
Al Qaeda torna a far sentire la propria voce. Con un messaggio della durata di circa undici minuti, attribuito al numero due dell'organizzazione, Ayman al Zawahiri, la rete terroristica globale commenta l'elezione presidenziale americana (ringraziando i combattenti musulmani di tutto il mondo, capaci di «convincere gli americani della sconfitta in Iraq»), insulta il nuovo eletto Barack Obama (definito un «servo negro» al soldo di Israele, in contrapposizione con «più rispettabili neri americani come Malcolm X») e, come da copione, promette futuri attacchi ai danni degli Stati Uniti nel caso essi non decidano di «ritirarsi dalle terre dei Musulmani». Un messaggio che, se confermata la sua autenticità e la provenienza, giunge a circa un mese e mezzo dall'ultima apparizione ufficiale di al Qaeda.
Il testo, ricco di minacce ed esortazioni ai combattenti a proseguire il jihad su tutti i campi di battaglia - tra i quali spiccano Iraq, Afghanistan e Somalia - mantiene la medesima impostazione dei precedenti avvertimenti. Come già avvenuto in passato, non mancano i riferimenti all'attualità, con menzioni di figure storiche quali Malcolm X, in una sorta di ideale collegamento con gli elogi, riservati nei messaggi precedenti, ad altri noti americani critici del potere come Noam Chomsky, più volte citato dai leaderterroristi quale esempio da seguire. A detta del giornalista della Cnn Peter L. Bergen, tra i maggiori esperti in materia di guerra al terrorismo (autore del libro «Holy War, Inc.», è uno dei pochi reporter occidentali ad aver incontrato dal vivo Osama Bin Laden), il particolare che a pronunciarsi sia nuovamente al Zawahiri, di fatto il vero leader operativo dell'organizzazione da qualche anno (per il quale il Dipartimento di Stato americano offre fino a 25 milioni di dollari di ricompensa), non fa che alimentare i dubbi sulle sorti di Osama Bin Laden.
Dello sceicco saudita, il quale da anni ormai non appare in video o in registrazioni audio, non si hanno notizie da lungo tempo. L'intelligence americana prevedeva un suo intervento per influenzare, oppure commentare, la corsa alla Casa Bianca, ma ciò non è avvenuto. Non è da escludere, secondo Bergen, che un suo nuovo video possa essere in preparazione, o che Bin Laden abbia preferito mantenere un basso profilo, dati i precedenti poco fortunati: quattro anni fa apparve in un filmato a soli cinque giorni dall'election day delle presidenziali Usa per invitare gli americani a non rieleggere il presidente Bush. Questo gesto, considerato dagli elettori come un affronto e un'ingerenza inaccettabile, provocò l'effetto contrario («La reazione di un Paese che non solo ha metabolizzato il terrore, ma che sa che è in guerra, e che lo sarà ancora a lungo», scrisse al riguardo Lucia Annunziata nel suo libro «La sinistra, l'America, la guerra», edito da Mondatori nel 2004).
Le offese e i duri attacchi rivolti al presidente eletto Barack Obama hanno stupito coloro che ritenevano possibile una eventuale distensione nei rapporti tra gli Stati Uniti e i loro avversari,dopo otto anni di «cowboy diplomacy» promossa dall'amministrazione repubblicana di George W. Bush. La reazione di al Qaeda, giunta dalla voce di un protagonista principale quale al Zawahiri, si colloca sullo stesso versante delle dichiarazioni del regime iraniano (che, con le parole di Ali Larijani, ha dichiarato che non vi sia alcuna differenza tra Obama e Bush), conferma ancora una volta la natura del fondamentalismo islamico, di tipo non reattivo, bensì aggressivo: i jihadisti odiano e attaccano i propri nemici non per quello che fanno, ma per quello che sono e rappresentano. Il messaggio serve inoltre a ricordare che i nemici dell'America sono sempre pronti a colpire, seppur notevolmente indeboliti e, nonostante le minacce, in ritirata in Iraq grazie alla cura del generale Petraeus.
Seppur scomparse dal dibattito elettorale a causa dell'esplosione della crisi finanziaria e del miglioramento delle condizioni sul fronte iracheno, la guerra al terrorismo e la sicurezza nazionale rimangono una priorità per gli Stati Uniti, a prescindere dall'appartenenza politica dell'inquilino della Casa Bianca. Barack Obama, sotto questo punto di vista, non potrà in alcun modo mostrarsi più «soft» del predecessore. Dall'11 settembre a oggi, il tanto vituperato George W. Bush è stato un presidente che, costretto a gestire un Paese nel momento forse più tragico e difficile della propria storia, è riuscito con successo a mantenere l'America al sicuro da attacchi terroristici sul proprio suolo. Il successore Obama, nei prossimi quattro anni, dovrà necessariamente essere in grado di fare altrettanto.

Non solo. Credo che tanto i parlamentari quanto i cittadini debbano conoscere sia il perché di questa fretta nel presentare il patto a Gheddafi - tra l'altro dandogli la possibilità di celebrare l'anniversario della sua rivoluzione, "evolutasi" in una delle peggiori dittature del Nord Africa, con un assegno in bianco - sia il perché al Governo stanno a cuore maggiormente gli interessi del regime libico che quelli di decine di migliaia di suoi cittadini cacciati dalla Libia dagli anni '80. Tra l'altro, non credo che, conoscendo la ferocia del regime del Colonnello, della stessa scuola baathista, vi sia la minima speranza che un centesimo di quei 5 miliardi possa finire ai libici che sicuramente avranno avuto parenti vittime del colonialismo. Il 2 settembre ho sentito a “Radio Anch'io” il sottosegretario Urso far notare che a seguito dell'accordo firmato il primo del mese, alle imprese italiane verrà garantito un trattamento di favore nell'assegnazione (dubito che a Gheddafi piacciano le gare d'appalto) degli oltre 150 miliardi di dollari delle commesse per infrastrutture che Tripoli ha stanziato qualche mese fa. Bene, anzi male, ma se si trattava di un "investimento affaristico" per beneficiare degli imprenditori italiani perché non si e' trovato il modo di risarcire tanto gli esuli quanto gli imprenditori italiani vittime del regime di Gheddafi? Si tratta di un miliardo di euro.
L'americano Daniel Pipes ha dichiarato che questo accordo rappresenta un "pericoloso precedente". Nulla impedisce ora ad altri Paesi, come per esempio l'Algeria, di chiedere i danni di riparazione per il periodo coloniale. È d'accordo?
Alla viglia della conferenza anti-razzista di Durban delle Nazioni Unite, proprio la Libia, col Kenya, si mise a capo di un movimento africano, che vide agire insieme per la prima volta governi e ONG, perché quell'appuntamento portasse all'incasso 500 di sfruttamenti dei paesi ricchi nei confronti dell'africa, dalla tratta degli schiavi al colonialismo allo sfruttamento delle risorse naturali. Nessun paese con passato da colonia accettò e anche il Senegal prese le distanze dall'operazione ghedafiana. Il tutto si risolse col solito attacco dei "Non Allineati" a Israele e la ripetizione dello slogan “sionismo uguale razzismo”. Gli europei non accettarono perché non volevano creare un precedente? Forse, ma forse non accettarono perché quei soldi avrebbero mantenuto saldamente al potere i nuovi schiavisti. Non si tratta di esser contro i danni di guerra, si tratta però di cogliere l'occasione per una riconciliazione che sia simbolica e concreta ma che in entrambi i casi porti dei benefici a persone e non ai governanti di comunità arcinoti per le loro politiche anti-democratiche.
Qual è la Sua opinione sull'atteggiamento tenuto dall'Italia nel corso della crisi in Georgia? Recentemente, il ministro Frattini ha dichiarato che l'Italia è "con Bush, ma anche con Putin". Non si tratta di una politica un po' ambigua, specialmente nei confronti degli alleati occidentali, quali NATO e UE?
Tanto Frattini quanto Fassino, ahimè, hanno ribadito la necessità di mantenere un equilibrio nella posizione italiana per non isolare la Russia. Per come vanno le cose all'interno dell'UE non mi pare però che vi sia alcuna ambiguità in questo atteggiamento: le tante piccole patrie europee pensano ai propri tanti, e piccoli interessi e affari, cancellando sempre più la portata politica di pace, libertà e prosperità che una grande patria europea potrebbe garantire tanto a chi vive dentro quanto a chi ancora e' costretto a restarne fuori. Personalmente ritengo che porre sempre e solo l'accento sul possibile allargamento della NATO verso Est oppure limitare il lato europeo alla ricerca di una politica di sicurezza comune ammazza quell'arma di attrazione di massa che l'Unione europea aveva rappresentato per gli ex-soggiogati dal Patto di Varsavia.

L'ex sottosegretario agli esteri del Pd prende una netta posizione sui rapporti con l'IranEsclude un’azione militare nei confronti dell’Iran?
Nessuno può escludere un'opzione militare, nemmeno le stesse Nazioni Unite. L'Occidente non può accettare l'eventualità che Israele venga attaccato, così come non può accettare che l'Iran disponga di armi nucleari, o che si doti di missili balistici a lunga gittata.
John McCain, candidato repubblicano alla Casa Bianca, ha proposto la creazione di una "Lega delle Democrazie" per affrontare le minacce globali. Qual è la sua opinione al riguardo?
Faccio parte della "Community of Democracies", organizzazione internazionale che conta al suo interno più di cento Paesi, creata grazie agli sforzi dell'amministrazione Clinton, allo scopo di diffondere la democrazia nel mondo. Nel 2007, in collaborazione con Paula Dobriansky, rappresentante del dipartimento di Stato americano, abbiamo organizzato un importante meeting a Roma. La promozione della democrazia va ripensata. Essa deve rappresentare una priorità in politica internazionale. Non è possibile ipotizzare una politica dello sviluppo per Paesi del terzo mondo senza che questa sia affiancata alla diffusione della democrazia: la situazione di molti Paesi africani è emblematica, con milioni di dollari di aiuti che finiscono nelle tasche di brutali dittatori. Sicurezza, sviluppo e democrazia viaggiano sullo stesso binario, come dimostrato da quanto sta succedendo in Iraq e Afghanistan. Per questo motivo, la promozione della democrazia deve avere la priorità, nell'agenda internazionale.
Che ne pensa dell’ipotesi dell’allargamento del “5+1”, con possibilità per l’Italia di sedersi al tavolo delle trattative con l’Iran?
Si preannuncia l’instaurazione di un clima di dialogo con il governo, per quanto riguarda la politica estera del nostro Paese?
Sicuramente. Su alcune grandi questioni di politica estera, è fondamentale che il Paese si mostri unito. Si possono trovare punti in comune su argomenti quali la lotta al terrorismo, la ratifica della Costituzione europea, o il rifinanziamento delle nostre missioni all'estero. È normale che il nuovo clima di dialogo sincero, civile e senza posizioni pregiudiziali venga esteso anche alla politica estera italiana.
Lei si è dichiarato contrario all’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo, c’è chi ipotizza che DS e Margherita entreranno in due gruppi separati all’Europarlamento.
Si tratta di un'ipotesi da non escludere. Risulta evidente che, ad eccezione che in Spagna, i socialisti non sono autosufficienti in alcun Paese europeo, e recentemente hanno subito delle pesanti sconfitte elettorali. È per loro necessario cambiare pelle, se non vogliono contare sempre meno, e tentare alleanze con il centro, con la liberaldemocrazia. Non vedo per quale motivo il Partito Democratico dovrebbe appiattirsi sulle posizioni dei socialisti. Se ciò dovesse accadere, saremmo condannati a un lungo periodo di opposizione.
Tra le alleanze con il centro, quindi, non esclude un possibile dialogo con l’UDC, con voi all’opposizione?
Non ho dubbi che l'UDC possa diventare un nostro partner privilegiato. C'è la possibilità di trovare punti in comune per fare opposizione e ci possono essere le condizioni per provare un esperimento politico anche in occasione di elezioni a livello locale.
(intervista pubblicata ieri sul quotidiano Liberal , disponibile anche sul sito ufficiale del Partito Democratico e su MargheritaOnline)
Il video vuole essere anche una denuncia del silenzio dei media sulla crisi umanitaria in corso da oltre cinque anni in Darfur, che ha provocato oltre 300.000 morti e due milioni e mezzo di sfollati: i sei componenti della band salentina, che hanno gli occhi coperti da mani non proprie, sono seduti a semicerchio davanti a un televisore non sintonizzato.
Ci mancava solo questa: il conflitto in Darfur, secondo Abdel Rahim Mohamed Hussein (ministro della Difesa del Sudan), sarebbe alimentato dagli ebrei. Strano che nessuno avesse ancora dato la colpa agli ebrei, a Israele, o agli Stati Uniti. Grazie a Il Mango di Treviso.

No matter what they say, o meglio, n'importe pas ce qu'ils disent, Nicolas Sarkozy e sua moglie Cecilia sono riusciti non solo ad evitare la condanna a morte, ma persino a liberare le infermiere bulgare e il medico palestinese da anni prigionieri nelle carceri libiche. Lo aveva promesso, monsieur president, lo stesso giorno della sua elezione. Promessa mantenuta. E conta davvero poco o nulla che si sia servito della moglie, che abbia usato canali alternativi, o comunque insoliti, per arrivare a questo traguardo: cambiano i fattori dell'operazione, ma il risultato è quello giusto. Non meritano alcuna attenzione, infine, le