiudiziali venga esteso anche alla politica estera italiana.

Lei si è dichiarato contrario all’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo, c’è chi ipotizza che DS e Margherita entreranno in due gruppi separati all’Europarlamento.

Si tratta di un'ipotesi da non escludere. Risulta evidente che, ad eccezione che in Spagna, i socialisti non sono autosufficienti in alcun Paese europeo, e recentemente hanno subito delle pesanti sconfitte elettorali. È per loro necessario cambiare pelle, se non vogliono contare sempre meno, e tentare alleanze con il centro, con la liberaldemocrazia. Non vedo per quale motivo il Partito Democratico dovrebbe appiattirsi sulle posizioni dei socialisti. Se ciò dovesse accadere, saremmo condannati a un lungo periodo di opposizione.

Tra le alleanze con il centro, quindi, non esclude un possibile dialogo con l’UDC, con voi all’opposizione?

Non ho dubbi che l'UDC possa diventare un nostro partner privilegiato. C'è la possibilità di trovare punti in comune per fare opposizione e ci possono essere le condizioni per provare un esperimento politico anche in occasione di elezioni a livello locale.

(intervista pubblicata ieri sul quotidiano Liberal , disponibile anche sul sito ufficiale del Partito Democratico e su MargheritaOnline)

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mercoledì, 28 maggio 2008

Appello Iran



In occasione della visita di Mahmoud Ahmadinejad in Italia, anche il titolare di questo blog ha aderito all'appello de Il Riformista, di seguito riportato. Qui le adesioni illustri (oltre alla mia, s'intende).

In occasione della prevista visita in Italia del presidente della Repubblica Islamica dell’Iran Ahmadinejad, atteso a Roma tra il 3 e il 5 di giugno per la Conferenza della Fao dedicata alla “Sicurezza Alimentare”, i firmatari del presente appello promosso dal quotidiano il Riformista ribadiscono:

1) La contrarietà ad ogni forma di ingerenza negli affari interni degli stati del Vicino Oriente e di sostegno alle attività di gruppi armati che ostacolano l’attuazione di soluzioni pacifiche e consensuali in Libano e l’evolversi del processo di pace tra israeliani e palestinesi basato sul principio “due popoli, due stati”.
2) La necessità di impedire ogni ipotesi di sviluppo del nucleare a fini bellici che possa innescare una corsa agli armamenti in Medio Oriente. A questo fine i firmatari sostengono il perseguimento di una linea risoluta e coerente, sostenendo tutte le decisioni che il Consiglio di Sicurezza e l’Unione europea assumeranno per ottenere piena trasparenza e di collaborazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica.
3) Il ripudio di ogni affermazione o azione volta a negare la Shoah come fatto storico, a contestare il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele o a chiederne la distruzione.
Su questi punti confermiamo il nostro impegno, fermo restando il rispetto per la sovranità della Repubblica Islamica dell’Iran, i sentimenti di amicizia per il popolo iraniano e l’auspicio che lo spazio di dialogo tra il governo iraniano e la comunità internazionale possa allargarsi e contribuire alla pacificazione della regione mediorientale
 
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mercoledì, 14 maggio 2008

Death and annihilation

In occasione dei sessant'anni dalla nascita di Israele, Mahmoud Ahmadinejad ha voluto festeggiare a modo suo: "The Zionist (Israeli) regime is dying," said Ahmadinejad during a speech in northern Iran. "The criminals assume that by holding celebrations ... they can save the sinister Zionist regime from death and annihilation." Lo riporta BreitBart. Strano che non sia stato invitato al salone del libro di Torino.
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domenica, 04 maggio 2008

Our next foreign policy

La politica estera del nostro Paese, inspiegabilmente trascurata dalla maggior parte dei partiti nella recente campagna elettorale, dovrà necessariamente tornare a occupare una posizione di rilievo nell'agenda della nuova maggioranza di governo. Dopo circa due anni e mezzo caratterizzati dall'eurocentrismo senza se e senza ma del governo Prodi e dall'imbarazzante politica estera condotta dal ministro Massimo D'Alema, il quale ha riesumato equivicinanze mediorientali di andreottiana memoria, è quantomai necessario che l'Italia torni a occupare un ruolo importante a livello internazionale, con una visione delle sfide globali che non sia subordinata ad alcuna grande potenza, né europea né extraeuropea, ma che al tempo stesso trovi i suoi punti fondanti nel rapporto preferenziale con gli storici alleati euroatlantici, a cominciare dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, e nel sostegno incondizionato allo Stato di Israele.

Un percorso già effettuato dal precedente governo di centrodestra, impegnato in prima linea nella guerra al terrorismo con l'appoggio degli interventi militari angloamericani in Afghanistan e in Iraq, e culminato con il discorso del presidente del consiglio Silvio Berlusconi di fronte al Congresso americano, privilegio riservato a un numero alquanto esiguo di capi di Stato. Nel 2006, la vittoria delle elezioni politiche da parte dell'Unione di centrosinistra rappresentò un brusco cambio di rotta: la presenza di una consistente e assai rumorosa frangia antiamericana all'interno della maggioranza, composta dalle forze di estrema sinistra - tra veterocomunisti nostalgici della guerra fredda e di slogan quali "Yankees go home" e no global che identificano gli USA come la causa prima di tutti i mali del pianeta - condizionò in maniera determinante le scelte del governo Prodi, il quale, anziché operare nel nome della continuità (abitudine di ogni Paese civile, per il mantenimento di una certa credibilità al di fuori dei confini nazionali), diede una discutibile svolta alla politica internazionale italiana. Gli ottimi rapporti con gli Stati Uniti vennero in breve tempo sacrificati e sostituiti da un europeismo di facciata, vuoto e del tutto privo di significato, mentre il capolavoro in negativo avvenne in politica mediorentale. L'Italia passò infatti dal non negoziabile sostegno allo Stato di Israele (unica democrazia del medio oriente, oggetto di continue minacce da parte di dittatori con ambizioni nucleari come Ahmadinejad e, soprattutto, bersaglio costantemente sotto attacco da parte di fondamentalisti quali Hamas e Hezbollah) del governo Berlusconi all'ambigua equivicinanza del ministro degli Esteri Massimo D'Alema, capace di farsi fotografare a braccetto di leader terroristi e, forse memore del suo non troppo remoto passato comunista, più a suo agio a puntare pretestuosamente il dito contro lo Stato ebraico che contro i suoi nemici che ne auspicano la distruzione.

Il terzo soggiorno a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi dà ora l'opportunità all'Italia di riprendere il cammino da dove era stato interrotto, ovvero da una politica europea concreta e non condizionata, ma soprattutto da un rapporto sincero di affiatamento con gli alleati atlantici. È opportuno che, a prescindere da chi sarà eletto alla Casa Bianca il prossimo novembre, gli Stati Uniti possano trovare nell'Italia un partner, un alleato e un amico su cui contare, a partire dalla collaborazione nella lotta al terrorismo globale (emblematiche, sotto questo punto di vista, le ripetute richieste rivolte dalla NATO all'Italia per un maggior impegno sul fronte afghano: una revisione delle regole di ingaggio non è da escludere). L'emergere di nuove e alquanto spinose questioni internazionali - dal riaffiorare delle inquietudini in ex Jugoslavia alla potenzialmente esplosiva situazione libanese, resa possibile dal mancato disarmo di Hezbollah - non ammette una politica estera contrassegnata da ambiguità, preconcetti e antichi rancori. Serve al contrario una strategia chiara e credibile, che porti l'Italia a occupare un ruolo rilevante a livello internazionale. La già annunciata visita in Israele da parte del Presidente del Consiglio, segnale importante per riaffermare il cruciale rapporto di amicizia e sintonia tra i due Paesi, rappresenta il primo passo in questa direzione.
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giovedì, 01 maggio 2008

No excuse

A una settimana dall'apertura ufficiale, il prossimo 8 maggio, si riaccendono le polemiche che imperversano da mesi per la decisione di designare Israele come Paese ospite della Fiera del Libro 2008. Teatro di nuove proteste la manifestazione del Primo Maggio a Torino: al termine del corteo, intorno all'una, in piazza San Carlo alcuni giovani dei centri sociali del capoluogo piemontese e dell'associazione Free Palestine hanno bruciato due bandiere israeliane e una americana. Dal Corriere della Sera.

Bruciare una bandiera è un atto barbarico, un insulto supremo che va al di là della critica, costruttiva o motivata, dell'operato del governo di un Paese. È la negazione delle sue fondamenta e di ciò che rappresenta, la sua delegittimazione, un'ingiuria verso di esso, verso i suoi padri fondatori, verso il suo attuale popolo. Bruciare una bandiera, che riveste un ruolo sacro nella simbologia e nella storia di una nazione, è un gesto ignobile, ingiustificabile, il cui significato porta con sé una violenza ben più grave dell'atto stesso. Nessuna scusante per coloro che lo hanno commesso, magari convinti di aver compiuto un atto di eroismo o un passo in avanti per il progresso dell'umanità. Essi, così facendo, probabilmente perché privi di argomentazioni valide, hanno evitato la via del confronto civile. Passando automaticamente dalla parte del torto.
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mercoledì, 30 aprile 2008

I am optimistic

<<I am optimistic that within 10 years, Israel will come to its end>>. Le (deliranti) dichiarazioni, di Riyad Na'san al-Agha, ministro della cultura della Siria,  in un'intervista rilasciata alla rete televisiva Al-Hiwar lo scorso 19 aprile. Questa sarebbe la classe dirigente mediorientale con la quale l'Occidente e Israele, secondo alcuni, dovrebbero dialogare?
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martedì, 22 aprile 2008

Totally obliterate

<<I want the Iranians to know that if I'm the president, we will attack Iran (if it attacks Israel). In the next 10 years, during which they might foolishly consider launching an attack on Israel, we would be able to totally obliterate them>>. Traduzione, come prontamente riportato dal Foglio: <<Voglio che gli iraniani sappiano che se sarò presidente, attaccheremo l'Iran. Nei prossimi dieci anni, qualora decidessero stupidamente di considerare un attacco contro Israele, potremmo cancellarli del tutto>>. Firmato Hillary Rodham Clinton. Solo che per questa dichiarazione, si meriterebbe di vincere la Pennsylvania e la nomination.

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giovedì, 20 marzo 2008

Molotov-Ribbentrop

A Fiamma Nirenstein, preparata giornalista, ora candidata alla Camera per il PdL, vittima di una inqualificabile vignetta pubblicata dal Manifesto il 13 marzo e realizzata da Vauro (sì, lo stesso che aveva giudicato "di cattivo gusto" le vignette danesi su Maometto), va tutta la solidarietà di questo blog.

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giovedì, 10 gennaio 2008

Pure and simple

Nel caso qualcuno l'avesse dimenticato, il presidente degli Stati Uniti è ancora George W. Bush. Il quale, in visita in Israele (dove ha ricevuto una calorosa accoglienza), ha ammonito l'Iran. L'incidente avvenuto qualche giorno fa nello stretto di Hormuz è qualcosa di preoccupante. Una provocazione gratuita e, ovviamente, del tutto inaccettabile. Un tempo, per eventi simili, si iniziava una guerra, anche se il presidente era democratico.
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giovedì, 29 novembre 2007

Winners & Losers

Vincitori e sconfitti al vertice di Annapolis secondo TIME, che definisce Bush <<la sorpresa più grande>> e il suo discorso <<uno dei migliori della sua carriera politica, di certo il migliore sul Medio Oriente>>.
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giovedì, 22 novembre 2007

Questionable

Sebbene si tratti di un argomento alquanto delicato - per citare Chef di South Park, I wouldn't touch this with a ten foot pole - la storia del filmato del bambino a Gaza, tanto usata a scopi propagandistici, e della quale si è tornato a parlare recentemente (al riguardo, si segnalano gli articoli di David Frum e di Fiamma Nirenstein), fa sorgere più di un dubbio. Soprattutto tenendo presenti alcuni precedenti (qui e qui), che ben dimostrano di cosa sono capaci alcune organizzazioni terroristiche. Nessuna certezza, molti punti interrogativi.
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giovedì, 13 settembre 2007

Ghost recon

<<Elicotteri iraniani abbattuti, bombardamenti sui villaggi curdi in Iraq, raid di commandos peshmerga nell’Azerbaijan occidentale, centinaia di profughi in fuga dalle rappresaglie di Teheran e un blitz terra-aria israeliano contro una base siriana ai confini turchi dove l’Iran stava accumulando materiale top secret arrivato dalla Corea del Nord.

Non si tratta di una simulazione della «war room» del Pentagono né di un romanzo di Le Carré bensì di quanto avvenuto nelle ultime settimane in un Medio Oriente attraversato da un crescendo di combattimenti segreti che nessuna delle parti ha interesse a rivelare perché descrivono un aumento di tensione capace di degenerare in un ampio conflitto regionale fra alleati di Washington e di Teheran>>. Dall'articolo di Maurizio Molinari "Guerre segrete di Bush in Iran, Siria e Kurdistan", oggi sulla Stampa.
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martedì, 14 agosto 2007

Outta time

<<Perché sta di fatto che, nelle ultime settimane, Hamas ha promosso e coordinato un colpo di Stato nella striscia di Gaza, smantellando nel sangue le istituzioni legittime e democratiche dell’Anp; ha rifiutato qualsiasi eventualità di collaborare con una forza multilaterale di interposizione, verso la quale Israele mostra per la prima volta segni di disponibilità; e soprattutto ha ribadito di non avere alcuna intenzione di accettare le tre condizioni poste dalla comunità internazionale: riconoscimento di Israele, fine della violenza e rispetto per gli accordi di pace già stipulati>>. Dall'editoriale "Su Hamas, Prodi è fuori tempo", ieri sulla Stampa, nel quale Andrea Romano bacchetta Romano Prodi per l'ennesima dichiarazione avventata di questo governo su Hamas (per alcune delle altre, basta dare un'occhiata al tag "israel" di questo blog).
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lunedì, 30 luglio 2007

The Mel Gibson Defense

Ci mancava solo questa: il conflitto in Darfur, secondo Abdel Rahim Mohamed Hussein (ministro della Difesa del Sudan), sarebbe alimentato dagli ebrei. Strano che nessuno avesse ancora dato la colpa agli ebrei, a Israele, o agli Stati Uniti. Grazie a Il Mango di Treviso.

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mercoledì, 25 luglio 2007

Nuff said

<<Qual è la differenza tra Hamas e Al Qaeda? Non mi sembra che Hamas stia lottando per la nascita di uno Stato palestinese. La loro ideologia vuole imporre l'egemonia islamica fondamentalista su tutto il Medio Oriente. La partecipazione alla democrazia deve durare più di ventiquattr'ore. Se corri alle elezioni, non significa che diventi un membro permanente del club. Bisogna dimostrare giorno per giorno, dopo il voto, di essere un movimento democratico. Gli integralisti devono confrontarsi con la realtà e magari impareranno che sparare, il terrorismo non funzionano, che sono responsabili per il benessere della loro gente>>. Il premio Nobel per la Pace e presidente di Israele Shimon Peres, dall'intervista concessa al Corriere della Sera. Una risposta indiretta alle recenti irresponsabili dichiarazioni del nostro ministro degli Esteri.

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mercoledì, 25 luglio 2007

Check Your Facts

Nel corso del suo lungo intervento al Senato il giorno 24 di luglio, il nostro ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, ha dichiarato, tra le altre cose, quanto segue (dal resoconto stenografico ufficiale della seduta): <<Non voglio entrare ora in una analisi (che, tuttavia, forma oggetto di un vasto dibattito internazionale) sulla natura di Hamas e sulle possibili prospettive di evoluzione di questo movimento e sulla natura di Hezbollah, che è altra cosa, in quanto non è presente in nessuna lista di movimenti terroristici. Fa parte del Parlamento libanese ed ha fatto parte del Governo fino a qualche mese fa, ma questo dibattito è aperto, innanzitutto, in Israele>>.

Secondo le parole del nostro ministro degli Esteri, quindi, Hezbollah non sarebbe paragonabile ad Hamas in quanto non elencato in <<nessuna lista di movimenti terroristici>>. Ebbene, Hezbollah è bollato come organizzazione "terrorista" non da una, ma da sei liste: quelle di Israele, Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Australia e Olanda. Qualcuno può sostenere che D'Alema si riferisse all'Unione Europea: come noto, essa non considera Hezbollah come terrorista. Tuttavia, il nostro ministro degli Esteri dovrebbe essere a conoscenza del fatto che il Parlamento Europeo ha approvato, nel marzo 2005, una risoluzione nella quale si sosteneva che l'attività dell'organizzazione era di matrice terrorista (<<[EU] Parliament considers that clear evidence exists of terrorist activities by Hizbollah. The [EU] Council should take all necessary steps to curtail them>>). Allo stesso modo, il nostro ministro degli Esteri dovrebbe essere a conoscenza che il Consiglio Europeo ha inserito nell'elenco delle persone da considerarsi "terroristi" il signor Imad Fa'iz Mughniyah, ovvero il capo del servizio di intelligence di Hezbollah.

Un'organizzazione terrorista, quindi, secondo cinque democrazie nostre alleate (tra cui due importanti membri dell'Unione Europea) e secondo il Parlamento Europeo. Un'organizzazione il cui capo dell'intelligence rientra nella lista dei terroristi dell'UE. Un'organizzazione che, certo, <<fa parte del Parlamento libanese ed ha fatto parte del Governo fino a qualche mese fa>>, ma che ha anche rapito tre soldati israeliani (dei quali ancora non si sa nulla), lanciato razzi su città israeliane, usato civili come scudi umani, provveduto al proprio riarmo in barba a quel fallimento di missione che risponde al nome di UNIFIL.

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giovedì, 19 luglio 2007

On the same page /2

"Le illusioni del realismo" di Angelo Panebianco, sul Corriere, e "Masochisti con Hamas" di Fiamma Nirenstein, sul suo blog.

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