Creez Dogg In Tha Houze

The never ending battle for Truth, Justice and the American Way
venerdì, 27 giugno 2008

Carrelli d'Italia

Assieme al bell'articolo di presentazione firmato dall'amico Paolo Della Sala su L'Opinione di oggi, si segnala il mio pezzo al riguardo, pubblicato qualche giorno fa dagli amici di La Parte Liberale e NeoLib.


CARRELLI D'ITALIA

di Cristiano Bosco

Il prossimo 28 giugno a Genova, presso lo storico Palazzo Tursi di via Garibaldi, si terrà il convegno “Carrelli d’Italia – Passeggiata conoscitiva nella grande distribuzione”, organizzato dall’associazione liberale “We the People” in collaborazione con il nostro quotidiano, con “La Parte Liberale” e “NeoLib”. L’evento - moderato dalla giornalista de Il Secolo XIX Gilda Ferrari e arricchito dagli interventi di Enrico Musso (Senatore del PdL), di Arturo Diaconale, Rodolfo Ridolfi (autore del libro “Le coop rosse”), Marco Taradash, Luca Tentellini – vuole puntare i riflettori sulla situazione dei prezzi in Liguria, nella quale le quote di Coop Italia sono superiori a quelle di altre regioni.

Come già sottolineato dal patron di Esselunga Bernardo Caprotti nel suo j’accuse “Falce e carrello” e come dimostrato da numerose ricerche indipendenti e reportage giornalistici (tra cui quelli firmati da Gilda Ferrari su Il Secolo XIX), i prezzi dei prodotti all’interno delle Coop di Genova e della Liguria risultano notevolmente superiori rispetto a quelli delle Coop di altre regioni, oltre che di catene concorrenti nel resto d’Italia, ma non presenti sul territorio genovese. In parole povere: dove la quota di Coop Italia è più elevata e dove c’è meno concorrenza – come appunto accade a Genova e nel ponente ligure – i prezzi sono più alti. Fare la spesa, quindi, costa di più e, a pagarne le salate conseguenze (nel vero senso della parola), non sono solo le altre catene, ma anche, e soprattutto, i consumatori. Con prezzi superiori di circa il 15% di media, come recentemente rilevato da uno studio effettuato dall’istituto di ricerche di mercato leader in Europa “Panel International”, che si è basato sulla “metodologia OPUS”, ovvero la lettura del codice a barre di prodotti di grande consumo. “I Genovesi pagano da sempre una tassa occulta - afferma Paolo Rebuffo, membro del direttivo di “We the People” - dovuta alla posizione dominante di Coop Liguria. A La Spezia, dove esiste una situazione di concorrenza, grazie alla presenza sul territorio di Esselunga e E.Leclerc, i prezzi praticati da Coop Liguria sono sensibilmente inferiori rispetto a quelli di Genova”. La responsabilità, tuttavia, non è da addossare interamente alla cooperativa, prosegue Rebuffo: “Coop si comporta esattamente come qualsiasi altro operatore economico in una posizione di dominio. Il vero scandalo è rappresentato, come denunciato da “Falce e Carrello” di Bernardo Caprotti, dalle pratiche ostruzionistiche effettuate dal Comune di Genova per impedire ai grandi gruppi concorrenti di Coop Liguria di entrare nel mercato genovese”. C’è qualcosa che non va, quindi, nella grande distribuzione genovese e ligure, una realtà che risulta assai lontana da un più auspicabile regime di concorrenza e libero mercato, a causa di un mix letale tra economia e politica che ha creato, di fatto, una situazione di quasi-monopolio. “Si tratta di un problema legato alla grande distribuzione e alla sua scarsa liberalizzazione” sostiene il senatore Enrico Musso, già candidato alle ultime elezioni comunali di Genova. “Vi sono prezzi al consumo che viaggiano di quasi il 20% al di sopra della media, come dimostrato da dati incontrovertibili, dai quali emerge la tesi che in Liguria vi è ritrosia ad aprire al mercato. E questo non è un discorso legato esclusivamente alla Coop, ma piuttosto un discorso che riguarda concorrenza e non concorrenza. Ci troviamo in una situazione di sostanziale monopolio territoriale, con enorme danno sui consumatori”.

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giovedì, 26 giugno 2008

Intervista a Marco Bertolotto

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Da L'Opinione delle Libertà, edizione 130 di giovedì 26 giugno 2008

Intervista a Marco Bertolotto, ex PD, presidente della Provincia di Savona
PD, un partito fatto di dirigenti dove non c’è spazio per la gente

di Cristiano Bosco

“Il Partito Democratico è morto”. Il decesso è certificato da Marco Bertolotto, medico chirurgo, presidente della Provincia di Savona, il quale non ha dubbi sullo stato della massima forza di opposizione del Paese, da lui recentemente abbandonata in aperta polemica con la dirigenza. Un conflitto che ha fatto da apripista allo scontro su scala nazionale tra moderati e postcomunisti e che ha fatto emergere non poche contraddizioni all’interno del PD.

Presidente, cosa è successo?
È successo che abbiamo perso le elezioni politiche. Alla luce di questo risultato, sarebbe stato da rivedere completamente il concetto alla base del PD, capire il perché della sconfitta, pianificare il futuro, decidendo se l’esperienza del Partito Democratico debba essere portata avanti oppure fermata, per dare spazio a idee alternative. Dopo le elezioni, mi sono rivolto al nostro coordinatore provinciale, Giovanni Lunardon, per comunicargli la mia preoccupazione. A mio avviso, era necessario scegliere subito il candidato per le elezioni provinciali di Savona nel 2009. Ho comunicato la mia disponibilità a ripresentarmi, in quanto presidente in carica.

E qui sono iniziati i malumori.
Nel caso fosse stato scelto un altro nome, ovviamente con una decisione motivata, avrei fatto un passo indietro, a patto però che il candidato prescelto fosse già pronto ad andare sul territorio per ascoltare la gente e i suoi bisogni, capire quali sono i motivi per cui gli elettori ritengono che l’esperienza PD sia qualcosa che non funziona, al fine di proporre un’idea di governo che sappia rispondere alle esigenze delle persone. È mia convinzione che, su questo territorio, vi siano individui dotati di capacità, credibilità ed esperienza necessarie per questo lavoro. Un’operazione da condurre senza alcun vincolo ideologico o di parte, senza pensare che sia obbligatorio riproporre le alleanze che sono uscite sconfitte dalle elezioni, ma inventandosi qualcosa di nuovo. Questa idea, al coordinatore provinciale del PD, non interessa, poiché sostiene che la prima cosa da costruire sia il partito, con i suoi organigrammi. Sarà poi il partito a scegliere quali alleanze stringere: con gli alleati accorderà il programma e troverà l’uomo o la donna giusta da presentare alle elezioni. L’esatto opposto di quanto si dovrebbe fare in una società moderna.

Sembra che non si tratti di un fenomeno esclusivo della provincia di Savona.
Il progetto è nazionale e lo si è visto qualche giorno fa all’assemblea di Roma del PD. Erano presenti in pochissimi. Si tratta di un partito fatto di dirigenti, che si avvitano su sé stessi, difendono i propri interessi e sono convinti di avere la soluzione per tutti i problemi senza parlare con la gente. Privilegiano il partito rispetto a quello che pensano le persone. È il concetto del Partito Comunista del ‘900, sono ancora rimasti legati a quel modello. Lasciai il PDS nel ’94, perché era un partito dove la dialettica era solo apparente, era presente un establishment che decideva le sorti del partito. Decisi di aderire alla Margherita, perché mi sembrava un’ottima idea diffondere insieme idee diverse, e ho accolto positivamente la creazione del PD: unire esperienze diverse mi sembrava un’idea ancora migliore.

Cosa è andato storto?
La confluenza nel Partito Democratico ha significato dare l’egemonia di pensiero e azione a un unico partito, ovvero i DS. Il PD, dal punto di vista elettorale, si è così di fatto trasformato nel PCI, poiché perde in tutta Italia, tranne che nelle regioni storicamente vicine al partito comunista. Da tempo ho sollevato la questione dell’egemonia diessina, riconosciuta anche da alcuni loro leader, che sostengono sia una cosa da correggere. In risposta alle mie obiezioni, nell’assemblea in cui è stata creata la direzione nazionale di 120 elementi, i due liguri nominati sono entrambi DS, cui si aggiungono di diritto il sindaco di Genova e il presidente della regione, altri due DS. In Liguria avremo questi quattro dirigenti, più i segretari provinciali e il segretario regionale, tutti appartenenti ai DS. Un’egemonia innegabile. Quando esisteva la Margherita, vi era almeno la possibilità di sedersi a un tavolo e avere uno spazio di negoziazione. Ora non più. Il PD nasce vecchio, un partito del ‘900 che pensa di poter analizzare una società moderna con le categorie del ‘900. Ho potuto sperimentarlo in prima persona: nel momento in cui ho suggerito di agire nel territorio, mi è stato risposto che il partito viene prima di tutto.

Non approva il modo in cui Veltroni fa opposizione?
Nessuno, nel PD, sembra voler fare un’analisi seria della sconfitta elettorale. Si parlano addosso, si dedicano ai congressi. Dovrebbero invece ripartire da zero e andare ad ascoltare la gente. Invece di fare il governo ombra, Veltroni avrebbe dovuto rivolgersi a una cinquantina di elementi, non intellettuali, ma amministratori locali, gente che tutti i giorni si confronta con la gente e con il territorio, come presidenti di provincia e sindaci di piccoli comuni. Questi sarebbero stati le “antenne sul territorio” del Partito Democratico, capaci di comunicare al partito e al suo leader quanto sta accadendo in Italia. Non è stato fatto, poiché ciò avrebbe significato mettersi contro tutto l’establishment, ovvero tutti quelli cui piace sedere in prima fila. Un progetto di questo tipo sarebbe stato più credibile del governo ombra, che non serve a niente e a nessuno. La gente non ha problemi ombra, ma problemi veri.

La sua è un’accusa diretta ai vertici del partito.
A causa della mia formazione e del mio carattere, sono abituato a dire le cose come stanno. Forse ciò è dovuto anche al mio mestiere di medico: sono un professionista, non posso far finta di niente quando mi trovo di fronte a problemi evidenti. Questo non piace all’establishment. Per non parlare dei sistemi di interessi dei partiti: un partito che governa ha rapporti con i vari poteri. Con quelli economici, ad esempio. Con il tempo, si viene a creare un’osmosi tra l’economia, che è il vero potere, e la politica. Non appena il partito finisce all’opposizione, per forza di cose, questo sistema si rompe, e il tentativo del partito è di restare comunque attaccato a queste lobby, al fine di continuare a trarre benefici e vantaggi economici. Questo sistema va rotto. Capisco che ciò possa significare far perdere struttura a un partito, perché i partiti hanno bisogno di soldi.

Come va interrotto, questo sistema?
Semplice. Hai perso le elezioni? Riparti dal “via”. Purtroppo il Partito Democratico non ha la forza di effettuare una scelta del genere. Inoltre Veltroni, comunque la si voglia pensare, è un uomo di establishment: si è formato nel PCI all’ombra di Berlinguer, è sempre stato dirigente del partito, ha diretto l’Unità, è stato parlamentare, sindaco di Roma, ora leader del PD. Ha provato a fare una scommessa, alla quale inizialmente ho creduto. Gli elettori gli hanno risposto, in maniera inequivocabile, che si trattava della scelta sbagliata, che non è quello che gli italiani vogliono. Il PD ha pur sempre 12 milioni di elettori, ma non bastano. Questo patrimonio di voti sarebbe da utilizzare, dovrebbero impegnarsi al massimo per trasformare quella cifra in 20 milioni e arrivare a governare, anziché operare solo per consolidare il proprio potere e quello degli oligarchi, come avviene ora nel partito. Per questo motivo sostengo che il Partito Democratico sia morto, incapace di avere alcuno slancio.

È sua intenzione dare il via a un progetto in questa direzione, ovvero la creazione di un terzo polo?
Sono convinto che quello che hanno fatto gli italiani, decidendo di votare da una parte o dall’altra, scegliendo il centrodestra, sia una forzatura data dal fatto che non vi sono alternative vere e credibili ai due partiti maggiori. L’idea è di verificare se c’è la possibilità di mettere assieme i moderati e creare una nuova forza politica, in grado di fare qualcosa di concreto. Un terzo polo il cui desiderio non è occupare lo spazio del centro classico, ma piazzarsi in maniera trasversale, per raccogliere persone di buon senso. Un esempio da prendere in considerazione è quello della Lega Nord, non tanto per i contenuti, quanto per il metodo: si sono riorganizzati, dandosi un’identità, e hanno capito quali fossero i bisogni delle persone. Questo è quanto un partito dovrebbe saper fare.

Molti esponenti politici a lei vicini si sono autosospesi per dimostrare la loro solidarietà nei suoi confronti. Quanti La seguiranno nel nuovo progetto?
Questo è uno dei problemi che sicuramente incontrerò. Non so quanti mi seguiranno in un progetto di questa natura, perché equivale a ripartire da zero. Troverò di certo qualcuno che mi chiederà di farmi da parte. L’idea è di creare un nuovo soggetto politico, ci rivolgiamo a tutti i moderati. Il nostro obiettivo è capire cosa sta succedendo in Italia, verificare se sono presenti movimenti di questa natura nelle altre regioni. Gente del territorio, che non ha bisogno di mettersi attorno a un leader nazionale o a strutture pre-esistenti, a differenza di esperimenti come UDC, Rosa Bianca, ecc. Se riuscissimo a trovare altre dieci esperienze come la nostra in Italia, proveremo a metterle in rete. Sarebbe interessante riunirci, formare un gruppo di italiani di buona volontà, mettersi intorno a un tavolo e stilare un manifesto di idee e di valori da cui partire. Senza ideologie né demagogie. Vorrei partire da Savona, trasformarla in un laboratorio politico. Punteremo il più possibile sul dialogo con la gente, proveremo a trovare le condizioni per riuscire a candidarci, presentando una lista nostra. È un percorso difficile e lungo, ma possibile e necessario.

(articolo disponibile anche online sul sito del quotidiano e in formato .pdf nella rassegna stampa del Comune di Genova)

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giovedì, 12 giugno 2008

Intervista a Michael Ledeen



Intervista a Michael Ledeen
I negoziati sono falliti. Aiutiamo gli iraniani a liberarsi dal regime


Per l’analista dell’American Enterprise Institute i negoziati con l’Iran (compreso quel “5+1” in cui l’Italia vuole entrare) sono tutti falliti. Per fermare il programma nucleare degli ayatollah, le democrazie devono aiutare gli iraniani a liberarsi dal loro regime. Ma i nostri governi sono inerti. A Roma, nel 2001, Ledeen incontrò alcuni dissidenti. Per salvare le vite dei militari in Afghanistan, non per organizzare un golpe. Michael Ledeen, membro del think tank American Enterprise Institute, giornalista e storico, è uno dei massimi esperti in materia di Iran.

In una recente intervista alla televisione italiana, il presidente Bush ha dichiarato di essere favorevole all’aggiunta dell’Italia al tavolo dei negoziati con l’Iran, il cosiddetto “5+1”. È d’accordo?
Credo che i negoziati abbiano fallito, e sono convinto che essi continueranno a fallire anche in futuro. Di conseguenza, penso che ogni governo, incluso quello italiano, farebbe meglio ad evitarli: sarebbe una cosa saggia.

Il Financial Times è scettico riguardo all’ipotesi che l’Italia possa applicare sanzioni all’Iran, del quale è uno dei primi partner commerciali al mondo: dal punto di vista della realpolitik, per quale motivo l’Italia dovrebbe imporre sanzioni, di pari passo con le altre potenze?
Perché l’Iran è il principale sponsor mondiale del terrorismo, ha dato il proprio sostegno a cellule terroristiche presenti in Italia e ha minacciato attacchi alla Città del Vaticano.

L’Iran prosegue con il suo programma nucleare e Mahmoud Ahmadinejad continua a minacciare Israele. Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale per fermare l’Iran? La soluzione della “Lega delle Democrazie” proposta da John McCain potrebbe funzionare?
Non sono a conoscenza di alcun serio sostegno dei dissidenti iraniani che sono a favore della democrazia, che rappresentano la maggioranza della popolazione iraniana. Questo sostegno non arriva da alcun Paese occidentale e, non serve neanche ricordarlo, nemmeno dalle Nazioni Unite, o da Organizzazioni Non Governative delle quali sia a conoscenza. Se le cosiddette “democrazie” volessero davvero sostenere la libertà in Iran, lo potrebbero già fare oggi, con o senza la “Lega delle democrazie”. Ma esse non lo fanno. E nessuna struttura o organizzazione potrà compensare la loro mancanza di volontà.

Con il governo Berlusconi l’Italia è tornata ad essere uno dei primi alleati degli Stati Uniti, dopo i due anni di governo Prodi? Possono cambiare i rapporti, dopo le elezioni di novembre?
Senza dubbio il rapporto tra Bush e Berlusconi rafforza i legami tra Stati Uniti e Italia. Ma l’Italia occupa ora una salda posizione quale uno degli alleati più vicini all’America, e questa relazione può sopravvivere a momenti di conflitto personale.
Certamente Massimo D’Alema non era molto amato a Washington, ma i rapporti erano buoni anche all’epoca. Per questo motivo, chiedersi chi tra McCain o Obama possa essere “migliore” per le relazioni tra i due Paesi è questione piuttosto marginale.

Stando a un recente rapporto della Commissione Intelligence del Senato americano, Lei organizzò un meeting, nel 2001 a Roma, tra due esperti del Pentagono e un iraniano di nome Manucher Ghorbanifar, allo scopo di discutere un piano relativo al rovesciamento del regime iraniano. È così?
L’incontro in questione fu con alcuni iraniani, i quali fornirono, tra le altre cose, informazioni accurate relative a operazioni ordinate dal governo di Teheran contro forze armate americane di stanza in Afghanistan. Ghorbanifar non era la fonte di tali informazioni che, come mi fu riferito in seguito da funzionari del Pentagono, furono determinanti per salvare vite americane. Quello fu l’argomento principale degli incontri. Pertanto, avendo portato la proposta di Ghorbanifar al governo americano, con l’approvazione sia della Casa Bianca che del Dipartimento della Difesa, sono orgoglioso di aver sostenuto i nostri soldati. Per quanto concerne gli sforzi di Ghorbanifar per trovare sostegno al fine di rovesciare il regime iraniano, si tratta di qualcosa che va avanti da più di venti anni. Come ho detto prima, non credo che alcun governo occidentale gli darà mai il sostegno richiesto, ma sono sicuro che lui continuerà a provarci.

(da L'Opinione delle Libertà, edizione 118 del 12-06-2008)
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giovedì, 12 giugno 2008

Intervista a Gianni Vernetti

L'ex sottosegretario agli esteri del Pd prende una netta posizione sui rapporti con l'Iran
 
<<L'opzione militare? Non si può escludere>>
 
colloquio con Gianni Vernetti di Cristiano Bosco
 
"Bisogna rafforzare le sanzioni economiche contro l'Iran: una politica di embargo porterebbe all'isolamento del regime in campo internazionale. Un regime estremamente fragile, visto che una porzione consistente del popolo iraniano è contraria all'attuale classe dirigente e a favore della democrazia, come ad esempio gli studenti, che hanno bisogno del nostro sostegno. È necessario organizzare un'azione finalizzata al cambio di regime". Gianni Vernetti, già sottosegretario agli Esteri del governo Prodi, è deputato alla Camera tra le fila del Partito Democratico e membro della Commissione Affari Esteri. Sull'Iran ha le idee molto chiare.

Lei ha preso parte alla manifestazione tenutasi a Roma contro il leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in occasione della sua visita per il vertice Fao. Qual è stato l'esito dell'iniziativa?
Il Paese ha reagito bene, dimostrandosi unito. Nessun esponente del governo ha incontrato Mahmoud Ahmadinejad, lo stesso vale per la Santa Sede. Nessuna forza politica ha fatto gioco di sponda. Considero l'Iran un pericolo per la sicurezza internazionale. L'iniziativa ha rappresentato una prova di coesione. È necessario dimostrare che quel regime non può giocare su tavoli separati: l'Occidente democratico deve mostrarsi unito di fronte a questa minaccia.

Esclude un’azione militare nei confronti dell’Iran?

Nessuno può escludere un'opzione militare, nemmeno le stesse Nazioni Unite. L'Occidente non può accettare l'eventualità che Israele venga attaccato, così come non può accettare che l'Iran disponga di armi nucleari, o che si doti di missili balistici a lunga gittata.

John McCain, candidato repubblicano alla Casa Bianca, ha proposto la creazione di una "Lega delle Democrazie" per affrontare le minacce globali. Qual è la sua opinione al riguardo?

Faccio parte della "Community of Democracies", organizzazione internazionale che conta al suo interno più di cento Paesi, creata grazie agli sforzi dell'amministrazione Clinton, allo scopo di diffondere la democrazia nel mondo. Nel 2007, in collaborazione con Paula Dobriansky, rappresentante del dipartimento di Stato americano, abbiamo organizzato un importante meeting a Roma. La promozione della democrazia va ripensata. Essa deve rappresentare una priorità in politica internazionale. Non è possibile ipotizzare una politica dello sviluppo per Paesi del terzo mondo senza che questa sia affiancata alla diffusione della democrazia: la situazione di molti Paesi africani è emblematica, con milioni di dollari di aiuti che finiscono nelle tasche di brutali dittatori. Sicurezza, sviluppo e democrazia viaggiano sullo stesso binario, come dimostrato da quanto sta succedendo in Iraq e Afghanistan. Per questo motivo, la promozione della democrazia deve avere la priorità, nell'agenda internazionale.

Che ne pensa dell’ipotesi dell’allargamento del “5+1”, con possibilità per l’Italia di sedersi al tavolo delle trattative con l’Iran?

Il Partito Democratico è a favore dell'iniziativa del governo italiano per l'aggiunta del nostro Paese al "5+1". Il precedente governo Berlusconi commise un grande errore quando, qualche anno fa, decise di non accettare l'invito a partecipare alle trattative. Il governo Prodi, a differenza di quanto sostenuto da alcuni, ha provato a fare entrare l'Italia nel "5+1", senza tuttavia riuscirci. L'Italia è  tra i più importanti partner commerciali dell'Iran, è giusto che venga coinvolta nelle trattative: su questo tema, siamo in sintonia con il governo.

Si preannuncia l’instaurazione di un clima di dialogo con il governo, per quanto riguarda la politica estera del nostro Paese?

Sicuramente. Su alcune grandi questioni di politica estera, è fondamentale che il Paese si mostri unito. Si possono trovare punti in comune su argomenti quali la lotta al terrorismo, la ratifica della Costituzione europea, o il rifinanziamento delle nostre missioni all'estero. È normale che il nuovo clima di dialogo sincero, civile e senza posizioni pregiudiziali venga esteso anche alla politica estera italiana.

Lei si è dichiarato contrario all’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo, c’è chi ipotizza che DS e Margherita entreranno in due gruppi separati all’Europarlamento.

Si tratta di un'ipotesi da non escludere. Risulta evidente che, ad eccezione che in Spagna, i socialisti non sono autosufficienti in alcun Paese europeo, e recentemente hanno subito delle pesanti sconfitte elettorali. È per loro necessario cambiare pelle, se non vogliono contare sempre meno, e tentare alleanze con il centro, con la liberaldemocrazia. Non vedo per quale motivo il Partito Democratico dovrebbe appiattirsi sulle posizioni dei socialisti. Se ciò dovesse accadere, saremmo condannati a un lungo periodo di opposizione.

Tra le alleanze con il centro, quindi, non esclude un possibile dialogo con l’UDC, con voi all’opposizione?

Non ho dubbi che l'UDC possa diventare un nostro partner privilegiato. C'è la possibilità di trovare punti in comune per fare opposizione e ci possono essere le condizioni per provare un esperimento politico anche in occasione di elezioni a livello locale.

(intervista pubblicata ieri sul quotidiano Liberal , disponibile anche sul sito ufficiale del Partito Democratico e su MargheritaOnline)

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martedì, 10 giugno 2008

Intervista a Piero Ostellino

Intervista a Piero Ostellino/Rivoluzione liberale senza speranza

di Cristiano Bosco

Quali prospettive hanno i liberali nel nascituro Pdl e nell’attuale governo? “Duole dirlo, ma non abbiamo alcuna possibilità. La famosa ”rivoluzione liberale“ non è più praticabile. La cultura italiana non è liberale. L’Italia non è un Paese liberale, a differenza dell’Inghilterra o degli Usa, per citare due esempi. Nello stesso centrodestra italiano non c’è una cultura liberale diffusa”. Parole di Piero Ostellino, che di liberalismo è un esperto.

Piero Ostellino, editorialista del Corriere della Sera, uno dei massimi esperti di liberalismo in Italia, si pronuncia sul destino delle istanze liberali nel centrodestra e nella politica italiana.

Nel ’94, Forza Italia nacque con l’aspirazione di formare un grande partito liberale. Oggi, nessun liberale occupa posizioni di rilievo. Cosa è successo ai liberali del centrodestra?
I liberali non ci sono più, sono scomparsi. Questo è dovuto al fatto che il movimento creato da Berlusconi, poi trasformatosi in partito, non ha natura liberale. Oggi sono ancora presenti diversi esponenti, alcuni fuori dalla politica, come Alfredo Biondi o Giuliano Urbani, altri in Parlamento, come Antonio Martino, il quale però non ricopre posizioni di governo. Oggi i liberali, purtroppo, non contano più nulla.

Tuttavia, alcune istanze care ai liberali sono ora date per scontate da parte della maggioranza del mondo politico. Il garantismo, per esempio, è assai più diffuso ora che non dieci, quindici anni fa. Questa non è una grande conquista liberale?
Il maggiore garantismo è nell’ordine delle cose. Rispetto al periodo di tangentopoli sono cambiati i tempi. Il giustizialismo, al giorno d’oggi, non ha più rappresentanza. E anche la magistratura si è resa conto che esso non porta da nessuna parte, poiché è impossibile cambiare il Paese attraverso il solo potere giudiziario.

Quali prospettive hanno i liberali nel nascituro PdL e nell’attuale governo?
Duole dirlo, ma non abbiamo alcuna possibilità. La famosa “rivoluzione liberale” non è oggi più praticabile. La cultura italiana non è liberale. L’Italia non è un Paese liberale, a differenza dell’Inghilterra o degli Stati Uniti, per citare due esempi. Nello stesso centrodestra italiano non c’è una cultura liberale diffusa. Paradossalmente, l’unico movimento di stampo riformatore all’interno del centrodestra è la Lega Nord, partito localistico, le cui istanze sono più riformatrici di quelle di FI o AN. Silvio Berlusconi, leader del Popolo delle Libertà, può essere un abile statista e un grande uomo politico, ma è del tutto estraneo alla cultura liberale. Per rendersene conto, basta osservare l’operato del nuovo governo, che pensa sia necessario riempire la pancia degli italiani per risollevare le sorti del Paese. Da una parte è positivo che, su alcune questioni - come l’emergenza rifiuti nel napoletano - sia stata ristabilita la presenza e l’autorità dello Stato. Dall’altra parte si è invece compiuto un passo indietro, tornando alla vecchia logica del compromesso. Lo Stato non deve occuparsi degli stipendi dei supermanager di aziende private, lo Stato non deve intervenire nella faccenda Alitalia. Non c’è filosofia del diritto, la cui conseguenza è una mancanza di principi liberali nell’azione di governo.

Non c’è modo di rendere più liberale la cultura italiana?
Per contrastare gli organi di informazione schierati a sinistra, che rappresentano la metà dell’establishment, i media vicini al centrodestra - alcuni dei quali di proprietà dello stesso Berlusconi, come Mediaset, Il Giornale, Panorama - dovrebbero fungere come uno strumento importante per cambiare la cultura del Paese. Si dovrebbe raccogliere attorno ad essi tutta l’intellettualità liberale, più preparata e competente di quella di sinistra. Invece, essi sono abbandonati a sé stessi, di fatto legittimando l’egemonia culturale della sinistra in Italia. Gli intellettuali liberali non dispongono di un insediamento per diffondere le proprie convinzioni.

Se i liberali hanno poche prospettive nel centrodestra, è invece realistica l’ipotesi – già citata da Marco Pannella – di formare una sinistra liberale?|
È evidente che la sinistra del Partito Democratico è più moderata di quanto non fosse in passato, quando faceva parte di coalizioni in cui figuravano partiti di matrice comunista. Nonostante il passo in avanti, è difficile per la sinistra allontanarsi dalle proprie tendenze dirigistiche e collettivistiche. Se la sinistra vuole dimostrare di essere davvero liberale, il banco di prova su cui testarsi è la riforma della prima parte della Costituzione. In alcuni tratti, essa sembra appartenere ad un Paese sovietico. Siamo l’unico Paese che è fondato sul lavoro, ovvero su una merce di scambio, o dove la proprietà privata è vincolata dalla funzione sociale. Si tratta di astrazioni di carattere ideologico, che però vanno ad influenzare le decisioni della Corte Costituzionale, la quale deve ovviamente seguire il testo della costituzione. Una revisione della prima parte della Costituzione in chiave liberale è quantomai necessaria, e una sinistra davvero liberale non può tirarsi indietro di fronte a questa sfida.

(da L'Opinione delle Libertà, edizione 116 del 10-06-2008)
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giovedì, 05 giugno 2008

Time to flip the scipt


Non sono trascorse nemmeno ventiquattro ore dalla conquista della nomination per il partito democratico, e già Barack Obama cambia strategia. Il senatore dell’Illinois, messa in cassaforte la nomination in seguito a una rimonta contro Hillary Clinton, la quale partiva con il favore di ogni pronostico e con una macchina elettorale ben oliata, è infatti costretto a modificare l’impostazione della propria campagna elettorale, al fine di contrastare l’avversario repubblicano John McCain. Il primo aspetto a subire una notevole revisione è la politica estera. Obama e il suo staff sono ben consapevoli che la strategia utilizzata per vincere le primarie democratiche, ovvero puntare sull’ala più a sinistra del partito, l’anima liberal dei democratici incarnata dalla Speaker of the House Nancy Pelosi, non ha le stesse probabilità di successo nelle elezioni di novembre. Anzi, essa potrebbe addirittura rivelarsi controproducente, nella Right Nation raccontata da John Mickeltwhait e Adrian Wooldridge, poiché porterebbe buona parte dell’elettorato indipendente a scegliere un candidato moderato come John McCain. Il senatore dell’Illinois ha compreso che, per intercettare il voto di indecisi, repubblicani delusi da otto anni di gestione Bush e tutta l’ampia fetta di elettori non ancora schierati, non deve guardare a sinistra, bensì al centro.

Non è un caso che, in un discorso pubblico tenuto mercoledì di fronte all’American-Israel Public Affairs Committee, Obama abbia trattato la questione iraniana con piglio alquanto differente rispetto a quanto avvenuto fino al giorno prima. Egli ha infatti menzionato l’eventualità della soluzione militare, mostrando posizioni assai simili, se non del tutto analoghe, a quelle dell’attuale amministrazione alla guida degli Stati Uniti, la Casa Bianca del tanto da lui vituperato George W. Bush. “Obama assume posizioni da falco sull’Iraq” titolano le agenzie americane, sottolineando una svolta nelle parole del candidato che, negli ultimi mesi, aveva più volte ribadito di voler assumere una strategia del dialogo con il regime iraniano, non escludendo addirittura un incontro diretto con il leader Mahmoud Ahmadinejad -- ipotesi che lo ha reso oggetto di ripetuti attacchi da parte di McCain, ma anche della rivale democratica Hillary Clinton. Il giovane senatore, ormai specializzatosi nello sfruttare la macchina mediatica venutasi a creare attorno a lui, continua così a nascondere abilmente le zone d’ombra della sua campagna elettorale, ovvero la grande inesperienza politica (che lo ha portato a commettere gaffe in più di un’occasione) e la totale mancanza di posizioni di comando all’interno del suo curriculum vitae, elemento non trascurabile quando si ambisce a ricoprire il ruolo di comandante in capo della più grande potenza mondiale. In questo caso, dopo la parentesi liberal allo scopo di avere la meglio sulla più centrista Hillary (non a caso, secondo i sondaggi attuali, unica ad avere chance di vincere contro McCain), Obama ritorna a parlare di politica estera come un falco conservatore, talvolta come un neoconservatore. È dell’aprile dello scorso anno l’editoriale del Washington Post “Obama l’interventista”, firmato da Robert Kagan, autore di Paradiso e Potere, considerato dai più come il manifesto della dottrina neoconservatrice.

E se sull'Iran si è già registrato un cambio di atteggiamento, non è da escludere,  in tema di questione mediorientale - che senza dubbio ricoprirà un ruolo cruciale, da qui a novembre, nello scontro tra i due candidati in corsa per la Casa Bianca - una revisione delle posizioni sull'Iraq. Il "surge", l'aumento di truppe sul campo ideato da influenti esperti in materia militare (Frederick Kagan e Jack Keane), richiesto da alcuni esponenti della politica (tra cui lo stesso John McCain, oltre che dal senatore democratico Joseph Lieberman), ordinato dal presidente Bush, avversato dalla stragrande maggioranza del fronte democratico (Obama compreso) e, non ultimo,  messo in atto in maniera impeccabile dal generale David Petraeus, ha portato ottimi risultati: oltre ogni più rosea previsione, si è giunti a una drastica diminuzione della violenza nel Paese, conseguente alla cacciata di Al Qaeda e alla neutralizzazione delle fazioni più ostili. L'Iraq,  da "slam dunk" per i democratici, i quali puntavano (e tuttora puntano) sul mantra della strategia del ritiro dei soldati, si è trasformato in un'inattesa arma per i repubblicani. Il politologo dalle simpatie neocon David Frum ha recentemente scritto che "Se le elezioni presidenziali del 2008 ruotassero soltanto sull'Iraq, il senatore dell'Arizona, John McCain, avrebbe la vittoria in mano", facendo da eco a quanto sostenuto in precedenza da Paul Berman, secondo il quale McCain sarebbe "l'unico candidato a dire la verità sull'Iraq". Ora che anche i media liberal (come il NY Times) iniziano a dedicare titoli all'Iraq liberato e rappacificato, si rende necessario, per Obama, rinnovare le proprie posizioni al riguardo, ovvero rincorrere McCain, spostandosi verso il centro. Trasformandosi così, almeno apparentemente, da candidato di stampo liberal, a - per usare una definizione cara a Maurizio Molinari  - "cowboy democratico".

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mercoledì, 28 maggio 2008

Intervista a Daniele Capezzone

Da Radicale a portavoce del Popolo della Libertà

LA NUOVA SFIDA DI CAPEZZONE
di Cristiano Bosco

Da segretario dei Radicali a portavoce di Forza Italia. Quali sono i motivi di questa scelta? Come ha intenzione di affrontare il nuovo ruolo?
Ho un mio piccolo motivo di fierezza. In un paese in cui non si dimette mai quasi nessuno, in cui le dimissioni - al massimo - si annunciano, io sono uno dei pochi che si è dimesso per davvero, e non da un posto qualsiasi, ma dalla Presidenza di una delle più rilevanti Commissioni del Parlamento italiano. L’ho fatto per marcare il mio dissenso dalla politica di Prodi, Padoa Schioppa e Visco, e soprattutto l’ho fatto nei giorni in cui la gran parte degli osservatori politici pronosticavano lunga vita al Governo Prodi. Insomma, la mia scelta ha ragioni di fondo: l’Italia delle piccole imprese e del mondo produttivo non poteva più tollerare quella politica fiscale. Di qui, in primo luogo, la mia scelta. Ora, devo ringraziare il presidente Berlusconi per questa opportunità. Collaborerò con il coordinatore Verdini, che ha le massime responsabilità in Forza Italia, nella sfida del traghettamento verso il Pdl.

Il quotidiano Avvenire ha definito ’allarmante’ la scelta di Forza Italia di nominarLa portavoce. Come risponde a questa critica?
Rispetto profondamente ogni opinione, e a maggior ragione quella di una voce autorevole come Avvenire. Credo però che sarà giusto giudicare me, come tutti, per quello che farò e per come lo farò.

Si ritrova a fare il portavoce di un partito che presto scomparirà, per confluire in una nuova realtà politica: è un compito a breve scadenza? Cosa prevede per il Suo futuro?
Ci sono oggi due grandi sfide politiche. Una è la sfida del Governo, l’altra è quella per la nascita di un nuovo soggetto politico che sia capace di durare decenni e di segnare la vita politica del Paese. Con tanti altri, cercherò anch’io di dare un contributo verso questo obiettivo di portata storica, che è atteso da milioni di italiani. Occorre che la politica risponda a questa domanda.

“Decidere”, il network da Lei fondato lo scorso luglio, ebbe un notevole riscontro. Come evolve il progetto?
Ci saranno novità interessanti, anche legate all’agenzia di stampa nazionale che dirigo, Il Velino. Vogliamo offrire strumenti di lavoro politico, di riflessione, e di operatività che possano essere utili al progetto politico di cui parlavo, quello del nuovo partito da costruire. I grandi partiti anglosassoni sanno far tesoro di luoghi capaci di “produrre contenuti”.

Quali prospettive hanno le istanze liberali, liberiste, libertarie nel nascituro PdL e nell’attuale governo? I liberali non rischiano di essere schiacciati dalle forze conservatrici, specialmente dopo il matrimonio con Alleanza Nazionale?
Sono molto fiducioso. La partenza del Governo è stata ottima. I liberali possono guardare con grande speranza e positività alla fase politica che si è aperta. Basti pensare al Consiglio dei Ministri di mercoledì a Napoli: erano anni che si attendeva un Governo capace di partire con questo slancio riformatore, e con questa capacità di decidere sulle cose concrete.

(da L'Opinione delle Libertà, edizione 106 del 28-05-2008).
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domenica, 25 maggio 2008

La parte liberale a convegno (from a Dogg's perspective)

A una settimana di distanza dal bel convegno di Montesilvano, cui ho avuto il piacere di partecipare, provo a scrivere la mia arcimodesta opinione al riguardo.

Il nome del convegno è ambizioso: "La parte liberale del PdL". Gli organizzatori svolgono un lavoro egregio. Gli interventi e i temi trattati sono alquanto interessanti. I due giorni scorrono piacevoli. C'è un unico, poco trascurabile, problema: al termine del congresso, è difficile percepire qualcosa di diverso rispetto a prima dell'inizio dei lavori. La sensazione è che non si sia concluso un granché e che, a voler essere ottimisti, quanto detto nei due giorno possa forse rappresentare un punto di inizio di un lungo e alquanto incerto cammino. La carne da mettere al fuoco è molta, moltissima. Purtroppo manca il fuoco.

Si organizza un interessantissimo convegno al riguardo e - lo si scrive con il cuore in pezzi - le sedie vuote superano quelle occupate. A contare le teste, se questa è la cosiddetta “parte liberale”, c’è poco da stare allegri. D'accordo che Montesilvano non è una delle location meglio raggiungibili dello stivale, d'accordo che ci sono parecchi "assenti illustri", tuttavia si tratta di due facili consolazioni, specialmente se si tiene presente il battage promozionale dei giorni precedenti su L'Opinione, su Radio Radicale, su internet attraverso NeoLib, ogni varia mailing list, newsletter, senza dimenticare il grande Gionata Pacor e le sue vagonate di contatti. C'è chi, in un intervento, sostiene sia facile riconoscere un liberale anche quando si è in pizzeria o all'aeroporto, in ogni angolo del globo. Sorge spontaneo chiedersi, allora, come mai si era così in pochi, in Abruzzo, quel giorno.

I pochi motivi di allegria, inoltre, diminuiscono ulteriormente, se la cosiddetta "parte liberale", in cerca di un rilancio, si trova ad auspicare un intervento diretto di un ex ministro ex senatore ex politico di classe 1928, dalle indiscutibili e inesauribili capacità, ma ormai escluso da ogni gioco politico, oltre che dal Parlamento, per volere del suo stesso partito. Lasciarsi prendere dallo sconforto, o peggio dalla sindrome del crepuscolarismo (come ha scritto Oggettivista) è facile, ma non è una soluzione plausibile.

Sebbene sia semplice trovare una piattaforma comune concernente le idee politiche, su giustizia, economia, diritti civili e umani, temi sui quali si è più o meno tutti d’accordo, gli ostacoli iniziano a emergere in prossimità del passo relativo alla eventuale organizzazione della "parte liberale".
Durante le scorse elezioni politiche, qualcuno disse che, chiudendo tre comunisti in una stanza, questi avrebbero fondato tre partiti diversi. Oggi, se si volesse tentare un esperimento analogo con, al posto dei tre comunisti, tre liberali, si potrebbe tranquillamente affermare che, chiudendo tre liberali in una stanza, questi riuscirebbero a essere autoreferenziali. C'è chi ha il suo partitino, c'è chi ha il suo network, c'è chi ha il giornale, c'è chi fa i comunicati stampa, c'è chi parla alla radio. L'annoso problema, citato anche da Gianfranco Leonarduzzi su L'Opinione, è di far coesistere pluralismo e libertà individuale. Nell'individualismo della cultura liberale, ciò si fa ancor più difficoltoso quando l'obiettivo è di organizzare, coordinare le varie associazioni, al fine di evitare la temuta (e già avvenuta) frammentazione. Molte sono le idee, ovviamente. C’è chi vuole la fondazione. C’è chi vuole la corrente. C’è chi vuole il network. C’è chi vuole un radicamento nel territorio. C’è chi vuole il think tank sulla falsariga dei neocon, come sostenuto dall'assai preparato amico Pier Camillo Falasca.

E mentre si pontifica, guardando al futuro, spesso ci si dimentica di guardare al presente, alla situazione attuale. Non prestando attenzione ai numeri e ai rapporti di forza, da sempre valuta corrente in politica. I numeri. Cosa rappresentano, oggi, i “liberali”? Sebbene tutti quanti si definiscano tali (per citare Alfredo Biondi), i veri liberali sono pochi. Per fortuna, o forse purtroppo. Tant’è che questi, se proprio vogliamo contarli (anzi, contarci), rappresentano forse lo zero virgola, o poco più. Lo zero virgola (o poco più) di una forza politica nata con l’idea di formare un grande partito liberale di massa, le cui tessere numero 2 e 3 (la 1 è di Berlusconi) appartengono a Martino e Biondi. Lo zero virgola (o poco meno) del Paese. I rapporti di forza. Quanti liberali occupano posizioni di potere, attualmente? Nessun ministro. Nessun sottosegretario. C’è qualche senatore (tra cui Enrico Musso, grande speranza liberale). C’è qualche deputato, come Benedetto Della Vedova o Peppino Calderisi. Nulla più. Paradossalmente, il liberale nella migliore posizione (anche se il potere effettivo è relativo) è Daniele Capezzone, portavoce di Forza Italia. Un partito che si appresta a morire, per la cronaca, per sposarsi con un partito che non brilla di liberalismo. Un po’ poco, per ipotizzare grandi progetti.

È ovvio, di fronte agli elementi fin qui citati, che si diffonda il crepuscolarismo. Forse giustificato, per la serie "chi è causa del suo mal..", ma comunque da respingere. Poiché, come ha giustamente fatto notare Arturo Diaconale nel suo ultimo intervento, basta dare un’occhiata alla situazione attuale della politica italiana, compararla con quella di dieci, quindici, venti anni fa per guardare al presente con ottimismo. Si sono fatti molti, moltissimi passi avanti. Conquiste liberali un tempo considerate irraggiungibili e irrealizzabili sono ora realtà date per scontate della politica italiana. E questo soprattutto grazie ai liberali.

È possibile che, rivolgendosi all'avvenire, come Bertinotti ha prefigurato per il comunismo, il liberalismo sia destinato a trasformarsi in un movimento culturale. Ciò avverrà quando i capisaldi del pensiero liberale in materia di politica, giustizia, economia, tutela dei diritti umani e civili, saranno accettati e dati per scontati da tutto il mondo politico del nostro Paese, o comunque dalle maggiori forze in campo. Diverrebbe così superfluo il termine "liberale", poiché già insito nelle maggiori componenti politiche, a prescindere dal colore, in una liberal democrazia di stile anglosassone. Forse si tratta di un'utopia, probabilmente quel giorno non arriverà mai.

Nel frattempo, anziché ipotizzare una nuova - assai difficile da realizzare con i mezzi attuali - "rivoluzione liberale", sarebbe forse meglio concentrarsi su ogni singola sfida, facendo tutto il possibile perché le idee liberali abbiano la meglio (Capezzone docet). Senza aspettare un messia liberale, che non si vede all’orizzonte (e se qualcuno identifica in esso Silvio Berlusconi, siamo un po' fuori il tempo limite). Senza aspettare nessun cataclisma, nell’auspicio che il think tank liberale sia valorizzato da chi governa, come accaduto ai neocon dopo l’11 settembre. Senza puntare su una assemblea costituente, esperimento ormai già tentato (e fallito) più volte. Ma attraverso "un serio e faticoso lavoro che coinvolga tutta la galassia liberale e che consenta la valutazione e l'attribuzione delle leadership sulla base dei risultati ottenuti" (per citare Luca Tentellini, sempre su L'Opinione). Scommettendo sempre sulle idee che, come dimostrato dalla storia, sono quelle vincenti.

(un caro saluto al padrone di casa Alessio Di Carlo, autore di uno dei discorsi più incisivi, all'amico Gionata Pacor, ai compagni di viaggio Paolo, Andrea ed Elisa, e a tutte le persone conosciute a Montesilvano)
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giovedì, 08 maggio 2008

Intervista a Benedetto Della Vedova

I liberali devono nuotare controcorrente. Per ora.
da L'Opinione delle Libertà del 8 maggio 2008, pagina 4.

di Cristiano Bosco

Nel corso della “Assemblea dei mille” tenutasi a Chianciano, il leader radicale Marco Pannella ha lanciato l’idea di creare un nuovo soggetto politico di sinistra, alternativo al Partito Democratico. Benedetto Della Vedova, già europarlamentare tra le fila dei Radicali Italiani, ora leader dei Riformatori Liberali e deputato per il Popolo della Libertà, commenta la proposta del suo ex compagno di viaggio, pronunciandosi anche sulle prospettive del liberalismo all’interno del nuovo governo.

Che ne pensa della nuova proposta del leader radicale?
Pannella coglie, come sempre in modo intelligente, un’opportunità e una necessità per il centrosinistra italiano, ovvero tentare di inserire nella sua dialettica politica una forza liberale nella dialettica con il PD. Si muove intelligentemente, anche se difficilmente tale progetto potrà crescere e darsi una fisionomia, avendo come punto di riferimento principale la Sinistra Arcobaleno. Il suo appello rivolto alla sinistra bertinottiana è comprensibile solo come clausola di stile, non potrebbe funzionare come strategia: la sinistra antagonista, sotto questo punto di vista, è incompatibile con qualunque progetto che abbia ambizioni o riferimenti liberali. C’è sempre spazio per il dialogo e per il confronto: con tutti. Ma le possibilità di convergenza e alleanza sono un’altra cosa.

Dopo l’esperimento non troppo riuscito della Rosa nel Pugno, i Radicali possono ancora ricoprire un ruolo importante nella politica italiana?
Sicuramente: nel centrosinistra c’è tutto lo spazio per un’iniziativa politica da parte loro. All’interno dello stesso Partito Democratico, i radicali possono essere una punta di lancia riformatrice. Comprendo che le chiusure da parte della dirigenza del PD - a partire dalle elezioni primarie, a cui Pannella non poté partecipare – possano spingerli a lavorare dall’esterno più che dall’interno. Ora è opportuno vedere se prevarrà, all’interno del Partito Democratico, l’idea di D’Alema di costituire un fronte unico delle opposizioni, oppure quella di Veltroni dell’autosufficienza. Ovvio che, per i radicali, sarebbe preferibile la prima soluzione (anche se dal mio punto di vista sarebbe meglio  un PD più forte grazie ai liberali di sinistra che non un ritorno alla coalizione antiberlusconiana)

Da tempo sostiene che il centrodestra sia il posto più consono per le istanze radicali e liberali. Quali prospettive hanno i liberali all’interno del neonato Popolo delle Libertà, e nel prossimo governo Berlusconi?
Nell’immediato futuro, per i liberali sarà necessario nuotare controcorrente. La corrente – che si giova della spinta fortissima della paura e dell’incertezza prodotta da due anni di non governo – porta ad una riscoperta del ruolo del pubblico e dello Stato. Ma la questione non è riducibile alla contrapposizione ideologica tra statalisti e liberali. La paura è reale e ad essa bisogna rispondere. Il problema, però, è capire quali siano le risposte più efficaci. Un’analisi non consolatoria porta secondo me a concludere i problemi economici dell’Italia hanno essenzialmente a che fare con i (bassi) tassi occupazione, produttività e crescita. Quindi una risposta efficace ai problemi passa da un rafforzamento della competitività del sistema paese (istruzione, formazione, infrastrutture, efficienza della pubblica amministrazione) e da un ampliamento della libertà economica (meno tasse, meno stato, meno regolamentazione, meno vincoli).

Questo non va contro quanto recentemente dichiarato da Giulio Tremonti?
Tremonti scatta una foto del presente. Il futuro non è “dato”. Dipende da come il nostro paese sceglierà di affrontarlo. Per affrontarlo al meglio, io ritengo che l’Italia abbia bisogno non di più protezioni, ma di più libertà: di una diminuzione del carico fiscale, di una radicale riscrittura dei capitoli della spesa sociale, di un alleggerimento della burocrazia pubblica e di un attento riesame dei sussidi alle attività produttive. Sono fiducioso: il ministro Tremonti sarà in grado di operare in questa direzione. Sarà sicuramente un buon ministro dell’economia se riprenderà il percorso già iniziato durante la sua precedente esperienza di governo.

Una “rivoluzione liberale” è quindi ancora possibile?
Tutto va aggiornato, anche gli slogan. Ma vanno cercate le risposte più efficaci per ridare prospettiva all’Italia. Se il nostro Paese vuole recuperare il gap più preoccupante che lo divide dagli altri, sarà comunque necessario operare certe riforme. Che sono - e rimangono - tipicamente liberali.

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domenica, 04 maggio 2008

Our next foreign policy

La politica estera del nostro Paese, inspiegabilmente trascurata dalla maggior parte dei partiti nella recente campagna elettorale, dovrà necessariamente tornare a occupare una posizione di rilievo nell'agenda della nuova maggioranza di governo. Dopo circa due anni e mezzo caratterizzati dall'eurocentrismo senza se e senza ma del governo Prodi e dall'imbarazzante politica estera condotta dal ministro Massimo D'Alema, il quale ha riesumato equivicinanze mediorientali di andreottiana memoria, è quantomai necessario che l'Italia torni a occupare un ruolo importante a livello internazionale, con una visione delle sfide globali che non sia subordinata ad alcuna grande potenza, né europea né extraeuropea, ma che al tempo stesso trovi i suoi punti fondanti nel rapporto preferenziale con gli storici alleati euroatlantici, a cominciare dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, e nel sostegno incondizionato allo Stato di Israele.

Un percorso già effettuato dal precedente governo di centrodestra, impegnato in prima linea nella guerra al terrorismo con l'appoggio degli interventi militari angloamericani in Afghanistan e in Iraq, e culminato con il discorso del presidente del consiglio Silvio Berlusconi di fronte al Congresso americano, privilegio riservato a un numero alquanto esiguo di capi di Stato. Nel 2006, la vittoria delle elezioni politiche da parte dell'Unione di centrosinistra rappresentò un brusco cambio di rotta: la presenza di una consistente e assai rumorosa frangia antiamericana all'interno della maggioranza, composta dalle forze di estrema sinistra - tra veterocomunisti nostalgici della guerra fredda e di slogan quali "Yankees go home" e no global che identificano gli USA come la causa prima di tutti i mali del pianeta - condizionò in maniera determinante le scelte del governo Prodi, il quale, anziché operare nel nome della continuità (abitudine di ogni Paese civile, per il mantenimento di una certa credibilità al di fuori dei confini nazionali), diede una discutibile svolta alla politica internazionale italiana. Gli ottimi rapporti con gli Stati Uniti vennero in breve tempo sacrificati e sostituiti da un europeismo di facciata, vuoto e del tutto privo di significato, mentre il capolavoro in negativo avvenne in politica mediorentale. L'Italia passò infatti dal non negoziabile sostegno allo Stato di Israele (unica democrazia del medio oriente, oggetto di continue minacce da parte di dittatori con ambizioni nucleari come Ahmadinejad e, soprattutto, bersaglio costantemente sotto attacco da parte di fondamentalisti quali Hamas e Hezbollah) del governo Berlusconi all'ambigua equivicinanza del ministro degli Esteri Massimo D'Alema, capace di farsi fotografare a braccetto di leader terroristi e, forse memore del suo non troppo remoto passato comunista, più a suo agio a puntare pretestuosamente il dito contro lo Stato ebraico che contro i suoi nemici che ne auspicano la distruzione.

Il terzo soggiorno a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi dà ora l'opportunità all'Italia di riprendere il cammino da dove era stato interrotto, ovvero da una politica europea concreta e non condizionata, ma soprattutto da un rapporto sincero di affiatamento con gli alleati atlantici. È opportuno che, a prescindere da chi sarà eletto alla Casa Bianca il prossimo novembre, gli Stati Uniti possano trovare nell'Italia un partner, un alleato e un amico su cui contare, a partire dalla collaborazione nella lotta al terrorismo globale (emblematiche, sotto questo punto di vista, le ripetute richieste rivolte dalla NATO all'Italia per un maggior impegno sul fronte afghano: una revisione delle regole di ingaggio non è da escludere). L'emergere di nuove e alquanto spinose questioni internazionali - dal riaffiorare delle inquietudini in ex Jugoslavia alla potenzialmente esplosiva situazione libanese, resa possibile dal mancato disarmo di Hezbollah - non ammette una politica estera contrassegnata da ambiguità, preconcetti e antichi rancori. Serve al contrario una strategia chiara e credibile, che porti l'Italia a occupare un ruolo rilevante a livello internazionale. La già annunciata visita in Israele da parte del Presidente del Consiglio, segnale importante per riaffermare il cruciale rapporto di amicizia e sintonia tra i due Paesi, rappresenta il primo passo in questa direzione.
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domenica, 04 maggio 2008

Dems: running from the White House

Quattro mesi ci separano dall'election day del prossimo novembre, giorno in cui l'America eleggerà il proprio 44esimo presidente, il quale dovrà ricevere la non troppa comoda eredità di George W. Bush, ovvero un Paese in forte rallentamento