Creez Dogg In Tha Houze

The never ending battle for Truth, Justice and the American Way
giovedì, 20 novembre 2008

Al Qaeda torna a far sentire la propria voce


Al Qaeda torna a far sentire la propria voce. Con un messaggio della durata di circa undici minuti, attribuito al numero due dell'organizzazione, Ayman al Zawahiri, la rete terroristica globale commenta l'elezione presidenziale americana (ringraziando i combattenti musulmani di tutto il mondo, capaci di «convincere gli americani della sconfitta in Iraq»), insulta il nuovo eletto Barack Obama (definito un «servo negro» al soldo di Israele, in contrapposizione con «più rispettabili neri americani come Malcolm X») e, come da copione, promette futuri attacchi ai danni degli Stati Uniti nel caso essi non decidano di «ritirarsi dalle terre dei Musulmani». Un messaggio che, se confermata la sua autenticità e la provenienza, giunge a circa un mese e mezzo dall'ultima apparizione ufficiale di al Qaeda.

Il testo, ricco di minacce ed esortazioni ai combattenti a proseguire il jihad su tutti i campi di battaglia - tra i quali spiccano Iraq, Afghanistan e Somalia - mantiene la medesima impostazione dei precedenti avvertimenti. Come già avvenuto in passato, non mancano i riferimenti all'attualità, con menzioni di figure storiche quali Malcolm X, in una sorta di ideale collegamento con gli elogi, riservati nei messaggi precedenti, ad altri noti americani critici del potere come Noam Chomsky, più volte citato dai leaderterroristi quale esempio da seguire. A detta del giornalista della Cnn Peter L. Bergen, tra i maggiori esperti in materia di guerra al terrorismo (autore del libro «Holy War, Inc.», è uno dei pochi reporter occidentali ad aver incontrato dal vivo Osama Bin Laden), il particolare che a pronunciarsi sia nuovamente al Zawahiri, di fatto il vero leader operativo dell'organizzazione da qualche anno (per il quale il Dipartimento di Stato americano offre fino a 25 milioni di dollari di ricompensa), non fa che alimentare i dubbi sulle sorti di Osama Bin Laden.

Dello sceicco saudita, il quale da anni ormai non appare in video o in registrazioni audio, non si hanno notizie da lungo tempo. L'intelligence americana prevedeva un suo intervento per influenzare, oppure commentare, la corsa alla Casa Bianca, ma ciò non è avvenuto. Non è da escludere, secondo Bergen, che un suo nuovo video possa essere in preparazione, o che Bin Laden abbia preferito mantenere un basso profilo, dati i precedenti poco fortunati: quattro anni fa apparve in un filmato a soli cinque giorni dall'election day delle presidenziali Usa per invitare gli americani a non rieleggere il presidente Bush. Questo gesto, considerato dagli elettori come un affronto e un'ingerenza inaccettabile, provocò l'effetto contrario («La reazione di un Paese che non solo ha metabolizzato il terrore, ma che sa che è in guerra, e che lo sarà ancora a lungo», scrisse al riguardo Lucia Annunziata nel suo libro «La sinistra, l'America, la guerra», edito da Mondatori nel 2004).

Le offese e i duri attacchi rivolti al presidente eletto Barack Obama hanno stupito coloro che ritenevano possibile una eventuale distensione nei rapporti tra gli Stati Uniti e i loro avversari,dopo otto anni di «cowboy diplomacy» promossa dall'amministrazione repubblicana di George W. Bush. La reazione di al Qaeda, giunta dalla voce di un protagonista principale quale al Zawahiri, si colloca sullo stesso versante delle dichiarazioni del regime iraniano (che, con le parole di Ali Larijani, ha dichiarato che non vi sia alcuna differenza tra Obama e Bush), conferma ancora una volta la natura del fondamentalismo islamico, di tipo non reattivo, bensì aggressivo: i jihadisti odiano e attaccano i propri nemici non per quello che fanno, ma per quello che sono e rappresentano. Il messaggio serve inoltre a ricordare che i nemici dell'America sono sempre pronti a colpire, seppur notevolmente indeboliti e, nonostante le minacce, in ritirata in Iraq grazie alla cura del generale Petraeus.

Seppur scomparse dal dibattito elettorale a causa dell'esplosione della crisi finanziaria e del miglioramento delle condizioni sul fronte iracheno, la guerra al terrorismo e la sicurezza nazionale rimangono una priorità per gli Stati Uniti, a prescindere dall'appartenenza politica dell'inquilino della Casa Bianca. Barack Obama, sotto questo punto di vista, non potrà in alcun modo mostrarsi più «soft» del predecessore. Dall'11 settembre a oggi, il tanto vituperato George W. Bush è stato un presidente che, costretto a gestire un Paese nel momento forse più tragico e difficile della propria storia, è riuscito con successo a mantenere l'America al sicuro da attacchi terroristici sul proprio suolo. Il successore Obama, nei prossimi quattro anni, dovrà necessariamente essere in grado di fare altrettanto.

martedì, 09 settembre 2008

Intervista al senatore Perduca (Uncut)

Come spesso accade, per ovvi motivi di spazio, la mia intervista al senatore Marco Perduca (PD), pubblicata su L'Opinione lo scorso sabato, ha subito alcuni tagli. In esclusiva per i lettori di questo blog, la versione integrale dell'intervista, riportata di seguito. Buona lettura.

L'Italia ha recentemente firmato un "patto di amicizia" con la Libia. Come gesto di riparazione per il periodo coloniale, il nostro Paese pagherà alla Libia 5 miliardi di dollari nei prossimi 25 anni. Si è dichiarato contrario a questa decisione del governo, la quale non prevede alcuna contropartita nei confronti degli italiani espulsi dal regime di Gheddafi. Prevede un'interrogazione in parlamento?

Non solo. Credo che tanto i parlamentari quanto i cittadini debbano conoscere sia il perché di questa fretta nel presentare il patto a Gheddafi - tra l'altro dandogli la possibilità di celebrare l'anniversario della sua rivoluzione, "evolutasi" in una delle peggiori dittature del Nord Africa, con un assegno in bianco - sia il perché al Governo stanno a cuore maggiormente gli interessi del regime libico che quelli di decine di migliaia di suoi cittadini cacciati dalla Libia dagli anni '80. Tra l'altro, non credo che, conoscendo la ferocia del regime del Colonnello, della stessa scuola baathista, vi sia la minima speranza che un centesimo di quei 5 miliardi possa finire ai libici che sicuramente avranno avuto parenti vittime del colonialismo. Il 2 settembre ho sentito a “Radio Anch'io” il sottosegretario Urso far notare che a seguito dell'accordo firmato il primo del mese, alle imprese italiane verrà garantito un trattamento di favore nell'assegnazione (dubito che a Gheddafi piacciano le gare d'appalto) degli oltre 150 miliardi di dollari delle commesse per infrastrutture che Tripoli ha stanziato qualche mese fa. Bene, anzi male, ma se si trattava di un "investimento affaristico" per beneficiare degli imprenditori italiani perché non si e' trovato il modo di risarcire tanto gli esuli quanto gli imprenditori italiani vittime del regime di Gheddafi? Si tratta di un miliardo di euro.

L'americano Daniel Pipes ha dichiarato che questo accordo rappresenta un "pericoloso precedente". Nulla impedisce ora ad altri Paesi, come per esempio l'Algeria, di chiedere i danni di riparazione per il periodo coloniale. È d'accordo?
Alla viglia della conferenza anti-razzista di Durban delle Nazioni Unite, proprio la Libia, col Kenya, si mise a capo di un movimento africano, che vide agire insieme per la prima volta governi e ONG, perché quell'appuntamento portasse all'incasso 500 di sfruttamenti dei paesi ricchi nei confronti dell'africa, dalla tratta degli schiavi  al colonialismo allo sfruttamento delle risorse naturali. Nessun paese con passato da colonia accettò e anche il Senegal prese le distanze dall'operazione ghedafiana. Il tutto si risolse col solito attacco dei "Non Allineati" a Israele e la ripetizione dello slogan “sionismo uguale razzismo”. Gli europei non accettarono perché non volevano creare un precedente? Forse, ma forse non accettarono perché quei soldi avrebbero mantenuto saldamente al potere i nuovi schiavisti. Non si tratta di esser contro i danni di guerra, si tratta però di cogliere l'occasione per una riconciliazione che sia simbolica e concreta ma che in entrambi i casi porti dei benefici a persone e non ai governanti di comunità arcinoti per le loro politiche anti-democratiche.

Qual è la Sua opinione sull'atteggiamento tenuto dall'Italia nel corso della crisi in Georgia? Recentemente, il ministro Frattini ha dichiarato che l'Italia è "con Bush, ma anche con Putin". Non si tratta di una politica un po' ambigua, specialmente nei confronti degli alleati occidentali, quali NATO e UE?
Tanto Frattini quanto Fassino, ahimè, hanno ribadito la necessità di mantenere un equilibrio nella posizione italiana per non isolare la Russia. Per come vanno le cose all'interno dell'UE non mi pare però che vi sia alcuna ambiguità in questo atteggiamento: le tante piccole patrie europee pensano ai propri tanti, e piccoli interessi e affari, cancellando sempre più la portata politica di pace, libertà e prosperità che una grande patria europea potrebbe garantire tanto a chi vive dentro quanto a chi ancora e' costretto a restarne fuori. Personalmente ritengo che porre sempre e solo l'accento sul possibile allargamento della NATO verso Est oppure limitare il lato europeo alla ricerca di una politica di sicurezza comune ammazza quell'arma di attrazione di massa che l'Unione europea aveva rappresentato per gli ex-soggiogati dal Patto di Varsavia.

Qual è la posizione dei radicali - già molto attivi per le ragioni della Cecenia - sulla questione georgiana e i rapporti con la Russia della ex repubblica sovietica?
Non abbiamo una posizione. Da oltre vent'anni abbiamo cercato di raccogliere e sostenere le richieste di politici, dissidenti, e militanti per la libertà dei Balcani come del Caucaso ad essere considerati, e quindi trattati, Europei. Abbiamo ancora decine di iscritti in Albania (tra i quali l'ex Primo Ministro Pandeli Majko), Kosovo (tra i quali il presidente Fatmir Sedjiu), Croazia (tra i quali la leadership del Partito socialdemocratico) e Georgia (tra i quali l'ex vice Ministro alla risorse naturali Mamuka Tsagareli). Da tempo collaboriamo anche con la Unrepresented Nations and Peoples Organization di cui fanno parte per esempio gli Abkhazi. Nelle nostre iniziative abbiamo sempre cercato di favorire il dialogo ogni qualvolta fossimo di fronte a interlocutori che si ponevano il problema di ricerca una soluzione ai loro conflitti che portasse libertà e benessere e non fosse un mero di cambio della guardia tra oligarchie. Fin dall'inizio della guerra georgiana abbiamo chiesto a Frattini e agli altri Ministri dell'UE di convocare una riunione urgente del CAGRE già l'8 agosto, mentre in molti applaudivano il regime cinese nello stadio di Pechino, e di tenerlo a Tiblisi. La mera presenza dei capi della diplomazia di 27 paesi avrebbe funto da potentissimo deterrente nei confronti dell'armata russa. Quando il 26 l'ho ricordato a Frattini - audito dalle Commissioni esteri del Parlamento – si è messo a ridere. Immediatamente dopo, oltre a chiedere che si facesse pressione su Tiblisi e Mosca perché fossero invitati gli investigatori della Corte penale internazionale e alle altre corti internazionali competenti a giudicare le violazioni che I due belligeranti si imputavano reciprocamente, abbiamo chiesto che si organizzasse una conferenza per la pace nella regione transcaucasica. Il 20 agosto, con l'eurodeputato radicale Marco Cappato abbiamo presentato un rapporto dell'UNPO in cui si passavano in rassegna almeno un'altra mezza dozzina di fronti tra il Mar Nero e quello Caspico chiedendo che tutti quei popoli fosse invitati al tavolo della ricerca della pace per quella regione, coinvolgere solo i governi o le organizzazioni internazionali non avrebbe raggiunto molte delle vene scoperte di quella parte d'Europa. Se prendiamo in considerazione l'uccisione, ma forse dovremmo chiamarle esecuzioni, di giornalisti indipendenti in Inguscezia, Daghestan e Kabardino Balkaria, i ritorni di fiamma nel Nagorno Karabakh, le minacce di Medvedev al Presidente moldavo circa la Transniestria del 26 agosto, e infine la crisi ucraina di questi giorni, penso che siamo stati, purtroppo, facili profeti. Il 3 settembre una risoluzione del PE ha fatto propria quella proposta di conferenza di pace regionale aperta anche ai non rappresentati. 

Nei giorni scorsi, nelle repubbliche del Caucaso, sono stati uccisi due giornalisti, critici di Putin e della Russia. In più di un'occasione i radicali hanno denunciato la scomparsa sospetta di numerosi giornalisti ostili al governo russo. C'è speranza che questo fenomeno si possa fermare?
La speranza può esser l'ultima a morire se, come ripete - e pratica - Marco Pannella, anche in situazioni "disperate" c'è chi diviene speranza. Il partito Radicale è un partito di circa 2mila iscritti, 2mila persone che coi loro soldi e tempo hanno dato un contributo fondamentale a che potessimo avere un ufficio a Mosca per quasi 20 anni, dove il mio concittadino dirigente Radicale Andrea Tamburi è stato trovato morto in circostanze ancora misteriose oppure hanno sostenuto anche l'opera di un giornalista militante come Antonio Russo ucciso a Tiblisi 8 anni fa alla vigilia di un voto chiesto da Mosca al Consiglio economico e sociale dell'ONU per espellere il Partito Radicale dallo status consultivo di cui gode dal 1995. Finché resistono quei 2mila, a cui non credo saremo tutti mai abbastanza grati, la speranza ha una chance.
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lunedì, 08 settembre 2008

Esteri, dove sbaglia il Governo / Intervista al sen. Marco Perduca



Nelle ultime settimane, il governo è stato protagonista in politica estera. La diplomazia ha avuto un ruolo nella crisi in Georgia e, successivamente, in un accordo firmato con la Libia. Secondo il senatore Marco Perduca, radicale eletto tra le fila del Pd, membro della Commissione Esteri del Senato, le scelte del governo sono alquanto rivedibili.

L’Italia ha firmato un “patto di amicizia” con la Libia. Lei si è dichiarato contrario a questa decisione del governo. Prevede un’interrogazione in parlamento
Credo che tanto i parlamentari quanto i cittadini debbano conoscere sia il perché di questa fretta nel presentare il patto a Gheddafi, sia il perché al Governo stanno a cuore maggiormente gli interessi del regime libico che quelli di decine di migliaia di suoi cittadini cacciati dalla Libia. Inoltre, non credo che, conoscendo la ferocia del regime del Colonnello vi sia la minima speranza che un centesimo di quei 5 miliardi possa finire ai libici, che sicuramente avranno avuto parenti vittime del colonialismo. Il 2 settembre ho sentito il sottosegretario Urso far notare che, a seguito dell’accordo firmato il primo del mese, alle imprese italiane sarà garantito un trattamento di favore nell’assegnazione (dubito che a Gheddafi piacciano le gare d’appalto) degli oltre 150 miliardi di dollari delle commesse per infrastrutture che Tripoli ha stanziato qualche mese fa. Se si trattava di un “investimento affaristico” per beneficiare degli imprenditori italiani, perché non si è trovato il modo di risarcire tanto gli esuli quanto gli stessi imprenditori vittime del regime?

L’americano Daniel Pipes ha dichiarato che questo accordo rappresenta un “pericoloso precedente”: nulla impedisce ora ad altri Paesi africani di chiedere i danni di riparazione per il periodo coloniale. E’ d’accordo?
Alla vigilia della conferenza anti-razzista di Durban delle Nazioni Unite, proprio la Libia, col Kenya, si mise a capo di un movimento africano che vide agire insieme per la prima volta governi e Ong, perché quell’appuntamento portasse all’incasso 500 milioni per sfruttamenti dei Paesi ricchi nei confronti dell’Africa. Nessun paese con passato da colonia accettò. Gli europei non accettarono perché non volevano creare un precedente, forse. Ma forse non accettarono perché quei soldi avrebbero mantenuto saldamente al potere i nuovi schiavisti. Non si tratta di esser contro i danni di guerra, ma di cogliere l’occasione per una riconciliazione che sia simbolica e concreta, che in entrambi i casi porti dei benefici a persone, non a governanti arcinoti per le loro politiche anti-democratiche.
 
Oltre che con la Libia, la diplomazia italiana è stata impegnata nella crisi in Georgia. Qual è la Sua opinione sull’atteggiamento tenuto dall’Italia?
Tanto Frattini quanto Fassino, ahimè, hanno ribadito la necessità di mantenere un equilibrio nella posizione italiana per “non isolare la Russia”. Per come vanno le cose all’interno dell’Ue, non mi pare però vi sia alcuna ambiguità in questo atteggiamento. Personalmente, ritengo che porre sempre e solo l’accento sul possibile allargamento della Nato verso Est, o limitare il lato europeo alla ricerca di una politica di sicurezza comune, ammazzi quell’arma di attrazione di massa che l’Ue aveva rappresentato per gli ex-soggiogati dal Patto di Varsavia.

Qual è la posizione dei radicali sulla questione georgiana e i rapporti con la Russia?
Da oltre vent’anni abbiamo cercato di sostenere le richieste di politici, dissidenti, e militanti per la libertà dei Balcani come del Caucaso ad essere considerati, e quindi trattati da Europei. Abbiamo decine di iscritti anche illustri in Albania, Kosovo, Croazia e Georgia. Da tempo collaboriamo con la “Unrepresented Nations and Peoples Organization” di cui fanno parte, per esempio, gli Abkhazi. Fin dall’inizio della guerra georgiana abbiamo chiesto ai Ministri Ue di convocare una riunione urgente del Cagre e di tenerlo a Tbilisi. La presenza dei capi della diplomazia di 27 Paesi avrebbe fatto da deterrente nei confronti dell’armata russa. Quando l’ho ricordato a Frattini, si è messo a ridere. Subito dopo, oltre a chiedere che si facesse pressione su Tbilisi e Mosca perché fossero invitati gli investigatori della Corte Penale Internazionale, abbiamo chiesto che si organizzasse una conferenza per la pace nella regione transcaucasica. Il 20 agosto, con l’eurodeputato Marco Cappato abbiamo presentato un rapporto dell’Unpo in cui si passavano in rassegna almeno un’altra mezza dozzina di fronti tra il Mar Nero e il Mar Caspio chiedendo che tutti quei popoli fossero invitati al tavolo della ricerca della pace per quella regione. Se prendiamo in considerazione l’uccisione, ma forse dovremmo chiamarle esecuzioni, di giornalisti indipendenti in Inguscezia, Daghestan e Kabardino Balkaria, i ritorni di fiamma nel Nagorno Karabakh, le minacce di Medvedev al Presidente moldavo circa la Transdnistria, e infine la crisi ucraina di questi giorni, penso che siamo stati, purtroppo, facili profeti.

Edizione 186 del 06-09-2008
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lunedì, 07 luglio 2008

Brilliant

Dare soldi ai paesi poveri. Non ci aveva ancora pensato nessuno. Finalmente una proposta innovativa e originale, da parte di José Barroso.
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giovedì, 12 giugno 2008

Intervista a Gianni Vernetti

L'ex sottosegretario agli esteri del Pd prende una netta posizione sui rapporti con l'Iran
 
<<L'opzione militare? Non si può escludere>>
 
colloquio con Gianni Vernetti di Cristiano Bosco
 
"Bisogna rafforzare le sanzioni economiche contro l'Iran: una politica di embargo porterebbe all'isolamento del regime in campo internazionale. Un regime estremamente fragile, visto che una porzione consistente del popolo iraniano è contraria all'attuale classe dirigente e a favore della democrazia, come ad esempio gli studenti, che hanno bisogno del nostro sostegno. È necessario organizzare un'azione finalizzata al cambio di regime". Gianni Vernetti, già sottosegretario agli Esteri del governo Prodi, è deputato alla Camera tra le fila del Partito Democratico e membro della Commissione Affari Esteri. Sull'Iran ha le idee molto chiare.

Lei ha preso parte alla manifestazione tenutasi a Roma contro il leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in occasione della sua visita per il vertice Fao. Qual è stato l'esito dell'iniziativa?
Il Paese ha reagito bene, dimostrandosi unito. Nessun esponente del governo ha incontrato Mahmoud Ahmadinejad, lo stesso vale per la Santa Sede. Nessuna forza politica ha fatto gioco di sponda. Considero l'Iran un pericolo per la sicurezza internazionale. L'iniziativa ha rappresentato una prova di coesione. È necessario dimostrare che quel regime non può giocare su tavoli separati: l'Occidente democratico deve mostrarsi unito di fronte a questa minaccia.

Esclude un’azione militare nei confronti dell’Iran?

Nessuno può escludere un'opzione militare, nemmeno le stesse Nazioni Unite. L'Occidente non può accettare l'eventualità che Israele venga attaccato, così come non può accettare che l'Iran disponga di armi nucleari, o che si doti di missili balistici a lunga gittata.

John McCain, candidato repubblicano alla Casa Bianca, ha proposto la creazione di una "Lega delle Democrazie" per affrontare le minacce globali. Qual è la sua opinione al riguardo?

Faccio parte della "Community of Democracies", organizzazione internazionale che conta al suo interno più di cento Paesi, creata grazie agli sforzi dell'amministrazione Clinton, allo scopo di diffondere la democrazia nel mondo. Nel 2007, in collaborazione con Paula Dobriansky, rappresentante del dipartimento di Stato americano, abbiamo organizzato un importante meeting a Roma. La promozione della democrazia va ripensata. Essa deve rappresentare una priorità in politica internazionale. Non è possibile ipotizzare una politica dello sviluppo per Paesi del terzo mondo senza che questa sia affiancata alla diffusione della democrazia: la situazione di molti Paesi africani è emblematica, con milioni di dollari di aiuti che finiscono nelle tasche di brutali dittatori. Sicurezza, sviluppo e democrazia viaggiano sullo stesso binario, come dimostrato da quanto sta succedendo in Iraq e Afghanistan. Per questo motivo, la promozione della democrazia deve avere la priorità, nell'agenda internazionale.

Che ne pensa dell’ipotesi dell’allargamento del “5+1”, con possibilità per l’Italia di sedersi al tavolo delle trattative con l’Iran?

Il Partito Democratico è a favore dell'iniziativa del governo italiano per l'aggiunta del nostro Paese al "5+1". Il precedente governo Berlusconi commise un grande errore quando, qualche anno fa, decise di non accettare l'invito a partecipare alle trattative. Il governo Prodi, a differenza di quanto sostenuto da alcuni, ha provato a fare entrare l'Italia nel "5+1", senza tuttavia riuscirci. L'Italia è  tra i più importanti partner commerciali dell'Iran, è giusto che venga coinvolta nelle trattative: su questo tema, siamo in sintonia con il governo.

Si preannuncia l’instaurazione di un clima di dialogo con il governo, per quanto riguarda la politica estera del nostro Paese?

Sicuramente. Su alcune grandi questioni di politica estera, è fondamentale che il Paese si mostri unito. Si possono trovare punti in comune su argomenti quali la lotta al terrorismo, la ratifica della Costituzione europea, o il rifinanziamento delle nostre missioni all'estero. È normale che il nuovo clima di dialogo sincero, civile e senza posizioni pregiudiziali venga esteso anche alla politica estera italiana.

Lei si è dichiarato contrario all’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo, c’è chi ipotizza che DS e Margherita entreranno in due gruppi separati all’Europarlamento.

Si tratta di un'ipotesi da non escludere. Risulta evidente che, ad eccezione che in Spagna, i socialisti non sono autosufficienti in alcun Paese europeo, e recentemente hanno subito delle pesanti sconfitte elettorali. È per loro necessario cambiare pelle, se non vogliono contare sempre meno, e tentare alleanze con il centro, con la liberaldemocrazia. Non vedo per quale motivo il Partito Democratico dovrebbe appiattirsi sulle posizioni dei socialisti. Se ciò dovesse accadere, saremmo condannati a un lungo periodo di opposizione.

Tra le alleanze con il centro, quindi, non esclude un possibile dialogo con l’UDC, con voi all’opposizione?

Non ho dubbi che l'UDC possa diventare un nostro partner privilegiato. C'è la possibilità di trovare punti in comune per fare opposizione e ci possono essere le condizioni per provare un esperimento politico anche in occasione di elezioni a livello locale.

(intervista pubblicata ieri sul quotidiano Liberal , disponibile anche sul sito ufficiale del Partito Democratico e su MargheritaOnline)

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lunedì, 09 giugno 2008

Justice for Darfur

AL VIA ANCHE IN ITALIA LA CAMPAGNA INTERNAZIONALE PER LA GIUSTIZIA IN DARFUR

ITALIANS FOR DARFUR lancia un appello per la consegna dei criminali di guerra al Tribunale Penale Internazionale. Testimonials d’eccezione i NEGRAMARO.

Roma, 5/6/08 – Parte oggi, anche in Italia, la campagna internazionale per la giustizia in Darfur, grazie alla collaborazione nata tra Italians for Darfur, associazione per i diritti umani in Darfur e membro della Save Darfur Coalition, e i Negramaro, una delle più importanti e note band italiane.
“Giù le mani dagli occhi – Via le mani dal Darfur” è il messaggio del video, presentato in anteprima al concerto del 31 Maggio a San Siro, attraverso il quale i NEGRAMARO rilanciano l’appello di Italians for Darfur al Governo Italiano affinchè esprima profonda preoccupazione, presso le Nazioni Unite, per la volontà del governo sudanese di non consegnare alla Corte Penale Internazionale i due principali sospettati di crimini contro l’umanità, Ahmad Harun and Ali Kushayb.

Il video vuole essere anche una denuncia del silenzio dei media sulla crisi umanitaria in corso da oltre cinque anni in Darfur, che ha provocato oltre 300.000 morti e due milioni e mezzo di sfollati: i sei componenti della band salentina, che hanno gli occhi coperti da mani non proprie, sono seduti a semicerchio davanti a un televisore non sintonizzato.

Il procuratore capo del Tribunale Penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo, riferirà oggi 5 giugno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a New York, della situazione dei diritti umani in Darfur.
Il Tribunale Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per i due principali sospettati di gravi crimini contro l’umanità da oltre un anno, dal 27 Aprile 2007. Ahmad Harun e Ali Kushayb, rispettivamente Ministro agli Affari Umanitari e capo della milizia janjaweed, hanno a loro carico ben 51 capi di accusa per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, incluse esecuzioni sommarie, persecuzioni, torture e stupro, ma non sono stati ancora consegnati dal governo sudanese all’ autorità internazionale.

Italians for Darfur e le associazioni della Save Darfur Coalition chiedono che le Nazioni Unite adottino una nuova risoluzione affinchè il Sudan cooperi completamente con la Corte Penale Internazionale.
 
*Il comunicato è stato invece ripreso dalle agenzie ANSA, ADNKRONOS, APCOM, ILVELINO.
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giovedì, 01 maggio 2008

One less

The U.S. military killed a man believed to be the head of al-Qaida in Somalia and 10 others in an airstrike overnight, an Islamic insurgent group said Thursday. Da ABC News. Un passo in avanti per la stabilizzazione della Somalia, uno dei vari (e più dimenticati) campi di battaglia tra la civiltà e i fascisti islamici.
postato da creezdogg alle ore 18:41 | link | commenti
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venerdì, 15 febbraio 2008

Bush of Africa

<<Mr. Bush has committed $15 billion to fight AIDS and HIV in Africa, and the result is that the number of Africans benefiting from anti-retroviral drugs has soared to 1.3 million today from 50,000 a few years ago. A similar effort is under way to fight malaria, with similarly promising results>>. Nessun presidente americano ha fatto di più, per l'Africa, di George W. Bush. Lo dicono i numeri. In risposta a "Bush of Arabia" (articolo di Fouad Ajami sul WSJ), "Bush of Africa", editoriale odierno del NY Sun.
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lunedì, 01 ottobre 2007

Bombs Over Rangoon


<<Belli e commoventi i nastri rossi, le magliette rosse, le cravatte rosse per dire ai monaci birmani che tutto il mondo è con loro. Il colore giusto sarebbe lo zafferano (però crudo, altrimenti diventa giallo, molto diverso da quello delle tuniche buddiste). Ma non importa, stavolta non è il caso di sottilizzare. Una volta tanto la causa della libertà non conosce divisioni. Se si eccettuano il governo cinese, quello russo e quello indiano, così indissolubilmente legati ai tiranni della Birmania per via di inconfessabili vincoli economici, per il resto non c'è celebrità, rockstar, first lady, che non stia dalla parte di quei monaci santificati dall'eroismo, combattenti miti ma indomiti che con il loro esempio scuotono le coscienze, strappano tutti noi dal torpore dell'assuefazione accomodante nei confronti delle dittature più feroci. Ha ragione Alessandro Piperno che ne ha scritto sul Corriere: magari il volto dei religiosi di Rangoon venisse stampato sulle t-shirt della gioventù occidentale e prendesse il posto dei pistoleri della guerriglia romantica che, dovunque siano andati al potere, hanno sostituito il dispotismo di prima con una tirannia ancora più pervasiva e inamovibile. Sì, ma poi?>>

Inizia così, a pagina 26 del Corriere, l'articolo di Pierluigi Battista "Quando i monaci buddisti e i nastri zafferano saranno dimenticati", probabilmente il miglior pezzo apparso oggi sui quotidiani italiani, senza dubbio quanto di meglio si sia letto sul tema-Birmania negli ultimi giorni (assieme all'ottimo lavoro di Enzo Reale sul suo blog). L'autore verrà probabilmente additato come un brutale neocon assetato di sangue, a causa della sua netta presa di posizione nei confronti dell'ONU (<<Ci si appellerà all'Onu, come sempre. Ma l'Onu non farà nulla e anzi si impastoierà nel vortice dei veti incrociati, degli interdetti, degli ostruzionismi. Come è sempre accaduto, dappertutto, in tutti i continenti. Con l'esibizione di un'impotenza, che è anche la presa d'atto che un organismo internazionale nato a difesa dei diritti umani conculcati mette senza pudore a capo dei suoi dipartimenti costituiti alla bisogna rappresentanti di dittature dove i diritti umani sono una bestemmia>>).

Il dubbio posto dalle prime righe è del tutto comprensibile e giustificato: la Birmania, è triste a dirsi, va ora molto di moda. La Birmania, per la società civile, è ormai un'icona pop. È piazza Tiananmen svuotata del suo significato politico-sociale e svilita a immagine da video musicale. È il concerto del Live Aid, è il braccialetto del Make Poverty History, è lo slogan Fuck Aids, e chi più ne ha, più ne metta: tutti nobili intenti, tutte grandi mobilitazioni, ognuna delle quali caratterizzata (purtroppo) dalla durata effimera, ma soprattutto dagli esiti difficilmente riscontrabili. L'intento è quello di sensibilizzare una causa, e sotto questo punto di vista i risultati sono evidenti, almeno nei primi tempi. Poi, il nulla, come se non trattare più una questione significhi che questa è stata risolta. Ne abbiamo avuto un drammatico esempio con il caso del Darfur: ignorato, poco o per nulla considerato, poi moda, tendenza, quindi nuovamente trascurato, oppure completamente dimenticato. Ovvio, ora c'è la Birmania. Ma sia il Darfur che la Birmania non possono evolversi, non possono diventare qualcosa di più che un nastrino da indossare al braccio o di una t-shirt da esporre, non possono trasformarsi in vera, sostanziosa, protesta politica. Perchè? Semplice, perchè l'America è dalla parte giusta. L'America imperialista del cattivo guerrafondaio Bush, in questo caso (per questo blog anche negli altri, ovvio), è incontrovertibilmente dalla parte dei "buoni". Cioè dalla stessa parte della società civile. Anzi, Laura Bush è in prima linea nella protesta contro la giunta militare. E suo marito ha usato parole molto dure nei confronti dei tiranni alla guida del Paese (anche se ha fatto più notizia il fatto che Bush utilizzasse un testo con alcune pronunce difficili annotate). Tutto questo non rende la causa "davvero" impegnata. E se non si può attaccare l'AmeriKa, non si può neppure cavalcare politicamente la protesta, ergo non è conveniente spendere troppo tempo sulla questione.
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venerdì, 10 agosto 2007

The sovereignty of lions

<<The most disturbing part of the latest U.N. negotiations was the continued leverage exercised by the regime in Khartoum, which has a long history of mass killing. In the polished manners of the United Nations, blood on your hands is not a disqualification for a seat at the diplomatic table. With the expected help of China, and the disappointing support of France and Britain, the Sudanese envoy weakened the mandate of the peacekeeping force -- no weapons are to be seized from the militias -- and removed the threat of sanctions if Khartoum fails to cooperate. The regime protested that its "sovereignty" over the people of Darfur must be respected -- which is really the sovereignty of lions over the herds they hunt>>. Un editoriale di Michael Gerson sul Washington Post esprime dubbi simili a quelli elencati dal Chicago Tribune qualche giorno fa sulla missione ONU per il Darfur. Secondo Gerson, se le Nazioni Unite riusciranno a raggiungere due obiettivi primari (avere una base stabile ed operativa in Sudan, disporre di 5000 unità tra truppe africane e polizia locale, oltre che elicotteri, ospedali, ecc.) entro la fine dell'anno, sarebbe un sintomo di serietà.
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categorie: usa , politics, africa, un , terrorism
mercoledì, 08 agosto 2007

History repeating?

Un editoriale del Chicago Tribune spiega perchè, nonostante la notizia dell'approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di una risoluzione che prevede l'invio di 26 mila soldati internazionali in Sudan faccia ben sperare, ci sia davvero poco per cui essere ottimisti. Dall'impossibilità di disarmare i miliziani all'obbligo di dover consultare il governo di Karthoum (direttamente coinvolto nei fatti di sangue del Darfur) sulla composizione delle forze, senza dimenticare le pressioni della Cina. Pur sperando in un esito diverso, ci sono tutte le carte in regola per l'ennesimo fallimento targato ONU.
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categorie: politics, africa, china, un , terrorism
martedì, 31 luglio 2007

Something moving?

<<The U.N. Security Council approved a 26,000-strong peacekeeping force for Darfur on Tuesday to try to help end four years of fighting that has killed more than 200,000 people in the conflict-wracked Sudanese region>>. Lo riporta CBS News. Che qualcosa si stia finalmente muovendo in Darfur?
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categorie: politics, africa, un , terrorism
lunedì, 30 luglio 2007

The Mel Gibson Defense

Ci mancava solo questa: il conflitto in Darfur, secondo Abdel Rahim Mohamed Hussein (ministro della Difesa del Sudan), sarebbe alimentato dagli ebrei. Strano che nessuno avesse ancora dato la colpa agli ebrei, a Israele, o agli Stati Uniti. Grazie a Il Mango di Treviso.

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categorie: usa , africa, israel, religion, terrorism
venerdì, 27 luglio 2007

There is no place like America

"Coming to America", l'ennesimo straordinario pezzo scritto da Ayaan Hirsi Ali, resident fellow dell'American Enterprise Institute. Da leggere assolutamente.
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categorie: movies, usa , politics, africa, entertainment
giovedì, 26 luglio 2007

Chapeau

No matter what they say, o meglio, n'importe pas ce qu'ils disent, Nicolas Sarkozy e sua moglie Cecilia sono riusciti non solo ad evitare la condanna a morte, ma persino a liberare le infermiere bulgare e il medico palestinese da anni prigionieri nelle carceri libiche. Lo aveva promesso, monsieur president, lo stesso giorno della sua elezione. Promessa mantenuta. E conta davvero poco o nulla che si sia servito della moglie, che abbia usato canali alternativi, o comunque insoliti, per arrivare a questo traguardo: cambiano i fattori dell'operazione, ma il risultato è quello giusto. Non meritano alcuna attenzione, infine, le