Creez Dogg In Tha Houze

The never ending battle for Truth, Justice and the American Way
lunedì, 01 dicembre 2008

Nessun volto nuovo nel team di Obama


Sebbene sia stato eletto da meno di un mese, e a dispetto del fatto che non prenderà servizio prima del prossimo 20 gennaio, quando presterà giuramento quale 44° presidente degli Stati Uniti, Barack Obama si muove già con decisione e scaltrezza nel comporre la propria squadra di governo. Mostrandosi per nulla intimorito dalle numerose sfide che lo aspettano, una su tutte la dilagante crisi finanziaria dagli esiti sempre più incerti, del tutto a proprio agio nell'apprestarsi a rivestire il ruolo di leader del mondo libero nonostante la relativa inesperienza e l'aver mai coperto posizioni di comando, il presidente eletto sta nominando con una velocità senza precedenti i membri dello staff che lo affiancherà nei prossimi quattro anni. Quasi l'intera formazione è già stata resa nota, una rapidità insolita dovuta all'eccezionalità della situazione di crisi e dalla conseguente l'esigenza di offrire agli americani l'immagine di un governo in grado di prendere decisioni importanti in tempi brevi.

Il leit motiv della lunga campagna elettorale dell'ex senatore dell'Illinois, interamente incentrata sulla novità (o sul nuovismo, per i critici), sul rinnovamento, sul ripulire la capitale e sul portare una ventata di aria fresca alla Casa Bianca, sembra ora un ricordo lontano. Se fino all'election day le parole chiave della sua corsa alla presidenza erano «cambiamento» e «speranza», oggi, a elezione avvenuta, esse sono cambiate in «compromesso» e «continuità».

L'attesa e promessa invasione di volti nuovi al 1600 di Pennsylvania Avenue, al tempo stesso auspicata dai suoi sostenitori più accesi e temuta da clintoniani e dall'establishment bipartisan, non è avvenuta. Nessuno, tra gli elementi selezionati da Barack Obama è un nome nuovo o emergente. Con un'operazione che ha fatto storcere il naso all'ala più a sinistra del Partito Democratico - che, dalle pagine degli iper-liberal Salon e The Huffington Post, già inizia a criticare quello che, fino a pochi giorni or sono, era il suo paladino - il presidente eletto si è circondato di figure politiche già ben note in quel di Washington. Oltre ai nomi più illustri, ovvero l'ex rivale Hillary Clinton, cui andrà il posto di segretario di Stato, e l'attuale segretario alla Difesa Robert Gates, membro del gabinetto del repubblicano George W. Bush, il resto della squadra è composto da politici con forti e mai nascosti legami con le lobby (è il caso di Tom Daschle, a capo della Sanità), da addetti ai lavori e «insider» dei palazzi del potere di Washington (uno su tutti, il capo dello staff Rahm Emanuel) e, non ultimi, «ripescati» dell'era Clinton - parte assai consistente del team, data la presenza, oltre della già citata ex First Lady, di Eric Holder alla Giustizia, Timothy Geithner al Tesoro e Lawrence Summers alla guida del National Economic Council.

Oltre agli aspri attacchi legati ai nomi che gestiranno l'economia (i liberal rimproverano la scelta di ex clintoniani, da essi giudicati tra i principali responsabili della crisi economica), le scelte che più hanno provocato malumori nell'ala liberal sono state quelle relative alla politica estera, tema che ha messo in risalto uno sbilanciamento del team di Obama verso l'ala destra del partito, fatto che ha sorpreso, se non addirittura sconvolto, i sostenitori più idealisti del democratico: «Il motto della campagna elettorale di Barack Obama: il cambiamento è positivo. Il motto del presidente eletto Barack Obama: quando si tratta di guerra e pace, forse è meglio la saggezza», ha scritto in questi giorni la Associated Press. Con la centrista Hillary Clinton alla guida della più potente carica dopo quella del comandante in capo, difficile prevedere un quadriennio all'insegna del pacifismo e del non interventismo (a tal proposito, indiscrezioni delle ultime ore segnalano il desiderio di Obama di inviare ulteriori venti mila truppe in Afghanistan), mentre la conferma di Robert Gates al vertice del Pentagono non fa che evidenziare una non trascurabile continuità in materia di difesa e sicurezza nazionale con la Casa Bianca del tanto vituperato George W. Bush. A completare il quadro, nel ruolo di consulente per la sicurezza nazionale, il generale James Jones, il cui riferimento politico più vicino è probabilmente John McCain, in ogni caso più appartenente all'universo clintoniano che non a quello obamiano.

Barack Obama, evidentemente turbato dalle critiche per la carenza di novità e cambiamento nelle proprie nomine a dispetto delle promesse, è già corso ai ripari, negando con forza l'accusa di voler «riciclare elementi dell'era Clinton» («Non mi meraviglio che abbia scelto stelle della panchina dei Clinton, perché è l'unica panchina che abbiamo», ha scritto l'editorialista Robert Borosage) e dichiarando che la sua formazione «combinerà esperienza e freschezza». Secondo alcuni commentatori, puntare sulla continuità e sul compromesso non fa che denotare una certa mancanza di coraggio e di spina dorsale da parte del presidente eletto. A detta di altri, circondarsi di ex rivali sarebbe al contrario la conferma del suo cinismo politico e della sua audacia. Senza ombra di dubbio, quanto mostrato nella selezione dei nomi per la composizione della squadra di governo non fa che dimostrare che, una volta alla guida del Paese e alle prese con questioni concrete, più che vuote promesse e commoventi discorsi elettorali per addomesticare le folle oceaniche, a fare la differenza è, ancora una volta, il pragmatismo. Unito, per quanto concerne la sicurezza nazionale, a un (celato) proseguimento di aspetti fondamentali della politica di George W. Bush.

2008 - © Ragionpolitica.it

giovedì, 20 novembre 2008

Al Qaeda torna a far sentire la propria voce


Al Qaeda torna a far sentire la propria voce. Con un messaggio della durata di circa undici minuti, attribuito al numero due dell'organizzazione, Ayman al Zawahiri, la rete terroristica globale commenta l'elezione presidenziale americana (ringraziando i combattenti musulmani di tutto il mondo, capaci di «convincere gli americani della sconfitta in Iraq»), insulta il nuovo eletto Barack Obama (definito un «servo negro» al soldo di Israele, in contrapposizione con «più rispettabili neri americani come Malcolm X») e, come da copione, promette futuri attacchi ai danni degli Stati Uniti nel caso essi non decidano di «ritirarsi dalle terre dei Musulmani». Un messaggio che, se confermata la sua autenticità e la provenienza, giunge a circa un mese e mezzo dall'ultima apparizione ufficiale di al Qaeda.

Il testo, ricco di minacce ed esortazioni ai combattenti a proseguire il jihad su tutti i campi di battaglia - tra i quali spiccano Iraq, Afghanistan e Somalia - mantiene la medesima impostazione dei precedenti avvertimenti. Come già avvenuto in passato, non mancano i riferimenti all'attualità, con menzioni di figure storiche quali Malcolm X, in una sorta di ideale collegamento con gli elogi, riservati nei messaggi precedenti, ad altri noti americani critici del potere come Noam Chomsky, più volte citato dai leaderterroristi quale esempio da seguire. A detta del giornalista della Cnn Peter L. Bergen, tra i maggiori esperti in materia di guerra al terrorismo (autore del libro «Holy War, Inc.», è uno dei pochi reporter occidentali ad aver incontrato dal vivo Osama Bin Laden), il particolare che a pronunciarsi sia nuovamente al Zawahiri, di fatto il vero leader operativo dell'organizzazione da qualche anno (per il quale il Dipartimento di Stato americano offre fino a 25 milioni di dollari di ricompensa), non fa che alimentare i dubbi sulle sorti di Osama Bin Laden.

Dello sceicco saudita, il quale da anni ormai non appare in video o in registrazioni audio, non si hanno notizie da lungo tempo. L'intelligence americana prevedeva un suo intervento per influenzare, oppure commentare, la corsa alla Casa Bianca, ma ciò non è avvenuto. Non è da escludere, secondo Bergen, che un suo nuovo video possa essere in preparazione, o che Bin Laden abbia preferito mantenere un basso profilo, dati i precedenti poco fortunati: quattro anni fa apparve in un filmato a soli cinque giorni dall'election day delle presidenziali Usa per invitare gli americani a non rieleggere il presidente Bush. Questo gesto, considerato dagli elettori come un affronto e un'ingerenza inaccettabile, provocò l'effetto contrario («La reazione di un Paese che non solo ha metabolizzato il terrore, ma che sa che è in guerra, e che lo sarà ancora a lungo», scrisse al riguardo Lucia Annunziata nel suo libro «La sinistra, l'America, la guerra», edito da Mondatori nel 2004).

Le offese e i duri attacchi rivolti al presidente eletto Barack Obama hanno stupito coloro che ritenevano possibile una eventuale distensione nei rapporti tra gli Stati Uniti e i loro avversari,dopo otto anni di «cowboy diplomacy» promossa dall'amministrazione repubblicana di George W. Bush. La reazione di al Qaeda, giunta dalla voce di un protagonista principale quale al Zawahiri, si colloca sullo stesso versante delle dichiarazioni del regime iraniano (che, con le parole di Ali Larijani, ha dichiarato che non vi sia alcuna differenza tra Obama e Bush), conferma ancora una volta la natura del fondamentalismo islamico, di tipo non reattivo, bensì aggressivo: i jihadisti odiano e attaccano i propri nemici non per quello che fanno, ma per quello che sono e rappresentano. Il messaggio serve inoltre a ricordare che i nemici dell'America sono sempre pronti a colpire, seppur notevolmente indeboliti e, nonostante le minacce, in ritirata in Iraq grazie alla cura del generale Petraeus.

Seppur scomparse dal dibattito elettorale a causa dell'esplosione della crisi finanziaria e del miglioramento delle condizioni sul fronte iracheno, la guerra al terrorismo e la sicurezza nazionale rimangono una priorità per gli Stati Uniti, a prescindere dall'appartenenza politica dell'inquilino della Casa Bianca. Barack Obama, sotto questo punto di vista, non potrà in alcun modo mostrarsi più «soft» del predecessore. Dall'11 settembre a oggi, il tanto vituperato George W. Bush è stato un presidente che, costretto a gestire un Paese nel momento forse più tragico e difficile della propria storia, è riuscito con successo a mantenere l'America al sicuro da attacchi terroristici sul proprio suolo. Il successore Obama, nei prossimi quattro anni, dovrà necessariamente essere in grado di fare altrettanto.

giovedì, 09 ottobre 2008

Il secondo dibattito presidenziale tra Obama e McCain


Articolo pubblicato anche su CasaBianca2008

Un anno fa, quando John McCain era in grande affanno nelle primarie per il partito Repubblicano e la sua carriera politica era data per conclusa da parte di quasi tutti i commentatori, il senatore dell'Arizona riuscì a invertire il trend negativo e a risalire nei sondaggi grazie soprattutto ai «town hall meetings», incontri con la popolazione nei quali i candidati rispondono educatamente a ogni domanda posta loro da parte dei cittadini. Nel solo stato del New Hampshire, da lui conquistato nelle primarie e da cui è partita la repentina ripresa della sua campagna elettorale, ve ne furono più di cento, e McCain sfruttò la sua abilità in questi eventi per convincere l'elettorato repubblicano del «Granite State» (e poi di tutta l'America) a puntare su di lui.

Il secondo dibattito presidenziale, tenutosi martedì sera a Nashville (Tennessee) e condotto dal noto giornalista della Nbc Tom Brokaw, si è svolto con le modalità di un «town hall meeting», con entrambi i candidati impegnati nel rispondere ai quesiti del pubblico. Questa impostazione, secondo alcuni osservatori, avrebbe potuto avvantaggiare McCain, il quale, indietro nei sondaggi e in grande difficoltà in seguito alla crisi finanziaria, era obbligato a giocare d'attacco, nel tentativo di trovare il tanto auspicato «game changer», un colpo in grado di dare nuova vita alla propria campagna elettorale e di interrompere la discesa nei sondaggi. Tuttavia, in parte a causa delle regole eccessivamente restrittive imposte dagli organizzatori - contestate anche da un editoriale dell'autorevole rivista online The Politico, intitolato «Il peggior dibattito di sempre», che lo ha definito «uno dei più noiosi e meno soddisfacenti della storia» - il confronto è risultato assai meno aperto e libero rispetto a quelli cittadini, costringendo così due personaggi politici dalle biografie affascinanti e dalle forti personalità ad appiattirsi su risposte standard e poco interessanti, in un momento storico in cui gli Stati Uniti, oltre a essere impegnati sul fronte afghano e iracheno, vivono una delle loro peggiori crisi economiche di sempre.

Con l'economia a farla da padrona, Barack Obama e John McCain non hanno mancato di darsi la colpa a vicenda, con il primo ad accusare le politiche degli otto anni di amministrazione Bush, approvate da McCain, e il secondo a puntare il dito contro i democratici, rei di aver permesso a Freddie Mac e Fannie Mae di agire indisturbate, opponendosi alle regolamentazioni richieste dai repubblicani al Congresso. Il candidato repubblicano, fortemente danneggiato dall'impostazione della serata, considerato dai più il meno preparato sull'economia, è stato l'unico a presentare un piano concreto - e ritenuto interessante da molti esperti - per mettere fine alla crisi, l'American Homeownership Resurgence Plan, che userebbe il denaro stanziato dal Congresso per pagare i debiti dei titolari dei mutui, stabilizzando così il mercato immobiliare, dal quale è scaturito il terremoto finanziario. Sui temi di politica estera, non sono mancate le scintille tra i due, con la ripetizione delle reciproche critiche su Iraq (Obama contrario alla guerra, McCain favorevole, Obama contrario al «surge», McCain favorevole), Iran, Pakistan, Russia, con il democratico dimostratosi più «falco» che in precedenza.

Come avvenuto dopo il primo confronto televisivo, entrambi i fronti hanno cantato vittoria al termine del dibattito. I sondaggi sembrano assegnare la vittoria a Obama, ritenuto dal pubblico più calmo e preparato dell'avversario. Unanime invece il giudizio sull'andamento generale del dibattito, etichettato da ogni commentatore come noioso e non in grado di aggiungere elementi alla sfida in corso. Il «game changer» desiderato dai repubblicani, di cui John McCain aveva bisogno, non è arrivato. E questa, per Barack Obama, può considerarsi una vittoria.

2008 - © Ragionpolitica.it

postato da creezdogg alle ore 18:56 | link | commenti (2)
categorie: iraq, usa , politics, afghanistan, iran, george w bush, john mccain, economy, barack obama, fai notizia, congress
martedì, 02 settembre 2008

L'asinello USA non è un Ulivo



La sinistra italiana rimarrebbe delusa da un’eventuale amministrazione democratica

La sinistra italiana e il Partito Democratico americano. Due realtà assai lontane, con evidenti differenze in molti punti chiave, ma che - a causa di ignoranza e superficialità diffuse, oltre che a un’abile opera di disinformazione – spesso vengono affiancate, quasi si trattasse di forze politiche analoghe. Già il libro “The Right Nation” di John Micklethwait e Adrian Wooldridge (in Italia dal titolo “La destra giusta”) sottolineava l’eccezionalità del conservatorismo americano, definendo provocatoriamente i democratici “un partito di centrodestra”, se considerati secondo i canoni europei. Le elezioni di mid-term del 2006, con le quali il partito dell’asinello riconquistò il Congresso, confermarono la tesi dei succitati autori. Non mancarono infatti esultanze di noti esponenti del centrosinistra (“Forse sarebbe il caso di occuparsi più di Campobasso e Isernia e meno della Virginia” fu il sarcastico commento di Daniele Capezzone), soddisfatti per la vittoria dei democratici, noncuranti del fatto che, a essere eletti, furono democratici conservatori, molti dei quali con posizioni pro-life, a favore del diritto di portare armi, contrari al protocollo di Kyoto, persino sostenitori di istanze libertarie. Un’eventuale amministrazione Obama-Biden avrebbe molti punti di dissonanza con le posizioni della sinistra italiana. Sul fronte afghano, non esiterebbe a chiedere a ogni nazione un maggior impegno, con aumento di forze sul terreno e, soprattutto, un più diretto intervento nelle zone di combattimento (“Non è accettabile una situazione dove Usa e Gran Bretagna fanno il lavoro sporco, mentre nessun altro vuole partecipare agli scontri a fuoco con i Talebani” ha dichiarato il senatore dell’Illinois a febbraio), eventualità ripetutamente rifiutata dal precedente governo di centrosinistra, dal quale invece si avanzano ipotesi di “dialogo con i talebani” (come richiesto dall’on. Fassino).

Per la questione dell’Iran, Obama non ha escluso di potersi incontrare con il presidente Ahmadinejad, ma non ha escluso nemmeno l’uso della forza contro il regime, ipotesi che porterebbe l’intera sinistra italiana a marciare nelle piazze nel nome della pace. E questi non sono che due esempi, che dimostrano quanto poco abbiano a che vedere Barack Obama e Joe Biden con la nostra sinistra. Il primo, assai devoto, contrario ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, desideroso di riaffermare il ruolo della religione all’interno della politica (mentre negli ultimi otto anni la gauche caviar si è divertita a raffigurare Bush come un pericoloso estremista religioso). Il secondo, favorevole alla guerra in Iraq, al Patriot Act (si è anche vantato della somiglianza di esso con un suo precedente progetto di legge), all’embargo contro Cuba e a una forte politica di sostegno a Israele – in sostanza, non un politico che camminerebbe a braccetto con un terrorista di Hezbollah. Senza dimenticare, ovviamente, la non opposizione di entrambi alla pena capitale (la “Biden Law”, approvata nel 1994, aggiunse anzi nuovi reati punibili con essa). Tutti elementi che dovrebbero ricordare ai vari simpatizzanti di Obama italiani che il ticket Obama-Biden non è il ticket Veltroni-Franceschini. Per fortuna.

2008 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 182 del 02-09-2008
postato da creezdogg alle ore 12:45 | link | commenti
categorie: usa , politics, afghanistan, iran, cuba, environment, middle east, barack obama, fai notizia, joe biden
lunedì, 25 agosto 2008

La strada in salita di Obama

Mettendo fine a un'attesa che durava da giorni - stratagemma mediatico per rubare la scena all'avversario in risalita - Barack Obama ha finalmente reso noto il nome del suo vice. Si tratta di Joe Biden, senatore del Delaware. Veterano del Congresso (eletto per la prima volta nel 1972), presidente della Commissione rapporti internazionali del Senato, cattolico, noto per la sua propensione a parlare in modo diretto. Una caratteristica che gli ha procurato, nel corso degli anni, un non trascurabile numero di passi falsi e gaffe: una di queste relativa anche allo stesso Obama, lo scorso anno, quando i due erano avversari per le primarie democratiche e Biden definì il senatore dell'Illinois «il primo afroamericano conosciuto con ottime proprietà di linguaggio, brillante, pulito e di bella presenza». Il senatore Biden, dall'indubbia esperienza sia interna che internazionale, possiede un curriculum da liberal moderato (pro-choice, contro la politica economica di Bush, dalla parte degli ambientalisti, per il controllo delle armi, ecc...), con posizioni più da «falco» su temi di sicurezza nazionale e politica estera: pro-Israele, grande oppositore del regime di Fidel Castro e sostenitore dell'embargo, è a favore dell'invio di militari americani in Sudan per mettere fine alla crisi del Darfur e, non ultimo, votò gli interventi in Afghanistan e in Iraq e fu favorevole al Patriot Act. Per Barack Obama, la scelta di un uomo politico come Joe Biden come vice serve a portare esperienza e al ticket presidenziale. Secondo molti, questa preferenza sarebbe stata favorita dalla recente crisi in Ossezia, la quale ha mostrato la debolezza del candidato democratico in politica estera.

A pochi giorni dalla convention democratica di Denver, che si terrà il 25-28 agosto, Obama deve fronteggiare non poche avversità. Incalzata da John McCain - la cui netta rimonta, innescata da una strategia mediatica vincente e dalle ferme posizioni su energia e crisi in Georgia, è stata coronata da un sondaggio Reuters/Zogby che lo dava addirittura in vantaggio di 5 punti - la campagna del senatore dell'Illinois sembra aver perso il passo. L'atmosfera «magica» e surreale che l'aveva contraddistinta fino a poche settimane or sono è svanita e, nonostante i membri del suo staff continuino a negare eventuali cambi di strategia, gli annunci, le dichiarazioni e gli spot si sono fatti sempre più aggressivi, segnale inequivocabile che John McCain susciti ora assai più timore rispetto a prima. Con la convention, Obama avrà l'occasione di spostare nuovamente i riflettori su di lui.

John McCain non è però l'unico ostacolo sulla strada del candidato democratico. Compito principale, e per nulla scontato, di Barack Obama, nei giorni di Denver, sarà convincere l'elettorato di Hillary Clinton a spostarsi dalla sua parte. Data per finita troppo precocemente, Hillary, a capo dell'oliata macchina da guerra nota come «Clinton machine», è in grado di influenzare la corsa in maniera determinante, giocando sul dato che il partito, di fatto, rimane tuttora diviso a metà, in seguito alle estenuanti primarie combattute senza esclusione di colpi. «La campagna di Hillary Clinton può essere finita, ma il fattore Clinton rimane parte importante dell'elezione», ha dichiarato un consulente elettorale dei democratici. Secondo un sondaggio di Wall Street Journal/NBC, solo metà di coloro che votarono per la Clinton alle primarie sostengono ora Barack Obama. Uno su cinque sostiene John McCain, il quale, nei mesi scorsi, ha argutamente lodato più volte la senatrice, non escludendo recentemente la possibilità di scegliere un vice pro-choice, corteggiando così il di lei elettorato (parte del quale promette disordini alla convention) anche attraverso gli sforzi del senatore Joe Lieberman, democratico indipendente, dalla parte di McCain, che con il suo «Citizens for McCain» tenta di convincere democratici indecisi a votare per il senatore dell'Arizona.

Dato da non trascurare, gli elettori di Hillary scontenti di Obama potrebbero rivelarsi decisivi negli Stati chiave dell'Ohio e della Pennsylvania, due grandi Stati vinti nettamente dalla Clinton alle primarie. A dispetto delle dichiarazioni formali e delle trovate hollywoodiane, non è un mistero che i rapporti tra lo staff di Obama e quello di Hillary non siano idilliaci. E c'è già chi, come l'esperto Dick Morris, sostiene che la famiglia Clinton abbia «dirottato» la convention, catalizzando tutta l'attenzione su di sé e facendola propria, incurante del fatto che il candidato sia un altro. Un'eventualità che ovviamente non farebbe altro che favorire John McCain, forte della risalita nei sondaggi (incredibile ma vero, sempre secondo Zogby, gli elettori sostengono ora che «gestirebbe meglio l'economia» di Obama - e l'economia è, per sua stessa ammissione, il tallone di achille di McCain), in previsione della convention repubblicana di inizio settembre che lo incoronerà ufficialmente.

2008 - © Ragionpolitica.it

postato da creezdogg alle ore 10:28 | link | commenti
categorie: iraq, usa , politics, afghanistan, cuba, israel, john mccain, middle east, economy, barack obama, fai notizia, joe biden
giovedì, 12 giugno 2008

Intervista a Michael Ledeen



Intervista a Michael Ledeen
I negoziati sono falliti. Aiutiamo gli iraniani a liberarsi dal regime


Per l’analista dell’American Enterprise Institute i negoziati con l’Iran (compreso quel “5+1” in cui l’Italia vuole entrare) sono tutti falliti. Per fermare il programma nucleare degli ayatollah, le democrazie devono aiutare gli iraniani a liberarsi dal loro regime. Ma i nostri governi sono inerti. A Roma, nel 2001, Ledeen incontrò alcuni dissidenti. Per salvare le vite dei militari in Afghanistan, non per organizzare un golpe. Michael Ledeen, membro del think tank American Enterprise Institute, giornalista e storico, è uno dei massimi esperti in materia di Iran.

In una recente intervista alla televisione italiana, il presidente Bush ha dichiarato di essere favorevole all’aggiunta dell’Italia al tavolo dei negoziati con l’Iran, il cosiddetto “5+1”. È d’accordo?
Credo che i negoziati abbiano fallito, e sono convinto che essi continueranno a fallire anche in futuro. Di conseguenza, penso che ogni governo, incluso quello italiano, farebbe meglio ad evitarli: sarebbe una cosa saggia.

Il Financial Times è scettico riguardo all’ipotesi che l’Italia possa applicare sanzioni all’Iran, del quale è uno dei primi partner commerciali al mondo: dal punto di vista della realpolitik, per quale motivo l’Italia dovrebbe imporre sanzioni, di pari passo con le altre potenze?
Perché l’Iran è il principale sponsor mondiale del terrorismo, ha dato il proprio sostegno a cellule terroristiche presenti in Italia e ha minacciato attacchi alla Città del Vaticano.

L’Iran prosegue con il suo programma nucleare e Mahmoud Ahmadinejad continua a minacciare Israele. Cosa dovrebbe fare la comunità internazionale per fermare l’Iran? La soluzione della “Lega delle Democrazie” proposta da John McCain potrebbe funzionare?
Non sono a conoscenza di alcun serio sostegno dei dissidenti iraniani che sono a favore della democrazia, che rappresentano la maggioranza della popolazione iraniana. Questo sostegno non arriva da alcun Paese occidentale e, non serve neanche ricordarlo, nemmeno dalle Nazioni Unite, o da Organizzazioni Non Governative delle quali sia a conoscenza. Se le cosiddette “democrazie” volessero davvero sostenere la libertà in Iran, lo potrebbero già fare oggi, con o senza la “Lega delle democrazie”. Ma esse non lo fanno. E nessuna struttura o organizzazione potrà compensare la loro mancanza di volontà.

Con il governo Berlusconi l’Italia è tornata ad essere uno dei primi alleati degli Stati Uniti, dopo i due anni di governo Prodi? Possono cambiare i rapporti, dopo le elezioni di novembre?
Senza dubbio il rapporto tra Bush e Berlusconi rafforza i legami tra Stati Uniti e Italia. Ma l’Italia occupa ora una salda posizione quale uno degli alleati più vicini all’America, e questa relazione può sopravvivere a momenti di conflitto personale.
Certamente Massimo D’Alema non era molto amato a Washington, ma i rapporti erano buoni anche all’epoca. Per questo motivo, chiedersi chi tra McCain o Obama possa essere “migliore” per le relazioni tra i due Paesi è questione piuttosto marginale.

Stando a un recente rapporto della Commissione Intelligence del Senato americano, Lei organizzò un meeting, nel 2001 a Roma, tra due esperti del Pentagono e un iraniano di nome Manucher Ghorbanifar, allo scopo di discutere un piano relativo al rovesciamento del regime iraniano. È così?
L’incontro in questione fu con alcuni iraniani, i quali fornirono, tra le altre cose, informazioni accurate relative a operazioni ordinate dal governo di Teheran contro forze armate americane di stanza in Afghanistan. Ghorbanifar non era la fonte di tali informazioni che, come mi fu riferito in seguito da funzionari del Pentagono, furono determinanti per salvare vite americane. Quello fu l’argomento principale degli incontri. Pertanto, avendo portato la proposta di Ghorbanifar al governo americano, con l’approvazione sia della Casa Bianca che del Dipartimento della Difesa, sono orgoglioso di aver sostenuto i nostri soldati. Per quanto concerne gli sforzi di Ghorbanifar per trovare sostegno al fine di rovesciare il regime iraniano, si tratta di qualcosa che va avanti da più di venti anni. Come ho detto prima, non credo che alcun governo occidentale gli darà mai il sostegno richiesto, ma sono sicuro che lui continuerà a provarci.

(da L'Opinione delle Libertà, edizione 118 del 12-06-2008)
postato da creezdogg alle ore 12:15 | link | commenti (1)
categorie: usa , politics, afghanistan, iran, italy, europe, un , terrorism, fai notizia
giovedì, 12 giugno 2008

Intervista a Gianni Vernetti

L'ex sottosegretario agli esteri del Pd prende una netta posizione sui rapporti con l'Iran
 
<<L'opzione militare? Non si può escludere>>
 
colloquio con Gianni Vernetti di Cristiano Bosco
 
"Bisogna rafforzare le sanzioni economiche contro l'Iran: una politica di embargo porterebbe all'isolamento del regime in campo internazionale. Un regime estremamente fragile, visto che una porzione consistente del popolo iraniano è contraria all'attuale classe dirigente e a favore della democrazia, come ad esempio gli studenti, che hanno bisogno del nostro sostegno. È necessario organizzare un'azione finalizzata al cambio di regime". Gianni Vernetti, già sottosegretario agli Esteri del governo Prodi, è deputato alla Camera tra le fila del Partito Democratico e membro della Commissione Affari Esteri. Sull'Iran ha le idee molto chiare.

Lei ha preso parte alla manifestazione tenutasi a Roma contro il leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in occasione della sua visita per il vertice Fao. Qual è stato l'esito dell'iniziativa?
Il Paese ha reagito bene, dimostrandosi unito. Nessun esponente del governo ha incontrato Mahmoud Ahmadinejad, lo stesso vale per la Santa Sede. Nessuna forza politica ha fatto gioco di sponda. Considero l'Iran un pericolo per la sicurezza internazionale. L'iniziativa ha rappresentato una prova di coesione. È necessario dimostrare che quel regime non può giocare su tavoli separati: l'Occidente democratico deve mostrarsi unito di fronte a questa minaccia.

Esclude un’azione militare nei confronti dell’Iran?

Nessuno può escludere un'opzione militare, nemmeno le stesse Nazioni Unite. L'Occidente non può accettare l'eventualità che Israele venga attaccato, così come non può accettare che l'Iran disponga di armi nucleari, o che si doti di missili balistici a lunga gittata.

John McCain, candidato repubblicano alla Casa Bianca, ha proposto la creazione di una "Lega delle Democrazie" per affrontare le minacce globali. Qual è la sua opinione al riguardo?

Faccio parte della "Community of Democracies", organizzazione internazionale che conta al suo interno più di cento Paesi, creata grazie agli sforzi dell'amministrazione Clinton, allo scopo di diffondere la democrazia nel mondo. Nel 2007, in collaborazione con Paula Dobriansky, rappresentante del dipartimento di Stato americano, abbiamo organizzato un importante meeting a Roma. La promozione della democrazia va ripensata. Essa deve rappresentare una priorità in politica internazionale. Non è possibile ipotizzare una politica dello sviluppo per Paesi del terzo mondo senza che questa sia affiancata alla diffusione della democrazia: la situazione di molti Paesi africani è emblematica, con milioni di dollari di aiuti che finiscono nelle tasche di brutali dittatori. Sicurezza, sviluppo e democrazia viaggiano sullo stesso binario, come dimostrato da quanto sta succedendo in Iraq e Afghanistan. Per questo motivo, la promozione della democrazia deve avere la priorità, nell'agenda internazionale.

Che ne pensa dell’ipotesi dell’allargamento del “5+1”, con possibilità per l’Italia di sedersi al tavolo delle trattative con l’Iran?

Il Partito Democratico è a favore dell'iniziativa del governo italiano per l'aggiunta del nostro Paese al "5+1". Il precedente governo Berlusconi commise un grande errore quando, qualche anno fa, decise di non accettare l'invito a partecipare alle trattative. Il governo Prodi, a differenza di quanto sostenuto da alcuni, ha provato a fare entrare l'Italia nel "5+1", senza tuttavia riuscirci. L'Italia è  tra i più importanti partner commerciali dell'Iran, è giusto che venga coinvolta nelle trattative: su questo tema, siamo in sintonia con il governo.

Si preannuncia l’instaurazione di un clima di dialogo con il governo, per quanto riguarda la politica estera del nostro Paese?

Sicuramente. Su alcune grandi questioni di politica estera, è fondamentale che il Paese si mostri unito. Si possono trovare punti in comune su argomenti quali la lotta al terrorismo, la ratifica della Costituzione europea, o il rifinanziamento delle nostre missioni all'estero. È normale che il nuovo clima di dialogo sincero, civile e senza posizioni pregiudiziali venga esteso anche alla politica estera italiana.

Lei si è dichiarato contrario all’ingresso del PD nel Partito Socialista Europeo, c’è chi ipotizza che DS e Margherita entreranno in due gruppi separati all’Europarlamento.

Si tratta di un'ipotesi da non escludere. Risulta evidente che, ad eccezione che in Spagna, i socialisti non sono autosufficienti in alcun Paese europeo, e recentemente hanno subito delle pesanti sconfitte elettorali. È per loro necessario cambiare pelle, se non vogliono contare sempre meno, e tentare alleanze con il centro, con la liberaldemocrazia. Non vedo per quale motivo il Partito Democratico dovrebbe appiattirsi sulle posizioni dei socialisti. Se ciò dovesse accadere, saremmo condannati a un lungo periodo di opposizione.

Tra le alleanze con il centro, quindi, non esclude un possibile dialogo con l’UDC, con voi all’opposizione?

Non ho dubbi che l'UDC possa diventare un nostro partner privilegiato. C'è la possibilità di trovare punti in comune per fare opposizione e ci possono essere le condizioni per provare un esperimento politico anche in occasione di elezioni a livello locale.

(intervista pubblicata ieri sul quotidiano Liberal , disponibile anche sul sito ufficiale del Partito Democratico e su MargheritaOnline)

postato da creezdogg alle ore 09:18 | link | commenti (1)
categorie: iraq, usa , politics, afghanistan, iran, africa, italy, israel, europe, middle east, un , terrorism, fai notizia
mercoledì, 11 giugno 2008

Intervista a Gianni Vernetti - preview

Oggi, sul quotidiano Liberal, la mia intervista all'on. Gianni Vernetti (disponibile nella rassegna stampa della Camera).
postato da creezdogg alle ore 08:48 | link | commenti (1)
categorie: iraq, usa , politics, afghanistan, iran, italy, middle east, un , terrorism
domenica, 04 maggio 2008

Our next foreign policy

La politica estera del nostro Paese, inspiegabilmente trascurata dalla maggior parte dei partiti nella recente campagna elettorale, dovrà necessariamente tornare a occupare una posizione di rilievo nell'agenda della nuova maggioranza di governo. Dopo circa due anni e mezzo caratterizzati dall'eurocentrismo senza se e senza ma del governo Prodi e dall'imbarazzante politica estera condotta dal ministro Massimo D'Alema, il quale ha riesumato equivicinanze mediorientali di andreottiana memoria, è quantomai necessario che l'Italia torni a occupare un ruolo importante a livello internazionale, con una visione delle sfide globali che non sia subordinata ad alcuna grande potenza, né europea né extraeuropea, ma che al tempo stesso trovi i suoi punti fondanti nel rapporto preferenziale con gli storici alleati euroatlantici, a cominciare dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, e nel sostegno incondizionato allo Stato di Israele.

Un percorso già effettuato dal precedente governo di centrodestra, impegnato in prima linea nella guerra al terrorismo con l'appoggio degli interventi militari angloamericani in Afghanistan e in Iraq, e culminato con il discorso del presidente del consiglio Silvio Berlusconi di fronte al Congresso americano, privilegio riservato a un numero alquanto esiguo di capi di Stato. Nel 2006, la vittoria delle elezioni politiche da parte dell'Unione di centrosinistra rappresentò un brusco cambio di rotta: la presenza di una consistente e assai rumorosa frangia antiamericana all'interno della maggioranza, composta dalle forze di estrema sinistra - tra veterocomunisti nostalgici della guerra fredda e di slogan quali "Yankees go home" e no global che identificano gli USA come la causa prima di tutti i mali del pianeta - condizionò in maniera determinante le scelte del governo Prodi, il quale, anziché operare nel nome della continuità (abitudine di ogni Paese civile, per il mantenimento di una certa credibilità al di fuori dei confini nazionali), diede una discutibile svolta alla politica internazionale italiana. Gli ottimi rapporti con gli Stati Uniti vennero in breve tempo sacrificati e sostituiti da un europeismo di facciata, vuoto e del tutto privo di significato, mentre il capolavoro in negativo avvenne in politica mediorentale. L'Italia passò infatti dal non negoziabile sostegno allo Stato di Israele (unica democrazia del medio oriente, oggetto di continue minacce da parte di dittatori con ambizioni nucleari come Ahmadinejad e, soprattutto, bersaglio costantemente sotto attacco da parte di fondamentalisti quali Hamas e Hezbollah) del governo Berlusconi all'ambigua equivicinanza del ministro degli Esteri Massimo D'Alema, capace di farsi fotografare a braccetto di leader terroristi e, forse memore del suo non troppo remoto passato comunista, più a suo agio a puntare pretestuosamente il dito contro lo Stato ebraico che contro i suoi nemici che ne auspicano la distruzione.

Il terzo soggiorno a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi dà ora l'opportunità all'Italia di riprendere il cammino da dove era stato interrotto, ovvero da una politica europea concreta e non condizionata, ma soprattutto da un rapporto sincero di affiatamento con gli alleati atlantici. È opportuno che, a prescindere da chi sarà eletto alla Casa Bianca il prossimo novembre, gli Stati Uniti possano trovare nell'Italia un partner, un alleato e un amico su cui contare, a partire dalla collaborazione nella lotta al terrorismo globale (emblematiche, sotto questo punto di vista, le ripetute richieste rivolte dalla NATO all'Italia per un maggior impegno sul fronte afghano: una revisione delle regole di ingaggio non è da escludere). L'emergere di nuove e alquanto spinose questioni internazionali - dal riaffiorare delle inquietudini in ex Jugoslavia alla potenzialmente esplosiva situazione libanese, resa possibile dal mancato disarmo di Hezbollah - non ammette una politica estera contrassegnata da ambiguità, preconcetti e antichi rancori. Serve al contrario una strategia chiara e credibile, che porti l'Italia a occupare un ruolo rilevante a livello internazionale. La già annunciata visita in Israele da parte del Presidente del Consiglio, segnale importante per riaffermare il cruciale rapporto di amicizia e sintonia tra i due Paesi, rappresenta il primo passo in questa direzione.
postato da creezdogg alle ore 22:05 | link | commenti (8)
categorie: usa , politics, afghanistan, italy, israel, middle east, uk , fai notizia
giovedì, 10 gennaio 2008

The few, the proud

E ora, il surge (di minori dimensioni) anche in Afghanistan. Non richiesto dai neocon, ma dal generale John McNeill, capo delle operazioni della NATO nel Paese.
postato da creezdogg alle ore 11:37 | link | commenti
categorie: usa , politics, afghanistan, terrorism
mercoledì, 26 settembre 2007

CONPLAN 8022-02 /9



Le contestazioni riservate al presidente iraniano Ahmadinejad alla Columbia University sono un segnale positivo, un assaggio di democrazia riservato al dittatore. Meno rassicuranti sono, ovviamente, le sue parole rivolte al pubblico dell'ateneo, ma soprattutto le consuete farneticazioni pronunciate all'interno del palazzo delle Nazioni Unite. Mahmoud Ahmadinejad, ovvero il fondamentalista negazionista dell'Olocausto che vuole distruggere Israele e non nasconde ambizioni nucleari, a capo di una Repubblica Islamica con ambizioni egemoniche sull'intero medioriente, parla ripetutamente all'ONU, ripetendo sempre le stesse cose: fino a quando vogliamo lasciarci prendere in giro dal nano atomico? Ma soprattutto, fino a quando vogliamo chiudere gli occhi di fronte all'immobilità e l'inutilità delle Nazioni Unite? Affermare che l'intervento armato non è una soluzione, di per sé, non è una soluzione. Al momento, di fronte all'inanità internazionale (by the way, il fatto che il nostro ministro degli Esteri si sia subito rivolto all'Iran non appena venuto a conoscenza del rapimento dei nostri soldati in Afghanistan è un segno che l'Italia continua ad avere una politica estera avventata e del tutto incurante dei propri alleati), le prospettive sembrano ridursi a due: o la bomba all'Iran, o le bombe sull'Iran.
postato da creezdogg alle ore 01:10 | link | commenti (1)
categorie: usa , politics, afghanistan, iran, italy, middle east, terrorism
mercoledì, 22 agosto 2007

History lesson

Non una parola fuori posto, non un concetto che non sia qui condiviso. Il discorso di George W. Bush a Kansas City, Missouri.
postato da creezdogg alle ore 22:41 | link | commenti
categorie: iraq, usa , afghanistan, iran, history, japan, terrorism
martedì, 07 agosto 2007

Firebase Anaconda

L'attacco alla base Anaconda, un'azione che sembra la trama dell'episodio "Dark of The Moon" (stagione 2, numero 17) di The Unit. Come nella serie tv della CBS, un'altra vittoria per le forze della coalizione, un'altra bruciante sconfitta per i Talebani.
postato da creezdogg alle ore 22:44 | link | commenti
categorie: usa , politics, afghanistan,