Creez Dogg In Tha Houze

The never ending battle for Truth, Justice and the American Way
giovedì, 12 giugno 2008

Intervista a Gianni Vernetti

L'ex sottosegretario agli esteri del Pd prende una netta posizione sui rapporti con l'Iran
 
<<L'opzione militare? Non si può escludere>>
 
colloquio con Gianni Vernetti di Cristiano Bosco
 
"Bisogna rafforzare le sanzioni economiche contro l'Iran: una politica di embargo porterebbe all'isolamento del regime in campo internazionale. Un regime estremamente fragile, visto che una porzione consistente del popolo iraniano è contraria all'attuale classe dirigente e a favore della democrazia, come ad esempio gli studenti, che hanno bisogno del nostro sostegno. È necessario organizzare un'azione finalizzata al cambio di regime". Gianni Vernetti, già sottosegretario agli Esteri del governo Prodi, è deputato alla Camera tra le fila del Partito Democratico e membro della Commissione Affari Esteri. Sull'Iran ha le idee molto chiare.

Lei ha preso parte alla manifestazione tenutasi a Roma contro il leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in occasione della sua visita per il vertice Fao. Qual è stato l'esito dell'iniziativa?
Il Paese ha reagito bene, dimostrandosi unito. Nessun esponente del governo ha incontrato Mahmoud Ahmadinejad, lo stesso vale per la Santa Sede. Nessuna forza politica ha fatto gioco di sponda. Considero l'Iran un pericolo per la sicurezza internazionale. L'iniziativa ha rappresentato una prova di coesione. È necessario dimostrare che quel regime non può giocare su tavoli separati: l'Occidente democratico deve mostrarsi unito di fronte a questa minaccia.

Esclude un’azione militare nei confronti dell’Iran?

Nessuno può escludere un'opzione militare, nemmeno le stesse Nazioni Unite. L'Occidente non può accettare l'eventualità che Israele venga attaccato, così come non può accettare che l'Iran disponga di armi nucleari, o che si doti di missili balistici a lunga gittata.

John McCain, candidato repubblicano alla Casa Bianca, ha proposto la creazione di una "Lega delle Democrazie" per affrontare le minacce globali. Qual è la sua opinione al riguardo?

Faccio parte della "Community of Democracies", organizzazione internazionale che conta al suo interno più di cento Paesi, creata grazie agli sforzi dell'amministrazione Clinton, allo scopo di diffondere la democrazia nel mondo. Nel 2007, in collaborazione con Paula Dobriansky, rappresentante del dipartimento di Stato americano, abbiamo organizzato un importante meeting a Roma. La promozione della democrazia va ripensata. Essa deve rappresentare una priorità in politica internazionale. Non è possibile ipotizzare una politica dello sviluppo per Paesi del terzo mondo senza che questa sia affiancata alla diffusione della democrazia: la situazione di molti Paesi africani è emblematica, con milioni di dollari di aiuti che finiscono nelle tasche di brutali dittatori. Sicurezza, sviluppo e democrazia viaggiano sullo stesso binario, come dimostrato da quanto sta succedendo in Iraq e Afghanistan. Per questo motivo, la promozione della democrazia deve avere la priorità, nell'agenda internazionale.

Che ne pensa dell’ipotesi dell’allargamento del “5+1”, con possibilità per l’Italia di sedersi al tavolo delle trattative con l’Iran?

Il Partito Democratico è a favore dell'iniziativa del governo italiano per l'aggiunta del nostro Paese al "5+1". Il precedente governo Berlusconi commise un grande errore quando, qualche anno fa, decise di non accettare l'invito a partecipare alle trattative. Il governo Prodi, a differenza di quanto sostenuto da alcuni, ha provato a fare entrare l'Italia nel "5+1", senza tuttavia riuscirci. L'Italia è  tra i più importanti partner commerciali dell'Iran, è giusto che venga coinvolta nelle trattative: su questo tema, siamo in sintonia con il governo.

Si preannuncia l’instaurazione di un clima di dialogo con il governo, per quanto riguarda la politica estera del nostro Paese?

Sicuramente. Su alcune grandi questioni di politica estera, è fondamentale che il Paese si mostri unito. Si possono trovare punti in comune su argomenti quali la lotta al terrorismo, la ratifica della Costituzione europea, o il rifinanziamento delle nostre missioni all'estero. È normale che il nuovo clima di dialogo sincero, civile e senza posizioni pregiudiziali venga esteso anche alla politica estera italiana.

Lei si è dichiarato contrario all’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo, c’è chi ipotizza che DS e Margherita entreranno in due gruppi separati all’Europarlamento.

Si tratta di un'ipotesi da non escludere. Risulta evidente che, ad eccezione che in Spagna, i socialisti non sono autosufficienti in alcun Paese europeo, e recentemente hanno subito delle pesanti sconfitte elettorali. È per loro necessario cambiare pelle, se non vogliono contare sempre meno, e tentare alleanze con il centro, con la liberaldemocrazia. Non vedo per quale motivo il Partito Democratico dovrebbe appiattirsi sulle posizioni dei socialisti. Se ciò dovesse accadere, saremmo condannati a un lungo periodo di opposizione.

Tra le alleanze con il centro, quindi, non esclude un possibile dialogo con l’UDC, con voi all’opposizione?

Non ho dubbi che l'UDC possa diventare un nostro partner privilegiato. C'è la possibilità di trovare punti in comune per fare opposizione e ci possono essere le condizioni per provare un esperimento politico anche in occasione di elezioni a livello locale.

(intervista pubblicata ieri sul quotidiano Liberal , disponibile anche sul sito ufficiale del Partito Democratico e su MargheritaOnline)

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mercoledì, 11 giugno 2008

Intervista a Gianni Vernetti - preview

Oggi, sul quotidiano Liberal, la mia intervista all'on. Gianni Vernetti (disponibile nella rassegna stampa della Camera).
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giovedì, 05 giugno 2008

Time to flip the scipt


Non sono trascorse nemmeno ventiquattro ore dalla conquista della nomination per il partito democratico, e già Barack Obama cambia strategia. Il senatore dell’Illinois, messa in cassaforte la nomination in seguito a una rimonta contro Hillary Clinton, la quale partiva con il favore di ogni pronostico e con una macchina elettorale ben oliata, è infatti costretto a modificare l’impostazione della propria campagna elettorale, al fine di contrastare l’avversario repubblicano John McCain. Il primo aspetto a subire una notevole revisione è la politica estera. Obama e il suo staff sono ben consapevoli che la strategia utilizzata per vincere le primarie democratiche, ovvero puntare sull’ala più a sinistra del partito, l’anima liberal dei democratici incarnata dalla Speaker of the House Nancy Pelosi, non ha le stesse probabilità di successo nelle elezioni di novembre. Anzi, essa potrebbe addirittura rivelarsi controproducente, nella Right Nation raccontata da John Mickeltwhait e Adrian Wooldridge, poiché porterebbe buona parte dell’elettorato indipendente a scegliere un candidato moderato come John McCain. Il senatore dell’Illinois ha compreso che, per intercettare il voto di indecisi, repubblicani delusi da otto anni di gestione Bush e tutta l’ampia fetta di elettori non ancora schierati, non deve guardare a sinistra, bensì al centro.

Non è un caso che, in un discorso pubblico tenuto mercoledì di fronte all’American-Israel Public Affairs Committee, Obama abbia trattato la questione iraniana con piglio alquanto differente rispetto a quanto avvenuto fino al giorno prima. Egli ha infatti menzionato l’eventualità della soluzione militare, mostrando posizioni assai simili, se non del tutto analoghe, a quelle dell’attuale amministrazione alla guida degli Stati Uniti, la Casa Bianca del tanto da lui vituperato George W. Bush. “Obama assume posizioni da falco sull’Iraq” titolano le agenzie americane, sottolineando una svolta nelle parole del candidato che, negli ultimi mesi, aveva più volte ribadito di voler assumere una strategia del dialogo con il regime iraniano, non escludendo addirittura un incontro diretto con il leader Mahmoud Ahmadinejad -- ipotesi che lo ha reso oggetto di ripetuti attacchi da parte di McCain, ma anche della rivale democratica Hillary Clinton. Il giovane senatore, ormai specializzatosi nello sfruttare la macchina mediatica venutasi a creare attorno a lui, continua così a nascondere abilmente le zone d’ombra della sua campagna elettorale, ovvero la grande inesperienza politica (che lo ha portato a commettere gaffe in più di un’occasione) e la totale mancanza di posizioni di comando all’interno del suo curriculum vitae, elemento non trascurabile quando si ambisce a ricoprire il ruolo di comandante in capo della più grande potenza mondiale. In questo caso, dopo la parentesi liberal allo scopo di avere la meglio sulla più centrista Hillary (non a caso, secondo i sondaggi attuali, unica ad avere chance di vincere contro McCain), Obama ritorna a parlare di politica estera come un falco conservatore, talvolta come un neoconservatore. È dell’aprile dello scorso anno l’editoriale del Washington Post “Obama l’interventista”, firmato da Robert Kagan, autore di Paradiso e Potere, considerato dai più come il manifesto della dottrina neoconservatrice.

E se sull'Iran si è già registrato un cambio di atteggiamento, non è da escludere,  in tema di questione mediorientale - che senza dubbio ricoprirà un ruolo cruciale, da qui a novembre, nello scontro tra i due candidati in corsa per la Casa Bianca - una revisione delle posizioni sull'Iraq. Il "surge", l'aumento di truppe sul campo ideato da influenti esperti in materia militare (Frederick Kagan e Jack Keane), richiesto da alcuni esponenti della politica (tra cui lo stesso John McCain, oltre che dal senatore democratico Joseph Lieberman), ordinato dal presidente Bush, avversato dalla stragrande maggioranza del fronte democratico (Obama compreso) e, non ultimo,  messo in atto in maniera impeccabile dal generale David Petraeus, ha portato ottimi risultati: oltre ogni più rosea previsione, si è giunti a una drastica diminuzione della violenza nel Paese, conseguente alla cacciata di Al Qaeda e alla neutralizzazione delle fazioni più ostili. L'Iraq,  da "slam dunk" per i democratici, i quali puntavano (e tuttora puntano) sul mantra della strategia del ritiro dei soldati, si è trasformato in un'inattesa arma per i repubblicani. Il politologo dalle simpatie neocon David Frum ha recentemente scritto che "Se le elezioni presidenziali del 2008 ruotassero soltanto sull'Iraq, il senatore dell'Arizona, John McCain, avrebbe la vittoria in mano", facendo da eco a quanto sostenuto in precedenza da Paul Berman, secondo il quale McCain sarebbe "l'unico candidato a dire la verità sull'Iraq". Ora che anche i media liberal (come il NY Times) iniziano a dedicare titoli all'Iraq liberato e rappacificato, si rende necessario, per Obama, rinnovare le proprie posizioni al riguardo, ovvero rincorrere McCain, spostandosi verso il centro. Trasformandosi così, almeno apparentemente, da candidato di stampo liberal, a - per usare una definizione cara a Maurizio Molinari  - "cowboy democratico".

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domenica, 01 giugno 2008

Good news from Iraq

The number of deaths among Iraqi civilians, police and insurgents fell sharply from April to May, according to data from the Iraqi government, and the monthly death toll for American troops hit its lowest mark since 2004.

Lo riporta la CNN.
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mercoledì, 28 maggio 2008

Victory

Il mio amico Jean - a.k.a. Lo Schiavo di Tocqueville - con un bel post sull'Iraq. Qui si è completamente d'accordo.
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martedì, 27 maggio 2008

Dems on Iraq

Petraeus ha cacciato Al Qaeda dall'Iraq. La situazione nel Paese è profondamente cambiata, con una drastica diminuzione della violenza. Sembrano essersene resi conto tutti quanti, ad eccezione dei democratici. "Under Petraeus's leadership, Iraq has changed dramatically. Why can't the Democrats change with it?" si chiede Matthew Continetti in un pezzo sul Weekly Standard.
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giovedì, 22 maggio 2008

Must have



Consigli per gli acquisti. Il caso Petraeus, di Daniele Raineri. Tuttora in edicola con Il Foglio. Do not miss it.
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mercoledì, 14 maggio 2008

Words of wisdom

Berman invita però a non esagerare il peso della questione razziale: “I veri razzisti stanno in gran parte nell’estrema destra e non voterebbero comunque un democratico. E’ vero che esiste un razzismo più subdolo, ma l’America è un paese che da anni ha Colin Powell e Condi Rice in posizioni di vero potere militare e civile, un paese dove la gente di colore fa parte della squadra di governo. E’ una cosa che la sinistra avrà sempre difficoltà a riconoscere, perché è merito dei repubblicani e dei Bush”. Paul Berman è uno dei più brillanti politologi americani, Christian Rocca uno dei migliori corrispondenti italiani dagli Stati Uniti. Questo articolo pubblicato oggi dal Foglio, tutto da leggere, è una lucida analisi su quanto sta accadendo negli Stati Uniti, ricco di perle di saggezza come quella riportata qui sopra (oltre a quanto detto su John McCain: “l’unico dei tre, peraltro, che dice la verità sull’Iraq").
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mercoledì, 07 maggio 2008

Go figure


Una simpatica vignetta di Lisa Benson sulle "presunte" ingerenze iraniane in Iraq.
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mercoledì, 30 aprile 2008

Performance over loyalty

Un editoriale del San Antonio Express News, per nulla generoso nei confronti di George W. Bush (<<One of George Bush's greatest weaknesses as president has been his penchant to reward loyalty over performance>>), riconosce al presidente uscente il merito di aver saputo correggere alcuni propri errori affidando ruoli fondamentali a David Petraeus e Raymond Odierno (<<Their leadership will be among the few stellar legacies Bush will leave for his successor>>), in seguito alla sostituzione, sedici mesi or sono, di Donald Rumsfeld con Robert Gates.
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giovedì, 10 aprile 2008

The Way Ahead /2

Christian Rocca (sul Foglio) e Maurizio Molinari (sulla Stampa) sulla relazione del generale Petraeus al Congresso. Mentre il grande Paul Berman, anzi "il liberal Paul Berman", sul Corriere della Sera, pronunciava frasi come <<Saddam Hussein andava defenestrato, sarebbe stata un'idea mostruosa continuare con le pressioni militari e le sanzioni economiche che in 12 anni avevano ottenuto l'unico risultato di infliggere sofferenza estreme agli iracheni>> e come <<È ovvio che sono le truppe americane a tenere assieme l'Iraq, e che sono esse, insieme con i gruppi sunniti, finalmente risvegliatisi, a infliggere alcune sconfitte ad Al Qaeda. Il ritiro delle truppe americane causerebbe una serie di esplosioni verso una guerra civile o una guerra con l'Iran. La presenza dei nostri soldati sta evitando un disastro>>.

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mercoledì, 09 aprile 2008

The Way Ahead

D'accordo che in questi giorni fanno più notizia Alitalia, Pizza, schede elettorali e mozzareIla di bufala, però  qualche riga sull'Iraq, ogni tanto, non guasterebbe. Il generale Petraeus, a Washington, non fa giri di parole per spiegare che, nonostante gli enormi progressi sul campo, quel che non funziona in Iraq è dovuto all'intervento di forze esterne, di chiara matrice iraniana. Dalla sua parte, l'ambasciatore americano in Iraq Ryan Crocker. Nel frattempo, Samir Sumaidaie, ambasciatore iracheno negli Stati Uniti, dichiara, per l'ennesima volta, che le truppe americane non vanno ritirate poiché sono fondamentali per il suo Paese. I due candidati democratici Barack Obama e Hillary Clinton, tuttavia, continuano a ripetere la solita solfa del ritiro. E l'Iraq, che doveva essere il tallone d'achille della sua campagna elettorale, diventa un cavallo di battaglia per McCain, unico candidato ad avere una visione di politica estera convincente, in contrasto con la miopia dei suoi avversari. Sull'argomento Iraq, da non perdere "Iraq: The Way Ahead", del sempre ottimo Frederick Kagan.
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lunedì, 31 marzo 2008

What a coincidence

<<Ma il punto è questo: nell'articolo non c'è emmeno una riflessione, un pensiero, una riga sul fatto che gli scontri e le città controllate dalle milizie sciite, Nassiriyah e Bassora, siano quelle da dove ci siamo ritirati noi e gli inglesi>>. Qui - sai che novità - si sta con Christian Rocca.
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venerdì, 14 marzo 2008

The US will ultimately succeed

American public support for the military effort in Iraq has reached a high point unseen since the summer of 2006, a development that promises to reshape the political landscape.

According to late February polling conducted by the Pew Research Center for the People and the Press, 53 percent of Americans - a slim majority - now believe “the U.S. will ultimately succeed in achieving its goals” in Iraq.

La maggioranza degli americani crede che la vittoria in Iraq sia possibile. I sondaggi registrano un netto incremento di consensi nell'opinione pubblica d'oltreoceano, in seguito al successo dell'aumento di truppe, il tanto discusso "surge" ideato da Frederick Kagan, sostenuto da John McCain, ordinato da George W. Bush, eseguito dal generale David Petraeus e sempre osteggiato dalla quasi totalità del fronte democratico. Lo riporta CBS News.
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martedì, 04 marzo 2008

Dramatic decrease of violence

The commander of U.S. forces in the Middle East says there has been a dramatic decrease of violence in Iraq, but such gains are not irreversible. Lo riporta USA Today.
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martedì, 04 marzo 2008

Angelina goes to war



Angelina Jolie, a Baghdad, sulla situazione in Iraq, intervistata dalla CNN. Persino lei ha capito che il ritiro dall'Iraq sarebbe un drammatico errore. È forse troppo tardi, per candidarla alla presidenza?
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giovedì, 21 febbraio 2008

A success story

Vi ricordate di Fallujah (qui la versione scritta)?
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venerdì, 15 febbraio 2008

What if we win



La copertina del numero (vol.3, marzo-aprile) attualmente in edicola di The American Interest. Il titolo è piuttosto eloquente: "Iraq - What if we win?". Il surge sta funzionando, Petraeus sta compiendo un ottimo lavoro, la vittoria in Iraq non è ora una prospettiva improbabile, come invece sembrava solo qualche mese fa (al contrario di quanto continuino a recitare alcuni, ancora favorevoli all'ipotesi di un ritiro, come ad esempio un noto candidato alla Casa Bianca). Gli interventi, di esperti quali Robert D. Kaplan, Francis Fukuyama, Richard Perle e molti altri ancora, sono tutti da leggere. E sono tutti online.
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lunedì, 14 gennaio 2008

Do as I say, not as I do

Il post di Claudio Cerasa sull'apparizione del nostro ministro degli esteri a Che tempo che fa. Della serie "predicare bene e razzolare male".
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