
Sebbene sia stato eletto da meno di un mese, e a dispetto del fatto che non prenderà servizio prima del prossimo 20 gennaio, quando presterà giuramento quale 44° presidente degli Stati Uniti, Barack Obama si muove già con decisione e scaltrezza nel comporre la propria squadra di governo. Mostrandosi per nulla intimorito dalle numerose sfide che lo aspettano, una su tutte la dilagante crisi finanziaria dagli esiti sempre più incerti, del tutto a proprio agio nell'apprestarsi a rivestire il ruolo di leader del mondo libero nonostante la relativa inesperienza e l'aver mai coperto posizioni di comando, il presidente eletto sta nominando con una velocità senza precedenti i membri dello staff che lo affiancherà nei prossimi quattro anni. Quasi l'intera formazione è già stata resa nota, una rapidità insolita dovuta all'eccezionalità della situazione di crisi e dalla conseguente l'esigenza di offrire agli americani l'immagine di un governo in grado di prendere decisioni importanti in tempi brevi.
Il leit motiv della lunga campagna elettorale dell'ex senatore dell'Illinois, interamente incentrata sulla novità (o sul nuovismo, per i critici), sul rinnovamento, sul ripulire la capitale e sul portare una ventata di aria fresca alla Casa Bianca, sembra ora un ricordo lontano. Se fino all'election day le parole chiave della sua corsa alla presidenza erano «cambiamento» e «speranza», oggi, a elezione avvenuta, esse sono cambiate in «compromesso» e «continuità».
L'attesa e promessa invasione di volti nuovi al 1600 di Pennsylvania Avenue, al tempo stesso auspicata dai suoi sostenitori più accesi e temuta da clintoniani e dall'establishment bipartisan, non è avvenuta. Nessuno, tra gli elementi selezionati da Barack Obama è un nome nuovo o emergente. Con un'operazione che ha fatto storcere il naso all'ala più a sinistra del Partito Democratico - che, dalle pagine degli iper-liberal Salon e The Huffington Post, già inizia a criticare quello che, fino a pochi giorni or sono, era il suo paladino - il presidente eletto si è circondato di figure politiche già ben note in quel di Washington. Oltre ai nomi più illustri, ovvero l'ex rivale Hillary Clinton, cui andrà il posto di segretario di Stato, e l'attuale segretario alla Difesa Robert Gates, membro del gabinetto del repubblicano George W. Bush, il resto della squadra è composto da politici con forti e mai nascosti legami con le lobby (è il caso di Tom Daschle, a capo della Sanità), da addetti ai lavori e «insider» dei palazzi del potere di Washington (uno su tutti, il capo dello staff Rahm Emanuel) e, non ultimi, «ripescati» dell'era Clinton - parte assai consistente del team, data la presenza, oltre della già citata ex First Lady, di Eric Holder alla Giustizia, Timothy Geithner al Tesoro e Lawrence Summers alla guida del National Economic Council.
Oltre agli aspri attacchi legati ai nomi che gestiranno l'economia (i liberal rimproverano la scelta di ex clintoniani, da essi giudicati tra i principali responsabili della crisi economica), le scelte che più hanno provocato malumori nell'ala liberal sono state quelle relative alla politica estera, tema che ha messo in risalto uno sbilanciamento del team di Obama verso l'ala destra del partito, fatto che ha sorpreso, se non addirittura sconvolto, i sostenitori più idealisti del democratico: «Il motto della campagna elettorale di Barack Obama: il cambiamento è positivo. Il motto del presidente eletto Barack Obama: quando si tratta di guerra e pace, forse è meglio la saggezza», ha scritto in questi giorni la Associated Press. Con la centrista Hillary Clinton alla guida della più potente carica dopo quella del comandante in capo, difficile prevedere un quadriennio all'insegna del pacifismo e del non interventismo (a tal proposito, indiscrezioni delle ultime ore segnalano il desiderio di Obama di inviare ulteriori venti mila truppe in Afghanistan), mentre la conferma di Robert Gates al vertice del Pentagono non fa che evidenziare una non trascurabile continuità in materia di difesa e sicurezza nazionale con la Casa Bianca del tanto vituperato George W. Bush. A completare il quadro, nel ruolo di consulente per la sicurezza nazionale, il generale James Jones, il cui riferimento politico più vicino è probabilmente John McCain, in ogni caso più appartenente all'universo clintoniano che non a quello obamiano.
Barack Obama, evidentemente turbato dalle critiche per la carenza di novità e cambiamento nelle proprie nomine a dispetto delle promesse, è già corso ai ripari, negando con forza l'accusa di voler «riciclare elementi dell'era Clinton» («Non mi meraviglio che abbia scelto stelle della panchina dei Clinton, perché è l'unica panchina che abbiamo», ha scritto l'editorialista Robert Borosage) e dichiarando che la sua formazione «combinerà esperienza e freschezza». Secondo alcuni commentatori, puntare sulla continuità e sul compromesso non fa che denotare una certa mancanza di coraggio e di spina dorsale da parte del presidente eletto. A detta di altri, circondarsi di ex rivali sarebbe al contrario la conferma del suo cinismo politico e della sua audacia. Senza ombra di dubbio, quanto mostrato nella selezione dei nomi per la composizione della squadra di governo non fa che dimostrare che, una volta alla guida del Paese e alle prese con questioni concrete, più che vuote promesse e commoventi discorsi elettorali per addomesticare le folle oceaniche, a fare la differenza è, ancora una volta, il pragmatismo. Unito, per quanto concerne la sicurezza nazionale, a un (celato) proseguimento di aspetti fondamentali della politica di George W. Bush.
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Al Qaeda torna a far sentire la propria voce. Con un messaggio della durata di circa undici minuti, attribuito al numero due dell'organizzazione, Ayman al Zawahiri, la rete terroristica globale commenta l'elezione presidenziale americana (ringraziando i combattenti musulmani di tutto il mondo, capaci di «convincere gli americani della sconfitta in Iraq»), insulta il nuovo eletto Barack Obama (definito un «servo negro» al soldo di Israele, in contrapposizione con «più rispettabili neri americani come Malcolm X») e, come da copione, promette futuri attacchi ai danni degli Stati Uniti nel caso essi non decidano di «ritirarsi dalle terre dei Musulmani». Un messaggio che, se confermata la sua autenticità e la provenienza, giunge a circa un mese e mezzo dall'ultima apparizione ufficiale di al Qaeda.
Il testo, ricco di minacce ed esortazioni ai combattenti a proseguire il jihad su tutti i campi di battaglia - tra i quali spiccano Iraq, Afghanistan e Somalia - mantiene la medesima impostazione dei precedenti avvertimenti. Come già avvenuto in passato, non mancano i riferimenti all'attualità, con menzioni di figure storiche quali Malcolm X, in una sorta di ideale collegamento con gli elogi, riservati nei messaggi precedenti, ad altri noti americani critici del potere come Noam Chomsky, più volte citato dai leaderterroristi quale esempio da seguire. A detta del giornalista della Cnn Peter L. Bergen, tra i maggiori esperti in materia di guerra al terrorismo (autore del libro «Holy War, Inc.», è uno dei pochi reporter occidentali ad aver incontrato dal vivo Osama Bin Laden), il particolare che a pronunciarsi sia nuovamente al Zawahiri, di fatto il vero leader operativo dell'organizzazione da qualche anno (per il quale il Dipartimento di Stato americano offre fino a 25 milioni di dollari di ricompensa), non fa che alimentare i dubbi sulle sorti di Osama Bin Laden.
Dello sceicco saudita, il quale da anni ormai non appare in video o in registrazioni audio, non si hanno notizie da lungo tempo. L'intelligence americana prevedeva un suo intervento per influenzare, oppure commentare, la corsa alla Casa Bianca, ma ciò non è avvenuto. Non è da escludere, secondo Bergen, che un suo nuovo video possa essere in preparazione, o che Bin Laden abbia preferito mantenere un basso profilo, dati i precedenti poco fortunati: quattro anni fa apparve in un filmato a soli cinque giorni dall'election day delle presidenziali Usa per invitare gli americani a non rieleggere il presidente Bush. Questo gesto, considerato dagli elettori come un affronto e un'ingerenza inaccettabile, provocò l'effetto contrario («La reazione di un Paese che non solo ha metabolizzato il terrore, ma che sa che è in guerra, e che lo sarà ancora a lungo», scrisse al riguardo Lucia Annunziata nel suo libro «La sinistra, l'America, la guerra», edito da Mondatori nel 2004).
Le offese e i duri attacchi rivolti al presidente eletto Barack Obama hanno stupito coloro che ritenevano possibile una eventuale distensione nei rapporti tra gli Stati Uniti e i loro avversari,dopo otto anni di «cowboy diplomacy» promossa dall'amministrazione repubblicana di George W. Bush. La reazione di al Qaeda, giunta dalla voce di un protagonista principale quale al Zawahiri, si colloca sullo stesso versante delle dichiarazioni del regime iraniano (che, con le parole di Ali Larijani, ha dichiarato che non vi sia alcuna differenza tra Obama e Bush), conferma ancora una volta la natura del fondamentalismo islamico, di tipo non reattivo, bensì aggressivo: i jihadisti odiano e attaccano i propri nemici non per quello che fanno, ma per quello che sono e rappresentano. Il messaggio serve inoltre a ricordare che i nemici dell'America sono sempre pronti a colpire, seppur notevolmente indeboliti e, nonostante le minacce, in ritirata in Iraq grazie alla cura del generale Petraeus.
Seppur scomparse dal dibattito elettorale a causa dell'esplosione della crisi finanziaria e del miglioramento delle condizioni sul fronte iracheno, la guerra al terrorismo e la sicurezza nazionale rimangono una priorità per gli Stati Uniti, a prescindere dall'appartenenza politica dell'inquilino della Casa Bianca. Barack Obama, sotto questo punto di vista, non potrà in alcun modo mostrarsi più «soft» del predecessore. Dall'11 settembre a oggi, il tanto vituperato George W. Bush è stato un presidente che, costretto a gestire un Paese nel momento forse più tragico e difficile della propria storia, è riuscito con successo a mantenere l'America al sicuro da attacchi terroristici sul proprio suolo. Il successore Obama, nei prossimi quattro anni, dovrà necessariamente essere in grado di fare altrettanto.

Articolo pubblicato anche su CasaBianca2008
Un anno fa, quando John McCain era in grande affanno nelle primarie per il partito Repubblicano e la sua carriera politica era data per conclusa da parte di quasi tutti i commentatori, il senatore dell'Arizona riuscì a invertire il trend negativo e a risalire nei sondaggi grazie soprattutto ai «town hall meetings», incontri con la popolazione nei quali i candidati rispondono educatamente a ogni domanda posta loro da parte dei cittadini. Nel solo stato del New Hampshire, da lui conquistato nelle primarie e da cui è partita la repentina ripresa della sua campagna elettorale, ve ne furono più di cento, e McCain sfruttò la sua abilità in questi eventi per convincere l'elettorato repubblicano del «Granite State» (e poi di tutta l'America) a puntare su di lui.
Il secondo dibattito presidenziale, tenutosi martedì sera a Nashville (Tennessee) e condotto dal noto giornalista della Nbc Tom Brokaw, si è svolto con le modalità di un «town hall meeting», con entrambi i candidati impegnati nel rispondere ai quesiti del pubblico. Questa impostazione, secondo alcuni osservatori, avrebbe potuto avvantaggiare McCain, il quale, indietro nei sondaggi e in grande difficoltà in seguito alla crisi finanziaria, era obbligato a giocare d'attacco, nel tentativo di trovare il tanto auspicato «game changer», un colpo in grado di dare nuova vita alla propria campagna elettorale e di interrompere la discesa nei sondaggi. Tuttavia, in parte a causa delle regole eccessivamente restrittive imposte dagli organizzatori - contestate anche da un editoriale dell'autorevole rivista online The Politico, intitolato «Il peggior dibattito di sempre», che lo ha definito «uno dei più noiosi e meno soddisfacenti della storia» - il confronto è risultato assai meno aperto e libero rispetto a quelli cittadini, costringendo così due personaggi politici dalle biografie affascinanti e dalle forti personalità ad appiattirsi su risposte standard e poco interessanti, in un momento storico in cui gli Stati Uniti, oltre a essere impegnati sul fronte afghano e iracheno, vivono una delle loro peggiori crisi economiche di sempre.
Con l'economia a farla da padrona, Barack Obama e John McCain non hanno mancato di darsi la colpa a vicenda, con il primo ad accusare le politiche degli otto anni di amministrazione Bush, approvate da McCain, e il secondo a puntare il dito contro i democratici, rei di aver permesso a Freddie Mac e Fannie Mae di agire indisturbate, opponendosi alle regolamentazioni richieste dai repubblicani al Congresso. Il candidato repubblicano, fortemente danneggiato dall'impostazione della serata, considerato dai più il meno preparato sull'economia, è stato l'unico a presentare un piano concreto - e ritenuto interessante da molti esperti - per mettere fine alla crisi, l'American Homeownership Resurgence Plan, che userebbe il denaro stanziato dal Congresso per pagare i debiti dei titolari dei mutui, stabilizzando così il mercato immobiliare, dal quale è scaturito il terremoto finanziario. Sui temi di politica estera, non sono mancate le scintille tra i due, con la ripetizione delle reciproche critiche su Iraq (Obama contrario alla guerra, McCain favorevole, Obama contrario al «surge», McCain favorevole), Iran, Pakistan, Russia, con il democratico dimostratosi più «falco» che in precedenza.
Come avvenuto dopo il primo confronto televisivo, entrambi i fronti hanno cantato vittoria al termine del dibattito. I sondaggi sembrano assegnare la vittoria a Obama, ritenuto dal pubblico più calmo e preparato dell'avversario. Unanime invece il giudizio sull'andamento generale del dibattito, etichettato da ogni commentatore come noioso e non in grado di aggiungere elementi alla sfida in corso. Il «game changer» desiderato dai repubblicani, di cui John McCain aveva bisogno, non è arrivato. E questa, per Barack Obama, può considerarsi una vittoria.
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A pochi giorni dalla convention democratica di Denver, che si terrà il 25-28 agosto, Obama deve fronteggiare non poche avversità. Incalzata da John McCain - la cui netta rimonta, innescata da una strategia mediatica vincente e dalle ferme posizioni su energia e crisi in Georgia, è stata coronata da un sondaggio Reuters/Zogby che lo dava addirittura in vantaggio di 5 punti - la campagna del senatore dell'Illinois sembra aver perso il passo. L'atmosfera «magica» e surreale che l'aveva contraddistinta fino a poche settimane or sono è svanita e, nonostante i membri del suo staff continuino a negare eventuali cambi di strategia, gli annunci, le dichiarazioni e gli spot si sono fatti sempre più aggressivi, segnale inequivocabile che John McCain susciti ora assai più timore rispetto a prima. Con la convention, Obama avrà l'occasione di spostare nuovamente i riflettori su di lui.
John McCain non è però l'unico ostacolo sulla strada del candidato democratico. Compito principale, e per nulla scontato, di Barack Obama, nei giorni di Denver, sarà convincere l'elettorato di Hillary Clinton a spostarsi dalla sua parte. Data per finita troppo precocemente, Hillary, a capo dell'oliata macchina da guerra nota come «Clinton machine», è in grado di influenzare la corsa in maniera determinante, giocando sul dato che il partito, di fatto, rimane tuttora diviso a metà, in seguito alle estenuanti primarie combattute senza esclusione di colpi. «La campagna di Hillary Clinton può essere finita, ma il fattore Clinton rimane parte importante dell'elezione», ha dichiarato un consulente elettorale dei democratici. Secondo un sondaggio di Wall Street Journal/NBC, solo metà di coloro che votarono per la Clinton alle primarie sostengono ora Barack Obama. Uno su cinque sostiene John McCain, il quale, nei mesi scorsi, ha argutamente lodato più volte la senatrice, non escludendo recentemente la possibilità di scegliere un vice pro-choice, corteggiando così il di lei elettorato (parte del quale promette disordini alla convention) anche attraverso gli sforzi del senatore Joe Lieberman, democratico indipendente, dalla parte di McCain, che con il suo «Citizens for McCain» tenta di convincere democratici indecisi a votare per il senatore dell'Arizona.
Dato da non trascurare, gli elettori di Hillary scontenti di Obama potrebbero rivelarsi decisivi negli Stati chiave dell'Ohio e della Pennsylvania, due grandi Stati vinti nettamente dalla Clinton alle primarie. A dispetto delle dichiarazioni formali e delle trovate hollywoodiane, non è un mistero che i rapporti tra lo staff di Obama e quello di Hillary non siano idilliaci. E c'è già chi, come l'esperto Dick Morris, sostiene che la famiglia Clinton abbia «dirottato» la convention, catalizzando tutta l'attenzione su di sé e facendola propria, incurante del fatto che il candidato sia un altro. Un'eventualità che ovviamente non farebbe altro che favorire John McCain, forte della risalita nei sondaggi (incredibile ma vero, sempre secondo Zogby, gli elettori sostengono ora che «gestirebbe meglio l'economia» di Obama - e l'economia è, per sua stessa ammissione, il tallone di achille di McCain), in previsione della convention repubblicana di inizio settembre che lo incoronerà ufficialmente.
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Per l’analista dell’American Enterprise Institute i negoziati con l’Iran (compreso quel “5+1” in cui l’Italia vuole entrare) sono tutti falliti. Per fermare il programma nucleare degli ayatollah, le democrazie devono aiutare gli iraniani a liberarsi dal loro regime. Ma i nostri governi sono inerti. A Roma, nel 2001, Ledeen incontrò alcuni dissidenti. Per salvare le vite dei militari in Afghanistan, non per organizzare un golpe. Michael Ledeen, membro del think tank American Enterprise Institute, giornalista e storico, è uno dei massimi esperti in materia di Iran.
L'ex sottosegretario agli esteri del Pd prende una netta posizione sui rapporti con l'IranEsclude un’azione militare nei confronti dell’Iran?
Nessuno può escludere un'opzione militare, nemmeno le stesse Nazioni Unite. L'Occidente non può accettare l'eventualità che Israele venga attaccato, così come non può accettare che l'Iran disponga di armi nucleari, o che si doti di missili balistici a lunga gittata.
John McCain, candidato repubblicano alla Casa Bianca, ha proposto la creazione di una "Lega delle Democrazie" per affrontare le minacce globali. Qual è la sua opinione al riguardo?
Faccio parte della "Community of Democracies", organizzazione internazionale che conta al suo interno più di cento Paesi, creata grazie agli sforzi dell'amministrazione Clinton, allo scopo di diffondere la democrazia nel mondo. Nel 2007, in collaborazione con Paula Dobriansky, rappresentante del dipartimento di Stato americano, abbiamo organizzato un importante meeting a Roma. La promozione della democrazia va ripensata. Essa deve rappresentare una priorità in politica internazionale. Non è possibile ipotizzare una politica dello sviluppo per Paesi del terzo mondo senza che questa sia affiancata alla diffusione della democrazia: la situazione di molti Paesi africani è emblematica, con milioni di dollari di aiuti che finiscono nelle tasche di brutali dittatori. Sicurezza, sviluppo e democrazia viaggiano sullo stesso binario, come dimostrato da quanto sta succedendo in Iraq e Afghanistan. Per questo motivo, la promozione della democrazia deve avere la priorità, nell'agenda internazionale.
Che ne pensa dell’ipotesi dell’allargamento del “5+1”, con possibilità per l’Italia di sedersi al tavolo delle trattative con l’Iran?
Si preannuncia l’instaurazione di un clima di dialogo con il governo, per quanto riguarda la politica estera del nostro Paese?
Sicuramente. Su alcune grandi questioni di politica estera, è fondamentale che il Paese si mostri unito. Si possono trovare punti in comune su argomenti quali la lotta al terrorismo, la ratifica della Costituzione europea, o il rifinanziamento delle nostre missioni all'estero. È normale che il nuovo clima di dialogo sincero, civile e senza posizioni pregiudiziali venga esteso anche alla politica estera italiana.
Lei si è dichiarato contrario all’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo, c’è chi ipotizza che DS e Margherita entreranno in due gruppi separati all’Europarlamento.
Si tratta di un'ipotesi da non escludere. Risulta evidente che, ad eccezione che in Spagna, i socialisti non sono autosufficienti in alcun Paese europeo, e recentemente hanno subito delle pesanti sconfitte elettorali. È per loro necessario cambiare pelle, se non vogliono contare sempre meno, e tentare alleanze con il centro, con la liberaldemocrazia. Non vedo per quale motivo il Partito Democratico dovrebbe appiattirsi sulle posizioni dei socialisti. Se ciò dovesse accadere, saremmo condannati a un lungo periodo di opposizione.
Tra le alleanze con il centro, quindi, non esclude un possibile dialogo con l’UDC, con voi all’opposizione?
Non ho dubbi che l'UDC possa diventare un nostro partner privilegiato. C'è la possibilità di trovare punti in comune per fare opposizione e ci possono essere le condizioni per provare un esperimento politico anche in occasione di elezioni a livello locale.
(intervista pubblicata ieri sul quotidiano Liberal , disponibile anche sul sito ufficiale del Partito Democratico e su MargheritaOnline)