Creez Dogg In Tha Houze

The never ending battle for Truth, Justice and the American Way
venerdì, 31 luglio 2009

White House Beer Fest

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categorie: usa , politics, barack obama, joe biden
venerdì, 31 luglio 2009

Il Partito Repubblicano comincia a riorganizzarsi


Il risultato delle ultime elezioni presidenziali americane, lo storico successo di Barack Obama che ha regalato - cosa che non accadeva dal 1992 - il controllo della Casa Bianca e di entrambi i rami del Congresso ai Democratici, ha rappresentato un duro colpo per i Repubblicani, dopo otto anni di presidenza Bush. Il partito che fino ad alcuni anni or sono godeva di un'ampia maggioranza a Capitol Hill e poteva contare su un diffuso consenso nell'elettorato - specialmente negli stati del Sud e nei feudi della «Bible Belt», come ben raccontato dal libro The Right Nation dei giornalisti britannici Adrian Wooldridge e John Micklethwait - si è visto privato del potere e, nei mesi successivi alla elezione di Obama, relegato a recitare un ruolo marginale nello scenario politico a stelle e strisce.

La prolungata fase di elaborazione della sconfitta, unitamente alla mancanza di un leader carismatico in grado di guidare l'opposizione all'ambizioso programma amministrativo del nuovo presidente, ha contribuito a gettare nello sconforto anche i più ottimisti tra i commentatori dalle simpatie conservatrici, tra i quali c'è persino chi si azzarda a prevedere una imminente disgregazione del Partito Repubblicano, destinato a scomparire dal panorama della politica americana. Nonostante l'atmosfera di pessimismo e rassegnazione che aleggia in alcuni ambienti repubblicani nell'era di Obama, è indubbio che il GOP, seppur in minoranza al Congresso (ergo di fatto costretto ad assistere inerme al procedere del programma della maggioranza) e al momento incapace di trovare una voce unica in propria rappresentanza, sia riuscito in questi mesi ad ottenere insperate conquiste, seppur di lieve entità. Dalla ritrovata compattezza mostrata dalla minoranza alla Camera nel votare negativamente il piano di stimolo economico voluto dal presidente, alla mancata approvazione, nei tempi previsti, della riforma del sistema sanitario, passando per gli attacchi sulla politica economica - capace di influenzare l'opinione pubblica, come dimostrato dai sondaggi - e in materia di sicurezza nazionale, i Repubblicani si sono dimostrati meno vulnerabili del previsto.

I piccoli, ma significativi, raggiungimenti non sono l'unica buona notizia per l'opposizione. Stando a quanto riportato da Amy Walter sul National Journal, una «mini-rinascita» dell'ala moderata del GOP starebbe silenziosamente avvenendo nel Nord-Est degli Stati Uniti. In quasi ogni Stato a Nord della linea Mason-Dixon (linea di demarcazione che riguarda Pennsylvania, Maryland, Delaware e West Virginia), gli amministratori democratici starebbero attraversando un periodo di grande difficoltà, mentre i candidati repubblicani registrano ottime cifre nei sondaggi. Altrove, come New Jersey, Connecticut e New York, vi sono segni che i Repubblicani moderati («un tempo considerati estinti», scrive la Walter) stiano tornando alla ribalta. Segnali incoraggianti per le corse alla carica di governatore, ma soprattutto in vista delle elezioni mid-term del 2010, nelle quali si rinnoverà la Camera e circa un terzo del Senato. Nella camera bassa, come reso noto da Pete Session, a capo del National Republican Congressional Committee, il GOP punta a conquistare almeno ottanta posti attualmente occupati da deputati democratici. Un obiettivo non privo di una certa ambizione ma, secondo i dirigenti del partito, realizzabile concretamente. «C'era come la sensazione, tra i Repubblicani, che fossimo destinati a vagare per la boscaglia per quarant'anni», ha dichiarato Session, «ma io respingo tale teoria. Il nostro obiettivo è riconquistare la maggioranza».

Mentre i piccoli traguardi e gli accenni di rinascita sembrano prefigurare una riorganizzazione - con conseguente rilancio - del Grand Old Party nel prossimo futuro, negli ultimi giorni quella che forse è la figura più popolare tra le fila del partito è tornata a far sentire la propria voce. Si tratta dell'ex generale Colin Powell, repubblicano moderato (talvolta centrista, se non liberal), primo Segretario di Stato di George W. Bush. Il quale, pur essendosi nettamente smarcato dalla linea tenuta dal partito negli ultimi anni - dalle critiche alla precedente amministrazione, fino all'endorsement del democratico Obama - ha voluto analizzare la situazione in cui attualmente versa l'opposizione. Ospite del celebre talk show della Cnn condotto dal decano del giornalismo americano Larry King, Powell ha riaffermato la necessità, per il proprio partito, di staccarsi dalla base, al fine di cercare consensi anche in altre aree dell'elettorato. «Il partito non può solo concentrarsi sulla sua solida base di estrema destra», ha affermato l'ex generale, «si deve trovare il modo di raggiungere e attrarre moderati e indipendenti verso destra, così da poter costruire un partito che possa vincere». Powell, nonostante l'avversione dell'establishment repubblicano nei suoi confronti, continua a mantenere elevate percentuali di consenso nei sondaggi, con opinioni positive oltre il 70% da parte degli americani. Secondo Scott Reed, consulente repubblicano che gestì la campagna presidenziale di Bob Dole nel 1996, le preoccupazioni di Powell sono motivate, «ma il costante ritornello di negatività ostacola la sua credibilità con la spina dorsale del partito». Per il politologo del Washington Post Chris Cillizza, si tratta del «paradosso di Powell»: la sua popolarità, poiché costruita sul suo status di figura non schierata, non è in grado di aiutare i Repubblicani per la ricostruzione del partito. Ciò nonostante, ha notato un consulente repubblicano, seppur non in grado di aiutare direttamente il GOP, il generale in pensione può comunque dare il proprio contributo per arrecare danni all'attuale presidente, se mai decidesse di farlo.

2009 - RagionPolitica.it

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mercoledì, 29 luglio 2009

Birthers on the hill

Questo imperdibile video - realizzato da un corrispondente dell'Huffington Post - è la dimostrazione lampante che il movimento dei "birthers" rappresenta una causa di grande, enorme, imbarazzo per i Repubblicani al Congresso (vedi articolo). Vedere per credere.

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mercoledì, 29 luglio 2009

Un presidente post-razziale?



La conferenza stampa tenuta in prima serata dal presidente Barack Obama lo scorso mercoledì aveva come obiettivo unico la promozione della riforma del sistema sanitario americano, la quale si trovava incagliata al Congresso per la ferma opposizione di una parte consistente di deputati Democratici. Con l'avvicinarsi della scadenza del mese di agosto, che coincide con l'interruzione dei lavori di Capitol Hill, si trattava dell'ultimo, disperato, tentativo presidenziale perché la riforma ricevesse il via libera nei tempi prestabiliti. Non solo ciò, come noto, non è accaduto, provocando un netto calo di consensi per il presidente Obama, ora per la prima volta al di sotto del 50%. Quella conferenza stampa, del tutto incentrata sulla sanità, ha inoltre contribuito a complicare ulteriormente la vita all'inquilino della Casa Bianca in quello che forse è il suo momento di maggior difficoltà dal giorno dell'insediamento, a causa dell'unica domanda - giunta, peraltro, allo scadere della conferenza - concernente fatti estranei al disegno di legge. Quella che apparentemente sembrava una innocua e del tutto trascurabile risposta di routine riguardo all'arresto del professore afroamericano di Harvard Henry Louis Gates Jr. - fermato e rilasciato dalla polizia di fronte alla porta i casa sua perché sospettato di essere un ladro - ha invece causato una controversia su scala nazionale, riaprendo l'acceso dibattito sulle tensioni razziali negli Stati Uniti. Obama, nel rispondere a una domanda postagli dalla reporter del Chicago Sun-Times Lynn Sweet, curiosa di sapere quale fosse il commento del presidente sull'episodio di cronaca, ha dichiarato che, pur non essendo a conoscenza dei fatti nel dettaglio, risulta evidente che la polizia abbia "agito stupidamente" nei confronti di Gates, suggerendo presunte motivazioni legate al colore della pelle dell'arrestato. Se già concludere l'incontro sul tema delle relazioni razziali piuttosto che sulla sanità non ha rappresentato il finale ideale per Barack Obama, le sue parole hanno dato vita a una vera e propria bufera, la quale è ovviamente riuscita nell'intento di adombrare del tutto la tanto desiderata riforma del sistema sanitario, colpo mortale che ha rimandato ogni negoziato al riguardo a settembre. "Obama riesce a riconoscere i gesti stupidi anche quando non li vede", ha commentato sarcasticamente l'editorialista Mark Steyn, mentre il quotidiano del New Hampshire Union Leader ha definito altrettanto "stupide" le affermazioni del presidente. In seguito al montare delle polemiche - per ovvi motivi cavalcate anche dal Partito Repubblicano, che ha capitalizzato la ghiotta opportunità di attaccare il presidente - e all'insorgere di alcuni sindacati delle forze di polizia, unitamente alla solidarietà dei colleghi al sergente James Crowley (autore dell'arresto), Obama si è visto costretto a fare marcia indietro e a chiedere scusa al poliziotto, invitato - assieme a Henry Louis Gates - alla Casa Bianca per un incontro privato. Nonostante il (tardivo) intervento risolutivo, lo scivolone del presidente ha destato non poco scalpore, e gli effetti del "Gates-gate" continuano tuttora a farsi sentire sui media americani. Rispondendo istintivamente, e prendendo una posizione senza disporre di una completa documentazione dei fatti, Obama ha commesso un passo falso che un presidente, a causa del suo ruolo istituzionale, non può concedersi. Inoltre, le sue parole hanno riaperto una vecchia ferita mai rimarginata per l'America, riaprendo la vexata quaestio dei rapporti razziali. Per Steve Chapman, editorialista del Chicago Tribune, Obama si è comportato più da opinionista televisivo, che da presidente, risultando del tutto differente rispetto al personaggio politico eletto lo scorso novembre e apprezzato dagli americani per sue doti quali calma, sobrietà e per la tendenza a essere guidato dai fatti, più che dalle emozioni. Secondo l'autorevole commentatore afroamericano Thomas Dowell, invece, quanto avvenuto non fa che evidenziare, a dispetto dell'immagine "post-razziale", la vera natura di Obama, il quale per decenni è stato vicino a persone che speculano sul razzismo e sulla percezione di esso, dai quali "traggono benefici politicamente, finanziariamente e socialmente". Coloro che sono rimasti sorpresi dalle dichiarazioni di Obama, per Sowell, devono aver dimenticato la ventennale amicizia che ha legato l'attuale presidente al controverso Reverendo Jeremiah Wright, dal quale ha preso le distanze solo negli ultimi mesi di campagna elettorale. È probabile che il "Gatesgate" rappresenti poco più di una tempesta in una tazzina di caffé, con conseguenze di scarsa entità e minimo impatto a lungo termine sull'amministrazione. Tuttavia, il caso Gates ha dimostrato che la figura del presidente "post-razziale" è più un auspicio che una realtà. Ma soprattutto, come ha notato Steve Steckler, capo dell'Infrastructure Management Group, la vicenda ci ha insegnato che "quando Obama parla fuori dal copione, puù essere persino peggio di George W. Bush".

2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 163 del 29-07-2009

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categorie: usa , politics, george w bush, barack obama, democrats, gop , fai notizia, congress, health care, chicago sun-times
mercoledì, 29 luglio 2009

Il Partito Repubblicano alle prese con l'ascesa dei "birthers"

Mentre il presidente americano Barack Obama si trova a dover affrontare quello che per lui è forse il periodo più difficile dal giorno del suo insediamento, con percentuali di pubblico consenso in netto calo dopo il duro colpo della mancata approvazione da parte del Congresso del suo progetto di riforma del sistema sanitario pubblico, l'opposizione repubblicana, anziché capitalizzare al meglio l'inaspettata vittoria ottenuta (causata più dalle lotte intestine dei Democratici che non da meriti del GOP), è costretta a fronteggiare un grattacapo interno, che potrebbe arrecare notevoli danni a una compagine già in evidente difficoltà e tuttora alla ricerca di un capo carismatico. L'entusiasmo per il primo passo falso di Obama, «tradito» da elementi del suo stesso partito, ha infatti avuto vita breve, sostituito dalla preoccupazione legata all'emergere, sempre più rumoroso, dei cosiddetti «birthers».

Gruppo formatosi prima delle elezioni presidenziali del 2008, e tornato alla ribalta nei giorni scorsi grazie all'attenzione dedicatagli da media e mondo politico, i «birthers» - neologismo giornalistico americano privo di una traduzione letterale italiana - sono coloro che, seguendo teorie di cospirazione divenute sempre più diffuse, sostengono che Barack Obama non sia un cittadino degli Stati Uniti d'America e, pertanto, secondo quanto si legge nell'articolo 2 della Costituzione americana, non sia legittimato a risiedere nella Casa Bianca. Tra mistificazioni e bizzarre tesi - più volte smentite dallo staff presidenziale e dalle autorità statali delle Hawaii, le quali dispongono del certificato di nascita che attesta inequivocabilmente che Barack Obama sia nato a Honolulu il 4 agosto 1961 - i seguaci di tali argomentazioni sono sempre più numerosi: da metà dicembre del 2008 a oggi, sono almeno diciassette le cause legali riguardanti la cittadinanza americana di Obama, la più celebre risalente allo scorso 1° febbraio, quando il maggiore Steven F. Cook, riservista dell'Esercito, ha rifiutato di essere inviato in Afghanistan, dichiarando illegittimi e invalidi gli ordini impartitigli: per Cook, che si è rivolto all'avvocato (e leader del movimento dei «birthers») Orly Taitz, Barack Obama, in quanto non cittadino degli Stati Uniti, non sarebbe infatti autorizzato a ricoprire la carica di comandante in capo delle forze armate.

Tali teorie, che si stanno diffondendo rapidamente in parti dell'elettorato conservatore, rappresentano un motivo di inquietudine da non sottovalutare per il Partito Repubblicano. Tra i primi ad accorgersi del potenziale esplosivo dei «birthers» il deputato repubblicano del Delaware Mike Castle. Il quale, nel corso di un incontro pubblico tenutosi recentemente presso Georgetown, è stato messo alle strette da alcuni attivisti, che gli hanno chiesto il perché lui e i suoi colleghi repubblicani ignorassero le domande riguardanti la nascita di Obama: rispondendo nella maniera più ovvia, ovvero che «Obama è effettivamente un cittadino degli Stati Uniti», Castle è stato sommerso dai fischi del pubblico, e il video di quanto avvenuto, immediatamente finito sulla rete, ha in breve tempo registrato oltre mezzo milione di visualizzazioni. Non è la prima volta che un presidente è oggetto di teorie di complotto più o meno fantasiose: Bill Clinton ebbe a che fare con coloro che lo ritenevano responsabile della morte di un consulente della Casa Bianca e George W. Bush con le non poche leggende metropolitane relative agli attentati dell'11 settembre 2001. In questo caso, tuttavia, i «birthers», più che creare problemi all'amministrazione, sembrano rappresentare un mal di testa per l'opposizione.

E il capo del movimento, la già citata Taitz, dentista e legale nata in Russia e residente in California dal 1987, promette ancora battaglia, sostenendo di avere il sostegno di alcuni dei più noti esponenti del Partito Repubblicano. Un'affermazione che, secondo lei, sarebbe dimostrata dal fatto che Michael Steele (capo del Republican National Committee), Eric Cantor («whip» repubblicano al Senato) e un paio di deputati del GOP abbiano accettato la sua richiesta di amicizia su Facebook. Nonostante la presa di distanza dei diretti interessati - «Il capo del RNC ha migliaia di amici su Facebook. Ovviamente non è d'accordo con le idee di tutti loro», ha commentato l'addetto stampa di Michael Steele - e a dispetto del mancato sostegno da parte di qualsiasi voce di spicco dei conservatori (dalla controversa Ann Coulter al pastore Mike Huckabee, un coro unanime di condanna del movimento), la vicenda ha raggiunto le prime pagine delle testate politiche americane, facendo capolino anche nella sala stampa della Casa Bianca. Il portavoce ufficiale del presidente, Robert Gibbs (come ha scritto il New York Times, «meglio noto per la sua maestria nell'evitare ad arte le domande a cui non vuole rispondere») ha voluto trattare l'argomento con inusuale risolutezza: «Se avessi del DNA di Obama, non convincerebbe coloro che non credono che sia nato qui. Ma ho questa notizia per loro e per tutti noi: il presidente è nato a Honolulu, Hawaii, il 50esimo Stato del più grandioso paese sulla faccia della terra. È un cittadino».

Indirettamente d'accordo con Gibbs, ma su posizioni volte a stigmatizzare i «birthers», il sondaggista repubblicano Whit Ayers, che suggerisce ai politici repubblicani, di fronte alle domande sul certificato di nascita di Obama, di portare quanto prima il discorso su questioni più importanti: «Basta semplicemente indicare che in un paese dove la nostra politica fiscale ci sta portando verso la bancarotta, dove stiamo lottando su questioni importanti quali la riforma della sanità e combattendo due guerre per la nostra sicurezza, non si ha tempo per avere a che fare con selvagge teorie di cospirazione».

2009 - RagionPolitica.it

lunedì, 27 luglio 2009

Il primo passo falso di Obama


Nella giornata di giovedì, a nemmeno ventiquattro ore di distanza dalla conferenza stampa in prime-time tenuta dal presidente americano Barack Obama per completare la sua offensiva volta a promuovere il progetto di riforma del sistema sanitario, Harry Reid, leader della maggioranza al Senato, ha dichiarato che tale disegno di legge non riuscirà ad essere approvato dalla Camera Alta nei tempi prestabiliti. Pur facendo buon viso a cattivo gioco, mostrando ottimismo sull'argomento, le parole di Reid, uno degli elementi chiave dei Democratici, hanno evidenziato le numerose divisioni presenti all'interno del partito del presidente, motivo principale del mancato rispetto della scadenza del 7 agosto - data fissata dallo stesso Obama per l'approvazione del progetto - e probabile causa di ulteriori cambiamenti nei contenuti della legge.

Per la «Obamacare», programma con l'intento di rendere universale la copertura sanitaria pubblica americana, tutto rinviato a settembre. Nonostante l'imminente pausa dei lavori del Congresso di agosto, si prevede a Washington un mese caldissimo dal punto di vista politico, contraddistinto da uno sprint tra favorevoli e contrari alla riforma, al fine di guadagnare il maggior numero di consensi. La Speaker of the House Nancy Pelosi, rappresentante dell'ala liberal del Partito Democratico e tra le più inflessibili sostenitrici del progetto, desidera riuscire a far approvare almeno un disegno di legge in materia sanitaria dalla Camera dei Rappresentanti entro la scadenza di agosto, e si è dichiarata disposta a prolungare i lavori di un'ulteriore settimana perché ciò avvenga, sicura di avere i voti necessari. Di diverso avviso sono tuttavia i «blue dogs», un blocco di cinquantadue deputati Democratici su posizioni di conservatorismo fiscale, i cui voti sono cruciali per l'approvazione del progetto. «Avremo bisogno di alcuni ortopedici qui attorno che si prendano cura delle ossa rotte e delle braccia slogate», ha scherzosamente dichiarato alla rivista Time il deputato Charlie Melancon, democratico «blue dog» della Louisiana, prevedendo dure lotte intestine.

Per il presidente Barack Obama si tratta del primo passo falso dal giorno dell'insediamento. Uno stop di particolare rilievo, poiché subìto su uno dei capisaldi del suo programma amministrativo, in più causato non dall'opposizione repubblicana - la quale ha comunque contribuito a gettare benzina sul fuoco, con conseguenti guadagni politici - ma dagli stessi Democratici. Un duro colpo per l'amministrazione, specialmente considerato il grande impegno mostrato dallo stesso comandante in capo, sceso in campo in prima persona sull'argomento sanità e protagonista, negli ultimi giorni, di una campagna di sensibilizzazione su larga scala per convincere i legislatori del proprio partito ad approvare la riforma in tempi brevi. Non è un caso che la popolarità di Obama, in questi giorni, registri una sensibile diminuzione, in quello che forse rappresenta il suo periodo di maggiore difficoltà da quando è alla Casa Bianca, ulteriormente complicato da improvvidi commenti sull'operato della polizia per un caso di cronaca, cosa che ha provocato un putiferio e ha costretto il presidente a fare marcia indietro e scusarsi. Secondo quanto riportato da una nuova indagine Rasmussen, il livello di gradimento degli americani nei confronti del presidente è sceso, per la prima volta, sotto il 50%, un dato assai preoccupante per una figura politica che ha fatto dell'immagine da pop-star e dei consensi oceanici il suo punto di forza e il motore della sua luna di miele con l'America.

Secondo Peggy Noonan, firma storica del conservatore Wall Street Journal, sulla sanità Obama non è riuscito a interpretare i desideri del popolo americano, fallendo così nel suo obiettivo e compiendo un passo falso su una delle questioni di maggiore importanza del suo ambizioso programma: «Penso che il progetto sia rallentato e possa essere fermato - ha scritto la Noonan - non dall'ideologia, e neanche dalla filosofia in senso stretto, ma dal semplice buon senso americano». Per il commentatore Byron York, invece, quanto accaduto non è che il risultato delle mancate promesse del presidente sul piano dell'economia e degli effetti - meno evidenti di quanto previsto - del tanto discusso piano di stimolo economico da centinaia di miliardi di dollari. «Tutto ciò che i Democratici devono fare è essere d'accordo su qualcosa», ha scritto l'editorialista Kim Strassel sul Wall Street Journal. «Il fatto che non ci riescano è la testimonianza della cattiva amministrazione del team Obama del suo primo grande progetto legislativo. Il presidente è un politico e un oratore di talento, ma il vero test di una nuova amministrazione è se essa riesca o meno a condurre un progetto ad alto tasso di rischio attraverso il Congresso». Di nessuna importanza, in questo caso, il poter contare su di una maggioranza in entrambi i rami del Congresso, schiacciante alla Camera e a prova di filibustering al Senato: il fuoco amico ha complicato i piani della Casa Bianca. E, stando alla ferma volontà del gruppo dei «blue dogs», è alquanto probabile che ciò accada ancora, nel prossimo futuro.

2009 - RagionPolitica.it

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sabato, 25 luglio 2009

Tina Fey e Amy Poehler insieme in "Baby Mama"


Tina Fey è obbligata ad essere eternamente grata a Sarah Palin. Senza ombra di dubbio, l'attrice-autrice-comica-produttrice formatasi con lo storico show Saturday Night Live e affermatasi definitivamente con il superbo 30 Rock era già uno dei più grandi e fervidi talenti creativi dell'intero panorama americano ben prima che il senatore John McCain, in corsa per la Casa Bianca, scegliesse come sparring partner la semisconosciuta governatrice dell'Alaska, e a dimostrarlo sono i riconoscimenti e le statuine che la Fey può annoverare in bacheca, ovvero cinque Emmy Award, due Golden Globe, tre Screen Actors Guild Award e quattro Writers Guild of America Award – un palmarès, senza contare le innumerevoli nomination, da fare invidia ai più rinomati attori di Hollywood. Tuttavia, l'emergere della combattiva Sarah Palin, personaggio capace di catalizzare su di sé l'attenzione mediatica americana (e non solo) per oltre un mese, ha contribuito a dare un lancio senza precedenti alla carriera di Elizabeth Stamatina Fey, donandole una buona dose di notorietà anche al di fuori dei confini americani. E tutto questo grazie alla semplice somiglianza fisica e al casuale possesso di una analoga – o comunque molto simile – montatura degli occhiali: gemelle separate alla nascita. Una rassomiglianza che, dopo un insistente tambureggiare da parte di blogger di tutta America, ha portato alla realizzazione di uno dei tormentoni dell'ultima campagna elettorale per la Casa Bianca, una delle imitazioni meglio riuscite e più esilaranti nella storia della satira politica, che ha visto il ritorno di Tina Fey al “suo” SNL nei panni di un'irresistibile Sarah Palin (in un'occasione, anche al fianco della governatrice in carne ed ossa: era obiettivamente difficile riconoscere l'originale) e ha portato alla strameritata affermazione globale dell'attrice-autrice-comica-produttrice. Non ci è dato sapere se tale esplosione di celebrità sia direttamente responsabile dell'arrivo in Italia di “Baby Mama”, film che la vede come protagonista, da oggi nelle sale dello Stivale. Pellicola uscita oltreoceano nell'aprile del 2008, giunta nel nostro Paese con l'imperdonabile – e incomprensibile – ritardo di oltre un anno, la quale forse era inizialmente destinata al mercato dell'home video, non fosse stato per l'ascesa della Fey. Pur penalizzata da un lancio estivo, sinonimo di sale pressoché vuote, è una fortuna che “Baby Mama” sia comunque riuscito a sbarcare da queste parti, accompagnato da una decente campagna promozionale, altrimenti il pubblico italiano avrebbe perso l'opportunità di godersi una piacevole commedia – o meglio, una “dramedy”, via di mezzo tra la commedia e il drammatico – dedicata al tema, di scottante attualità, degli “uteri in affitto”. Con la brava Tina Fey nei panni di una 37enne single in carriera desiderosa di maternità, costretta a dividere il palcoscenico con l'esilarante Amy Poehler, recitante il ruolo di una immatura e insopportabile ragazza povera del sobborgo di Philadelphia, che offre in affitto la propria gravidanza. Piani alti contro bassifondi, donna in carriera contro white trash, contrapposizioni da cliché che danno vita a ovvie scene tragicomiche e grottesche, capaci di regalare più di una risata. Ma “Baby Mama”, oltre a essere un prodotto di satira sociale, è anche e soprattutto un film che unisce davanti alla macchina da presa due dei più grandi talenti comici al femminile del panorama americano, ovvero Tina Fey e Amy Poehler, una coppia irresistibile già in altre occasioni protagonista di momenti televisivi indimenticabili, non ultimo lo spettacolare sketch pro-Hillary Clinton realizzato al Saturday Night Live nel corso delle primarie democratiche, quando l'attuale Segretario di Stato iniziava a mostrare segni di cedimento di fronte all'inarrestabile scalata dell'avversario Barack Obama. Quello che il Boston Globe ha definito “un inaspettato trionfo”, pur lontano dalla perfezione, riesce a mescolare elementi di romanticismo, comicità, satira e anche un pizzico di riflessione sui paradossi della società contemporanea, senza tuttavia assumere alcun tono paternalistico o predicatorio. Il tutto, con la gradita presenza di volti noti quali Greg Kinnear (nomination all'Oscar per “Qualcosa è cambiato”) e di star del calibro di Sigourney Weaver e di Steve Martin (nei panni del bizzarro boss della Fey). Diretta dall'esordiente Michael McCullers, co-sceneggiatore di ogni episodio della fortunata serie di “Austin Powers”, la pellicola ha incassato in patria un totale di 64 milioni di dollari, più o meno il doppio di quanto è costata. Da parte della critica a stelle e strisce, reazioni quasi unanimemente positive. “Meglio di un episodio esteso di 'Saturday Night Live', ma non spassoso e denso di emozione per reggere per tutta la durata del film”, ha commentato il critico Matt Pais sul Chicago Tribune. Un prodotto da vedere, anche solo per gustarsi il duo Fey-Poehler in azione. Piacere del quale saremmo stati forse privati, in Italia, non fosse stato per Sarah Palin.

2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 159 del 24-07-2009

venerdì, 24 luglio 2009

La lunga estate di Yao, tra infortunio e voci di ritiro


“Questa operazione chirurgica mi permetterà di continuare la mia carriera e di giocare a pallacanestro e non vedo l’ora di ritornare sul campo di gioco”.

A dispetto di quanto possa sembrare, queste parole di Yao Ming – cestista professionista militante negli Houston Rockets della National Basketball Association, ma anche uno degli atleti più celebri ed uno dei volti più riconoscibili del pianeta – sono tutto fuorché dichiarazioni di circostanza. Niente a che vedere con le affermazioni di nullo peso che gli sportivi, specialmente al di qua dell’Oceano, rilasciano in continuazione ai cronisti del settore, che non a caso gli americani sogliono definire “bullshit” (letteralmente “merda di toro”, ovvero stupidaggini, inutilità, banalità). Nulla che ricordi il classico “sono contento della mia prestazione individuale, ma l’importante è che vinca la squadra”. Le dichiarazioni di Yao, questa volta, sono volte a mettere fine alle voci riguardanti la sua carriera e, se vogliamo, così per drammatizzare un po’ quella che altrimenti sarebbe una storia sportiva estiva, evitare quello che sarebbe presto diventato un caso diplomatico internazionale, capace di gettare all’aria anni di dialogo e di incontri bilaterali, con buona pace della diplomazia del ping-pong, con lui divenuta diplomazia del canestro.

L’ ESPORTAZIONE DELL’ NBA IN CINA - È normale che Yao (Ming è il nome) faccia notizia in maniera diversa rispetto a quasi ogni altro professionista della palla al cesto, sia esso un precario firmatario di un contratto da dieci giorni o una superstar del calibro di Kobe o LBJ, per il semplice fatto che Yao non è un comune giocatore di basket, ma molto di più. E questo a prescindere dal suo talento – innegabile, ma non sfruttato al meglio – o dai risultati ottenuti in campo – qualche riconoscimento individuale, nessun titolo. Yao è un esperimento, sicuramente commerciale, per alcuni persino genetico. Commerciale, perché il suo approdo nella NBA ha rappresentato un evento dall’impatto economico devastante, un’apertura del mercato cinese alla potenza occidentale, stavolta non imposta dagli inglesi dopo le guerre dell’oppio, ma ottenuta dagli americani con un semplice contratto: una geniale mossa di marketing, senza precedenti, che ha portato nella lega dei professionisti (più precisamente agli Houston Rockets, che hanno impiegato poco a cambiare casacca e logo, ora più simili a quelli della nazionale cinese) quanto di meglio il continente asiatico potesse offrire in termini di pallacanestro – un pivot di 2 metri e 29 centimetri per 141 chilogrammi con un tiro morbido, una vera rarità – e ha consentito la diffusione dei prodotti targati NBA nella immensa nazione cinese, sinonimo di mercato pressoché infinito. Genetico, secondo quanto si legge nel libro “Operation Yao Ming”, scritto da un ex giornalista di Newsweek e pubblicato nel 2005, che sostiene che il cinesone sia frutto di una operazione studiata a tavolino dalle autorità cinesi e voluta da Mao Tse-Tung in persona, il quale avrebbe ordinato il matrimonio dei suoi genitori Da Yao e Da Fang, rispettivamente 1,85 m e 1,88 m, non per caso due ex componenti delle selezioni nazionali cinesi di pallacanestro, al fine di dare vita all’atleta definitivo in rappresentanza della Repubblica Popolare Cinese.

UN CAMPIONATO TROPPO LUNGO - Conteso da un elevato numero di multinazionali – ovviamente interessate ad estendere il proprio target anche al di fuori dei confini statunitensi – e ogni anno tra i giocatori più votati dal pubblico per la selezione dell’All Star Game (troppo facile: in Cina sono tanti, ma davvero tanti, e sono tutti suoi fans), Yao è stato anche un utile mezzo per migliorare i rapporti tra due nazioni un tempo ostili. Ma questi rapporti, almeno dal punto di vista cestistico e sportivo, non sono sempre stati idilliaci, negli ultimi anni. Perché Yao, prima ancora di essere un elemento degli Houston Rockets, nei quali milita dal 2002, è il simbolo, il fiore all’occhiello e il miglior giocatore della nazionale cinese di pallacanestro, pedina insostituibile in quella che, senza di lui, sarebbe una formazione di valore infimo. Non sono mancate tensioni tra le rispettive federazioni e, più in particolare, tra le autorità sportive cinesi da una parte, e la NBA e gli Houston Rockets dall’altra, con le prime irritate per l’eccessiva lunghezza della stagione del campionato americano – 82 partite ufficiali di regular season, più eventuali Playoff – da loro considerata la causa principale dei (tanti) malanni in cui è occorso il pivot nella sua carriera (anche se, a onor del vero, nonché per rimarcare la nostra vergognosa imparzialità filoamericana, bisogna ricordare il “miracoloso” recupero di cui fu protagonista Yao per vestire la maglia della sua nazionale in occasione delle ultime olimpiadi…).

I GUAI FISICI - Un ampio ventaglio di infortuni, che negli ultimi tre-quattro anni ha visto Yao ottantasei volte a bordo campo e che è culminato con il peggiore dei guai fisici mai capitatigli, la frattura al piede sinistro rimediata nel corso dell’ultima, sfortunatissima, stagione. Un infortunio serio, che ha dato vita a un acceso dibattito tra i commentatori sportivi a stelle e strisce sulle influenze che esso avrà sulla carriera del giocatore quasi trentenne e che, negli ultimi tempi, ha persino permesso il diffondersi di voci relative a un presunto ritiro prematuro dall’attività. Ad alimentare i dubbi, la notizia, resa nota da una stazione televisiva di Houston, dell’acquisto da parte di Yao degli Shanghai Sharks, squadra appartenente al campionato cinese della quale vestì la casacca dal 1997 al 2002, prima di essere selezionato al draft dalla franchigia del Texas. Un acquisto sospetto, da molti interpretato come un’operazione in previsione di un’imminente attività post-carriera, con un ruolo da proprietario già in cassaforte. “Yao lo ha fatto per vari motivi”, ha dichiarato il suo agente Erik Zhang, che non ha voluto rivelare i dettagli e i costi dell’operazione, “si sente ancora emozionalmente legato agli Sharks. Quando loro vincono è felice, quando perdono è triste”.

LE VOCI SUL RITIRO - La ESPN, e con essa gli altri network sportivi Usa, in cerca di notizie in una estate così carente di eventi che persino il golf riesce a catturare le prime pagine, ha ovviamente cavalcato i “rumors”. Grave infortunio più acquisto di una squadra uguale probabile ritiro, questo il ragionamento. A smentire le voci, è intervenuto lo stesso numero 11 in maglia rossa e bianca, il quale ha specificato che l’operazione di mercato che lo ha portato a comprare gli Shanghai Sharks è motivata dal desiderio di rilanciare il club, in netta difficoltà economica. “Due generazioni della mia famiglia hanno combattuto per questo team e alcuni dei migliori ricordi della mia crescita a Shanghai sono inseparabili dalla squadra”, ha dichiarato alla Xinhua News Agency, “non ho alcun progetto di ritiro e i miei dottori e io siamo molto fiduciosi che io possa completamente recuperare e ritornare in campo; il team e l’acquisizione non hanno nulla a che vedere con il mio infortunio”. Parole che, unitamente a quelle menzionate in apertura, servono a fare un po’ di chiarezza sulle intenzioni del cestista. Alcune non trascurabili incertezze, tuttavia, riguardano il suo piede. Non è un mistero che l’infortunio possa costringerlo a bordo campo senza scadenza. Gli stessi Houston Rockets, già attivi sul mercato per cercare una valida alternativa, hanno utilizzato la definizione “career threatening” (cioè “a rischio per la carriera”) per l’infortunio.

SALVI I RAPPORTI USA-CINA -Sarebbe troppo facile e scontato, a questo punto, utilizzare il cliché “Houston, abbiamo un problema”. Tuttavia, Houston ha davvero un problema, che nella peggiore delle ipotesi si risolverà con Yao che appende le scarpe al chiodo, mentre nella migliore con un prolungato periodo di assenza – senza ovviamente considerare l’incognita delle sue prestazioni, di ritorno da un infortunio così grave. Mentre in Cina il quotidiano del Partito Comunista People’s Daily ne approfitta per attaccare la lunga stagione NBA, l’intervento chirurgico non ha registrato intoppi: l’operazione, eseguita dal medico della squadra Tom Clanton, è andata alla perfezione. Il cestista nativo di Shanghai dovrà ora tenere il piede ingessato per un periodo che varia tra le sei e le otto settimane, e sarà costretto lontano dal parquet per tutta la stagione 2009/10. Un lungo periodo di inattività che terminerà con l’inizio del training camp del 2010, oppure, in caso si verificasse un nuovo miracoloso recupero, ancora prima. Yao è quindi intenzionato a non ritirarsi, almeno per il momento, come ha apparentemente confermato il suo agente: “Ho sentito che alcune dicerie affermano che la carriera di Yao possa essere finita per un peggioramento dell’infortunio”, ha prontamente affermato Eric Zhang (Zhang Mingji, al di fuori degli Stati Uniti), “non penso che sia il momento giusto per dirlo. Posso assicurarvi che gli Houston Rockets non sono mai giunti a una conclusione riguardante la carriera di Yao”. Più che un secco no, suona come un “è troppo presto per dirlo”. Ritiro quindi apparentemente rinviato. I fragili equilibri internazionali, e con essi le sorti di una parte consistente degli scambi commerciali tra Stati Uniti e Cina, sembrano così essere salvi, almeno per il momento. In un periodo di crisi economica, anche una frattura al piede può essere determinante.

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giovedì, 23 luglio 2009

Calano i consensi per Obama


Proprio mentre a Washington s'intensifica e s'inasprisce la battaglia sulla riforma del sistema sanitario, con la maggioranza desiderosa di approvare il progetto di legge prima dell'interruzione dei lavori del Congresso di agosto, e l'opposizione repubblicana intenzionata ad alzare le barricate su quello che è uno dei capisaldi del programma della Casa Bianca, il consenso un tempo «oceanico» del pubblico americano per il presidente Barack Obama inizia a calare sensibilmente. Un segnale preoccupante, per un comandante in capo che finora ha mostrato di saper sfruttare egregiamente le armi mediatiche a sua disposizione, che è stato certificato dai risultati di diversi sondaggi condotti in questi giorni da alcuni istituti di ricerca.

Secondo un'indagine eseguita da ABC News/Washington Post, il 49% degli americani si dichiara favorevole al modo in cui Obama sta gestendo la riforma della sanità. Una cifra di quattro punti inferiore rispetto a quella emersa lo scorso mese, di nove punti rispetto alla percentuale di aprile. Il 44% disapprova invece l'operato del presidente, cinque punti in più di giugno, addirittura quindici rispetto ad aprile. Dati che si affiancano a quelli di altri due sondaggi condotti recentemente su scala nazionale - CBS News e Quinnipiac University - il cui comune denominatore è una percentuale di approvazione, in materia di riforma del sistema di pubblica sanità, inferiore al 50%. Numeri non rassicuranti per un presidente che si appresta a lanciare un'offensiva su larga scala affinché il proprio progetto possa essere approvato in tempi brevi, ma che comunque gli garantiscono ancora un vantaggio sui Repubblicani: il 54% degli intervistati ritiene infatti che Obama sia in grado di gestire la questione meglio di quanto non saprebbe fare il partito di opposizione al Congresso, contro il 34% di coloro che invece pensano il contrario.

Ma la riforma della sanità non è l'unico argomento su cui l'inquilino della Casa Bianca sembra perdere terreno. Come riportato dal medesimo sondaggio ABC News/Washington Post, lo scetticismo degli americani sarebbe in crescita anche su temi quali l'economia - in particolare il piano di stimolo approvato nei primissimi mesi di presidenza - e il deficit federale, unitamente alla preoccupazione per la spesa pubblica. A malapena più della metà degli intervistati approva il modo in cui Obama sta gestendo la disoccupazione, la quale sta toccando quota 10% in quindici Stati e nel Distretto di Columbia. Il tasso di approvazione generale del presidente, invece, rimane su numeri discreti: opinione positiva al 59%, negativa al 37%. Tuttavia, si tratta della prima volta, nella storia della nuova amministrazione, che Obama è sceso al di sotto del 60% in un sondaggio Washington Post/ABC News, con numeri inferiori di sei punti percentuali rispetto a un mese fa. Cifre assai simili appaiono tra i risultati di un'indagine analoga condotta da USA Today/Gallup, con una percentuale di approvazione al suo minimo storico del 55%.

Risultati che, oltre a sottolineare una leggera ma innegabile e crescente diminuzione del consenso che legava il popolo americano al presidente Barack Obama - anche se è forse prematuro poter parlare di «fine della luna di miele» - contribuiscono a dare nuove e inaspettate speranze a un Partito Repubblicano ancora in grande difficoltà. «Le sue percentuali sono certamente tornate sulla terra in poco tempo» ha commentato il sondaggista repubblicano Whit Ayre. Non è un caso che la maggior parte dei maitre-à-penser conservatori, strateghi come Karl Rove e commentatori come Bill Kristol, abbiano individuato la battaglia sulla riforma sanitaria come il momento più adatto, per il GOP, per colpire senza pietà l'amministrazione. «Questa non è l'ora per lasciare che si tolgano dalle corde», ha utilizzato una metafora sportiva Kristol, secondo il quale bisogna «resistere alla tentazione» di mostrarsi concilianti, ma anzi è necessario «uccidere la riforma». E gli squali del partito di opposizione, facendo tesoro di questi consigli, sfruttando i dissidi interni agli stessi Democratici e fiutando le evidenti difficoltà della maggioranza, sono già andati all'attacco, tra campagne a suon di spot e discesa in campo di quelli che, al momento, sono i loro esponenti di maggior spicco, dal capo del Republican National Committee Michael Steele - che ha più volte pronunciato la parola «socialismo» nel definire il progetto di legge della maggioranza - al governatore della Louisiana Bobby Jindal.

Sulla cosiddetta «Obamacare» si gioca quindi un round decisivo per l'amministrazione democratica e per il suo ambizioso programma. Sebbene la sua portata non sia tale da rappresentare, in caso di mancata approvazione, «la Waterloo di Obama» - come dichiarato dall'editorialista Dick Morris e dal senatore repubblicano Jim De Mint - è indubbio che qualsiasi ritardo o imprevisto rispetto alla tabella di marcia potrebbe avere ripercussioni rilevanti sulla presidenza, a cominciare dalle percentuali di approvazione, come già dimostrato dai risultati dei sondaggi sopra menzionati.

2009 - RagionPolitica.it

mercoledì, 22 luglio 2009

Dura opposizione repubblicana alla riforma sanitaria di Obama



Sulla sanità, il presidente americano Barack Obama preme l'acceleratore. Nel tentativo di far approvare dal Congresso il suo progetto di riforma del sistema sanitario prima della consueta pausa di agosto, il comandante in capo ha lanciato una massiccia campagna fatta di apparizioni televisive, spot e persino "chiamate alle armi" rivolte ai blogger dalle simpatie liberal, invitati a fare pressione sui deputati perché si mettano al lavoro affinché il progetto diventi legge quanto prima. Un approccio aggressivo che evidenzia il grado di tensione raggiunto dal dibattito sulla riforma della sanità americana nelle ultime settimane, e che evidenzia anche il desiderio, da parte di Obama, di riuscire a mantenere quanto promesso in campagna elettorale nei tempi prestabiliti. La riforma, caposaldo del programma amministrativo del presidente democratico, missione ad alto tasso di difficoltà che ha visto il fallimento di ogni suo predecessore - non ultimo Bill Clinton, che affidò l'ingrato compito all'allora First Lady e attuale Segretario di Stato Hillary Clinton - si trova ora di fronte a non pochi ostacoli. Oltre all'inesorabile trascorrere del tempo che rende sempre più vicina l'interruzione dei lavori e allo spettro del famigerato "Hillarycare" che perseguita la maggioranza, Obama deve infatti affrontare la diffidenza di alcuni esponenti moderati del suo stesso partito e la preoccupazione sempre maggiore (e bipartisan) dei governatori di numerosi Stati. In entrambi i casi, il motivo di allarme è identificato negli alti costi previsti dall'ambizioso programma di copertura sanitaria universale. "Sono molto turbato dalla questione della spesa, in particolare dalle cifre da mille miliardi di dollari che vengono proclamate", ha dichiarato Bill Richardson, governatore democratico del New Mexico. Dubbi diffusi e peraltro già da tempo sostenuti dai promotori di una riforma basata su libero mercato e scelte individuali (alternativa proposta da studiosi del Cato Institute, che ricalca quanto proposto, senza attuazione pratica, dal presidente George W. Bush) che contribuiscono a rallentare, se non a mettere in fase di stallo, il progetto. E che, unitamente ai recenti sondaggi relativi a un netto calo di consenso popolare per il presidente, forniscono nuove armi all'opposizione repubblicana. La quale, nonostante si trovi ancora alla disperata ricerca di un leader, ha intuito che, sulla questione della sanità, può sferrare duri colpi alla maggioranza, arrecando di conseguenza notevoli e insperati danni alla Casa Bianca. Non è un caso che il commentatore conservatore Bill Kristol, con un esplosivo editoriale apparso sulle pagine del suo Weekly Standard, abbia invitato il Partito Repubblicano a tenere una linea quanto più intransigente possibile e, anziché mostrarsi conciliante e pronto al dialogo - come richiesto dal democratico Howard Dean, che ha chiesto ai Repubblicani di piazzarsi "dalla parte giusta della storia" - "uccidere" il progetto di legge sponsorizzato dal presidente. Il Gop ha ovviamente colto l'invito dell'editorialista, lanciando un'offensiva su larga scala e schierando quelli che attualmente sono i suoi esponenti di maggior spicco. Michael Steele, leader del Republican National Committee, ha deriso il progetto di Obama, definendolo "un esperimento sconsiderato" e "un rischio che il Paese non si può permettere", utilizzando il medesimo linguaggio con cui i Democratici commentarono i tentativi riformatori in materia sanitaria del presidente George W. Bush nel 2005. Cavalcando l'onda mediatica provocata dalla recente diminuzione di popolarità del presidente, il Senatore repubblicano del South Carolina Jim De Mint ha in questi giorni parlato di una possibile "Waterloo" per la Casa Bianca, nel caso la cosiddetta "Obamacare" dovesse affondare al Congresso. A complicare ulteriormente la situazione, l'intervento della Speaker of the House Nancy Pelosi, portavoce dell'ala liberal dei Democratici, la quale ha suggerito, per ovviare agli elevati costi previsti dal disegno di legge, di "tassare i milionari". Soluzione che ha ovviamente fatto urlare al "socialismo" i conservatori fiscali - su tutti il presentatore di Fox News Glenn Beck, che nel suo popolare show ha rassicurato gli spettatori affermando che "gli Usa non sono diventati l'Europa...almeno per il momento" - e che ha contribuito a rendere ancora più caotico e infuocato il dibattito a Washington, in quella che The Daily Beast ha definito, non a sproposito, "la guerra della Sanità", con buona pace del tanto promesso spirito bipartisan.

2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 157 del 22-07-2009

martedì, 21 luglio 2009

Si sgonfiano le accuse contro la Cia e Bush



La notizia relativa all'ormai celeberrimo piano segreto della Cia tenuto all'oscuro del Congresso per circa otto anni su volere dell'ex vicepresidente Dick Cheney, emersa nelle scorse settimane e inizialmente presentata dalla stampa internazionale come un potenziale scandalo in grado di mettere sotto processo la condotta dell'amministrazione Bush, è già sparita dalle prime pagine dei quotidiani americani. Quello che secondo alcuni - stampa italiana compresa - rappresentava un fattaccio addirittura più esplosivo del Watergate, con il passare dei giorni, si è progressivamente sgonfiato. Da una parte, in risposta a coloro - leggasi: esponenti democratici al Congresso - che mostravano indignazione per le rivelazioni, numerosi opinion leader ed esperti di sicurezza nazionale hanno ricordato che, nel post-11 settembre, anche i Democratici si erano mostrati favorevoli a covert-ops e azioni di intelligence contro Al Qaeda, ma soprattutto hanno evidenziato - come nel caso di Douglas MacKinnon, già ufficiale di Pentagono e Casa Bianca e addetto stampa dell'ex Senatore Bob Dole - che nella stessa definizione di "servizi segreti" è esplicito il riferimento alla segretezza, talvolta anche totale, per questioni di sicurezza nazionale. Dall'altra, l'emergere di maggiori particolari riguardanti il famigerato "progetto segreto" al quale sarebbe collegato Dick Cheney - che in questi giorni ha preferito mantenere un alquanto prudente silenzio, forse presagendo che l'interesse per la cosa sarebbe presto diminuito - hanno dimostrato che le dichiarazioni indignate di parti della maggioranza, che invocavano commissioni di indagine ad hoc, erano un tantino sproporzionate. Sull'argomento è intervenuto anche l'autorevole Robert Baer, ex agente della Cia in Medio Oriente e autore del best seller "La disfatta della Cia", atto di accusa contro la riforma "politically correct" dei servizi Usa ordinata negli anni '90 dall'allora presidente Bill Clinton. Con un editoriale apparso su Time nei giorni scorsi, Baer ha voluto mettere a tacere chi intravedeva nella fuga di notizie una potenziale bomba mediatica capace di mettere sotto accusa l'intera Central Intelligence Agency e, con essa, l'amministrazione Bush. La notizia del piano, secondo l'autore, "suona allarmante", tuttavia, "come molte di queste storie, dietro c'è molto meno di quanto si possa immaginare". Come infatti rivelato la settimana seguente alle prime dichiarazioni del direttore della Cia Leon Panetta, il "piano segreto" non è mai stato operativo. Da parte dell'unità segreta, nessun assassinio o rapimento. "Un ex ufficiale Cia coinvolto nel programma mi ha confidato", ha scritto Baer, "che nessun obiettivo era stato scelto, nessuna arma ordinata e nessun individuo inviato oltreoceano per portare materiale. 'Era poco più di una presentazione in PowerPoint', ha affermato. 'Perché dovremmo riferire al Congresso?'". Tanto rumore per nulla, insomma, causato probabilmente dalla presenza della parola "assassinio" nelal definizione. In realtà, un progetto sulla carta, senza alcuna attuazione pratica. Le cui conseguenze, però, non sono da sottovalutare. Il primo risultato prodotto è stata infatti una storia ingigantita dai media e da una parte politica, che potrebbe portare a una investigazione a tutto campo della CIA. La quale, secondo Baer, potrebbe rappresentare "l'ultimo chiodo nella bara dell'agenzia". Per soli interessi politici, un contraccolpo letale sui servizi segreti: questo, più che la presentazione in PowerPoint, dovrebbe essere il piano segreto del quale preoccuparsi.

2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 156 del 21-07-2009

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sabato, 18 luglio 2009

I Presidenti Usa e il primo lancio nel baseball

Si chiama “ceremonial first pitch” (“primo lancio cerimoniale”), oppure, più semplicemente “first pitch”. È una tradizione americana, vecchia di quasi cento anni, lungi dall’interrompersi, che riesce sempre a conquistare le prime pagine delle testate sportive.

Specialmente in un’estate priva di giochi olimpici, campionati mondiali o europei o altre competizioni di straordinario rilievo – affermazione che, si prevede, scatenerà una reazione di mail infuocate relative a eventi sottovalutati quali la royal rumble della palla prigioniera o le finali distrettuali di pétanque. Specialmente se i principali campionati professionistici sono a riposo (NBA, NFL, NHL) o distanti dalle fasi salienti della stagione (MLB), e le uniche notizie sportive che emergono sono quelle – pratica diffusa anche oltreoceano – riguardanti il mercato. Specialmente se ad eseguire il primo lancio non è un individuo qualunque, ma il leader del mondo libero, ovvero il Presidente degli Stati Uniti d’America.

GO!- Il “first pitch” è un apprezzato rituale del passatempo americano per eccellenza, ovvero il baseball, nel quale un ospite di un certo rilievo – sia esso un politico, una star del cinema o della musica, o comunque qualcuno di molto conosciuto – lancia una palla per sancire la fine del riscaldamento pre-partita, dando così inizio alla gara. Mentre inizialmente la procedura prevedeva un lancio dagli spalti a un ricevitore della squadra di casa, con il tempo i lanciatori di eccezione hanno preso l’abitudine di entrare in campo, per la precisione sul monte di lancio, per meglio indirizzare così la pallina a un giocatore della formazione di casa. Il più delle volte, in quanto eseguiti da personalità non addette al mestiere – si pensi a Mariah Carey, autrice a Tokyo di una delle performance più indimenticabili, in negativo, della storia: controllare su YouTube per credere – trattasi di lanci deboli e alquanto deludenti, spesso neppure in grado di raggiungere la casa base.

NON SOLO I PRESIDENTI - Pur trattandosi di una consolidata tradizione a stelle e strisce, il primo ad aver mai eseguito un “primo lancio cerimoniale” nella storia dell’uomo pare essere stato il primo ministro giapponese Okuma Shigenobu, nel lontano 1908, in un incontro svoltosi a Koshien, distretto della città di Nishinomiya, prefettura di Hyogo, in Giappone. L’usanza arrivò negli Stati Uniti due anni dopo, con William Howard Taft, il più alto e pesante presidente americano, lanciò nell’anno 1910 presso il Griffith Stadium di Washington, D.C., nella gara di apertura degli Washington Senators (formazione trasferitasi nel 1961 in quel di Minneapolis e da quell’anno conosciuta come Minnesota Twins). I lanci presidenziali fanno storia a sé, in questo genere di cerimonia: da Taft a oggi, ogni inquilino della Casa Bianca, Democratico o Repubblicano, amato o odiato, isolazionista o interventista, al primo o al secondo mandato, ha lanciato almeno un “first pitch”, dall’All-Star Game alle World Series, ogni volta con notevole enfasi da parte della stampa americana. Vi furono volte in cui, in occasione di grandi eventi internazionali, a fare le veci del comandante in capo dovette intervenire qualcun altro. Nel 1912, per esempio, il già citato Taft non poté recarsi allo stadio della capitale a causa della morte di un suo caro amico nonché stretto collaboratore, il maggiore Archibald Butt, nella tragedia del Titanic. Due anni dopo, a lanciare fu lo Speaker of the House Champ Clark, in sostituzione di Woodrow Wilson, alle prese con l’occupazione americana del porto messicano di Veracruz. Non fu l’unica volta che il democratico Wilson, autore dei celeberrimi “14 punti”, dovette dare forfait: nel 1917 e nel 1918, a causa della Prima Guerra Mondiale – evento che non portò tuttavia né alla interruzione del campionato, né dell’usanza del “first pitch” – a lanciare furono prima il vice presidente Thomas Marshall, quindi il commissioner del Distretto di Columbia; l’anno successivo, il primo lancio avvenne in occasione della Conferenza di Pace di Parigi, e fu la volta di un generale, Peyton C. March.

LA PASSIONE DI ROOSEVELT - L’infarto del 1919 non permise a Wilson di lanciare neppure nel 1920, sostituito nuovamente dal suo vice, mentre l’anno seguente fu la volta del repubblicano Warren Harding. Il quale non solo detiene il primato di essere il primo presidente eletto con il suffragio allargato alle donne, ma anche quello di essere stato il primo presidente a non “portare fortuna” agli Washington Senators, nel 1921 sconfitti in casa 3-6. Harding fu presente in ogni occasione, lanciando anche nella gara di apertura di un’altra squadra, ovvero i New York Yankees, nel 1923. Dal 1924 al 28, Calvin Coolidge, che saltò solo un anno per la morte di suo padre, quindi Herbert Hoover, che dichiarò che “Vicino alla religione, il baseball ha avuto un impatto sulla vita americana più grande di ogni altra istituzione”. Dal 1933, l’inquilino del 1600 di Pennsylvania Avenue rispondeva al nome di Franklin Delano Roosevelt, sempre presente fino al ‘38, assente nel ‘39 perché invitato a una riunione di famiglia, fu autore nel 1940 di un lancio davvero storico: con la pallina, FDR colpì infatti una macchina fotografica del quotidiano Washington Post. Nonostante i mancati “first pitch” dal ‘42 al ‘45, dovuti alla Seconda Guerra Mondiale – periodo nel quale scrisse al commissioner del baseball per fortemente raccomandargli di non interrompere i campionati, utilizzando ex giocatori al posto di quelli convocati al fronte – Roosevelt rimane il presidente che più di ogni altro ha praticato questo rituale. È tuttora ricordato come una figura centrale per l’avvio della Major League Baseball, nonché come un grande appassionato di questo sport: recarsi alle partite, per lui, era molto più che un semplice espediente per ottenere consensi, tant’è che Baseball Magazine una volta scrisse che “Roosevelt si diverte a una partita di baseball come un bambino la mattina di Natale”.

Il suo successore Harry Truman, assente nel 1945 causa fine del conflitto mondiale, oltre che primo – e finora unico – presidente a lanciare una bomba atomica, fu anche il primo lanciatore mancino: per lui, presenze costanti in ogni suo anno di presidenza, compresa l’edizione del 1950, quando fu protagonista di due lanci, uno con la mano sinistra, uno con la destra. Il generale Dwight Eisenhower fu fortunato: saltò il suo primo “opening day” per giocare a golf, ma le pessime condizioni atmosferiche costrinsero gli organizzatori a rinviare la gara di baseball, permettendogli così di poter effettuare il “first pitch”. Pare che, per sua stessa ammissione, non essere stato selezionato per la formazione di baseball all’accademia di West Point fu per Ike “una delle più grandi delusioni della vita”. Il notevole lancio – una “split-finger fastball”, per gli addetti ai lavori – mostrato nel 1953 dimostrò all’America che i selezionatori dell’accademia avevano commesso un errore a escluderlo. Seguirono John Fitzgerald Kennedy – autore del primo lancio nel nuovo stadio della squadra di Washington, il D.C. Stadium – e Lyndon B. Johnson, che saltò nel 1966 (se ne ignorano i motivi) e nel 1968 per l’assassinio di Martin Luther King. Il controverso Richard Nixon apparì poche volte in occasione dell’apertura della stagione: nel 1969, all’apertura della American League. L’anno dopo arrivò in ritardo, solo al quinto inning, e fu sostituito da David Eisenhower, nipote del generale, nonché suo genero; l’anno dopo, altra assenza, colmata questa volta da un ex prigioniero di guerra. Nel 1973, Nixon fece ancora un lancio, il primo al di fuori di Washington per un presidente nell’opening day: avvenne infatti ad Anaheim, California, e fu una delle sue ultime apparizioni pubbliche. Già l’anno dopo, causa scandalo Watergate e conseguenti dimissioni, sul campo scese Gerald Ford, forse il miglior atleta ad essere mai passato dalla Casa Bianca.

LE CURVE DI CLINTON - Jimmy Carter, per molti ininfluente tanto in ufficio quanto sul campo, non fu protagonista di lanci memorabili: di lui si ricorda la passione per il softball, più che per il baseball, e il “first pitch” di gara 1 delle World Series del 1992 tra Atlanta Braves – sua squadra, in quanto georgiano doc – e Toronto Blue Jays. Di maggiore spessore, quasi a confermare in campo sportivo quanto avvenuto in quello politico, il sorridente Ronald Reagan. Il quale, nel 1988, suo ultimo anno in ufficio, non solo lanciò due volte anziché una, ma partecipò anche alla radiocronaca dell’incontro per un inning e mezzo. Fu quindi la volta di George H. W. Bush, o Bush primo, o Bush senior, o Bush 41: da giovane studente, presso la prestigiosa università di Yale, era capitano della squadra di baseball dell’ateneo. Prima base, mancino, giocò anche nelle prime due World Series collegiali – e riuscì persino a conoscere tale Babe Ruth, prima di un incontro. Primo presidente a lanciare in un opening day non sul territorio americano (bensì in Canada, nel 1990), non mancò mai un’occasione. E tornò a mostrare la potenza del suo lancio nel 2003, nel “ceremonial first pitch” tra Pittsburgh Pirates e Cincinnati Reds. Bill Clinton fu invece il primo comandante in capo a eseguire – a Baltimora nel 1993 – il gesto dal monte di lancio: “a giudicare dalla sua presa sulla palla, sembra che, come con le stagiste, anche per il baseball, Clinton amasse le curve”, ha scritto sarcasticamente The Daily Beast.

L’ERA BUSH - George W. Bush, o Bush secondo, o Bush junior, o Bush 43, merita un discorso a parte. In qualità di fanatico di baseball, oltre che di ex proprietario di franchigia (Texas Rangers, di cui fu general manager fino all’elezione a governatore del Texas), il suo legame con il passatempo nazionale era ed è di quelli speciali. Nel suo primo anno da presidente, al Miller Park di Milwaukee, il primo lancio fu affidato a Bud Selig, commissioner della MLB, cui seguì quello di “W”, autore del secondo. Egli fu anche il primo presidente dai tempi di Nixon a lanciare nuovamente, nel 2005, a Washington; nel 2007 arrivò a metà del primo inning, consentendo così anche al suo vice Dick Cheney il suo piccolo momento di gloria sportiva. Ma, per quanto concerne George W., a rimanere impresso nella memoria degli americani non è un ricordo legato a lanci di partite di apertura. “La sua apparizione presidenziale a Gara 3 delle World Series tra Arizona Diamondbacks e New York Yankees, solo sei settimane dopo l’11 settembre aiutò a rassicurare una città – e una nazione – sotto shock”, ha scritto The Daily Beast, “Dite quello che volete su George W. Bush, ma arrivò sul monte di lancio e lanciò uno strike perfetto”.

NO, I CAN’T - Infine, Obama. Si trovava al summit del G20 in Europa, il giorno di apertura della stagione di Major League Baseball, e il vice presidente Joe Biden prese il suo posto. Ha preferito partecipare alla cerimonia pasquale della “Easter Egg Roll”, piuttosto che presenziare all’opening day della formazione di Washington. Due mancanze di rispetto nei confronti del “national pastime” inaccettabili, che lo hanno ovviamente costretto a rimediare. Così, il presidente più cool della storia, è apparso in occasione dell’All-Star Game della MLB, consueto incontro – generalmente poco seguito – tra una selezione dell’American League (sempre vincente, dal 1997 a oggi) e una della National League, svoltosi quest’anno a Saint Louis, Missouri, il 14 luglio. Un lancio (mancino) attesissimo, caratterizzato da una copertura mediatica quasi ossessiva da parte della stampa americana. Le aspettative, tuttavia, sono state un po’ tradite: la performance di Obama – indossante una divisa dei Chicago White Sox, sua squadra – è stata peggiore del previsto, con un “first pitch” che a fatica ha raggiunto il catcher, solo grazie all’aiuto di Albert Pujols. “Ha a malapena raggiunto la base”, si legge su Sports Illustrated. “Era uno strike o era un ball?” ha titolato FOX Sports, come sempre pronti a fare le pulci all’avversario democratico, questa volta anche con un sondaggio ad hoc e ipotesi di complotto (la telecamera, secondo loro, avrebbe inquadrato solo il presidente, ignorando il lancio). A stupire alcuni, ed è il caso di Carol E. Lee di The Politico, è stato, più che la performance o gli applausi del pubblico, un “sorprendente numero di fischi”. O meglio, “boo”, come si dice oltreoceano, fenomeno inspiegabile date le percentuali oceaniche di consenso obamiano. Una prestazione tanto attesa, quanto deludente, che tuttavia ha permesso anche all’attuale presidente di iscriversi all’albo di lanciatori illustri di “first pitch”. Senza nessun secondo significato politico. Anche se, ha scritto provocatoriamente Tim Graham su NewsBusters, “Chiaramente non è stato un lancio come quello di George W. Bush alle World Series di New York del 2001”.

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mercoledì, 15 luglio 2009

Obama alle prese con la difficile sfida della riforma della sanità


Dopo una settimana dedicata alla diplomazia internazionale al di fuori dei confini degli Stati Uniti, con tappe in Russia, Italia e Ghana, ad attendere il presidente americano Barack Obama al rientro in patria è nuovamente la politica interna. Messe da parte le trattative con il presidente russo Medvedev sulla riduzione degli arsenali nucleari, i numerosi temi trattati al G8 svoltosi a L'Aquila e le promesse di rilancio dell'Africa, l'inquilino della Casa Bianca dovrà ora affrontare uno dei punti cardine del suo alquanto ambizioso programma, ovvero la riforma del sistema sanitario americano. Una sua promessa elettorale, la realizzazione della copertura sanitaria universale per tutti i cittadini, che si baserebbe sull'istituzione del National Health Insurance Exchange, sistema di mercato e scambio che includerebbe piani assicurativi privati e governativi come il Medicare. Un progetto grandioso che, se portato a termine, allargherebbe la copertura della sanità pubblica a tutti coloro che attualmente ne sono privi.

Per diventare effettiva, tuttavia, l'idea di Obama ha di fronte a sé un percorso irto di ostacoli e incertezze. La riforma del sistema sanitario, invocata a gran voce da ampie fasce dell'elettorato, e oggetto di promesse elettorali di ogni campagna presidenziale dai tempi di Theodore Roosevelt ad oggi, si è rivelata nel tempo una delle missioni di più difficile realizzazione nella storia contemporanea degli Stati Uniti. L'ultimo grande tentativo in tal direzione fu effettuato nel 1993 proprio da un membro dell'attuale amministrazione, il segretario di Stato Hillary Rodham Clinton. La quale, in veste di first lady dell'allora presidente Bill Clinton, si adoperò non poco per la messa in atto di una riforma che garantisse la copertura universale. Fortemente osteggiato da conservatori, libertari e dall'industria sanitaria, il progetto - battezzato «HillaryCare» dalla stampa americana - fu definitivamente accantonato nel 1994, anno in cui la «Republican Revolution» di Newt Gingrich consegnò la maggioranza del Congresso ai Repubblicani, rendendo di fatto impossibile l'approvazione con ampio margine di consenso della riforma firmata dalla first lady.

A distanza di circa quindici anni dal tentativo mancato dell'amministrazione Clinton, Barack Obama si trova di fronte, su questo campo, più di un'avversità. Oltre alla ovvia e comprensibile opposizione da parte dei Repubblicani, a preoccupare il presidente Usa sono le posizioni di una parte considerevole del suo stesso partito, ovvero i cosiddetti «Blue Dogs», esponenti democratici caratterizzati dalle posizioni moderate, centriste, conservatrici, preoccupati dagli eventuali costi di realizzazione. Ma a impensierire il presidente è anche il nervosismo di alcuni rappresentanti progressisti e liberal, timorosi che l'amministrazione si possa piegare troppo nei riguardi delle richieste dei conservatori, alla ricerca di una soluzione di compromesso. Contrasti e resistenze diffuse che rendono assai difficile, se non impossibile, l'approvazione dell'atteso progetto di legge entro agosto - mese in cui il Congresso chiude i battenti - come invece previsto e annunciato dalla Casa Bianca. Per mantenere l'impegno di riuscire a ottenere dal Congresso il via libera alla legge, infatti - dichiarano gli stessi sostenitori della riforma, con un malcelato pessimismo - il suo iter e tutti i lavori parlamentari delle prossime settimane dovrebbero procedere perfettamente, senza il minimo intoppo. Eventualità che, nel recente passato, non si è mai verificata.

Sebbene dalla Casa Bianca continuino a giungere affermazioni di ottimismo, alcune anonime voci di corridoio appartenenti a stretti collaboratori dell'amministrazione, riportate dal Washington Post, sembrano andare in senso contrario: «Penso che le notizie siano precise: le cose non stanno andando così bene come voluto, per numerose ragioni». L'eventuale - ormai probabile - rinvio a dopo agosto dei lavori avrebbe conseguenze non trascurabili sull'esistenza stessa della riforma e sulla possibilità che essa possa diventare realtà entro la fine dell'anno. Con l'avvicinarsi del 2010, anno in cui si svolgeranno le elezioni mid-term per il rinnovo del Congresso, sarà infatti alquanto improbabile che gli esponenti dei due partiti, in corsa per la rielezione, decidano di accollarsi forti decisioni politiche nel votare il progetto, con il rischio di inimicarsi parti considerevoli del proprio elettorato. E il passare del tempo, unitamente a crescenti malumori da parte dei già citati oppositori della riforma, potrebbe logorare in maniera irreparabile quello che attualmente è il piatto forte del menu di Barack Obama.

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martedì, 14 luglio 2009

Eric Holder e la crociata solitaria contro Bush



L’ipotesi di un’inchiesta ad hoc del governo americano per fare luce sull’operato della Cia in seguito all’11 settembre si fa sempre più probabile, e non è escluso che Eric Holder, ministro della giustizia di Obama, possa nominare a breve un procuratore speciale con l’esplicito obiettivo di investigare sui presunti casi di tortura eseguiti dai servizi segreti nell’ambito della guerra al terrorismo dell’era Bush. Le intenzioni di Holder sono note da tempo, fin da quando furono resi noti i celeberrimi “memo” della Cia riguardanti le tecniche di interrogatorio utilizzate nei confronti dei sospetti terroristi. Fino ad ora, tuttavia, Holder è stato frenato dalla ferma opposizione del presidente Barack Obama, che ha più volte affermato il proprio desiderio di “guardare avanti e non indietro”, ovvero non riaprire ferite passate e non inimicarsi una parte consistente dello scenario politico americano, cosa che non consentirebbe di realizzare la sua promessa di sanare le divisioni emerse negli otto anni di presidenza Bush. La posizione di Holder è stata però in questi giorni ravvivata dalle rivelazioni della stampa americana relative a un programma di controterrorismo portato avanti dai servizi segreti, del quale il Congresso sarebbe stato tenuto all’oscuro per otto anni su espresso volere dell’allora vicepresidente Dick Cheney. La notizia ha, come prevedibile, scosso notevolmente il mondo politico americano, scatenando un nuovo dibattito relativo alla possibilità di effettuare indagini sulle scelte della precedente amministrazione in materia di sicurezza nazionale e di lotta al terrorismo. Scelta assai caldeggiata da numerosi esponenti Democratici al Congresso, dal Senatore Dick Durbin (“whip” della maggioranza) a Dianne Feinstein, capo della commissione di intelligence del Senato, i quali stanno facendo sempre maggiore pressione sulla Casa Bianca perché cambi idea.
Su posizioni fortemente contrarie a tale eventualità, ovviamente, i Repubblicani, i quali invocano una maggiore cautela da parte della maggioranza, accusata di voler istituire un’inchiesta a proprio vantaggio politico. Il ministro della giustizia Holder – che, come rivelato da un articolo di Newsweek, avrebbe affermato che, a causa della sua storia professionale, “la nozione di compiere azioni sulla base di considerazioni politiche” andrebbe contro il suo Dna – sembra intenzionato a proseguire sulla propria strada, apparentemente ignorando le conseguenze politiche legate alla sua decisione. Mettere l’era Bush sotto la luce dei riflettori potrebbe rendere ancor più lontani i due partiti al Congresso e, di conseguenza, complicare notevolmente la vita al presidente Obama e alla sua ambiziosa agenda politica. Il GOP, da sempre tenace difensore della politica di sicurezza nazionale di George W. Bush – che ha garantito il non verificarsi di attentati sul suolo americano dopo l’11 settembre – potrebbe infatti allestire barricate e puntare sulla linea dell’intransigenza sui prossimi punti del programma di Obama, in primis la riforma della sanità. Inoltre, si aprirebbe un confronto all’interno della stessa amministrazione, tra coloro a favore di un’inchiesta, guidati da Holder, e i contrari, capeggiati dal capo dello staff Rahm Emanuel, il quale teme che la questione della sicurezza nazionale possa ritorcersi contro i Democratici. Ma Holder sembra intenzionato a non lasciarsi influenzare dai rischi politici: “Spero che qualunque decisione io prenda non abbia un impatto negativo sull’agenda del presidente”, ha affermato a Newsweek, “ma ciò non può essere parte della mia decisione”.

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Edizione 150 del 14-07-2009

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domenica, 12 luglio 2009

Il primo G8 di Obama

Come già accaduto in occasione di precedenti meeting internazionali, non ultimo il summit economico di Londra dello scorso aprile, il G8 tenutosi a L'Aquila si presentava come un test per la leadership del nuovo presidente americano Barack Obama. Il comandante in capo degli Stati Uniti, in ufficio da circa sei mesi e privo di esperienza in politica estera, aveva il compito di riaffermare il peso, il carisma e il ruolo di guida della potenza americana in campo internazionale e, più in particolare, nel trovare soluzioni in grado di garantire, attraverso uno sforzo condiviso da parte dei vari paesi, un pieno recupero dell'economia mondiale. Una sfida non semplice, alla quale però Obama, forte della grande popolarità di cui gode su scala globale, non si è voluto sottrarre.

L'inquilino della Casa Bianca si è recato in Italia dopo una visita in Russia, durante la quale ha incontrato il presidente Dmitrij Medvedev e il primo ministro Vladimir Putin - con i quali ha annunciato di aver posto le basi per un accordo sulla riduzione degli arsenali nucleari, pur rinviando la risoluzione della controversa questione del sistema di difesa missilistica da installare nell'est europeo.

Il G8 di Obama è iniziato all'insegna degli elogi rivolti all'Italia e al suo governo. Appena atterrato nel nostro paese, con i motori dell'Air Force One ancora caldi, il presidente Usa - nel corso di una conferenza stampa tenuta a Roma assieme al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - si è complimentato con il governo Berlusconi per la capacità mostrata nell'organizzare l'evento, smentendo così le voci, diffuse da alcuni organi di stampa (l'americano New York Times e l'inglese The Guardian, in particolare) nei giorni precedenti, relative a una presunta e non meglio precisata incapacità di gestire il meeting da parte dell'Italia. «Sui temi del G8 - clima, lotta alla povertà, crisi finanziaria, proliferazione nucleare - l'Italia ha dimostrato una forte leadership», ha dichiarato il leader americano.

Le parole di Obama, unitamente agli elogi rivolti al presidente Napolitano, sono servite a ribadire quanto già affermato nel corso dell'incontro avvenuto lo scorso giugno a Washington tra lui e il premier Silvio Berlusconi, nonché ad evidenziare, ancora una volta, il mai interrotto rapporto di amicizia e stima reciproca che lega l'Italia e gli Stati Uniti. Con un esplicito riconoscimento al lavoro del governo di centrodestra, si è sottolineato nuovamente l'ottimo legame tra il leader del mondo libero e Silvio Berlusconi, per nulla variato - anzi, per certi versi persino migliorato - rispetto agli anni di presidenza Bush. Un elemento che, come dichiarato dallo stesso Berlusconi, dimostra il fallimento dei suoi detrattori («Non avete raggiunto il risultato che volevate», ha affermato rivolgendosi ai giornali e ai giornalisti che lo avevano criticato) e rappresenta la prova palese che, a prescindere dall'identità dell'inquilino della Casa Bianca, l'Italia rimane un alleato fedele e insostituibile degli Stati Uniti.

Messe da parte le trattative russo-americane sulla riduzione degli arsenali nucleari, tema comunque menzionato nel corso della tre giorni de L'Aquila come parte di uno sforzo condiviso, le attenzioni di Obama e degli altri capi di Stato sono state rivolte innanzitutto, e non poteva essere altrimenti, alla popolazione dell'Abruzzo, colpita dal terremoto del 6 aprile scorso. Sia il presidente americano che la moglie Michelle, in visita tra le rovine, hanno preso seri impegni per contribuire alla ricostruzione, di pari passo con gli interventi degli altri paesi. Tra gli altri argomenti in scaletta al G8, ambiziosi progetti legati a minacce alla sicurezza e alla stabilità globale, quali crisi economica, lotta alla fame e alla povertà, cambiamenti climatici. L'amministrazione americana ha voluto premere l'acceleratore su quest'ultimo tema in particolare, giudicato «una delle sfide più significative della nostra epoca» dallo stesso Obama. Al termine di serrate trattative, le quali hanno evidenziato una spaccatura tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo (contrari a fissare numeri precisi per la riduzione delle emissioni), si è trovato un accordo di massima sul clima, affinché alla conferenza Onu di Copenaghen del prossimo dicembre venga indicato «un obiettivo globale di sostanziale riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2050».

In materia di povertà e crisi economica, è stato quindi riaffermato il desiderio di garantire una crescita sostenibile, attraverso una «economia mondiale aperta, sostenibile e giusta» che sia dotata, entro il 2010, di un »sistema di controllo totale e onnicomprensivo», al fine di monitorare i progressi e rafforzare l'efficacia delle azioni della comunità internazionale. Non sono mancate le divergenze di vedute tra i paesi presenti. Oltre alla già citata divisione sul fronte climatico - cosa che ha portato Obama a stare sulla difensiva e ad ammettere una certa negligenza americana sulla questione, negli anni precedenti - il gruppo delle otto potenze mondiali non si è espresso con fermezza nei riguardi dell'Iran, volutamente non ponendo alcuna data limite per il ritorno ai negoziati per fermare il suo programma nucleare. Una scelta che non ha quindi dato voce al noto desidero del presidente americano di richiedere un serio impegno da parte degli iraniani entro la fine dell'anno.

«Le questioni più grandi per il presidente Obama sono riscaldamento globale, crisi finanziaria e la fame mondiale», esordiva a inizio G8 il corrispondente di CBS News Bill Plante in collegamento da L'Aquila, «il problema più grande sarà convincere tutte queste nazioni a fare qualcosa, oltre che discuterne». Una prova, si direbbe, riuscita a metà. Se, da una parte, quanto deciso nel corso del meeting, specialmente riguardo al clima, sembra rappresentare un primo e importante passo verso una seria e condivisa politica di riduzione delle emissioni, dall'altra risulta evidente che, a causa delle posizioni contrarie di alcuni paesi, è risultato per Obama quasi impossibile fissare un'agenda con date sicure e, soprattutto, portare le altre nazioni a prendere impegni concreti sui temi oggetto di discussione. In attesa di verificare se le dichiarazioni di intenti emerse nel meeting troveranno, nei mesi e negli anni a venire, una effettiva realizzazione, il compito del presidente Usa di riaffermare la leadership americana è rinviato al prossimo incontro internazionale. Nel frattempo, tra promesse future e sfide riuscite a metà, il più evidente obiettivo raggiunto del G8 de L'Aquila, come riconosciuto da ogni capo di Stato, è stato porre la luce dei riflettori sulla straordinaria macchina organizzativa italiana e sull'ottimo lavoro condotto, in tal senso, dal governo Berlusconi.

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giovedì, 09 luglio 2009

La scommessa di Sarah Palin divide l'America


L’onda d’urto mediatico-politica conseguente all’annuncio improvviso delle dimissioni da governatrice dell’Alaska di Sarah Palin non si è ancora placata. L’ex candidata repubblicana alla vicepresidenza, con il suo gesto inaspettato – sebbene alcune fonti vicine al suo staff facessero girare voci in tal senso già da qualche giorno - ha infatti colto l’intero mondo politico americano di sorpresa, e la notizia, che i più definiscono utilizzando il termine “bombshell” (più o meno, “bomba mediatica”), non sembra voler abbandonare le prime pagine delle testate a stelle e strisce. A giudicare dallo spazio riservatole, sembra infatti che il popolo americano sia assai più interessato a conoscere i motivi che hanno portato la governatrice – che lascerà l’incarico a fine luglio – ad annunciare le proprie dimissioni, che non a seguire gli incontri internazionali del presidente Obama. Motivazioni che sono state da lei abilmente omesse nella conferenza stampa, al termine della quale non vi è stato spazio per alcuna domanda, cosa che ha contribuito ad alimentare le incertezze sulla decisione. La stampa, ovviamente, si è scatenata nell’azzardare le ipotesi più disparate, dal ritiro dalla vita politica all’emergere di un eventuale nuovo scandalo per i già martoriati Repubblicani, fino ad arrivare a quella che a molti sembra una delle spiegazioni più plausibili, ovvero l’intenzione di gestire meglio una futura corsa alla Casa Bianca, con l’avvicinarsi del 2012. Le modalità e la tempistica sono alquanto bizzarre: come ha notato l’editorialista Roger Simon su The Politico, ancora una volta Sarah Palin, decidendo di cogliere di sorpresa i media, di giocare al di fuori degli schemi e delle gerarchie di partito e di rivolgersi ad ampie porzioni di elettorato piuttosto che a ristrette élite, ha violato alcuni comandamenti della consuetudine politica americana.

Ciò nonostante, come ha notato il politologo Chris Cillizza del Washington Post, sussistono alcuni indizi che suggeriscono che la sua scelta abbia delle implicazioni relative alle presidenziali del 2012. Leggendo la nota – apparsa su Facebook – con la quale la governatrice ha attaccato i media per la copertura riservata al suo annuncio, contenente numerosi riferimenti allo stato di salute degli Usa, l’impressione è di trovarsi di fronte a un discorso che non sfigurerebbe se presentato in Iowa o New Hampshire, stati chiave per le primarie. Inoltre, non è casuale che il suo legale privato, Thomas Van Flein, abbia diffuso nei giorni scorsi una nota di quattro pagine volta a liberare il campo dalle voci che suggerivano eventuali “problemi etici” (leggasi scandali emergenti) quali vera causa delle dimissioni. “La Palin sta tentando di fare due cose contemporaneamente con questi annunci gemelli”, ha scritto Cillizza, “Il messaggio su Facebook è sulla strada positiva, chiarendo che ha progetti e visioni per il suo futuro e quello del paese. La lettera dell’avvocato ha un diverso obiettivo: chiarire ai suoi detrattori che non abbasserà la guardia di fronte a quelli che lei considera falsi attacchi. Il messaggio globale? Sarah Palin è qui per restare – che piaccia o meno”. Stando a un sondaggio Usa Today/Gallup, alla maggior parte degli elettori del Gop questo sembra andare a genio: due terzi dei Repubblicani vorrebbero infatti che la governatrice diventi “una figura politica principale sulla scena nazionale” nel prossimo futuro. La diretta interessata, tuttavia, preferisce optare per la prudenza: “Non so cosa il futuro abbia in serbo per me, non chiuderò nessuna porta”, ha dichiarato martedì alla Abc.

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Edizione 146 del 09-07-2009

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giovedì, 09 luglio 2009

Obama tende la mano a Medvedev


«Dalla Russia con amore». Il popolare blog The Huffington Post, di mai nascoste simpatie liberal, ha deciso di scomodare persino James Bond per descrivere la visita a Mosca di Barack Obama e celebrare entusiasticamente l'esito del suo incontro con il presidente russo Dmitrij A. Medvedev. Un meeting che ha preceduto l'arrivo dei due leader in Italia per l'imminente G8 e che rappresenta la prima tappa di un viaggio diplomatico che terrà l'inquilino della Casa Bianca lontano da Washington per circa una settimana - un tour che si concluderà in Ghana, con la sua prima visita ufficiale da presidente nel continente africano. Oggetto del colloquio con Medvedev, le difficili relazioni tra i due paesi, con particolare riguardo a delicati argomenti quali disarmo nucleare, Afghanistan, Iran e, non ultimo, la vexata quaestio del progetto relativo al sistema di difesa missilistico americano da installare in Repubblica Ceca e Polonia.

Obiettivo principale della missione di Obama in Russia: rendere concreto quanto promesso e annunciato nei suoi primissimi giorni di presidenza, ovvero migliorare notevolmente i rapporti tra Washington e Mosca, progressivamente deterioratisi negli ultimi anni di amministrazione Bush a causa delle tensioni legate al progetto americano di «scudo spaziale», quindi precipitate vertiginosamente la scorsa estate, in occasione dell'attacco russo alla Georgia. Il proposito, quindi, era di premere il tasto «reset» nelle relazioni tra le due potenze, come già auspicato dal segretario di Stato americano Hillary Clinton lo scorso marzo in un incontro con Sergei Lavrov, ministro degli Esteri di Medvedev. Un duro test per la diplomazia di Obama, gravata da un compito non semplice e alquanto ambizioso, complicato ulteriormente dalla storica diffidenza russa nei confronti dell'ex nemico a stelle e strisce, certificata da recenti sondaggi: secondo un'indagine condotta da WorldPublicOpinion, solo il 23% dei cittadini russi ritiene che Obama stia agendo bene in campo internazionale, il 55% dichiara di non fidarsi del suo operato, mentre solo il 15% pensa che gli Stati Uniti stiano esercitando un ruolo positivo nel mondo.

A dispetto di questi elementi, i due capi di Stato si sono presentati al meeting entrambi mossi dal desiderio di instaurare un dialogo amichevole tra i due paesi. Lo stesso Medvedev, in una recente intervista, aveva dichiarato che, sebbene le relazioni abbiano raggiunto i minimi storici dalla Guerra Fredda, non è ora «il momento per trovare chi sia nella posizione più difficile o chi è più forte», ma è ora di «unire gli sforzi». Una comunanza di intenti e di approccio che ha permesso di porre le basi per un importante accordo in tema di riduzione degli arsenali nucleari. Un patto preannunciato con una dichiarazione condivisa dai leader delle due potenze che detengono il 90% delle armi nucleari del mondo e che, se messo in atto, servirebbe a sostituire gli accordi START (Strategic Arms Reduction Treaty, in scadenza il prossimo dicembre) e porterebbe alla riduzione delle testate strategiche a 1500-1675 e i missili a 500-1000. Un primo documento, una dichiarazione d'intenti (o «un ragionevole compromesso», come definito dal presidente russo) che, nonostante alcune differenti opinioni riguardanti i numeri in dettaglio, rappresenta un primo passo verso la stabilizzazione dei rapporti tra i due paesi: «Il presidente Medvedev e io abbiamo convenuto che la relazione tra Russia e Stati Uniti abbia sofferto di un senso di deriva - ha dichiarato Obama, al fianco del leader russo -... Entrambi siamo impegnati a lasciare alle spalle il sospetto e la rivalità del passato».

Non solo smantellamento degli arsenali come oggetto della discussione, ma anche Afghanistan (con concessioni russe concernenti l'utilizzo degli spazi aerei alle forze americane e un impegno comune nell'affrontare la minaccia dei Talebani e il traffico di droga) e Iran (con la promessa di una valutazione condivisa per ogni eventuale minaccia proveniente dal regime). Ancora problematiche, invece, le trattative relative al programma di difesa missilistico da installare in Repubblica Ceca e Polonia. Un argomento «piuttosto difficile», come ammesso dallo stesso capo del Cremlino, che registra tuttora ampie divergenze di vedute tra i due paesi e che risente dell'ampio potere che ancora detiene l'ex presidente Vladimir Putin, impossibilitato a ripresentarsi alle elezioni per un terzo mandato, ma in carica nelle vesti di primo ministro.

Il segreto del successo in geopolitica, era solito affermare Bismarck, è stringere un buon trattato con la Russia. Pur probabilmente ignorando questo suggerimento fornito dalla storia, il presidente Obama ha puntato proprio sulla ricerca di un punto comune con il presidente Medvedev, venendo incontro ad alcune sue richieste, sperando di poter contare sul sostegno della Russia su alcune priorità americane in politica estera. Una sfida alquanto rischiosa che, secondo alcuni, potrebbe rivelarsi un errore. Per A. Wess Mitchell, co-fondatore del Center for European Policy Analysis di Washington, non bisogna trascurare la riluttanza russa a dare il proprio aiuto sui fronti afghani e iraniani («In Iran, la Russia trae doppio beneficio dal prolungamento dello status quo - ha scritto Mitchell -... Il suo principale rivale geopolitico rimane con le mani legate da Ahmadinejad e il suo principale rivale energetico rimane con le mani legate dalle sanzioni») e la scarsezza del suo eventuale contributo. Inoltre - è opinione di Mitchell - «per il Cremlino, l'enfasi di Washington sul "resettare" i rapporti appare come un'ammissione di colpa per vent'anni di "accerchiamento occidentale"». Un atteggiamento ricco di insidie, con aperture più retoriche che frutto di una precisa strategia, che potrebbe portare la Russia a comportarsi meno prevedibilmente e uscire rafforzata dal confronto. Ergo non risolvere la situazione e, forse, complicarla ulteriormente. «L'amministrazione Obama ha parlato di un "reset" delle relazioni russo-americane - ha scritto l'editorialista David Ignatius del Washington Post - ma un politologo russo scuote le spalle quando gli si parla di questo termine. "Cosa succede quando premi il tasto reset sul computer?", medita, "diventa scuro, e poi dopo qualche istante la stessa schermata torna nuovamente"».

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mercoledì, 08 luglio 2009

La tragica fine di un grande quarterback

La morte di Steve McNair, uno dei giocatori più importanti dell’ultimo decennio, ha sconvolto tifosi e appassionati di sport. E rischia di lasciare una macchia sulla sua immagine di padre di famiglia e idolo delle folle.

Sabato 4 luglio, mentre in tutti gli Stati Uniti si celebrava la Festa dell’Indipendenza, una notizia shockava ogni americano appassionato di sport e, in particolare, di football. Il trentasettenne Steve McNair, uno dei quarterback di maggior rilievo dell’ultimo decennio, ritiratosi da circa due anni, era stato trovato morto presso un abitazione di downtown Nashville, nel Tennessee. Due colpi di pistola alla testa, altri al torace. Al suo fianco, il corpo senza vita di una donna, la ventenne iranoamericana Sahel Kazemi, con una ferita da arma da fuoco alla testa. Secondo gli investigatori della polizia di Nashville, non c’è alcun dubbio: per quanto concerne McNair, si tratta di omicidio; sulla morte di Kazemi, invece, ancora nessuna certezza, sebbene le autorità abbiano dichiarato di non essere alla ricerca di alcun sospetto, elemento che ovviamente porta a pensare a un omicidio-suicidio, dato l’emergere di una relazione tra le due vittime (“Traete voi le vostre conclusioni”, ha affermato un reporter della ESPN in collegamento dalla scena del crimine, quasi a suggerire, novello Guglielmo di Ockham, che la spiegazione più semplice sia anche la più probabile).

I PRECEDENTI - Più che una storia sportiva, quasi una sceneggiatura da serie tv a sfondo poliziesco, un Crime Scene Investigation ambientato per l’occasione a Nashville per narrare l’episodio della morte di una star del football uccisa dall’amante. Non è la prima volta, che un giocatore della National Football League rimane vittima di un omicidio. Anzi, a conferma del tragico e macabro trend che recentemente ha contraddistinto la lega professionistica di football americano, si tratta della terza morte per omicidio negli ultimi due-tre anni, dopo Darrent Williams, cornerback dei Denver Broncos ucciso la mattina del giorno di Capodanno del 2007 a bordo di una limousine con un colpo di pistola sparato da un membro di una gang, e Sean Taylor, free safety dei Washington Redskins, morto dissanguato nel novembre 2007, colpito a morte a una gamba da uno sconosciuto intruso nella sua casa di Palmetto Bay, in Florida. Senza contare il caso di Richard Collier, offensive tackle dei Jacksonville Jaguars, rimasto paralizzato e privo di una gamba per una sparatoria (quattordici colpi di pistola, per lui) avvenuta nel 2008. Un agghiacciante bilancio delle vittime che non ha eguali nelle altre discipline sportive americane, uno sfortunato primato per la NFL.

LE PRIME ESPERIENZE – Steve LaTreal McNair era nato il giorno di San Valentino del 1973 a Mount Olive, minuscolo paesino (non più di mille abitanti) della contea di Covington, nel Mississippi. In quella cittadina, sede della Mount Olive High School, iniziò a mostrare una notevole predisposizione per le discipline sportive: non solo football, ma anche pallacanestro, baseball e atletica leggera. Nel suo anno da junior – ovvero il terzo della scuola superiore americana, che si frequenta all’età di 16 e 17 anni – portò la squadra della sua high school ai campionati statali. Giocando, oltre che da quarterback, anche da free safety, terminando con quindici palloni intercettati nel solo 1990. Guadagnatosi le attenzioni statali grazie alle prestazioni personali e della sua squadra, finì immediatamente sotto stretta osservazione da parte di talent scout e riviste specializzate. E, alcuni anni prima di diventare una celebrità del football, fu persino scelto da una squadra della Major League Baseball, i Seattle Mariners, che lo selezionarono al 35esimo round del draft amatoriale del 1991.

L’UNIVERSITA’ - Anziché rispondere alla chiamata della squadra della città della pioggia, McNair preferì iscriversi alla Alcorn State University di Lorman, Mississippi, fondata nel 1871 come prima scuola statale per gli studenti afro-americani. Nella formazione scolastica, gli Alcorn State Braves, in competizione nella NCAA, Division I-AA, mostrò fin da subito il suo grande talento: nel 1992, lanciò per un totale di 3.541 yard e 29 touchdown, segnandone altri dieci personalmente. Con lui, i Braves terminarono la stagione con un record di sette vittorie – una delle quali, contro i rivali dei Grambling Tigers, raggiunta grazie a un’impresa eroica dello stesso McNair, autore della meta vincente nonostante un infortunio alla gamba – e quattro sconfitte. Ancora meglio nel 1993, con 8 doppie vu e sole tre partite perse, e McNair a quota 3 mila yard e 30 touchdown, nominato per il primo team “All-SWAC”, selezione dei migliori giocatori della divisione, per il terzo anno consecutivo. Niente in confronto al terzo anno universitario, in cui la giovane stella quasi raggiunse la soglia delle 6 mila yard tra passaggi e corsa, accompagnati da 53 realizzazioni, cosa che gli permise di infrangere numerosi record, di essere selezionato come “All-American”, di vincere il “Walter Payton Award” come miglior giocatore della sezione I-AA e finire terzo nella corsa al prestigioso Heisman Trophy. Con oltre 16.283 yard offensive, 14.496 delle quali su passaggio, McNair stabilì un record – tuttora imbattuto – per la Football Championship Series.

I SUCCESSI DA PROFESSIONISTA - Un talento di questo calibro non poteva restare inosservato, e la chiamata per il campionato dei professionisti non tardò ad arrivare. Houston Oilers, terza scelta assoluta del 1995, contratto da sette anni. Una prima stagione caratterizzata dal non gioco e da lunghe permanenze in panchina: per mettere piede in campo, McNair dovette attendere i minuti finali di una partita di novembre, con altre fugaci apparizioni in sostituzione del titolare Chris Chandler. Dopo un altro anno da riserva, il 1997 fu la prima stagione da titolare degli Oilers: 8 vittorie, 8 sconfitte, 2.665 yard di passaggio per lui – il meglio dai tempi di Warren Moon – e solo 13 intercetti, minimo storico per la franchigia. Gli anni successivi, 1998 e 1999, gli Oilers cambiarono sede (da Houston a Nashville) e nome (da Houston Oilers a Tennessee Titans), ma non quarterback: per McNair, altre due stagioni in crescita, prima con un miglioramento delle statistiche personali, quindi con la conquista, da parte della squadra, del secondo posto della AFC Central e l’accesso ai playoff. La fase eliminatoria fu, per Houston, a dir poco memorabile, iniziata con la vittoria a sorpresa nella partita di Wild Card contro i Buffalo Bills (un’impresa poi nominata “Music City Miracle”) e terminata con l’accesso al Super Bowl XXXIV. Dove, contro i rivali Rams, fallirono l’impresa di vincere il titolo solo all’ultima giocata, quando Kevin Dyson non riuscì a concretizzare un passaggio del buon McNair. Il quale, arrivato a un soffio dall’essere il primo quarterback afroamericano a vincere un Super Bowl (cosa mai successa finora, pura casualità che però alimenta molti pregiudizi razziali), si consolò con il rinnovo del contratto, sei anni per 47 milioni di dollari. Seguì il suo migliore anno da professionista, con le cifre più alte in più o meno ogni voce statistica – cosa che portò alla convocazione per il Pro Bowl, nel quale però non riuscì a giocare a causa di un malanno alla spalla – ma con una deludente sconfitta ai playoff contro i Baltimore Ravens. Tennessee riuscì a raggiungere la offseason ancora nel 2002, corsa terminata con una sconfitta contro gli Oakland Raiders nell’AFC Championship, cui seguirono alcuni guai con la legge per McNair, arrestato per guida in stato di ebbrezza e possesso illegale di arma da fuoco, accuse poi comunque ritirate. Nel 2003, un’altra stagione positiva, un altro accesso alla fase finale (eliminazione contro i New England Patriots) e, per lui, la prestigiosa onorificenza di MVP della lega, premio condiviso con il quarterback degli Indianapolis Colts Peyton Manning.

GLI ULTIMI ANNI - Dopo un paio di stagioni caratterizzate da infortuni, nel 2006 Steve decise di cambiare aria e firmò un contratto con i Baltimore Ravens, dove si trasferì in cambio di una scelta al quarto giro nel draft del 2007. Titolare in ogni gara della nuova squadra nel 2006, lanciò il più lungo passaggio touchdown nella storia dei Ravens (89 yards), e contribuì in maniera determinante a raggiungere il record di 13 vittorie e 3 sconfitte, AFC North Championship, con corsa ai playoff interrotta dai Colts. Per lui, nel maggio di quell’anno, un altro arresto, ancora per guida in stato di ebbrezza, sebbene alla guida dell’auto non fosse lui, ma suo cognato (stranezze legislative del Tennessee). Nel 2007, poche apparizioni, numerose assenze per guai fisici e prestazioni al di sotto delle aspettative furono i primi segnali di una carriera agli sgoccioli: nell’aprile del 2008, dopo tredici anni di onorato servizio nella National Football League, McNair annunciò il suo ritiro dall’attività.

UN IDOLO IMPERFETTO - Una carriera impeccabile, fatta di grandi traguardi raggiunti sul campo e di una straordinaria professionalità. Una serietà dentro e fuori dal terreno di gioco, che rende ancor più sconvolgente la notizia della sua uccisione, soprattutto tenendo conto dei particolari che, giorno dopo giorno, emergono dalle indagini. McNair era – e tuttora è – un idolo delle folle del Tennessee, amato dai tifosi dei Titans, un campione sportivo dalla notevole resistenza fisica e determinazione. “Il suo lascito un tempo impeccabile sta cambiando in sesso, sangue e morte” ha titolato l’editorialista sportivo Jay Mariotti su FanHouse.com, un particolare riferimento alla sua immagine di amorevole padre di famiglia macchiata dalla relazione extraconiugale con la ventenne irano-americana. Ma c’è chi non si lascia condizionare dai fatti privati della vita personale di McNair – che, apparentemente, sarebbero stati la causa scatenante del fattaccio – e chi preferisce ricordarlo come “uno di loro”. È il caso di David Climer, giornalista del Tennessean, periodico dello stato che ospita Memphis. “Uno di noi. È così che ricorderemo Steve McNair. Sì, era un quarterback star della NFL, ma era anche una persona come tutte le altre che chiamava ‘casa’ Nashville”, ha scritto Climer, “è questo che rende tutta questa storia così triste. Aldilà delle circostanze, si tratta di una profonda perdita per la nostra comunità”. E, con essa, per tutto il mondo sportivo americano. Sarebbe infatti una profonda ingiustizia se McNair fosse ricordato solo in quanto uomo sposato con una relazione extraconiugale con una donna di vent’anni più giovane: “un difetto non definisce una persona, e questo non dovrebbe eliminare tutto il buon lavoro che McNair ha fatto e quello che la sua carriera NFL ha significato per l’avanzamento di altri quarterback neri” ha scritto Jemele Hill su ESPN.com, mentre il suo storico coach Jeff Fisher, colpito profondamente da quanto accaduto, ha dichiarato: “Lo Steve McNair che conoscevo vorrebbe che dicessi ‘Mi dispiace, non sono perfetto. Prendiamo tutti decisioni che talvolta non rappresentano i migliori interessi. Per favore, perdonatemi’. Lo Steve McNair che conoscevo vorrebbe che dicessi ‘Celebrate la mia vita per tutto ciò che ho fatto sul campo, per quello che ho fatto per la comunità, per il compagno di squadra che ero’. Questo è quello che lo Steve McNair che conoscevo vorrebbe che dicessi”.

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lunedì, 06 luglio 2009

60 senatori per Obama


Con una decisione unanime martedì 30 giugno la Corte Suprema dello Stato del Minnesota ha decretato la vittoria del democratico Al Franken nella corsa per il Senato statunitense, confermando quanto già precedentemente sancito da un tribunale minore. Un evento che, unitamente alla «concessione» del successo dell'avversario da parte del Repubblicano Norm Coleman, conclude una delle più lunghe e combattute battaglie politiche della storia recente a stelle e strisce. Una vicenda che, iniziata lo scorso 4 novembre, data in cui gli americani si recarono alle urne per eleggere il loro nuovo presidente e per rinnovare buona parte del Congresso, si è prolungata per oltre otto mesi, tra infiniti ricorsi e controricorsi, ventimila pagine di documenti legali, e milioni di dollari di spese elettorali. Un'aspra e lacerante contesa, provocata dalla manciata di voti che divideva i candidati al termine del primo scrutinio - con circa 3 milioni di elettori, Franken era sopra di soli 206 voti - che ha visto l'intervento diretto dei vertici dei rispettivi partiti, decisi a combattere fino all'ultimo sangue per non perdere un seggio al Senato dal significato cruciale, dato il ristretto margine che divide le due fazioni. A duecentotrentotto giorni di distanza dall'election day, con il Senato già in piena attività da mesi, un voto di cinque favorevoli e zero contrari da parte della Corte Suprema ha espresso parere contrario nei confronti del ricorso di Coleman, il quale lamentava l'esclusione di numerosi «absentee ballot» (voti a distanza), ufficializzando così il conteggio ufficiale, che regala la carica di senatore a Franken, vincente per 312 voti.

Alan Stuart «Al» Franken - poliedrico attore comico, autore satirico e televisivo, membro di spicco dello storico cast del celebre show «Saturday Night Live» e, solo recentemente, uomo politico - diventa così il sessantesimo democratico a sedersi al Senato. Il partito del presidente Obama ha quindi raggiunto, non senza sofferenze, e contando su due indipendenti, la soglia simbolica dei sessanta senatori. Quota sinonimo di una maggioranza potenzialmente in grado di rendere pressoché ininfluente l'opposizione, poiché a prova di «filibustering», pratica dell'ostruzionismo spesso utilizzata da parte della minoranza per bloccare, o quantomeno rallentare, i lavori al Congresso e i progetti di legge proposti dagli avversari. Sebbene Franken abbia fin da subito negato di considerarsi semplicemente il sessantesimo senatore dei Democratici («Non è come la vedo io: sarò il secondo senatore del Minnesota, ed è così che farò il mio lavoro», ha dichiarato ai media nei momenti seguenti alla conferma della sua elezione), la sua arcinota e mai nascosta simpatia liberal - dall'opposizione agli interventi militari in Vietnam e, più recentemente, in Iraq, alla richiesta di impeachment nei riguardi del presidente George W. Bush - rende alquanto prevedibile che il suo voto sarà, salvo improbabili sorprese, concorde con le proposte della Casa Bianca. «Nessuno afferma che andrà a Washington per rappresentare interessi di partito o per essere un voto leale per la Casa Bianca, e tutti enfatizzano il proprio desiderio di aiutare la comunità locale», ha scritto Matthew Yglesias su The Daily Beast, «Di ritorno nel mondo reale, comunque, più o meno tutti si aspettano che Franken sarà un Democratico dannatamente leale e un supporter della posizione dell'amministrazione Obama». E i Democratici del Senato hanno già reso noto di voler accogliere il loro nuovo componente al più presto, possibilmente nei giorni immediatamente successivi alla pausa per la festività del 4 di luglio, in modo da poter consegnare al partito un voto fondamentale in vista dei difficili dibattiti su temi quali cambiamenti climatici e riforma del sistema sanitario.

Ciò che tuttavia non rende automaticamente Franken il «sessantesimo voto» democratico al Senato - indirettamente confermando quanto affermato dal senatore neo-eletto, come fa notare lo stesso Yglesias - è invece la composizione della stessa maggioranza nella camera alta americana. Se da una parte è innegabile che "Con la loro supermaggioranza, l'era delle scuse e delle accuse è ora finita", come dichiarato dal Senatore repubblicano John Cornyn del Texas, dall'altra non è possibile trascurare l'incognita relativa alla possibilità che i Democratici possano contare su 60 senatori sempre presenti in aula. I veterani Robert C. Byrd del West Virginia e Edward M. "Ted" Kennedy del Massachusetts, il primo classe 1917, il secondo afflitto da gravi problemi di salute, sono spesso assenti dal Senato. Inoltre, particolare che probabilmente preoccupa ancor di più la maggioranza, è recentemente emerso un manipolo di Democratici moderati e conservatori (i celeberrimi "blue dogs"), in più di un'occasione disposti a prendere posizioni differenti da quelle del partito, indipendentemente dalle direttive della Casa Bianca. "Quando tutti i senatori democratici sono uniti contro tutti i senatori repubblicani su una particolare questione, la maggioranza di 60 voti significa che non c'è nulla che il GOP possa fare", ha scritto il politologo Jay Cost, "Comunque, considerando i moderati di entrambi gli schieramenti - Collins, Landrieu, Nelson, Snowe, Specter, etc. - penso che il numero di tali casi sarà relativamente ristretto". E lo spirito di ribellione, ovviamente, contraddistingue anche l'ala liberal del Partito Democratico, pronta a staccarsi dalla maggioranza su numerose questioni di rilevanza considerevole. A conti fatti, quindi, l'aggiunta dell'ultra-liberal Franken alla compagine democratica al Senato, pur rappresentando una vittoria importante, difficilmente cambierà gli equilibri politici del Congresso americano, ma contribuirà indubbiamente a spostare ulteriormente a sinistra il Senato.

2009 - RagionPolitica.it

sabato, 04 luglio 2009

"Per il presidente Barack Obama adesso viene la parte più difficile" / Intervista a Julian E. Zelizer, docente di Princeton


Julian E. Zelizer è docente di Storia e Affari Pubblici presso la prestigiosa università di Princeton. Autore di numerosi saggi politici – il suo prossimo libro, “Arsenal of Democracy: The Politics of National Security – From World War II to the War on Terrorism”, uscirà in autunno - firma di spicco di CNN, The Politico e The Huffington Post, è tra le figure più autorevoli in materia di storia politica statunitense, i cui contributi sono spesso pubblicati da Newsweek, New York Times, Washington Post, Los Angeles Times, Boston Globe e The American Prospect. Nei giorni scorsi, in un suo editoriale apparso sul sito della CNN e intitolato “È finita la luna di miele di Obama?”, il professor Zelizer evidenziava alcuni lati deboli del nuovo presidente americano emersi recentemente. In un'intervista esclusiva a L'Opinione, l'autore torna sull'argomento, spiegando come queste debolezze, se non affrontate, possano trasformarsi in seri problemi politici per Obama e la sua amministrazione.

Nel suo ultimo editoriale, si legge che, anche se il presidente Obama è ancora molto popolare, “alcune delle sue vulnerabilità politiche hanno iniziato ad emergere”. Tra queste, le tensioni tra sinistra e centro del Partito Democratico, il deficit e l'economia. È l'inizio di un periodo difficile per la Casa Bianca? Cosa può fare il presidente, per evitare che tali debolezze diventino difficoltà più rilevanti per la sua amministrazione?

Le tensioni ci sono e le sfide sono significative. Il deficit è un'area dove i sondaggi hanno mostrato che le politiche di Obama sono causa di preoccupazione nel pubblico. I rapporti tesi tra sinistra e centro ci sono stati fin dall'inizio. Con il deficit, il presidente deve spiegare agli Americani in che modo lo stimolo economico potrà ravvivare la crescita economica e portare più entrate al Tesoro. Egli ha anche il compito di mostrare come la riforma della sanità pubblica potrà produrre sostanziali tagli nel budget federale, in particolare con il Medicare. Il punto chiave è che l'espansiva agenda domestica e la riduzione del deficit non devono necessariamente essere in conflitto, e lui deve sostenere questa tesi.

È sua opinione che le tensioni tra ala sinistra e centro dei Democratici si intensificheranno nel prossimo futuro. Come potrà il presidente mantenere l'equilibrio tra le due fazioni? È possibile che una delle due parti – la base liberal, in particolare – possa rappresentare una preoccupazione per l'amministrazione persino più grande della stessa opposizione repubblicana?

Per i rapporti sinistra-centro, il compito è più arduo perché vi sono numerose aree – come gli interrogatori e l'Iraq – in cui non vi è una posizione intermedia. Egli dovrà convincere la sinistra che lui è la loro migliore scommessa e convincere i moderati che dovranno permettergli di rispondere a un elettorato che sarà cruciale nel 2012. Alla seconda domanda, rispondo affermativamente. Le tensioni interne a un partito possono essere debilitanti al pari delle tensioni tra partiti. Jimmy Carter subì un colpo enorme quando il Senatore Ted Kennedy guidò la protesta dei liberal Democrats contro le politiche centriste della sua amministrazione. Le tensioni indebolirono Carter nella sua capacità di affrontare Ronald Reagan e i Repubblicani conservatori.

A dispetto dell'ascesa dei succitati lati deboli della Casa Bianca, i Repubblicani sono in grande difficoltà. Un recente sondaggio Gallup/USA Today ha rivelato che la maggior parte degli elettori non sappia chi sia la voce più autorevole del GOP, un risultato che evidenzia l'assenza di un leader di partito. Con queste premesse, un ritorno di fiamma repubblicano nel 2010 e nel 2012 è davvero possibile? Può l'opposizione rappresentare una seria minaccia per l'ambizioso programma di Obama?

Sì, possono essere una minaccia. Innanzitutto, i sondaggi sull'opinione nazionale, specialmente riguardanti i leader di partito, ci dicono poco sulla prestazione che produrrà un partito nelle elezioni midterm. Se i Repubblicani riescono a ottenere risultati notevoli in tali elezioni, potranno causare immensi problemi per Obama, il quale ha già difficoltà nel fare approvare la sua legislazione al Senato. Inoltre, il “filibuster” al Senato e il suo uso frequente significano che il presidente avrà bisogno di 60 voti per l'approvazione di ognuno dei principali disegni di legge, invece che 50. Se i Repubblicani riusciranno anche solo a ottenere qualche piccola vittoria nelle elezioni di medio termine, sarà problematico per i Democratici. Infine, eventi imprevedibili potranno erodere la solidità di Obama e far sì che il GOP ne tragga guadagno, anche senza leader naturali.

Il Presidente è stato criticato per la sua posizione nei confronti della crisi iraniana. Negli ultimi giorni, sembra aver alzato i toni, condannando le violenze, ma mantenendo un approccio cauto. Qual è la Sua opinione riguardo alla risposta del presidente? La sua retorica dovrebbe essere più forte?

No. La lezione storica con l'Iran è che gli Stati Uniti possono solo peggiorare le cose interferendo in una situazione di questo genere. Questo è un problema ricorrente nei rapporti tra gli Usa e l'Iran. Non è chiaro cosa avrebbe provocato una più dura retorica, oltre che stimolare il sentimento anti-americano e fare il gioco della leadership esistente. Meglio lasciare che sia un problema per i capi di governo iraniani, piuttosto che dare loro qualcosa da utilizzare contro l'opposizione.

Molti esperti hanno notato numerosi punti in comune tra la politica di sicurezza nazionale di Obama e quella del suo predecessore. In alcuni casi – detenzione di sospetti terroristi, bombardamenti di droni in Pakistan, diritti per gli omosessuali - sembra che Obama abbia abbracciato le scelte di George W. Bush. Questo può significare che, a dispetto della retorica del “cambiamento”, la nuova amministrazione non sia così differente dalla precedente?

Ciò è verissimo. Al momento, il dato di fatto è che il presidente Obama abbia fatto poco nell'area della sicurezza nazionale, se non mantenere e persino rinforzare le politiche dell'amministrazione Bush. Oggi può cavarsela perché il pubblico è concentrato sull'economia e sull'audace sforzo presidenziale di far approvare la sua legislazione nelle aree di regolamentazione finanziaria, sanità e ambiente. Ma a un certo punto, le organizzazioni che hanno contribuito a portare Obama alla Casa Bianca, le cui preoccupazioni per la politica di sicurezza rimangono in cima alle loro priorità, inizieranno a diventare più rumorose e più critiche nei confronti di questi argomenti.

2009 - © L'Opinione delle Libertà

Edizione 141 del 04-07-2009

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Nato il 20 ottobre 1982. Simpatizzante neocon. Americanista convinto. Genoano. Collaboratore de L'Opinione, RagionPolitica, Giornalettismo, LibMag - contatti mail/msn: creezdogg @ hotmail.com

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