L'ex sottosegretario agli esteri del Pd prende una netta posizione sui rapporti con l'IranEsclude un’azione militare nei confronti dell’Iran?
Nessuno può escludere un'opzione militare, nemmeno le stesse Nazioni Unite. L'Occidente non può accettare l'eventualità che Israele venga attaccato, così come non può accettare che l'Iran disponga di armi nucleari, o che si doti di missili balistici a lunga gittata.
John McCain, candidato repubblicano alla Casa Bianca, ha proposto la creazione di una "Lega delle Democrazie" per affrontare le minacce globali. Qual è la sua opinione al riguardo?
Faccio parte della "Community of Democracies", organizzazione internazionale che conta al suo interno più di cento Paesi, creata grazie agli sforzi dell'amministrazione Clinton, allo scopo di diffondere la democrazia nel mondo. Nel 2007, in collaborazione con Paula Dobriansky, rappresentante del dipartimento di Stato americano, abbiamo organizzato un importante meeting a Roma. La promozione della democrazia va ripensata. Essa deve rappresentare una priorità in politica internazionale. Non è possibile ipotizzare una politica dello sviluppo per Paesi del terzo mondo senza che questa sia affiancata alla diffusione della democrazia: la situazione di molti Paesi africani è emblematica, con milioni di dollari di aiuti che finiscono nelle tasche di brutali dittatori. Sicurezza, sviluppo e democrazia viaggiano sullo stesso binario, come dimostrato da quanto sta succedendo in Iraq e Afghanistan. Per questo motivo, la promozione della democrazia deve avere la priorità, nell'agenda internazionale.
Che ne pensa dell’ipotesi dell’allargamento del “5+1”, con possibilità per l’Italia di sedersi al tavolo delle trattative con l’Iran?
Si preannuncia l’instaurazione di un clima di dialogo con il governo, per quanto riguarda la politica estera del nostro Paese?
Sicuramente. Su alcune grandi questioni di politica estera, è fondamentale che il Paese si mostri unito. Si possono trovare punti in comune su argomenti quali la lotta al terrorismo, la ratifica della Costituzione europea, o il rifinanziamento delle nostre missioni all'estero. È normale che il nuovo clima di dialogo sincero, civile e senza posizioni pregiudiziali venga esteso anche alla politica estera italiana.
Lei si è dichiarato contrario all’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo, c’è chi ipotizza che DS e Margherita entreranno in due gruppi separati all’Europarlamento.
Si tratta di un'ipotesi da non escludere. Risulta evidente che, ad eccezione che in Spagna, i socialisti non sono autosufficienti in alcun Paese europeo, e recentemente hanno subito delle pesanti sconfitte elettorali. È per loro necessario cambiare pelle, se non vogliono contare sempre meno, e tentare alleanze con il centro, con la liberaldemocrazia. Non vedo per quale motivo il Partito Democratico dovrebbe appiattirsi sulle posizioni dei socialisti. Se ciò dovesse accadere, saremmo condannati a un lungo periodo di opposizione.
Tra le alleanze con il centro, quindi, non esclude un possibile dialogo con l’UDC, con voi all’opposizione?
Non ho dubbi che l'UDC possa diventare un nostro partner privilegiato. C'è la possibilità di trovare punti in comune per fare opposizione e ci possono essere le condizioni per provare un esperimento politico anche in occasione di elezioni a livello locale.
(intervista pubblicata ieri sul quotidiano Liberal , disponibile anche sul sito ufficiale del Partito Democratico e su MargheritaOnline)

Non sono trascorse nemmeno ventiquattro ore dalla conquista della nomination per il partito democratico, e già Barack Obama cambia strategia. Il senatore dell’Illinois, messa in cassaforte la nomination in seguito a una rimonta contro Hillary Clinton, la quale partiva con il favore di ogni pronostico e con una macchina elettorale ben oliata, è infatti costretto a modificare l’impostazione della propria campagna elettorale, al fine di contrastare l’avversario repubblicano John McCain. Il primo aspetto a subire una notevole revisione è la politica estera. Obama e il suo staff sono ben consapevoli che la strategia utilizzata per vincere le primarie democratiche, ovvero puntare sull’ala più a sinistra del partito, l’anima liberal dei democratici incarnata dalla Speaker of the House Nancy Pelosi, non ha le stesse probabilità di successo nelle elezioni di novembre. Anzi, essa potrebbe addirittura rivelarsi controproducente, nella Right Nation raccontata da John Mickeltwhait e Adrian Wooldridge, poiché porterebbe buona parte dell’elettorato indipendente a scegliere un candidato moderato come John McCain. Il senatore dell’Illinois ha compreso che, per intercettare il voto di indecisi, repubblicani delusi da otto anni di gestione Bush e tutta l’ampia fetta di elettori non ancora schierati, non deve guardare a sinistra, bensì al centro.
Non è un caso che, in un discorso pubblico tenuto mercoledì di fronte all’American-Israel Public Affairs Committee, Obama abbia trattato la questione iraniana con piglio alquanto differente rispetto a quanto avvenuto fino al giorno prima. Egli ha infatti menzionato l’eventualità della soluzione militare, mostrando posizioni assai simili, se non del tutto analoghe, a quelle dell’attuale amministrazione alla guida degli Stati Uniti, la Casa Bianca del tanto da lui vituperato George W. Bush. “Obama assume posizioni da falco sull’Iraq” titolano le agenzie americane, sottolineando una svolta nelle parole del candidato che, negli ultimi mesi, aveva più volte ribadito di voler assumere una strategia del dialogo con il regime iraniano, non escludendo addirittura un incontro diretto con il leader Mahmoud Ahmadinejad -- ipotesi che lo ha reso oggetto di ripetuti attacchi da parte di McCain, ma anche della rivale democratica Hillary Clinton. Il giovane senatore, ormai specializzatosi nello sfruttare la macchina mediatica venutasi a creare attorno a lui, continua così a nascondere abilmente le zone d’ombra della sua campagna elettorale, ovvero la grande inesperienza politica (che lo ha portato a commettere gaffe in più di un’occasione) e la totale mancanza di posizioni di comando all’interno del suo curriculum vitae, elemento non trascurabile quando si ambisce a ricoprire il ruolo di comandante in capo della più grande potenza mondiale. In questo caso, dopo la parentesi liberal allo scopo di avere la meglio sulla più centrista Hillary (non a caso, secondo i sondaggi attuali, unica ad avere chance di vincere contro McCain), Obama ritorna a parlare di politica estera come un falco conservatore, talvolta come un neoconservatore. È dell’aprile dello scorso anno l’editoriale del Washington Post “Obama l’interventista”, firmato da Robert Kagan, autore di Paradiso e Potere, considerato dai più come il manifesto della dottrina neoconservatrice.
E se sull'Iran si è già registrato un cambio di atteggiamento, non è da escludere, in tema di questione mediorientale - che senza dubbio ricoprirà un ruolo cruciale, da qui a novembre, nello scontro tra i due candidati in corsa per la Casa Bianca - una revisione delle posizioni sull'Iraq. Il "surge", l'aumento di truppe sul campo ideato da influenti esperti in materia militare (Frederick Kagan e Jack Keane), richiesto da alcuni esponenti della politica (tra cui lo stesso John McCain, oltre che dal senatore democratico Joseph Lieberman), ordinato dal presidente Bush, avversato dalla stragrande maggioranza del fronte democratico (Obama compreso) e, non ultimo, messo in atto in maniera impeccabile dal generale David Petraeus, ha portato ottimi risultati: oltre ogni più rosea previsione, si è giunti a una drastica diminuzione della violenza nel Paese, conseguente alla cacciata di Al Qaeda e alla neutralizzazione delle fazioni più ostili. L'Iraq, da "slam dunk" per i democratici, i quali puntavano (e tuttora puntano) sul mantra della strategia del ritiro dei soldati, si è trasformato in un'inattesa arma per i repubblicani. Il politologo dalle simpatie neocon David Frum ha recentemente scritto che "Se le elezioni presidenziali del 2008 ruotassero soltanto sull'Iraq, il senatore dell'Arizona, John McCain, avrebbe la vittoria in mano", facendo da eco a quanto sostenuto in precedenza da Paul Berman, secondo il quale McCain sarebbe "l'unico candidato a dire la verità sull'Iraq". Ora che anche i media liberal (come il NY Times) iniziano a dedicare titoli all'Iraq liberato e rappacificato, si rende necessario, per Obama, rinnovare le proprie posizioni al riguardo, ovvero rincorrere McCain, spostandosi verso il centro. Trasformandosi così, almeno apparentemente, da candidato di stampo liberal, a - per usare una definizione cara a Maurizio Molinari - "cowboy democratico".

Christian Rocca (sul Foglio) e Maurizio Molinari (sulla Stampa) sulla relazione del generale Petraeus al Congresso. Mentre il grande Paul Berman, anzi "il liberal Paul Berman", sul Corriere della Sera, pronunciava frasi come <<Saddam Hussein andava defenestrato, sarebbe stata un'idea mostruosa continuare con le pressioni militari e le sanzioni economiche che in 12 anni avevano ottenuto l'unico risultato di infliggere sofferenza estreme agli iracheni>> e come <<È ovvio che sono le truppe americane a tenere assieme l'Iraq, e che sono esse, insieme con i gruppi sunniti, finalmente risvegliatisi, a infliggere alcune sconfitte ad Al Qaeda. Il ritiro delle truppe americane causerebbe una serie di esplosioni verso una guerra civile o una guerra con l'Iran. La presenza dei nostri soldati sta evitando un disastro>>.