
Come già sottolineato dal patron di Esselunga Bernardo Caprotti nel suo j’accuse “Falce e carrello” e come dimostrato da numerose ricerche indipendenti e reportage giornalistici (tra cui quelli firmati da Gilda Ferrari su Il Secolo XIX), i prezzi dei prodotti all’interno delle Coop di Genova e della Liguria risultano notevolmente superiori rispetto a quelli delle Coop di altre regioni, oltre che di catene concorrenti nel resto d’Italia, ma non presenti sul territorio genovese. In parole povere: dove la quota di Coop Italia è più elevata e dove c’è meno concorrenza – come appunto accade a Genova e nel ponente ligure – i prezzi sono più alti. Fare la spesa, quindi, costa di più e, a pagarne le salate conseguenze (nel vero senso della parola), non sono solo le altre catene, ma anche, e soprattutto, i consumatori. Con prezzi superiori di circa il 15% di media, come recentemente rilevato da uno studio effettuato dall’istituto di ricerche di mercato leader in Europa “Panel International”, che si è basato sulla “metodologia OPUS”, ovvero la lettura del codice a barre di prodotti di grande consumo. “I Genovesi pagano da sempre una tassa occulta - afferma Paolo Rebuffo, membro del direttivo di “We the People” - dovuta alla posizione dominante di Coop Liguria. A La Spezia, dove esiste una situazione di concorrenza, grazie alla presenza sul territorio di Esselunga e E.Leclerc, i prezzi praticati da Coop Liguria sono sensibilmente inferiori rispetto a quelli di Genova”. La responsabilità, tuttavia, non è da addossare interamente alla cooperativa, prosegue Rebuffo: “Coop si comporta esattamente come qualsiasi altro operatore economico in una posizione di dominio. Il vero scandalo è rappresentato, come denunciato da “Falce e Carrello” di Bernardo Caprotti, dalle pratiche ostruzionistiche effettuate dal Comune di Genova per impedire ai grandi gruppi concorrenti di Coop Liguria di entrare nel mercato genovese”. C’è qualcosa che non va, quindi, nella grande distribuzione genovese e ligure, una realtà che risulta assai lontana da un più auspicabile regime di concorrenza e libero mercato, a causa di un mix letale tra economia e politica che ha creato, di fatto, una situazione di quasi-monopolio. “Si tratta di un problema legato alla grande distribuzione e alla sua scarsa liberalizzazione” sostiene il senatore Enrico Musso, già candidato alle ultime elezioni comunali di Genova. “Vi sono prezzi al consumo che viaggiano di quasi il 20% al di sopra della media, come dimostrato da dati incontrovertibili, dai quali emerge la tesi che in Liguria vi è ritrosia ad aprire al mercato. E questo non è un discorso legato esclusivamente alla Coop, ma piuttosto un discorso che riguarda concorrenza e non concorrenza. Ci troviamo in una situazione di sostanziale monopolio territoriale, con enorme danno sui consumatori”.

Da L'Opinione delle Libertà, edizione 130 di giovedì 26 giugno 2008
di Cristiano Bosco
“Il Partito Democratico è morto”. Il decesso è certificato da Marco Bertolotto, medico chirurgo, presidente della Provincia di Savona, il quale non ha dubbi sullo stato della massima forza di opposizione del Paese, da lui recentemente abbandonata in aperta polemica con la dirigenza. Un conflitto che ha fatto da apripista allo scontro su scala nazionale tra moderati e postcomunisti e che ha fatto emergere non poche contraddizioni all’interno del PD.
Presidente, cosa è successo?
È successo che abbiamo perso le elezioni politiche. Alla luce di questo risultato, sarebbe stato da rivedere completamente il concetto alla base del PD, capire il perché della sconfitta, pianificare il futuro, decidendo se l’esperienza del Partito Democratico debba essere portata avanti oppure fermata, per dare spazio a idee alternative. Dopo le elezioni, mi sono rivolto al nostro coordinatore provinciale, Giovanni Lunardon, per comunicargli la mia preoccupazione. A mio avviso, era necessario scegliere subito il candidato per le elezioni provinciali di Savona nel 2009. Ho comunicato la mia disponibilità a ripresentarmi, in quanto presidente in carica.
E qui sono iniziati i malumori.
Nel caso fosse stato scelto un altro nome, ovviamente con una decisione motivata, avrei fatto un passo indietro, a patto però che il candidato prescelto fosse già pronto ad andare sul territorio per ascoltare la gente e i suoi bisogni, capire quali sono i motivi per cui gli elettori ritengono che l’esperienza PD sia qualcosa che non funziona, al fine di proporre un’idea di governo che sappia rispondere alle esigenze delle persone. È mia convinzione che, su questo territorio, vi siano individui dotati di capacità, credibilità ed esperienza necessarie per questo lavoro. Un’operazione da condurre senza alcun vincolo ideologico o di parte, senza pensare che sia obbligatorio riproporre le alleanze che sono uscite sconfitte dalle elezioni, ma inventandosi qualcosa di nuovo. Questa idea, al coordinatore provinciale del PD, non interessa, poiché sostiene che la prima cosa da costruire sia il partito, con i suoi organigrammi. Sarà poi il partito a scegliere quali alleanze stringere: con gli alleati accorderà il programma e troverà l’uomo o la donna giusta da presentare alle elezioni. L’esatto opposto di quanto si dovrebbe fare in una società moderna.
Sembra che non si tratti di un fenomeno esclusivo della provincia di Savona.
Il progetto è nazionale e lo si è visto qualche giorno fa all’assemblea di Roma del PD. Erano presenti in pochissimi. Si tratta di un partito fatto di dirigenti, che si avvitano su sé stessi, difendono i propri interessi e sono convinti di avere la soluzione per tutti i problemi senza parlare con la gente. Privilegiano il partito rispetto a quello che pensano le persone. È il concetto del Partito Comunista del ‘900, sono ancora rimasti legati a quel modello. Lasciai il PDS nel ’94, perché era un partito dove la dialettica era solo apparente, era presente un establishment che decideva le sorti del partito. Decisi di aderire alla Margherita, perché mi sembrava un’ottima idea diffondere insieme idee diverse, e ho accolto positivamente la creazione del PD: unire esperienze diverse mi sembrava un’idea ancora migliore.
Cosa è andato storto?
La confluenza nel Partito Democratico ha significato dare l’egemonia di pensiero e azione a un unico partito, ovvero i DS. Il PD, dal punto di vista elettorale, si è così di fatto trasformato nel PCI, poiché perde in tutta Italia, tranne che nelle regioni storicamente vicine al partito comunista. Da tempo ho sollevato la questione dell’egemonia diessina, riconosciuta anche da alcuni loro leader, che sostengono sia una cosa da correggere. In risposta alle mie obiezioni, nell’assemblea in cui è stata creata la direzione nazionale di 120 elementi, i due liguri nominati sono entrambi DS, cui si aggiungono di diritto il sindaco di Genova e il presidente della regione, altri due DS. In Liguria avremo questi quattro dirigenti, più i segretari provinciali e il segretario regionale, tutti appartenenti ai DS. Un’egemonia innegabile. Quando esisteva la Margherita, vi era almeno la possibilità di sedersi a un tavolo e avere uno spazio di negoziazione. Ora non più. Il PD nasce vecchio, un partito del ‘900 che pensa di poter analizzare una società moderna con le categorie del ‘900. Ho potuto sperimentarlo in prima persona: nel momento in cui ho suggerito di agire nel territorio, mi è stato risposto che il partito viene prima di tutto.
Non approva il modo in cui Veltroni fa opposizione?
Nessuno, nel PD, sembra voler fare un’analisi seria della sconfitta elettorale. Si parlano addosso, si dedicano ai congressi. Dovrebbero invece ripartire da zero e andare ad ascoltare la gente. Invece di fare il governo ombra, Veltroni avrebbe dovuto rivolgersi a una cinquantina di elementi, non intellettuali, ma amministratori locali, gente che tutti i giorni si confronta con la gente e con il territorio, come presidenti di provincia e sindaci di piccoli comuni. Questi sarebbero stati le “antenne sul territorio” del Partito Democratico, capaci di comunicare al partito e al suo leader quanto sta accadendo in Italia. Non è stato fatto, poiché ciò avrebbe significato mettersi contro tutto l’establishment, ovvero tutti quelli cui piace sedere in prima fila. Un progetto di questo tipo sarebbe stato più credibile del governo ombra, che non serve a niente e a nessuno. La gente non ha problemi ombra, ma problemi veri.
La sua è un’accusa diretta ai vertici del partito.
A causa della mia formazione e del mio carattere, sono abituato a dire le cose come stanno. Forse ciò è dovuto anche al mio mestiere di medico: sono un professionista, non posso far finta di niente quando mi trovo di fronte a problemi evidenti. Questo non piace all’establishment. Per non parlare dei sistemi di interessi dei partiti: un partito che governa ha rapporti con i vari poteri. Con quelli economici, ad esempio. Con il tempo, si viene a creare un’osmosi tra l’economia, che è il vero potere, e la politica. Non appena il partito finisce all’opposizione, per forza di cose, questo sistema si rompe, e il tentativo del partito è di restare comunque attaccato a queste lobby, al fine di continuare a trarre benefici e vantaggi economici. Questo sistema va rotto. Capisco che ciò possa significare far perdere struttura a un partito, perché i partiti hanno bisogno di soldi.
Come va interrotto, questo sistema?
Semplice. Hai perso le elezioni? Riparti dal “via”. Purtroppo il Partito Democratico non ha la forza di effettuare una scelta del genere. Inoltre Veltroni, comunque la si voglia pensare, è un uomo di establishment: si è formato nel PCI all’ombra di Berlinguer, è sempre stato dirigente del partito, ha diretto l’Unità, è stato parlamentare, sindaco di Roma, ora leader del PD. Ha provato a fare una scommessa, alla quale inizialmente ho creduto. Gli elettori gli hanno risposto, in maniera inequivocabile, che si trattava della scelta sbagliata, che non è quello che gli italiani vogliono. Il PD ha pur sempre 12 milioni di elettori, ma non bastano. Questo patrimonio di voti sarebbe da utilizzare, dovrebbero impegnarsi al massimo per trasformare quella cifra in 20 milioni e arrivare a governare, anziché operare solo per consolidare il proprio potere e quello degli oligarchi, come avviene ora nel partito. Per questo motivo sostengo che il Partito Democratico sia morto, incapace di avere alcuno slancio.
È sua intenzione dare il via a un progetto in questa direzione, ovvero la creazione di un terzo polo?
Sono convinto che quello che hanno fatto gli italiani, decidendo di votare da una parte o dall’altra, scegliendo il centrodestra, sia una forzatura data dal fatto che non vi sono alternative vere e credibili ai due partiti maggiori. L’idea è di verificare se c’è la possibilità di mettere assieme i moderati e creare una nuova forza politica, in grado di fare qualcosa di concreto. Un terzo polo il cui desiderio non è occupare lo spazio del centro classico, ma piazzarsi in maniera trasversale, per raccogliere persone di buon senso. Un esempio da prendere in considerazione è quello della Lega Nord, non tanto per i contenuti, quanto per il metodo: si sono riorganizzati, dandosi un’identità, e hanno capito quali fossero i bisogni delle persone. Questo è quanto un partito dovrebbe saper fare.
Molti esponenti politici a lei vicini si sono autosospesi per dimostrare la loro solidarietà nei suoi confronti. Quanti La seguiranno nel nuovo progetto?
Questo è uno dei problemi che sicuramente incontrerò. Non so quanti mi seguiranno in un progetto di questa natura, perché equivale a ripartire da zero. Troverò di certo qualcuno che mi chiederà di farmi da parte. L’idea è di creare un nuovo soggetto politico, ci rivolgiamo a tutti i moderati. Il nostro obiettivo è capire cosa sta succedendo in Italia, verificare se sono presenti movimenti di questa natura nelle altre regioni. Gente del territorio, che non ha bisogno di mettersi attorno a un leader nazionale o a strutture pre-esistenti, a differenza di esperimenti come UDC, Rosa Bianca, ecc. Se riuscissimo a trovare altre dieci esperienze come la nostra in Italia, proveremo a metterle in rete. Sarebbe interessante riunirci, formare un gruppo di italiani di buona volontà, mettersi intorno a un tavolo e stilare un manifesto di idee e di valori da cui partire. Senza ideologie né demagogie. Vorrei partire da Savona, trasformarla in un laboratorio politico. Punteremo il più possibile sul dialogo con la gente, proveremo a trovare le condizioni per riuscire a candidarci, presentando una lista nostra. È un percorso difficile e lungo, ma possibile e necessario.
(articolo disponibile anche online sul sito del quotidiano e in formato .pdf nella rassegna stampa del Comune di Genova)

Per l’analista dell’American Enterprise Institute i negoziati con l’Iran (compreso quel “5+1” in cui l’Italia vuole entrare) sono tutti falliti. Per fermare il programma nucleare degli ayatollah, le democrazie devono aiutare gli iraniani a liberarsi dal loro regime. Ma i nostri governi sono inerti. A Roma, nel 2001, Ledeen incontrò alcuni dissidenti. Per salvare le vite dei militari in Afghanistan, non per organizzare un golpe. Michael Ledeen, membro del think tank American Enterprise Institute, giornalista e storico, è uno dei massimi esperti in materia di Iran.
L'ex sottosegretario agli esteri del Pd prende una netta posizione sui rapporti con l'IranEsclude un’azione militare nei confronti dell’Iran?
Nessuno può escludere un'opzione militare, nemmeno le stesse Nazioni Unite. L'Occidente non può accettare l'eventualità che Israele venga attaccato, così come non può accettare che l'Iran disponga di armi nucleari, o che si doti di missili balistici a lunga gittata.
John McCain, candidato repubblicano alla Casa Bianca, ha proposto la creazione di una "Lega delle Democrazie" per affrontare le minacce globali. Qual è la sua opinione al riguardo?
Faccio parte della "Community of Democracies", organizzazione internazionale che conta al suo interno più di cento Paesi, creata grazie agli sforzi dell'amministrazione Clinton, allo scopo di diffondere la democrazia nel mondo. Nel 2007, in collaborazione con Paula Dobriansky, rappresentante del dipartimento di Stato americano, abbiamo organizzato un importante meeting a Roma. La promozione della democrazia va ripensata. Essa deve rappresentare una priorità in politica internazionale. Non è possibile ipotizzare una politica dello sviluppo per Paesi del terzo mondo senza che questa sia affiancata alla diffusione della democrazia: la situazione di molti Paesi africani è emblematica, con milioni di dollari di aiuti che finiscono nelle tasche di brutali dittatori. Sicurezza, sviluppo e democrazia viaggiano sullo stesso binario, come dimostrato da quanto sta succedendo in Iraq e Afghanistan. Per questo motivo, la promozione della democrazia deve avere la priorità, nell'agenda internazionale.
Che ne pensa dell’ipotesi dell’allargamento del “5+1”, con possibilità per l’Italia di sedersi al tavolo delle trattative con l’Iran?
Si preannuncia l’instaurazione di un clima di dialogo con il governo, per quanto riguarda la politica estera del nostro Paese?
Sicuramente. Su alcune grandi questioni di politica estera, è fondamentale che il Paese si mostri unito. Si possono trovare punti in comune su argomenti quali la lotta al terrorismo, la ratifica della Costituzione europea, o il rifinanziamento delle nostre missioni all'estero. È normale che il nuovo clima di dialogo sincero, civile e senza posizioni pregiudiziali venga esteso anche alla politica estera italiana.
Lei si è dichiarato contrario all’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo, c’è chi ipotizza che DS e Margherita entreranno in due gruppi separati all’Europarlamento.
Si tratta di un'ipotesi da non escludere. Risulta evidente che, ad eccezione che in Spagna, i socialisti non sono autosufficienti in alcun Paese europeo, e recentemente hanno subito delle pesanti sconfitte elettorali. È per loro necessario cambiare pelle, se non vogliono contare sempre meno, e tentare alleanze con il centro, con la liberaldemocrazia. Non vedo per quale motivo il Partito Democratico dovrebbe appiattirsi sulle posizioni dei socialisti. Se ciò dovesse accadere, saremmo condannati a un lungo periodo di opposizione.
Tra le alleanze con il centro, quindi, non esclude un possibile dialogo con l’UDC, con voi all’opposizione?
Non ho dubbi che l'UDC possa diventare un nostro partner privilegiato. C'è la possibilità di trovare punti in comune per fare opposizione e ci possono essere le condizioni per provare un esperimento politico anche in occasione di elezioni a livello locale.
(intervista pubblicata ieri sul quotidiano Liberal , disponibile anche sul sito ufficiale del Partito Democratico e su MargheritaOnline)
Intervista a Piero Ostellino/Rivoluzione liberale senza speranza
Non sono trascorse nemmeno ventiquattro ore dalla conquista della nomination per il partito democratico, e già Barack Obama cambia strategia. Il senatore dell’Illinois, messa in cassaforte la nomination in seguito a una rimonta contro Hillary Clinton, la quale partiva con il favore di ogni pronostico e con una macchina elettorale ben oliata, è infatti costretto a modificare l’impostazione della propria campagna elettorale, al fine di contrastare l’avversario repubblicano John McCain. Il primo aspetto a subire una notevole revisione è la politica estera. Obama e il suo staff sono ben consapevoli che la strategia utilizzata per vincere le primarie democratiche, ovvero puntare sull’ala più a sinistra del partito, l’anima liberal dei democratici incarnata dalla Speaker of the House Nancy Pelosi, non ha le stesse probabilità di successo nelle elezioni di novembre. Anzi, essa potrebbe addirittura rivelarsi controproducente, nella Right Nation raccontata da John Mickeltwhait e Adrian Wooldridge, poiché porterebbe buona parte dell’elettorato indipendente a scegliere un candidato moderato come John McCain. Il senatore dell’Illinois ha compreso che, per intercettare il voto di indecisi, repubblicani delusi da otto anni di gestione Bush e tutta l’ampia fetta di elettori non ancora schierati, non deve guardare a sinistra, bensì al centro.
Non è un caso che, in un discorso pubblico tenuto mercoledì di fronte all’American-Israel Public Affairs Committee, Obama abbia trattato la questione iraniana con piglio alquanto differente rispetto a quanto avvenuto fino al giorno prima. Egli ha infatti menzionato l’eventualità della soluzione militare, mostrando posizioni assai simili, se non del tutto analoghe, a quelle dell’attuale amministrazione alla guida degli Stati Uniti, la Casa Bianca del tanto da lui vituperato George W. Bush. “Obama assume posizioni da falco sull’Iraq” titolano le agenzie americane, sottolineando una svolta nelle parole del candidato che, negli ultimi mesi, aveva più volte ribadito di voler assumere una strategia del dialogo con il regime iraniano, non escludendo addirittura un incontro diretto con il leader Mahmoud Ahmadinejad -- ipotesi che lo ha reso oggetto di ripetuti attacchi da parte di McCain, ma anche della rivale democratica Hillary Clinton. Il giovane senatore, ormai specializzatosi nello sfruttare la macchina mediatica venutasi a creare attorno a lui, continua così a nascondere abilmente le zone d’ombra della sua campagna elettorale, ovvero la grande inesperienza politica (che lo ha portato a commettere gaffe in più di un’occasione) e la totale mancanza di posizioni di comando all’interno del suo curriculum vitae, elemento non trascurabile quando si ambisce a ricoprire il ruolo di comandante in capo della più grande potenza mondiale. In questo caso, dopo la parentesi liberal allo scopo di avere la meglio sulla più centrista Hillary (non a caso, secondo i sondaggi attuali, unica ad avere chance di vincere contro McCain), Obama ritorna a parlare di politica estera come un falco conservatore, talvolta come un neoconservatore. È dell’aprile dello scorso anno l’editoriale del Washington Post “Obama l’interventista”, firmato da Robert Kagan, autore di Paradiso e Potere, considerato dai più come il manifesto della dottrina neoconservatrice.
E se sull'Iran si è già registrato un cambio di atteggiamento, non è da escludere, in tema di questione mediorientale - che senza dubbio ricoprirà un ruolo cruciale, da qui a novembre, nello scontro tra i due candidati in corsa per la Casa Bianca - una revisione delle posizioni sull'Iraq. Il "surge", l'aumento di truppe sul campo ideato da influenti esperti in materia militare (Frederick Kagan e Jack Keane), richiesto da alcuni esponenti della politica (tra cui lo stesso John McCain, oltre che dal senatore democratico Joseph Lieberman), ordinato dal presidente Bush, avversato dalla stragrande maggioranza del fronte democratico (Obama compreso) e, non ultimo, messo in atto in maniera impeccabile dal generale David Petraeus, ha portato ottimi risultati: oltre ogni più rosea previsione, si è giunti a una drastica diminuzione della violenza nel Paese, conseguente alla cacciata di Al Qaeda e alla neutralizzazione delle fazioni più ostili. L'Iraq, da "slam dunk" per i democratici, i quali puntavano (e tuttora puntano) sul mantra della strategia del ritiro dei soldati, si è trasformato in un'inattesa arma per i repubblicani. Il politologo dalle simpatie neocon David Frum ha recentemente scritto che "Se le elezioni presidenziali del 2008 ruotassero soltanto sull'Iraq, il senatore dell'Arizona, John McCain, avrebbe la vittoria in mano", facendo da eco a quanto sostenuto in precedenza da Paul Berman, secondo il quale McCain sarebbe "l'unico candidato a dire la verità sull'Iraq". Ora che anche i media liberal (come il NY Times) iniziano a dedicare titoli all'Iraq liberato e rappacificato, si rende necessario, per Obama, rinnovare le proprie posizioni al riguardo, ovvero rincorrere McCain, spostandosi verso il centro. Trasformandosi così, almeno apparentemente, da candidato di stampo liberal, a - per usare una definizione cara a Maurizio Molinari - "cowboy democratico".
Da Radicale a portavoce del Popolo della LibertàSi organizza un interessantissimo convegno al riguardo e - lo si scrive con il cuore in pezzi - le sedie vuote superano quelle occupate. A contare le teste, se questa è la cosiddetta “parte liberale”, c’è poco da stare allegri. D'accordo che Montesilvano non è una delle location meglio raggiungibili dello stivale, d'accordo che ci sono parecchi "assenti illustri", tuttavia si tratta di due facili consolazioni, specialmente se si tiene presente il battage promozionale dei giorni precedenti su L'Opinione, su Radio Radicale, su internet attraverso NeoLib, ogni varia mailing list, newsletter, senza dimenticare il grande Gionata Pacor e le sue vagonate di contatti. C'è chi, in un intervento, sostiene sia facile riconoscere un liberale anche quando si è in pizzeria o all'aeroporto, in ogni angolo del globo. Sorge spontaneo chiedersi, allora, come mai si era così in pochi, in Abruzzo, quel giorno.
Sebbene sia semplice trovare una piattaforma comune concernente le idee politiche, su giustizia, economia, diritti civili e umani, temi sui quali si è più o meno tutti d’accordo, gli ostacoli iniziano a emergere in prossimità del passo relativo alla eventuale organizzazione della "parte liberale".
Durante le scorse elezioni politiche, qualcuno disse che, chiudendo tre comunisti in una stanza, questi avrebbero fondato tre partiti diversi. Oggi, se si volesse tentare un esperimento analogo con, al posto dei tre comunisti, tre liberali, si potrebbe tranquillamente affermare che, chiudendo tre liberali in una stanza, questi riuscirebbero a essere autoreferenziali. C'è chi ha il suo partitino, c'è chi ha il suo network, c'è chi ha il giornale, c'è chi fa i comunicati stampa, c'è chi parla alla radio. L'annoso problema, citato anche da Gianfranco Leonarduzzi su L'Opinione, è di far coesistere pluralismo e libertà individuale. Nell'individualismo della cultura liberale, ciò si fa ancor più difficoltoso quando l'obiettivo è di organizzare, coordinare le varie associazioni, al fine di evitare la temuta (e già avvenuta) frammentazione. Molte sono le idee, ovviamente. C’è chi vuole la fondazione. C’è chi vuole la corrente. C’è chi vuole il network. C’è chi vuole un radicamento nel territorio. C’è chi vuole il think tank sulla falsariga dei neocon, come sostenuto dall'assai preparato amico Pier Camillo Falasca.
E mentre si pontifica, guardando al futuro, spesso ci si dimentica di guardare al presente, alla situazione attuale. Non prestando attenzione ai numeri e ai rapporti di forza, da sempre valuta corrente in politica. I numeri. Cosa rappresentano, oggi, i “liberali”? Sebbene tutti quanti si definiscano tali (per citare Alfredo Biondi), i veri liberali sono pochi. Per fortuna, o forse purtroppo. Tant’è che questi, se proprio vogliamo contarli (anzi, contarci), rappresentano forse lo zero virgola, o poco più. Lo zero virgola (o poco più) di una forza politica nata con l’idea di formare un grande partito liberale di massa, le cui tessere numero 2 e 3 (la 1 è di Berlusconi) appartengono a Martino e Biondi. Lo zero virgola (o poco meno) del Paese. I rapporti di forza. Quanti liberali occupano posizioni di potere, attualmente? Nessun ministro. Nessun sottosegretario. C’è qualche senatore (tra cui Enrico Musso, grande speranza liberale). C’è qualche deputato, come Benedetto Della Vedova o Peppino Calderisi. Nulla più. Paradossalmente, il liberale nella migliore posizione (anche se il potere effettivo è relativo) è Daniele Capezzone, portavoce di Forza Italia. Un partito che si appresta a morire, per la cronaca, per sposarsi con un partito che non brilla di liberalismo. Un po’ poco, per ipotizzare grandi progetti.
È ovvio, di fronte agli elementi fin qui citati, che si diffonda il crepuscolarismo. Forse giustificato, per la serie "chi è causa del suo mal..", ma comunque da respingere. Poiché, come ha giustamente fatto notare Arturo Diaconale nel suo ultimo intervento, basta dare un’occhiata alla situazione attuale della politica italiana, compararla con quella di dieci, quindici, venti anni fa per guardare al presente con ottimismo. Si sono fatti molti, moltissimi passi avanti. Conquiste liberali un tempo considerate irraggiungibili e irrealizzabili sono ora realtà date per scontate della politica italiana. E questo soprattutto grazie ai liberali.
Nel frattempo, anziché ipotizzare una nuova - assai difficile da realizzare con i mezzi attuali - "rivoluzione liberale", sarebbe forse meglio concentrarsi su ogni singola sfida, facendo tutto il possibile perché le idee liberali abbiano la meglio (Capezzone docet). Senza aspettare un messia liberale, che non si vede all’orizzonte (e se qualcuno identifica in esso Silvio Berlusconi, siamo un po' fuori il tempo limite). Senza aspettare nessun cataclisma, nell’auspicio che il think tank liberale sia valorizzato da chi governa, come accaduto ai neocon dopo l’11 settembre. Senza puntare su una assemblea costituente, esperimento ormai già tentato (e fallito) più volte. Ma attraverso "un serio e faticoso lavoro che coinvolga tutta la galassia liberale e che consenta la valutazione e l'attribuzione delle leadership sulla base dei risultati ottenuti" (per citare Luca Tentellini, sempre su L'Opinione). Scommettendo sempre sulle idee che, come dimostrato dalla storia, sono quelle vincenti.
Che ne pensa della nuova proposta del leader radicale?
Pannella coglie, come sempre in modo intelligente, un’opportunità e una necessità per il centrosinistra italiano, ovvero tentare di inserire nella sua dialettica politica una forza liberale nella dialettica con il PD. Si muove intelligentemente, anche se difficilmente tale progetto potrà crescere e darsi una fisionomia, avendo come punto di riferimento principale la Sinistra Arcobaleno. Il suo appello rivolto alla sinistra bertinottiana è comprensibile solo come clausola di stile, non potrebbe funzionare come strategia: la sinistra antagonista, sotto questo punto di vista, è incompatibile con qualunque progetto che abbia ambizioni o riferimenti liberali. C’è sempre spazio per il dialogo e per il confronto: con tutti. Ma le possibilità di convergenza e alleanza sono un’altra cosa.
Dopo l’esperimento non troppo riuscito della Rosa nel Pugno, i Radicali possono ancora ricoprire un ruolo importante nella politica italiana?
Sicuramente: nel centrosinistra c’è tutto lo spazio per un’iniziativa politica da parte loro. All’interno dello stesso Partito Democratico, i radicali possono essere una punta di lancia riformatrice. Comprendo che le chiusure da parte della dirigenza del PD - a partire dalle elezioni primarie, a cui Pannella non poté partecipare – possano spingerli a lavorare dall’esterno più che dall’interno. Ora è opportuno vedere se prevarrà, all’interno del Partito Democratico, l’idea di D’Alema di costituire un fronte unico delle opposizioni, oppure quella di Veltroni dell’autosufficienza. Ovvio che, per i radicali, sarebbe preferibile la prima soluzione (anche se dal mio punto di vista sarebbe meglio un PD più forte grazie ai liberali di sinistra che non un ritorno alla coalizione antiberlusconiana)
Da tempo sostiene che il centrodestra sia il posto più consono per le istanze radicali e liberali. Quali prospettive hanno i liberali all’interno del neonato Popolo delle Libertà, e nel prossimo governo Berlusconi?
Nell’immediato futuro, per i liberali sarà necessario nuotare controcorrente. La corrente – che si giova della spinta fortissima della paura e dell’incertezza prodotta da due anni di non governo – porta ad una riscoperta del ruolo del pubblico e dello Stato. Ma la questione non è riducibile alla contrapposizione ideologica tra statalisti e liberali. La paura è reale e ad essa bisogna rispondere. Il problema, però, è capire quali siano le risposte più efficaci. Un’analisi non consolatoria porta secondo me a concludere i problemi economici dell’Italia hanno essenzialmente a che fare con i (bassi) tassi occupazione, produttività e crescita. Quindi una risposta efficace ai problemi passa da un rafforzamento della competitività del sistema paese (istruzione, formazione, infrastrutture, efficienza della pubblica amministrazione) e da un ampliamento della libertà economica (meno tasse, meno stato, meno regolamentazione, meno vincoli).
Questo non va contro quanto recentemente dichiarato da Giulio Tremonti?
Tremonti scatta una foto del presente. Il futuro non è “dato”. Dipende da come il nostro paese sceglierà di affrontarlo. Per affrontarlo al meglio, io ritengo che l’Italia abbia bisogno non di più protezioni, ma di più libertà: di una diminuzione del carico fiscale, di una radicale riscrittura dei capitoli della spesa sociale, di un alleggerimento della burocrazia pubblica e di un attento riesame dei sussidi alle attività produttive. Sono fiducioso: il ministro Tremonti sarà in grado di operare in questa direzione. Sarà sicuramente un buon ministro dell’economia se riprenderà il percorso già iniziato durante la sua precedente esperienza di governo.
Una “rivoluzione liberale” è quindi ancora possibile?
Tutto va aggiornato, anche gli slogan. Ma vanno cercate le risposte più efficaci per ridare prospettiva all’Italia. Se il nostro Paese vuole recuperare il gap più preoccupante che lo divide dagli altri, sarà comunque necessario operare certe riforme. Che sono - e rimangono - tipicamente liberali.