La morte di Steve McNair, uno dei giocatori più importanti dell’ultimo decennio, ha sconvolto tifosi e appassionati di sport. E rischia di lasciare una macchia sulla sua immagine di padre di famiglia e idolo delle folle.
Sabato 4 luglio, mentre in tutti gli Stati Uniti si celebrava la Festa dell’Indipendenza, una notizia shockava ogni americano appassionato di sport e, in particolare, di football. Il trentasettenne Steve McNair, uno dei quarterback di maggior rilievo dell’ultimo decennio, ritiratosi da circa due anni, era stato trovato morto presso un abitazione di downtown Nashville, nel Tennessee. Due colpi di pistola alla testa, altri al torace. Al suo fianco, il corpo senza vita di una donna, la ventenne iranoamericana Sahel Kazemi, con una ferita da arma da fuoco alla testa. Secondo gli investigatori della polizia di Nashville, non c’è alcun dubbio: per quanto concerne McNair, si tratta di omicidio; sulla morte di Kazemi, invece, ancora nessuna certezza, sebbene le autorità abbiano dichiarato di non essere alla ricerca di alcun sospetto, elemento che ovviamente porta a pensare a un omicidio-suicidio, dato l’emergere di una relazione tra le due vittime (“Traete voi le vostre conclusioni”, ha affermato un reporter della ESPN in collegamento dalla scena del crimine, quasi a suggerire, novello Guglielmo di Ockham, che la spiegazione più semplice sia anche la più probabile).
I PRECEDENTI - Più che una storia sportiva, quasi una sceneggiatura da serie tv a sfondo poliziesco, un Crime Scene Investigation ambientato per l’occasione a Nashville per narrare l’episodio della morte di una star del football uccisa dall’amante. Non è la prima volta, che un giocatore della National Football League rimane vittima di un omicidio. Anzi, a conferma del tragico e macabro trend che recentemente ha contraddistinto la lega professionistica di football americano, si tratta della terza morte per omicidio negli ultimi due-tre anni, dopo Darrent Williams, cornerback dei Denver Broncos ucciso la mattina del giorno di Capodanno del 2007 a bordo di una limousine con un colpo di pistola sparato da un membro di una gang, e Sean Taylor, free safety dei Washington Redskins, morto dissanguato nel novembre 2007, colpito a morte a una gamba da uno sconosciuto intruso nella sua casa di Palmetto Bay, in Florida. Senza contare il caso di Richard Collier, offensive tackle dei Jacksonville Jaguars, rimasto paralizzato e privo di una gamba per una sparatoria (quattordici colpi di pistola, per lui) avvenuta nel 2008. Un agghiacciante bilancio delle vittime che non ha eguali nelle altre discipline sportive americane, uno sfortunato primato per la NFL.
LE PRIME ESPERIENZE – Steve LaTreal McNair era nato il giorno di San Valentino del 1973 a Mount Olive, minuscolo paesino (non più di mille abitanti) della contea di Covington, nel Mississippi. In quella cittadina, sede della Mount Olive High School, iniziò a mostrare una notevole predisposizione per le discipline sportive: non solo football, ma anche pallacanestro, baseball e atletica leggera. Nel suo anno da junior – ovvero il terzo della scuola superiore americana, che si frequenta all’età di 16 e 17 anni – portò la squadra della sua high school ai campionati statali. Giocando, oltre che da quarterback, anche da free safety, terminando con quindici palloni intercettati nel solo 1990. Guadagnatosi le attenzioni statali grazie alle prestazioni personali e della sua squadra, finì immediatamente sotto stretta osservazione da parte di talent scout e riviste specializzate. E, alcuni anni prima di diventare una celebrità del football, fu persino scelto da una squadra della Major League Baseball, i Seattle Mariners, che lo selezionarono al 35esimo round del draft amatoriale del 1991.
L’UNIVERSITA’ - Anziché rispondere alla chiamata della squadra della città della pioggia, McNair preferì iscriversi alla Alcorn State University di Lorman, Mississippi, fondata nel 1871 come prima scuola statale per gli studenti afro-americani. Nella formazione scolastica, gli Alcorn State Braves, in competizione nella NCAA, Division I-AA, mostrò fin da subito il suo grande talento: nel 1992, lanciò per un totale di 3.541 yard e 29 touchdown, segnandone altri dieci personalmente. Con lui, i Braves terminarono la stagione con un record di sette vittorie – una delle quali, contro i rivali dei Grambling Tigers, raggiunta grazie a un’impresa eroica dello stesso McNair, autore della meta vincente nonostante un infortunio alla gamba – e quattro sconfitte. Ancora meglio nel 1993, con 8 doppie vu e sole tre partite perse, e McNair a quota 3 mila yard e 30 touchdown, nominato per il primo team “All-SWAC”, selezione dei migliori giocatori della divisione, per il terzo anno consecutivo. Niente in confronto al terzo anno universitario, in cui la giovane stella quasi raggiunse la soglia delle 6 mila yard tra passaggi e corsa, accompagnati da 53 realizzazioni, cosa che gli permise di infrangere numerosi record, di essere selezionato come “All-American”, di vincere il “Walter Payton Award” come miglior giocatore della sezione I-AA e finire terzo nella corsa al prestigioso Heisman Trophy. Con oltre 16.283 yard offensive, 14.496 delle quali su passaggio, McNair stabilì un record – tuttora imbattuto – per la Football Championship Series.
I SUCCESSI DA PROFESSIONISTA - Un talento di questo calibro non poteva restare inosservato, e la chiamata per il campionato dei professionisti non tardò ad arrivare. Houston Oilers, terza scelta assoluta del 1995, contratto da sette anni. Una prima stagione caratterizzata dal non gioco e da lunghe permanenze in panchina: per mettere piede in campo, McNair dovette attendere i minuti finali di una partita di novembre, con altre fugaci apparizioni in sostituzione del titolare Chris Chandler. Dopo un altro anno da riserva, il 1997 fu la prima stagione da titolare degli Oilers: 8 vittorie, 8 sconfitte, 2.665 yard di passaggio per lui – il meglio dai tempi di Warren Moon – e solo 13 intercetti, minimo storico per la franchigia. Gli anni successivi, 1998 e 1999, gli Oilers cambiarono sede (da Houston a Nashville) e nome (da Houston Oilers a Tennessee Titans), ma non quarterback: per McNair, altre due stagioni in crescita, prima con un miglioramento delle statistiche personali, quindi con la conquista, da parte della squadra, del secondo posto della AFC Central e l’accesso ai playoff. La fase eliminatoria fu, per Houston, a dir poco memorabile, iniziata con la vittoria a sorpresa nella partita di Wild Card contro i Buffalo Bills (un’impresa poi nominata “Music City Miracle”) e terminata con l’accesso al Super Bowl XXXIV. Dove, contro i rivali Rams, fallirono l’impresa di vincere il titolo solo all’ultima giocata, quando Kevin Dyson non riuscì a concretizzare un passaggio del buon McNair. Il quale, arrivato a un soffio dall’essere il primo quarterback afroamericano a vincere un Super Bowl (cosa mai successa finora, pura casualità che però alimenta molti pregiudizi razziali), si consolò con il rinnovo del contratto, sei anni per 47 milioni di dollari. Seguì il suo migliore anno da professionista, con le cifre più alte in più o meno ogni voce statistica – cosa che portò alla convocazione per il Pro Bowl, nel quale però non riuscì a giocare a causa di un malanno alla spalla – ma con una deludente sconfitta ai playoff contro i Baltimore Ravens. Tennessee riuscì a raggiungere la offseason ancora nel 2002, corsa terminata con una sconfitta contro gli Oakland Raiders nell’AFC Championship, cui seguirono alcuni guai con la legge per McNair, arrestato per guida in stato di ebbrezza e possesso illegale di arma da fuoco, accuse poi comunque ritirate. Nel 2003, un’altra stagione positiva, un altro accesso alla fase finale (eliminazione contro i New England Patriots) e, per lui, la prestigiosa onorificenza di MVP della lega, premio condiviso con il quarterback degli Indianapolis Colts Peyton Manning.
GLI ULTIMI ANNI - Dopo un paio di stagioni caratterizzate da infortuni, nel 2006 Steve decise di cambiare aria e firmò un contratto con i Baltimore Ravens, dove si trasferì in cambio di una scelta al quarto giro nel draft del 2007. Titolare in ogni gara della nuova squadra nel 2006, lanciò il più lungo passaggio touchdown nella storia dei Ravens (89 yards), e contribuì in maniera determinante a raggiungere il record di 13 vittorie e 3 sconfitte, AFC North Championship, con corsa ai playoff interrotta dai Colts. Per lui, nel maggio di quell’anno, un altro arresto, ancora per guida in stato di ebbrezza, sebbene alla guida dell’auto non fosse lui, ma suo cognato (stranezze legislative del Tennessee). Nel 2007, poche apparizioni, numerose assenze per guai fisici e prestazioni al di sotto delle aspettative furono i primi segnali di una carriera agli sgoccioli: nell’aprile del 2008, dopo tredici anni di onorato servizio nella National Football League, McNair annunciò il suo ritiro dall’attività.
UN IDOLO IMPERFETTO - Una carriera impeccabile, fatta di grandi traguardi raggiunti sul campo e di una straordinaria professionalità. Una serietà dentro e fuori dal terreno di gioco, che rende ancor più sconvolgente la notizia della sua uccisione, soprattutto tenendo conto dei particolari che, giorno dopo giorno, emergono dalle indagini. McNair era – e tuttora è – un idolo delle folle del Tennessee, amato dai tifosi dei Titans, un campione sportivo dalla notevole resistenza fisica e determinazione. “Il suo lascito un tempo impeccabile sta cambiando in sesso, sangue e morte” ha titolato l’editorialista sportivo Jay Mariotti su FanHouse.com, un particolare riferimento alla sua immagine di amorevole padre di famiglia macchiata dalla relazione extraconiugale con la ventenne irano-americana. Ma c’è chi non si lascia condizionare dai fatti privati della vita personale di McNair – che, apparentemente, sarebbero stati la causa scatenante del fattaccio – e chi preferisce ricordarlo come “uno di loro”. È il caso di David Climer, giornalista del Tennessean, periodico dello stato che ospita Memphis. “Uno di noi. È così che ricorderemo Steve McNair. Sì, era un quarterback star della NFL, ma era anche una persona come tutte le altre che chiamava ‘casa’ Nashville”, ha scritto Climer, “è questo che rende tutta questa storia così triste. Aldilà delle circostanze, si tratta di una profonda perdita per la nostra comunità”. E, con essa, per tutto il mondo sportivo americano. Sarebbe infatti una profonda ingiustizia se McNair fosse ricordato solo in quanto uomo sposato con una relazione extraconiugale con una donna di vent’anni più giovane: “un difetto non definisce una persona, e questo non dovrebbe eliminare tutto il buon lavoro che McNair ha fatto e quello che la sua carriera NFL ha significato per l’avanzamento di altri quarterback neri” ha scritto Jemele Hill su ESPN.com, mentre il suo storico coach Jeff Fisher, colpito profondamente da quanto accaduto, ha dichiarato: “Lo Steve McNair che conoscevo vorrebbe che dicessi ‘Mi dispiace, non sono perfetto. Prendiamo tutti decisioni che talvolta non rappresentano i migliori interessi. Per favore, perdonatemi’. Lo Steve McNair che conoscevo vorrebbe che dicessi ‘Celebrate la mia vita per tutto ciò che ho fatto sul campo, per quello che ho fatto per la comunità, per il compagno di squadra che ero’. Questo è quello che lo Steve McNair che conoscevo vorrebbe che dicessi”.
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