Creez Dogg In Tha Houze

The never ending battle for Truth, Justice and the American Way
giovedì, 12 giugno 2008

Intervista a Michael Ledeen



Intervista a Michael Ledeen
I negoziati sono falliti. Aiutiamo gli iraniani a liberarsi dal regime


Per l’analista dell’American Enterprise Institute i negoziati con l’Iran (compreso quel “5+1” in cui l’Italia vuole entrare) sono tutti falliti. Per fermare il programma nucleare degli ayatollah, le democrazie devono aiutare gli iraniani a liberarsi dal loro regime. Ma i nostri governi sono inerti. A Roma, nel 2001, Ledeen incontrò alcuni dissidenti. Per salvare le vite dei militari in Afghanistan, non per organizzare un golpe. Michael Ledeen, membro del think tank American Enterprise Institute, giornalista e storico, è uno dei massimi esperti in materia di Iran.

In una recente intervista alla televisione italiana, il presidente Bush ha dichiarato di essere favorevole all’aggiunta dell’Italia al tavolo dei negoziati con l’Iran, il cosiddetto “5+1”. È d’accordo?
Credo che i negoziati abbiano fallito, e sono convinto che essi continueranno a fallire anche in futuro. Di conseguenza, penso che ogni governo, incluso quello italiano, farebbe meglio ad evitarli: sarebbe una cosa saggia.

Il Financial Times è scettico riguardo all’ipotesi che l’Italia possa applicare sanzioni all’Iran, del quale è uno dei primi partner commerciali al mondo: dal punto di vista della realpolitik, per quale motivo l’Italia dovrebbe imporre sanzioni, di pari passo con le altre potenze?
Perché l’Iran è il principale sponsor mondiale del terrorismo, ha dato il proprio sostegno a cellule terroristiche presenti in Italia e ha minacciato attacchi alla Città del Vaticano.

L’Iran prosegue con il suo programma nucleare e Mahmoud Ahmadinejad continua a minacciare Israele. Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale per fermare l’Iran? La soluzione della “Lega delle Democrazie” proposta da John McCain potrebbe funzionare?
Non sono a conoscenza di alcun serio sostegno dei dissidenti iraniani che sono a favore della democrazia, che rappresentano la maggioranza della popolazione iraniana. Questo sostegno non arriva da alcun Paese occidentale e, non serve neanche ricordarlo, nemmeno dalle Nazioni Unite, o da Organizzazioni Non Governative delle quali sia a conoscenza. Se le cosiddette “democrazie” volessero davvero sostenere la libertà in Iran, lo potrebbero già fare oggi, con o senza la “Lega delle democrazie”. Ma esse non lo fanno. E nessuna struttura o organizzazione potrà compensare la loro mancanza di volontà.

Con il governo Berlusconi l’Italia è tornata ad essere uno dei primi alleati degli Stati Uniti, dopo i due anni di governo Prodi? Possono cambiare i rapporti, dopo le elezioni di novembre?
Senza dubbio il rapporto tra Bush e Berlusconi rafforza i legami tra Stati Uniti e Italia. Ma l’Italia occupa ora una salda posizione quale uno degli alleati più vicini all’America, e questa relazione può sopravvivere a momenti di conflitto personale.
Certamente Massimo D’Alema non era molto amato a Washington, ma i rapporti erano buoni anche all’epoca. Per questo motivo, chiedersi chi tra McCain o Obama possa essere “migliore” per le relazioni tra i due Paesi è questione piuttosto marginale.

Stando a un recente rapporto della Commissione Intelligence del Senato americano, Lei organizzò un meeting, nel 2001 a Roma, tra due esperti del Pentagono e un iraniano di nome Manucher Ghorbanifar, allo scopo di discutere un piano relativo al rovesciamento del regime iraniano. È così?
L’incontro in questione fu con alcuni iraniani, i quali fornirono, tra le altre cose, informazioni accurate relative a operazioni ordinate dal governo di Teheran contro forze armate americane di stanza in Afghanistan. Ghorbanifar non era la fonte di tali informazioni che, come mi fu riferito in seguito da funzionari del Pentagono, furono determinanti per salvare vite americane. Quello fu l’argomento principale degli incontri. Pertanto, avendo portato la proposta di Ghorbanifar al governo americano, con l’approvazione sia della Casa Bianca che del Dipartimento della Difesa, sono orgoglioso di aver sostenuto i nostri soldati. Per quanto concerne gli sforzi di Ghorbanifar per trovare sostegno al fine di rovesciare il regime iraniano, si tratta di qualcosa che va avanti da più di venti anni. Come ho detto prima, non credo che alcun governo occidentale gli darà mai il sostegno richiesto, ma sono sicuro che lui continuerà a provarci.

(da L'Opinione delle Libertà, edizione 118 del 12-06-2008)
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giovedì, 12 giugno 2008

Intervista a Gianni Vernetti

L'ex sottosegretario agli esteri del Pd prende una netta posizione sui rapporti con l'Iran
 
<<L'opzione militare? Non si può escludere>>
 
colloquio con Gianni Vernetti di Cristiano Bosco
 
"Bisogna rafforzare le sanzioni economiche contro l'Iran: una politica di embargo porterebbe all'isolamento del regime in campo internazionale. Un regime estremamente fragile, visto che una porzione consistente del popolo iraniano è contraria all'attuale classe dirigente e a favore della democrazia, come ad esempio gli studenti, che hanno bisogno del nostro sostegno. È necessario organizzare un'azione finalizzata al cambio di regime". Gianni Vernetti, già sottosegretario agli Esteri del governo Prodi, è deputato alla Camera tra le fila del Partito Democratico e membro della Commissione Affari Esteri. Sull'Iran ha le idee molto chiare.

Lei ha preso parte alla manifestazione tenutasi a Roma contro il leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in occasione della sua visita per il vertice Fao. Qual è stato l'esito dell'iniziativa?
Il Paese ha reagito bene, dimostrandosi unito. Nessun esponente del governo ha incontrato Mahmoud Ahmadinejad, lo stesso vale per la Santa Sede. Nessuna forza politica ha fatto gioco di sponda. Considero l'Iran un pericolo per la sicurezza internazionale. L'iniziativa ha rappresentato una prova di coesione. È necessario dimostrare che quel regime non può giocare su tavoli separati: l'Occidente democratico deve mostrarsi unito di fronte a questa minaccia.

Esclude un’azione militare nei confronti dell’Iran?

Nessuno può escludere un'opzione militare, nemmeno le stesse Nazioni Unite. L'Occidente non può accettare l'eventualità che Israele venga attaccato, così come non può accettare che l'Iran disponga di armi nucleari, o che si doti di missili balistici a lunga gittata.

John McCain, candidato repubblicano alla Casa Bianca, ha proposto la creazione di una "Lega delle Democrazie" per affrontare le minacce globali. Qual è la sua opinione al riguardo?

Faccio parte della "Community of Democracies", organizzazione internazionale che conta al suo interno più di cento Paesi, creata grazie agli sforzi dell'amministrazione Clinton, allo scopo di diffondere la democrazia nel mondo. Nel 2007, in collaborazione con Paula Dobriansky, rappresentante del dipartimento di Stato americano, abbiamo organizzato un importante meeting a Roma. La promozione della democrazia va ripensata. Essa deve rappresentare una priorità in politica internazionale. Non è possibile ipotizzare una politica dello sviluppo per Paesi del terzo mondo senza che questa sia affiancata alla diffusione della democrazia: la situazione di molti Paesi africani è emblematica, con milioni di dollari di aiuti che finiscono nelle tasche di brutali dittatori. Sicurezza, sviluppo e democrazia viaggiano sullo stesso binario, come dimostrato da quanto sta succedendo in Iraq e Afghanistan. Per questo motivo, la promozione della democrazia deve avere la priorità, nell'agenda internazionale.

Che ne pensa dell’ipotesi dell’allargamento del “5+1”, con possibilità per l’Italia di sedersi al tavolo delle trattative con l’Iran?

Il Partito Democratico è a favore dell'iniziativa del governo italiano per l'aggiunta del nostro Paese al "5+1". Il precedente governo Berlusconi commise un grande errore quando, qualche anno fa, decise di non accettare l'invito a partecipare alle trattative. Il governo Prodi, a differenza di quanto sostenuto da alcuni, ha provato a fare entrare l'Italia nel "5+1", senza tuttavia riuscirci. L'Italia è  tra i più importanti partner commerciali dell'Iran, è giusto che venga coinvolta nelle trattative: su questo tema, siamo in sintonia con il governo.

Si preannuncia l’instaurazione di un clima di dialogo con il governo, per quanto riguarda la politica estera del nostro Paese?

Sicuramente. Su alcune grandi questioni di politica estera, è fondamentale che il Paese si mostri unito. Si possono trovare punti in comune su argomenti quali la lotta al terrorismo, la ratifica della Costituzione europea, o il rifinanziamento delle nostre missioni all'estero. È normale che il nuovo clima di dialogo sincero, civile e senza posizioni pregiudiziali venga esteso anche alla politica estera italiana.

Lei si è dichiarato contrario all’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo, c’è chi ipotizza che DS e Margherita entreranno in due gruppi separati all’Europarlamento.

Si tratta di un'ipotesi da non escludere. Risulta evidente che, ad eccezione che in Spagna, i socialisti non sono autosufficienti in alcun Paese europeo, e recentemente hanno subito delle pesanti sconfitte elettorali. È per loro necessario cambiare pelle, se non vogliono contare sempre meno, e tentare alleanze con il centro, con la liberaldemocrazia. Non vedo per quale motivo il Partito Democratico dovrebbe appiattirsi sulle posizioni dei socialisti. Se ciò dovesse accadere, saremmo condannati a un lungo periodo di opposizione.

Tra le alleanze con il centro, quindi, non esclude un possibile dialogo con l’UDC, con voi all’opposizione?

Non ho dubbi che l'UDC possa diventare un nostro partner privilegiato. C'è la possibilità di trovare punti in comune per fare opposizione e ci possono essere le condizioni per provare un esperimento politico anche in occasione di elezioni a livello locale.

(intervista pubblicata ieri sul quotidiano Liberal , disponibile anche sul sito ufficiale del Partito Democratico e su MargheritaOnline)

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mercoledì, 11 giugno 2008

Intervista a Gianni Vernetti - preview

Oggi, sul quotidiano Liberal, la mia intervista all'on. Gianni Vernetti (disponibile nella rassegna stampa della Camera).
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giovedì, 05 giugno 2008

Time to flip the scipt


Non sono trascorse nemmeno ventiquattro ore dalla conquista della nomination per il partito democratico, e già Barack Obama cambia strategia. Il senatore dell’Illinois, messa in cassaforte la nomination in seguito a una rimonta contro Hillary Clinton, la quale partiva con il favore di ogni pronostico e con una macchina elettorale ben oliata, è infatti costretto a modificare l’impostazione della propria campagna elettorale, al fine di contrastare l’avversario repubblicano John McCain. Il primo aspetto a subire una notevole revisione è la politica estera. Obama e il suo staff sono ben consapevoli che la strategia utilizzata per vincere le primarie democratiche, ovvero puntare sull’ala più a sinistra del partito, l’anima liberal dei democratici incarnata dalla Speaker of the House Nancy Pelosi, non ha le stesse probabilità di successo nelle elezioni di novembre. Anzi, essa potrebbe addirittura rivelarsi controproducente, nella Right Nation raccontata da John Mickeltwhait e Adrian Wooldridge, poiché porterebbe buona parte dell’elettorato indipendente a scegliere un candidato moderato come John McCain. Il senatore dell’Illinois ha compreso che, per intercettare il voto di indecisi, repubblicani delusi da otto anni di gestione Bush e tutta l’ampia fetta di elettori non ancora schierati, non deve guardare a sinistra, bensì al centro.

Non è un caso che, in un discorso pubblico tenuto mercoledì di fronte all’American-Israel Public Affairs Committee, Obama abbia trattato la questione iraniana con piglio alquanto differente rispetto a quanto avvenuto fino al giorno prima. Egli ha infatti menzionato l’eventualità della soluzione militare, mostrando posizioni assai simili, se non del tutto analoghe, a quelle dell’attuale amministrazione alla guida degli Stati Uniti, la Casa Bianca del tanto da lui vituperato George W. Bush. “Obama assume posizioni da falco sull’Iraq” titolano le agenzie americane, sottolineando una svolta nelle parole del candidato che, negli ultimi mesi, aveva più volte ribadito di voler assumere una strategia del dialogo con il regime iraniano, non escludendo addirittura un incontro diretto con il leader Mahmoud Ahmadinejad -- ipotesi che lo ha reso oggetto di ripetuti attacchi da parte di McCain, ma anche della rivale democratica Hillary Clinton. Il giovane senatore, ormai specializzatosi nello sfruttare la macchina mediatica venutasi a creare attorno a lui, continua così a nascondere abilmente le zone d’ombra della sua campagna elettorale, ovvero la grande inesperienza politica (che lo ha portato a commettere gaffe in più di un’occasione) e la totale mancanza di posizioni di comando all’interno del suo curriculum vitae, elemento non trascurabile quando si ambisce a ricoprire il ruolo di comandante in capo della più grande potenza mondiale. In questo caso, dopo la parentesi liberal allo scopo di avere la meglio sulla più centrista Hillary (non a caso, secondo i sondaggi attuali, unica ad avere chance di vincere contro McCain), Obama ritorna a parlare di politica estera come un falco conservatore, talvolta come un neoconservatore. È dell’aprile dello scorso anno l’editoriale del Washington Post “Obama l’interventista”, firmato da Robert Kagan, autore di Paradiso e Potere, considerato dai più come il manifesto della dottrina neoconservatrice.

E se sull'Iran si è già registrato un cambio di atteggiamento, non è da escludere,  in tema di questione mediorientale - che senza dubbio ricoprirà un ruolo cruciale, da qui a novembre, nello scontro tra i due candidati in corsa per la Casa Bianca - una revisione delle posizioni sull'Iraq. Il "surge", l'aumento di truppe sul campo ideato da influenti esperti in materia militare (Frederick Kagan e Jack Keane), richiesto da alcuni esponenti della politica (tra cui lo stesso John McCain, oltre che dal senatore democratico Joseph Lieberman), ordinato dal presidente Bush, avversato dalla stragrande maggioranza del fronte democratico (Obama compreso) e, non ultimo,  messo in atto in maniera impeccabile dal generale David Petraeus, ha portato ottimi risultati: oltre ogni più rosea previsione, si è giunti a una drastica diminuzione della violenza nel Paese, conseguente alla cacciata di Al Qaeda e alla neutralizzazione delle fazioni più ostili. L'Iraq,  da "slam dunk" per i democratici, i quali puntavano (e tuttora puntano) sul mantra della strategia del ritiro dei soldati, si è trasformato in un'inattesa arma per i repubblicani. Il politologo dalle simpatie neocon David Frum ha recentemente scritto che "Se le elezioni presidenziali del 2008 ruotassero soltanto sull'Iraq, il senatore dell'Arizona, John McCain, avrebbe la vittoria in mano", facendo da eco a quanto sostenuto in precedenza da Paul Berman, secondo il quale McCain sarebbe "l'unico candidato a dire la verità sull'Iraq". Ora che anche i media liberal (come il NY Times) iniziano a dedicare titoli all'Iraq liberato e rappacificato, si rende necessario, per Obama, rinnovare le proprie posizioni al riguardo, ovvero rincorrere McCain, spostandosi verso il centro. Trasformandosi così, almeno apparentemente, da candidato di stampo liberal, a - per usare una definizione cara a Maurizio Molinari  - "cowboy democratico".

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mercoledì, 28 maggio 2008

Appello Iran



In occasione della visita di Mahmoud Ahmadinejad in Italia, anche il titolare di questo blog ha aderito all'appello de Il Riformista, di seguito riportato. Qui le adesioni illustri (oltre alla mia, s'intende).

In occasione della prevista visita in Italia del presidente della Repubblica Islamica dell’Iran Ahmadinejad, atteso a Roma tra il 3 e il 5 di giugno per la Conferenza della Fao dedicata alla “Sicurezza Alimentare”, i firmatari del presente appello promosso dal quotidiano il Riformista ribadiscono:

1) La contrarietà ad ogni forma di ingerenza negli affari interni degli stati del Vicino Oriente e di sostegno alle attività di gruppi armati che ostacolano l’attuazione di soluzioni pacifiche e consensuali in Libano e l’evolversi del processo di pace tra israeliani e palestinesi basato sul principio “due popoli, due stati”.
2) La necessità di impedire ogni ipotesi di sviluppo del nucleare a fini bellici che possa innescare una corsa agli armamenti in Medio Oriente. A questo fine i firmatari sostengono il perseguimento di una linea risoluta e coerente, sostenendo tutte le decisioni che il Consiglio di Sicurezza e l’Unione europea assumeranno per ottenere piena trasparenza e di collaborazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica.
3) Il ripudio di ogni affermazione o azione volta a negare la Shoah come fatto storico, a contestare il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele o a chiederne la distruzione.
Su questi punti confermiamo il nostro impegno, fermo restando il rispetto per la sovranità della Repubblica Islamica dell’Iran, i sentimenti di amicizia per il popolo iraniano e l’auspicio che lo spazio di dialogo tra il governo iraniano e la comunità internazionale possa allargarsi e contribuire alla pacificazione della regione mediorientale
 
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mercoledì, 14 maggio 2008

Death and annihilation

In occasione dei sessant'anni dalla nascita di Israele, Mahmoud Ahmadinejad ha voluto festeggiare a modo suo: "The Zionist (Israeli) regime is dying," said Ahmadinejad during a speech in northern Iran. "The criminals assume that by holding celebrations ... they can save the sinister Zionist regime from death and annihilation." Lo riporta BreitBart. Strano che non sia stato invitato al salone del libro di Torino.
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mercoledì, 07 maggio 2008

Go figure


Una simpatica vignetta di Lisa Benson sulle "presunte" ingerenze iraniane in Iraq.
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martedì, 22 aprile 2008

Totally obliterate

<<I want the Iranians to know that if I'm the president, we will attack Iran (if it attacks Israel). In the next 10 years, during which they might foolishly consider launching an attack on Israel, we would be able to totally obliterate them>>. Traduzione, come prontamente riportato dal Foglio: <<Voglio che gli iraniani sappiano che se sarò presidente, attaccheremo l'Iran. Nei prossimi dieci anni, qualora decidessero stupidamente di considerare un attacco contro Israele, potremmo cancellarli del tutto>>. Firmato Hillary Rodham Clinton. Solo che per questa dichiarazione, si meriterebbe di vincere la Pennsylvania e la nomination.

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venerdì, 14 marzo 2008

Allah help us all

Elezioni in Iran. Giusto per riassumere e semplificare brevemente: ai cosiddetti "riformisti" o "moderati" (ovvero quelli vicini a Khatami, colui che sostiene che non vi siano differenze tra Bush e Bin Laden, che l'America sia la causa prima del terrorismo e che l'Iran deve dotarsi di nucleare, per non dimenticare la strenua difesa - di fronte alla platea di Harvard - delle impiccagioni di giovani in quanto omosessuali) non è stato permesso di presentare numerose candidature. Restano quindi i conservatori, tra i quali spiccano il Jame'e-ye Rowhaniyat-e Mobarez (l'Associazione del Clero Combattente fondata nel 1977 per rovesciare lo Scià, tra i cui fondatori spicca Ali Khamenei) e il Jame'e-ye Eslaami-e Mohandesin (la Società degli Ingegneri Islamici, nata al termine della guerra tra Iran e Iraq, il cui membro più rappresentativo è Mahmoud Ahmadinejad). Due partiti ultraconservatori, tra i quali risulta estremamente difficile trovare differenze. Salvo che in qualche dettaglio. Per esempio, i primi vorrebbero distruggere Israele e uccidere tutti gli ebrei. I secondi, invece, vorrebbero distruggere Israele e buttare a mare tutti gli ebrei.
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martedì, 15 gennaio 2008

Intolerance

Premesso che, sull'argomento, quanto c'era da dire è già stato detto da voci alquanto più autorevoli di quella del sottoscritto (si segnalano gli editoriali di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere e Guido Anselmi sulla Stampa, ma anche quelli di Giordano Bruno Guerri sul Giornale, di Francesco Paolo Cesavola sul Messaggero e di Adriano Sofri su Repubblica), fatemi capire: Mahmoud Ahmadinejad può parlare liberamente alla Columbia University, mentre il Papa non può parlare alla Sapienza?
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giovedì, 10 gennaio 2008

Pure and simple

Nel caso qualcuno l'avesse dimenticato, il presidente degli Stati Uniti è ancora George W. Bush. Il quale, in visita in Israele (dove ha ricevuto una calorosa accoglienza), ha ammonito l'Iran. L'incidente avvenuto qualche giorno fa nello stretto di Hormuz è qualcosa di preoccupante. Una provocazione gratuita e, ovviamente, del tutto inaccettabile. Un tempo, per eventi simili, si iniziava una guerra, anche se il presidente era democratico.
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lunedì, 12 novembre 2007

¿Porqué no te callas?

<<¿Por qué no te callas?>>, ovvero "Perchè non te ne stai zitto?". Era ora che qualcuno lo dicesse, in modo così esplicito, a Hugo Chavez, presidente del Venezuela. A farlo è stato niente meno che il sovrano di Spagna, Juan Carlos di Borbone, nel corso della sessione plenaria della XVII "Cumbre iberoamericana" (vertice tra paesi ispanici e latinoamericani), dopo che Chavez aveva ripetutamente interrotto il premier spagnolo José Luiz Rodriguez Zapatero, definendo in più di un'occasione "fascista" il suo predecessore José Maria Aznar. Da sottolineare l'impeccabile comportamento di Zapatero, il quale ha prontamente risposto a Chavez, sostenendo che si possono non condividere le idee e/o l'operato dell'ex primo ministro iberico, ma che questi fu eletto democraticamente dal popolo spagnolo. Nei minuti successivi, il re di Spagna, visibilmente alterato, si è alzato ed ha abbandonato la seduta, evento senza precedenti nella storia del meeting. Qui l'articolo di Repubblica.

Hugo Chavez, per capirsi, è quello pseudo-dittatore sudamericano, idolo di una certa sinistra (purtroppo anche in Italia, fortunatamente si tratta di una minoranza), che si incontra con personaggi dello spettacolo impegnati politicamente quali Sean Penn, Kevin Spacey, Danny Glover e Naomi Campbell, evidentemente favorevoli alle sue riforme democratiche e liberali (tra le tante, si possono ricordare le ripetute violazioni dei diritti umani - c'è una pratica in corso presso l'Aja per crimini contro l'umanità - e della libertà di parola, per non parlare della politica estera all'insegna della solidarietà con alleati quali Fidel Castro e Mahmoud Ahmadinejad).

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giovedì, 25 ottobre 2007

CONPLAN 8022-02 /10

La Casa Bianca fa la spesa e ordina un po' di bombe bunker-buster: al via nuove teorie su un eventuale attacco all'Iran. Se lo scopre Seymour Hersh siamo rovinati.
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mercoledì, 26 settembre 2007

CONPLAN 8022-02 /9



Le contestazioni riservate al presidente iraniano Ahmadinejad alla Columbia University sono un segnale positivo, un assaggio di democrazia riservato al dittatore. Meno rassicuranti sono, ovviamente, le sue parole rivolte al pubblico dell'ateneo, ma soprattutto le consuete farneticazioni pronunciate all'interno del palazzo delle Nazioni Unite. Mahmoud Ahmadinejad, ovvero il fondamentalista negazionista dell'Olocausto che vuole distruggere Israele e non nasconde ambizioni nucleari, a capo di una Repubblica Islamica con ambizioni egemoniche sull'intero medioriente, parla ripetutamente all'ONU, ripetendo sempre le stesse cose: fino a quando vogliamo lasciarci prendere in giro dal nano atomico? Ma soprattutto, fino a quando vogliamo chiudere gli occhi di fronte all'immobilità e l'inutilità delle Nazioni Unite? Affermare che l'intervento armato non è una soluzione, di per sé, non è una soluzione. Al momento, di fronte all'inanità internazionale (by the way, il fatto che il nostro ministro degli Esteri si sia subito rivolto all'Iran non appena venuto a conoscenza del rapimento dei nostri soldati in Afghanistan è un segno che l'Italia continua ad avere una politica estera avventata e del tutto incurante dei propri alleati), le prospettive sembrano ridursi a due: o la bomba all'Iran, o le bombe sull'Iran.
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giovedì, 20 settembre 2007

He's got a point

<<Ostinandosi a far finta di niente, a nascondersi dietro l'ignavia dell'Onu, l'Europa rende praticamente certa un'azione militare>>. JimMomo, ottimo come di consueto, sull'immobilità europea nei confronti della bomba iraniana.
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lunedì, 17 settembre 2007

CONPLAN 8022-02 /8

<<We will not accept that such a bomb is made. We must prepare ourselves for the worst>>. Bernard Kouchner, ministro degli esteri francese, sul nucleare iraniano.
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giovedì, 13 settembre 2007

Ghost recon

<<Elicotteri iraniani abbattuti, bombardamenti sui villaggi curdi in Iraq, raid di commandos peshmerga nell’Azerbaijan occidentale, centinaia di profughi in fuga dalle rappresaglie di Teheran e un blitz terra-aria israeliano contro una base siriana ai confini turchi dove l’Iran stava accumulando materiale top secret arrivato dalla Corea del Nord.

Non si tratta di una simulazione della «war room» del Pentagono né di un romanzo di Le Carré bensì di quanto avvenuto nelle ultime settimane in un Medio Oriente attraversato da un crescendo di combattimenti segreti che nessuna delle parti ha interesse a rivelare perché descrivono un aumento di tensione capace di degenerare in un ampio conflitto regionale fra alleati di Washington e di Teheran>>. Dall'articolo di Maurizio Molinari "Guerre segrete di Bush in Iran, Siria e Kurdistan", oggi sulla Stampa.
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