Creez Dogg In Tha Houze

The never ending battle for Truth, Justice and the American Way
giovedì, 30 aprile 2009

Barack Obama sent a friend request to Iran

A dir poco geniale. Ancora una volta, complimenti a Slate.
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martedì, 28 aprile 2009

Ciao, Dikembe

Un infortunio e finisce la carriera di uno dei più importanti (e buoni) rappresentanti del basket statunitense. E Congolese.

È la sera del 21 Aprile 2009. Gli Stati Uniti (e il resto del mondo con essi) si stanno preparando per celebrare l‘Earth Day, il giorno dopo. Al Rose Garden di Portland, Oregon, si stanno affrontando i padroni di casa, i giovani Trail Blazers, e gli Houston Rockets, ovvero quella squadra che nel recente passato è sempre riuscita a mancare gli appuntamenti importanti. I Playoff della National Basketball Association sono iniziati da qualche giorno, le sedici squadre riuscite ad accedere alla post-season si danno battaglia per raggiungere l’ambito traguardo finale, che per i più esperti rimane obiettivo accessibile esclusivamente alla ristretta cerchia delle tre-quattro formazioni favorite: tra esse, nonostante il buon gioco espresso in regular season, non figura alcuno dei due team in campo al Rose Garden, comunque protagonisti di una delle serie più incerte e appassionanti viste finora. 

THE END - È il primo quarto di gioco del secondo incontro, Portland scende in campo intenzionata a rimediare alla sconfitta di gara 1, galvanizzata dal supporto del proprio pubblico. Dopo circa dieci minuti di gioco, con Houston in vantaggio 22-18, l’allenatore degli ospiti Rick Adelman concede, come di consueto, qualche minuto di riposo al centro titolare Yao Ming. Entra il veterano Dikembe Mutombo, uno dei pivot di riserva più affidabili di tutta la lega, capace di garantire - nonostante la veneranda età di oltre quaranta primavere che lo rendono il più anziano cestista in attività - una difesa attenta e una invidiabile serietà professionale. La sua permanenza in campo non dura però oltre il minuto: nel tentativo di difendere il proprio canestro da un attacco del giovane e assai talentuoso centro Greg Oden, stellina dei Trail Blazers, Mutombo si scontra duramente contro l’avversario, cadendo a terra. Una caduta terribile, in seguito alla quale, per qualche istante, il giocatore dei Rockets rimane al suolo dolorante, in lacrime, prima di essere accompagnato fuori dal campo in barella: la diagnosi preliminare parla di distorsione al ginocchio sinistro. Per lui, è sinonimo di carriera giunta al capolinea, dopo quasi vent’anni di onorato servizio sui parquet del campionato dei professionisti della palla al cesto. “Per me, la pallacanestro è finita” dichiarerà nel dopopartita, aggiungendo che “nessuno avrebbe mai pensato che avrebbero portato fuori il tizio grande e grosso come se fosse un soldato ferito“. 

CHI ABBIAMO PERSO - Un finale di carriera forzato e accompagnato da un alone di tristezza, per un guerriero del calibro di Dikembe Mutombo, che a molti ha ricordato quello di Alonzo Mourning, altro grande combattente del parquet e suo ex compagno di squadra ai tempi del college. Nei giorni successivi all’infortunio, a Mutombo è tornato il buon umore che lo ha sempre contraddistinto: “Sono stato in modalità positiva negli ultimi due giorni, penso di aver pianto abbastanza quando ero per terra. Ho pianto nuovamente quando sono entrato negli spogliatoi e quando il dottore ha provato a parlarmi. La ragione per cui piangevo era perché pensavo ‘Non voglio andarmene così’. Ma è successo. Fa parte del gioco. Non sai cosa ti può capitare. Puoi porti un obiettivo su come andartene, ma qualche volta non va come pianificato. Penso di dover essere felice perché ho avuto un’esperienza meravigliosa per 18 anni. Sono solo uno dei soldati caduti che sono rimasti feriti in battaglia”. Sebbene il diretto interessato abbia superato l’angoscia per l’improvvisa interruzione di carriera, l’uscita di scena di Dikembe Mutombo rappresenta una grave perdita per gli Houston Rockets, che non possono più contare sul primo cambio del titolare Yao Ming, l’unico in grado di offrire minuti di qualità e di mettere in seria difficoltà i lunghi delle squadre avversarie, ma soprattutto una gravissima perdita per l’intera National Basketball Association, che non potrà più contare, almeno sul campo, su una delle figure che negli ultimi venti anni più hanno contribuito a migliorare continuamente l’immagine della lega. Un grande talento della pallacanestro, ma anche un comico nato, un intrattenitore, uno showman privo degli eccessi e delle volgarità mostrate da altre star sportive (”Dovunque vada, Dikembe Mutombo è la persona più rumorosa, più rauca, più alta e più sorridente. Riesce a riempire ogni spazio - con risate, storie, gomiti o qualsiasi altra cosa. Ovunque si trovi, la gente lo nota, parla con lui e interagisce con lui” ha scritto Henry Abbott della ESPN) e, non ultimo, un filantropo senza pari che, dopo aver realizzato il sogno americano, ha legato il suo nome a un infinito numero di opere di beneficenza.

UN CAMPIONE PER CASO - Dikembe Mutombo Mpolondo Mukamba Jean Jacque Wamutombo. Questo il suo nome per intero: una volta, un presentatore sportivo provò a stampare su una t-shirt tutti i nomi del giocatore, ma fu da quest’ultimo bonariamente rimproverato per essersene dimenticato uno, cosa che suscitò l’ilarità del pubblico. Nato a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, il 25 giugno del 1966 (sebbene la sua effettiva data di nascita rappresenti una questione assai dibattuta e mai del tutto risolta), dopo aver frequentato la scuola dell’Esercito della Salvezza, decise di sfruttare la borsa di studio offertagli dalla USAID (United States Agency for International Development, organizzazione umanitaria sponsorizzata dal governo americano) e si trasferì a Washington per studiare all’Università di Georgetown. Il basket non rientrava nei suoi progetti: Dikembe andava negli Usa per diventare medico, per perseguire il nobile obiettivo di tornare nel suo Paese di origine devastato dalle guerre civili e aiutare chi si trovava in difficoltà. John Thompson, storico coach dei Georgetown Hoyas, aveva tuttavia altri piani e, trovatosi di fronte a un giovane di 2 metri e 18 centimetri che quasi non spiccicava neppure una parola di inglese, sfruttò la ghiotta opportunità, reclutandolo per il proprio team. Ottimo pivot come per tradizione di Georgetown (università di Patrick Ewing, oltre che del già citato Alonzo Mourning), dal sicuro futuro tra i professionisti, Mutombo, pur trovandosi costretto a modificare i propri obiettivi, continuò a mantenere un vivo interesse al di fuori delle palestre e dei campi di gioco, lavorando da stagista estivo per il Congresso degli Stati Uniti e per la Banca Mondiale, conseguendo un “Bachelor of Arts” nel 1991 in lingue e diplomazia. 

PALMARèS - Lo stesso anno, fu quarta chiamata assoluta del Draft NBA, scelto dai Denver Nuggets. Fin dai primi mesi con la maglia dei Nuggets, si dimostrò uno dei migliori difensori e stoppatori di tutta la lega, guadagnando la convocazione per l’All Star Game già nella stagione da matricola. Il suo impatto sulla franchigia del Colorado fu notevole e, nel suo terzo anno di attività, fu protagonista di uno degli “upset” (vittoria a sorpresa della squadra sfavorita) della storia recente dello sport americano, eliminando al primo turno dei Playoff i favoriti Seattle SuperSonics. Grazie alle 31 stoppate effettuate nella serie dal congolese (all’epoca soprannominato “The Fear from Zaire”, “La Paura dallo Zaire”, nomignolo decaduto con il cambio di nome dello Stato africano), Denver divenne la prima squadra della storia a superare il primo turno dopo essersi qualificata in ottava posizione: la commovente immagine di Dikembe Mutombo intento a celebrare la vittoria sdraiato per terra e abbracciato al pallone entrò immediatamente nell’album dei ricordi di ogni seguace della pallacanestro a stelle e strisce, inserita di diritto dai vertici NBA nella selezione ufficiale dei “60 migliori momenti dei Playoff“. L’anno successivo, fu nominato Difensore dell’Anno, onorificenza conseguita altre due volte con la maglia degli Atlanta Hawks, formazione che lo ingaggiò nel 1995. In Georgia, grazie alla maggiore attenzione mediatica rispetto a quella delle Montagne Rocciose, la popolarità di Mutombo crebbe considerevolmente, trasformando in vero e proprio marchio di fabbrica il gesto in cui si esibiva dopo ogni tiro stoppato, l’agitare del dito indice verso l’avversario, sinonimo di “Not in my house” (cosa poi, con una decisione alquanto discutibile, proibita dalla lega in quanto considerata “provocazione” antisportiva, con la clausola di poter continuare a dire “no” con il dito, ma solo verso il pubblico). Per cinque anni titolare inamovibile degli Hawks, fu ceduto nel 2001 ai Philadelphia 76ers, dove vinse ancora una volta il premio di Difensore dell’Anno, contribuendo a portare la squadra, guidata da un funambolico Allen Iverson, alle Finali NBA (poi perse 4-1 contro i Lakers di Shaquille O’Neal e Kobe Bryant). Dopo un solo anno, i Sixers lo inviarono ai New Jersey Nets, dove giocò solo 24 partite in stagione regolare a causa di un infortunio: nemmeno il tempo di ambientarsi, che fu costretto ad attraversare l’Hudson River, approdando ai New York Knicks. Nella disastrata squadra della Grande Mela offrì i servigi per poco tempo, e il suo lungo girovagare si concluse con il trasferimento in Texas, dove avrebbe fatto da riserva al cinese Yao Ming negli Houston Rockets. In 18 anni sui campi della NBA, pur non avendo mai conquistato un anello di campione, Dikembe Mutombo è stato nominato 4 volte Defensive Player of the Year (1995, 1997, 1998, 2001), è stato convocato 8 volte per l’All Star Game, è stato inserito nell’All-Rookie First Team, 3 volte nei quintetti All-NBA, sei volte negli All-Defensive. Nel 2008, ha superato Kareem Abdul-Jabbar per stoppate totali in carriera, piazzandosi al secondo posto nella storia, dietro al solo Hakeem Olajuwon.

PER IL SOCIALE - Alle impressionanti statistiche che hanno illuminato la sua lunga carriera, Mutombo ha sempre affiancato una inesauribile dedizione per la beneficenza, l’impegno sociale e gli aiuti umanitari. Nel 1996, in occasione delle Olimpiadi di Atlanta, pagò personalmente le uniformi e tutte le spese della squadra femminile di basket dello Zaire. Nel 1997 fondò la Dikembe Mutombo Foundation, al fine di migliorare le condizioni di vita della popolazione del suo Paese. Ambasciatore delle Nazioni Unite, più volte al fianco di personalità quali Bono nella lotta alla povertà e all’AIDS, nel 1999 fu scelto tra i venti vincitori del prestigioso “President’s Service Award“, massima onorificenza statunitense per il volontariato, mentre nel 2001 la NBA gli conferì il suo “Humanitarian Award“. Nel 2004 prese parte al programma NBA “Basketball Without Borders“, per il quale alcuni cestisti si impegnarono in un tour umanitario in Africa. Nello stesso anno, partirono i lavori per la costruzione del suo sogno, un progetto iniziato dalla sua fondazione già nel 1997: a Kinshasa, sua città natale, fu eretto l’ospedale “Biamba Marie Mutombo”, una struttura da 29 milioni di dollari, così chiamata in onore di sua madre, capace di ospitare fino a 300 persone. Il più moderno ospedale costruito in quell’area negli ultimi quarant’anni, realizzato grazie alle offerte raccolte dalla fondazione, ma soprattutto grazie alle donazioni personali dello stesso Mutombo, circa 19 milioni di dollari provenienti dalle sue tasche. Nella settimana prima dell’infortunio, gli è stato consegnato il “J. Walter Kennedy Citizenship Award“, presentato annualmente dalla Professional Basketball Writers Association, per i traguardi raggiunti nel campo umanitario e per il suo continuo impegno che prevede interventi nel combattere la malaria. Dall’istituzione del premio (1975) a oggi, Mutombo è l’unico individuo ad averlo vinto due volte. Nel 2007, fu invitato da George W. Bush - il primo cittadino americano che, dati alla mano, più ha fatto per l’Africa - a presenziare al consueto discorso sullo Stato dell’Unione. E il comandante in capo lo salutò, nel corso dell’evento, con parole di apprezzamento per il suo operato, che ben sintetizzano la parabola dell’invidiabile carriera di uno straordinario uomo, atleta, filantropo: “Dikembe Mutombo crebbe in Africa, nel mezzo di grande povertà e malattia. Arrivò alla Georgetown University con una borsa di studio per studiare medicina - ma coach John Thompson diede un’occhiata a Dikembe e ebbe un’altra idea. Dikembe è diventato una star nella NBA, e un cittadino degli Stati Uniti. Ma non si è dimenticato mai la sua terra natale, o il compito di condividere le sue fortune con gli altri. Ha costruito un nuovo ospedale nella sua vecchia città. Un amico ha detto di questo uomo dal cuore grande: ‘Mutombo crede che Dio gli abbia dato l’opportunità di fare grandi cose’. E noi siamo orgogliosi di chiamare questo figlio del Congo un cittadino degli Stati Uniti d’America”.

2009 - © Giornalettismo


 

martedì, 28 aprile 2009

Gli Usa affrontano l'epidemia senza ministro della sanità

La “swine flu” (“influenza suina”), dilagata negli ultimi giorni in Nord America, irrompe con un impatto devastante nell'attualità Usa, con ovvie influenze anche sulla politica a stelle e strisce e sulla condotta della Casa Bianca, che ha da poco tagliato il traguardo dei primi cento giorni di governo. Con un briefing tenutosi nella giornata di domenica, funzionari dell'amministrazione Obama hanno dichiarato lo stato di “emergenza sanitaria”, al fine di indirizzare ogni risorsa per combattere i timori e l'eventuale diffondersi di panico con l'aumentare delle notizie riguardanti il virus (a oggi, sono 20 i casi riportati nel territorio statunitense). I toni e la terminologia utilizzata dal governo Usa fanno sembrare il tutto “più grave di quello che in realtà non sia”, come dichiarato da Janet Napolitano, Segretario di Stato per la Sicurezza Interna, ma trattasi di misure previste dalle procedure standard, già utilizzate nel corso della cerimonia di insediamento del nuovo presidente, cui far ricorso anche in caso di allagamenti o uragani. Per l'amministrazione Obama si tratta della prima emergenza a sfondo medico sul fronte interno, la quale - cosa che fa preoccupare molti americani e che entro breve sarà certamente sfruttata dagli oppositori politici – sarà affrontata con notevoli mancanze nella squadra di governo. Come noto, il comandante in capo non ha ancora a disposizione alcun Segretario per il Dipartimento della Sanità (si attende la conferma della designata Kathleen Sebelius, attuale governatrice del Kansas) dopo il forfait del fedelissimo Tom Daschle a causa di passati problemi con il fisco americano, né alcuno dei 19 membri previsti per i ruoli chiave del dicastero: mancano all'appello il “Surgeon General” e il capo dei centri per il controllo e la prevenzione delle malattie, mentre la persona da lui indicata per guidare la Food and Drugs Administration è ancora in attesa di conferma dal Senato. Assenze importanti, che secondo alcuni potrebbero rappresentare un problema nel confrontarsi con l'improvvisa esplosione dell'influenza suina. In mancanza di un team addetto alla gestione della sanità, la conferenza stampa di domenica, volta a rassicurare il popolo americano, è stata tenuta dalla già citata Napolitano, ex governatrice dell'Arizona, e da John Brennan, specialista dell'antiterrorismo e consulente per la sicurezza nazionale, ma non un esperto in materia di salute e di malattie suine. Il portavoce della Casa Bianca Robert Gibbs, fin da subito, ha voluto distogliere l'attenzione dai posti vacanti, sottolineando che essi non ostacoleranno la risposta di Obama, che sarà improntata sull'affrontare aggressivamente il problema al fine di rendere minimo l'impatto del virus sulla salute degli esseri umani. Lo stesso presidente, stando alle fonti ufficiali, è stato impegnato in multipli incontri dedicati all'influenza suina fin da venerdì, giorno in cui la notizia ha iniziato a diffondersi. Non è la prima volta che Obama si trova alle prese con una crisi senza poter contare su una squadra al completo, dopo aver dovuto prendere provvedimenti per rinvigorire l'economia americana in attesa della conferma del segretario del Tesoro Timothy Geithner. Secondo William Pierce, portavoce di Tommy Thompson, ministro della sanità di George W. Bush, la carenza di responsabili per la salute non sembra aver minato la risposta delle autorità, mentre l'emergenza potrebbe spingere il Senato a confermare ancor più velocemente la nomina della Sebelius.

2009 - © L'Opinione delle Libertà

Edizione 87 del 27-04-2009
sabato, 25 aprile 2009

Intelligent. Good. Socialist.



Secondo gli americani, Barack Obama, a circa 100 giorni dall'insediamento alla Casa Bianca, è soprattutto intelligente, buono...e socialista. Lo si legge su RCP.
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giovedì, 23 aprile 2009

Il ritiro di John Madden, voce del football

Commenta la finalissima e va via: dal ritiro a ritroso la storia dell’uomo che più di tutti, in questi anni, ha fatto compagnia agli americani

La sera dello scorso primo febbraio, i Pittsburgh Steelers battevano 27-23 gli Arizona Cardinals nella quarantatreesima edizione del Super Bowl della National Football League, una delle più emozionanti finali degli ultimi decenni, decisa a soli 35 secondi dal fischio finale con il touchdown del wide receiver Santonio Holmes (poi nominato MVP). Quell’incontro, alla luce di quanto avvenuto nei giorni scorsi, acquista ulteriore rilevanza e assume un altro significato: la finalissima tra Steelers e Cardinals è stata infatti l’ultima partita commentata da John Madden, il quale ha annunciato il proprio ritiro il 16 aprile. 

IL MITO VIVENTE - John Earl Madden è molto più di un semplice commentatore televisivo, o meglio di un “color commentator“, termine squisitamente americano per definire chi fa da spalla al telecronista (spesso ex atleti o allenatori che hanno modo di parlare - talvolta a sproposito, o per dire ovvietà - nelle interruzioni di gioco). John Madden è una leggenda vivente, al tempo stesso una delle personalità più influenti della NFL e membro onorario di ogni famiglia a stelle e strisce che, negli ultimi trent’anni, abbia santificato le proprie domeniche (ma anche qualche Giorno del Ringraziamento) guardando il football in televisione. Con il suo fisico imponente e il suo sorriso perennemente stampato sul volto, la sua è una delle figure più riconoscibili dello sport Usa, dentro e fuori dai confini degli Stati Uniti, divenuta un vero e proprio marchio nel senso letterale del termine, grazie a una arcinota serie di videogiochi sportivi della Electronic Arts che porta il suo nome. Per molti, insomma, John Madden è sinonimo di football americano. 

LA STORIA - Nato il 10 aprile 1936 in quel di Austin, Minnesota, quindi trasferitosi in giovane età a Daly City, California (sobborgo di San Francisco), Madden manifestò fin da subito la sua predisposizione per lo sport della palla ovale, mostrando tutto il proprio talento da giocatore della Jefferson High School, quindi alle università da lui frequentate, ovvero University of Oregon, College of San Mateo, ma soprattutto California Polytechnic State University di San Luis Obispo, California, per la quale si distinse giocando sia in difesa che in attacco, e con la quale vinse ogni tipo di onorificenza nel ruolo di offensive tackle. Le sue prestazioni furono ovviamente notate dagli scout della lega dei professionisti, nei quali approdò nell’anno 1958, scelto al 21esimo giro (numero 244 totale) dai Philadelphia Eagles. Il sogno di giocare nella NFL ebbe però brevissima durata, poiché un brutto infortunio al ginocchio, avvenuto nel corso del training camp prestagionale, mise fine alla sua carriera da giocatore, prima ancora di aver avuto la chance di scendere in campo con la divisa della nuova squadra. 

RIALZARSI - Nonostante lo sfortunato incidente di percorso, John non si arrese e decise di reinventare il proprio ruolo, sempre a stretto contatto con il football. Prima al Buffalo State College, quindi all’Allan Hancock College di Santa Maria, California, svolse la funzione di assistente allenatore e, dopo poco tempo, di primo allenatore. Nel 1963 fu assunto quale assistente alla difesa per la prestigiosa San Diego State University, dove rimase fino al 1966, contribuendo a trasformare la formazione universitaria in una delle migliori squadre di tutti gli Stati Uniti. Un lavoro eccellente, che lo portò a effettuare il grande salto nel 1967, quando firmò un contratto da preparatore dei linebacker per gli Oakland Raiders della NFL, team che, proprio quell’anno, riuscì a raggiungere il Super Bowl. In seguito alle dimissioni del coach John Rauch, che abbandonò Oakland per approdare ai Buffalo Bills, Madden fu nominato primo allenatore dei Raiders nel 1969. All’età di soli 32 anni, divenne il più giovane head coach nella storia della National Football League. Nonostante la scarsa esperienza, riuscì a mantenere la squadra ai piani alti delle classifiche, tuttavia perdendo, per cinque volte in sette anni, incontri decisivi per il titolo della American Football Conference, facendo guadagnare agli Oakland Raiders l’etichetta di franchigia non in grado di vincere le partite che contano. Etichetta che fu però spazzata via dal campo nel 1976, quando la squadra sbaragliò ogni avversario sul proprio cammino e raggiunse la finale del Super Bowl, nella quale sconfisse sonoramente (32-14) i Minnesota Vikings, regalando alla società il primo titolo della sua storia e a John Madden la massima onorificenza per un allenatore di football. Dopo la stagione del 1978, complice un’ulcera di difficile gestione, si ritirò dall’attività. A sole 42 primavere, fu il più giovane allenatore a raggiungere le 100 vittorie in stagione regolare, traguardo tagliato in meno di dieci anni. Nella storia della lega, Madden detiene tuttora la più alta percentuale di vittorie, playoff compresi: nessuno è mai stato in grado di fare meglio di lui. 

ULTIMO CAMBIO - Lasciata la panchina dei Raiders, Madden non si allontanò dall’amato football, dedicandosi al mestiere di commentatore televisivo, ruolo che lo ha trasformato in un “household name“, ovvero figura conosciuta da ogni americano. Un’attività durata trent’anni, nei quali - e anche questo è un record - ha lavorato per tutti i quattro maggiori network televisivi statunitensi. Prima alla CBS, poi a FOX Sports, quindi ABC, infine NBC. Un totale di 476 apparizioni televisive consecutive nel fine settimana, una striscia interrotta solo nel 2008, quando la sua famigerata paura di volare gli impedì di raggiungere Tampa, Florida, per la partita tra Buccaneers e Seattle Seahawks. Un trentennio di commenti sportivi nel quale è diventato una presenza insostituibile per ogni partita di cartello, nonché una guida in grado di raccontare in modo semplice e divertente il football anche ai meno esperti (“Per una donna che adora guardare il football, John Madden è stato l’equivalente di un dono del cielo” ha scritto la giornalista Elisabeth Meinecke, commentando il suo ritiro). Inventore di tormentoni e di espressioni ricorrenti (tra cui si annoverano “Boom!”, “Whap!”, “Bang!” e “Doink!”, da alcuni definiti “Maddenismi“), Madden è stato capace di creare uno stile del tutto unico, non a caso bollato dai suoi fan come “Maddentary” (fusione tra “Madden” e “Commentary“) che, unitamente alla sua grande competenza in materia e alla disarmante semplicità di espressione, lo ha portato a vincere l’invidiabile numero di 16 Emmy Award nella categoria dedicata alle personalità e agli “analyst” sportivi della televisione. 

ARRIVEDERCI, FOOTBALL, CIAO - Il suo ritiro lascia un vuoto enorme e, secondo alcuni, incolmabile nel panorama televisivo sportivo americano, ma anche nell’universo del football. A darne la notizia, Dick Ebersol in persona, presidente della NBC Sports, tra gli individui più importanti dell’etere a stelle e strisce, il quale lo ha definito “in assoluto il miglior commentatore sportivo mai vissuto” e che ha cercato, in extremis, di convincerlo a restare. La prossima stagione di National Football League, che avrà inizio il prossimo settembre, sarà la prima, da trent’anni a questa parte, a non essere commentata dalla inconfondibile voce dell’ormai 73enne John Madden. “Non sono stanco di alcunché”, ha dichiarato nei giorni successivi alla comunicazione del ritiro, “ma me ne vado”. Persino Roger Goodell, commissioner della NFL, ha ritenuto opportuno dedicargli un tributo: “C’è una cosa che ha messo d’accordo i fan del football per decenni: tutti quanti amano John Madden. Era un coach da Hall of Fame ancor prima di diventare una delle più celebrate personalità dello sport. Aveva un incredibile talento nel spiegare il gioco in un modo sobrio che lo rendeva comprensibile e divertente: il suo rispetto e la sua passione per il football spiccavano sempre. Era un grande fan, oltre che un coach e un commentatore di enorme talento”.

2009 - © Giornalettismo

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mercoledì, 22 aprile 2009

Dick Cheney, l'oppositore unico

Lo stato di catalessi politica in cui versa il Partito Repubblicano americano dallo scorso novembre, mese che ha visto la sfolgorante vittoria di Casa Bianca e Congresso da parte dei Democratici, permette all'attuale presidente di portare avanti la propria agenda pressoché indisturbato. L'assenza di una seria e decisa opposizione al suo programma consente a Obama di compiere scelte audaci anche in politica estera, siano esse le aperture nei confronti di nemici storici quali Iran o Cuba oppure la tanto amichevole quanto controversa stretta di mano al capo di Stato venezuelano Hugo Chavez, tuttora argomento di discussione negli States. E la vistosa assenza di leadership all'interno del Grand Old Party permette altresì a figure un tempo centrali nella politica americana di riemergere, come nel caso di Newt Gingrich, o di non scomparire affatto, come nel caso dell'ex vicepresidente Richard “Dick” Cheney. Quest'ultimo, sebbene non più al potere, è tuttora tra i più attivi critici dell'amministrazione Obama. A differenza di George W. Bush, che ha preferito rifugiarsi nel silenzio post-presidenziale, Cheney, da sempre raffigurato da media e oppositori come vera e propria “eminenza grigia” dell'amministrazione Bush e rappresentazione della malvagità adattata alla politica, approfitta di ogni occasione utile per attaccare l'attuale comandante in capo. In una recente intervista concessa a Sean Hannity di FOX News, l'ex vicepresidente ha espresso un giudizio altamente negativo sulla politica estera di Obama, già in passato accusato di aver reso l'America “meno sicura”, definendo “disturbante” il fatto che il nuovo presidente americano abbia voluto scusarsi per le passate azioni degli Stati Uniti: “Non penso che gli Usa abbiano molto di cui scusarsi”. Non mancando di bollare come “non di aiuto” la stretta di mano a Chavez (“penso che ponga gli standard sbagliati”), Cheney si è quindi scagliato contro la discussa decisione di Obama di rendere pubbliche le note del Dipartimento di Giustizia riguardanti il trattamento dei detenuti: “Non hanno reso noti i memo che mostrano il successo degli sforzi. Ci sono resoconti che mostrano in modo specifico quello che abbiamo conseguito come risultato di questa attività. Non sono stati declassificati. Ho chiesto formalmente la loro declassificazione”. Ma le parole di Cheney, seppur ragionevoli per molti, potrebbero avere ripercussioni negative sugli stessi Repubblicani: un sondaggio di marzo mostrava che solo 3 americani su 10 hanno un'opinione favorevole sull'ex vicepresidente, mentre il 63% lo percepisce negativamente. “È un volto del passato”, ha dichiarato anonimamente un consulente repubblicano al Washington Post, “Un volto sinonimo di conflitto e troppo polarizzante. Quindi, non un buon volto per il partito”. Un partito che tuttavia, in mancanza di un leader, non può permettersi di oscurarlo. “Nessuno è capace o disposto a dirgli di smetterla” ha scritto il politologo Chris Cillizza.

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Edizione 83 del 22-04-2009
martedì, 21 aprile 2009

Rick Perry risveglia le pulsioni secessioniste di alcuni texani

«Texas: come se fosse un altro Paese!». Così pronunciava uno slogan promozionale confezionato oltre venti anni or sono dall'ufficio del turismo del Texas, al fine di convincere quanti più americani (e non) a visitare lo Stato e le sue numerosissime attrazioni. Una frase ad effetto che si basava sulla storica unicità del cosiddetto «Lone State», il più grande Stato americano dopo l'Alaska e il più popoloso dopo la California, il solo a possedere il diritto - sancito dalla Costituzione del 1845, mai esercitato, ma tuttora valido - di potersi dividere in cinque Stati (ovvero altri quattro in aggiunta al Texas originale). Ma anche una frase che, negli ultimi giorni, sembra aver assunto un significato del tutto diverso, in seguito alle dichiarazioni del governatore dello Stato Rick Perry. Il quale, dopo aver appoggiato un progetto di legge basato sul 10mo emendamento che riaffermava la sovranità del Texas su tutte le materie la cui pertinenza non appartiene allo Stato federale, ha cavalcato l'onda dei «tea party», proteste spontanee di cittadini nei confronti del governo giudicato troppo invasivo, non escludendo l'ipotesi di una secessione dall'Unione come extrema ratio contro le disposizioni economiche volute da Barack Obama e dalla sua amministrazione democratica.

«Il Texas è un posto unico. Quando siamo entrati nell'Unione nel 1845, una delle condizioni era che avremmo potuto lasciarla, se avessimo deciso di farlo», ha dichiarato il repubblicano Perry, successore di George W. Bush (e suo vice nel biennio 1999-2000), nel corso di una delle tante manifestazioni anti-tasse, tenutasi a Austin. «La mia speranza è che l'America, e Washington in particolare, presti attenzione. Abbiamo una grande unione. Non c'è alcuna ragione per dissolverla. Ma se Washington continua a non prendere in considerazione il popolo americano, chissà cosa potrà succedere». Dichiarazioni provocatorie, con le quali il governatore, oltre a sottolineare una notevole avversione alle politiche economiche dell'amministrazione Obama,  è riuscito - pur mai pronunciando espressamente la parola «secessione» - ad accendere gli entusiasmi secessionisti di una porzione non trascurabile degli abitanti del Texas e, di conseguenza, a porre su di sé le luci dei riflettori dei media americani e internazionali. Dopo aver ripetuto più volte alle folle manifestanti di fronte al municipio di Austin che l'economia dello Stato da lui amministrato è in condizioni relativamente buone se paragonata agli altri Stati e al «disordine del budget federale», facendo proprie frasi di altri celebri texani («Il Texas ha ancora da imparare la sottomissione a qualsiasi oppressione», citazione del padre fondatore Sam Houston, è stata tra le più utilizzate in chiave anti-Washington), trasformatosi insomma in vero e proprio paladino della rivolta contro lo Stato centrale e difensore dei principi del federalismo, Perry è stato salutato da molti al grido di «Secessione!».

Immediata la reazione del mondo politico e mediatico americano, grazie alla notevole attenzione dedicata alla notizia da parte di blog conservatori e, in seguito, dai media internazionali. I primi a pronunciarsi in maniera assai critica sono stati ovviamente esponenti del partito rivale: «Parlare di secessione è un attacco al nostro Paese», ha affermato il democratico Jim Dunnam, deputato texano di Waco, «si tratta della frase più anti-americana possibile». Alcuni commentatori, come il giornalista Patrick McLeod, hanno invece preferito mettere in ridicolo le idee di Perry, confrontandole con le sue azioni negli ultimi mesi, caratterizzate da ripetute richieste di intervento da parte del governo federale, dagli aiuti per gli incendi allo stanziamento di più forze di polizia da schierare al confine. Con notevole stupore, il quotidiano Dallas News ha invece registrato che, su un campione di 500 texani intervistati, il 31% crede che lo Stato abbia il diritto di diventare indipendente, mentre un altro 18 per cento sostiene che, data l'opportunità, voterebbe in favore della secessione.

Argomentazioni che da lungo tempo fanno parte della mitologia popolare che, unitamente allo spirito indipendentista di parte minoritaria della popolazione texana, racconta che lo Stato, in qualità di ex repubblica indipendente (dal 1836 al 1845), abbia l'opzione di separarsi dagli Stati Uniti. Tesi ripetutamente confutata da storici e docenti di legge, i quali affermano che non vi sia alcun elemento, dalla Guerra Civile a oggi, in grado di porre le basi legali per una secessione del Texas. Realtà di cui il governatore Rick Perry è molto probabilmente a conoscenza e che rende possibile, come già fatto da alcuni osservatori più disincantati, inserire le sue ultime mosse all'interno delle dinamiche politiche texane. «Sventolare la bandiera della secessione da parte di Perry non è che l'ultimo attacco in una guerra civile Repubblicana grande quanto il Texas, un faccia a faccia tra Perry e la sua potenziale rivale per la nomination repubblicana per la carica di governatore del 2010, la senatrice Kay Bailey Hutchinson«, ha scritto Hilary Hilton del magazine TIME. Una eventualità assai più realistica e legata a giochi di partito, che contribuisce a far perdere peso all'ipotesi della secessione, tanto fantasiosa quanto attraente dal punto di vista mediatico. «A dire il vero, il Texas si era già staccato una volta, nel 1861», ha affermato Karen Tumulty, responsabile della rubrica di approfondimento politico Swampland, menzionando la sciagurata decisione di partecipare alla Guerra di Secessione dalla parte dei Confederati, «Mi sembra di ricordare che la cosa non funzionò molto bene».

2009 - © Ragionpolitica.it

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lunedì, 20 aprile 2009

Dude, not cool


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categorie: usa , politics, south america, barack obama
sabato, 18 aprile 2009

Obama e l'Iran

A circa una settimana dal rientro in patria dal tour europeo, si intensifica l'attività del presidente americano Barack Obama in politica estera. Dopo aver impiegato i primi tre mesi nell'affrontare la perdurante crisi economica globale - nei confronti della quale si è espresso con toni ottimistici nei giorni scorsi, menzionando segnali di ripresa - il comandante in capo della più grande potenza mondiale deve ora coniugare le non semplici questioni di politica interna alle numerose sfide che lo attendono al di fuori dei confini americani. Sul primo versante, in occasione del 15 aprile, data in cui si celebra la ricorrenza del «Tax Day» (ultimo giorno utile per pagare le tasse negli Stati Uniti), ha avuto luogo la spontanea, e del tutto inattesa, protesta popolare dei «Tea Party», in cui milioni di cittadini dalle simpatie conservatrici («Non automaticamente pro-Repubblicani, ma intensamente anti-Democratici», come definiti dall'ex Speaker of the House Newt Gingrich), in aperta polemica con la imponente spesa pubblica prevista dalla politica economica della Casa Bianca, sono scesi in piazza manifestando pacificamente il proprio malcontento (il riferimento storico al Boston Tea Party, che diede inizio alla Rivoluzione Americana, è dovuto al presentatore CNBC Rick Santelli, dal quale è scaturito il movimento). Sul fronte degli affari esteri, invece, l'agenda di Obama si è fatta sempre più fitta, prima a seguito del lancio di un missile nel Pacifico da parte del regime nordcoreano, quindi a causa della crescente attività di pirateria nelle acque al largo della Somalia, la quale ha richiesto l'intervento diretto americano.

Al fianco dei più recenti avvenimenti riguardanti la politica estera a stelle e strisce, permane il tema ricorrente, e del tutto irrisolto, del nucleare iraniano. Sebbene Barack Obama, agli inizi della sua breve carriera politica, non avesse mai escluso a priori l'utilizzo della forza nei confronti dell'Iran (come dichiarato nel 2004 al Chicago Tribune e nel 2006 in un'intervista rilasciata a Tim Russert della NBC), con il passare del tempo, in concomitanza con la sempre maggiore attenzione riservatagli dai media, egli ha gradualmente sviluppato un differente approccio nei confronti della questione. Ha ipotizzato l'instaurazione di un clima di dialogo con i vertici della Repubblica Islamica, pur definita «la più grande minaccia per la stabilità del Medioriente», e si è presentato, nel corso della primarie del Partito Democratico, come il candidato pronto a tendere la mano ai nemici dell'America (in aperto contrasto con le idee da «falco» di Hillary Clinton, ora suo segretario di Stato, la quale aveva affermato che, in caso di attacco a Israele, avrebbe «distrutto» l'Iran). Una volta alla Casa Bianca, seppur continuando a dirsi preoccupato dallo sviluppo di un programma nucleare iraniano e confermando che «nessuna opzione è lasciata fuori dal tavolo», Obama, al fine di mantenere quanto promesso in campagna elettorale, non ha mancato di lanciare segnali di distensione e di apertura verso il regime di Teheran.

Come riportato dal New York Times e dalle agenzie di stampa di tutto il mondo, l'amministrazione americana sarebbe infatti al lavoro su proposte che cambierebbero drasticamente la strategia finora mantenuta dall'Occidente nei confronti dell'Iran, facendo cadere le premesse, finora considerate imprescindibili e non negoziabili, relative alla chiusura delle strutture dedicate all'arricchimento dell'uranio. Un notevole cambio di rotta rispetto alla linea dura mantenuta negli ultimi otto anni dalla Casa Bianca repubblicana di George W. Bush. Una svolta caratterizzata da una serie di concessioni, in cambio delle quali Washington richiede l'apertura a ispezioni da parte dell'AIEA e l'avvio di eventuali negoziati diretti tra i due paesi. L'inizio di un approccio più morbido, come annunciato nel discorso tenuto da Obama a Praga la scorsa settimana, nel quale ha reso nota la sua intenzione di «sostenere il diritto iraniano all'energia nucleare per scopi pacifici e con rigorose ispezioni».

La notizia della nuova strategia americana, seppur ancora da confermare (e soprattutto in attesa di un'eventuale risposta iraniana) ha sollevato qualche dubbio negli Stati Uniti. Secondo David Frum, autorevole firma del National Post, potrebbe rivelarsi una decisione infruttuosa, capace di portare esclusivamente a un successo apparente sul piano della comunicazione: «L'Iran si dota della bomba - l'amministrazione Obama finge di aver fermato l'Iran: il problema nucleare iraniano non è risolto, ma è declassato a un più basso livello di urgenza». Per Michael Rubin, commentatore dell'American Enterprise Institute, si tratta di una mossa sbagliata per svariate ragioni. Da una parte, dopo che per anni i Democratici hanno gridato all'unilateralismo in politica estera di George W. Bush, oggi l'amministrazione Obama ignora completamente le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sull'Iran, decidendo di negoziare senza richiedere la sospensione del programma di arricchimento. Dall'altra, la nuova politica ricorda quella utilizzata con la Corea del Nord negli ultimi anni, la quale, alla luce dei fatti, non ha portato ad alcun risultato tangibile. Infine, la strategia degli incentivi e della «carota» nei confronti di Teheran, già iniziata da alcuni Stati europei a partire dal 1992, e in alcune occasioni dagli Usa stessi, si è rivelata più volte del tutto inefficace. La conclusione di Rubin è alquanto laconica: «È difficile non pensare che la Casa Bianca abbia preso una decisione politica che permetta alla Repubblica Islamica dell'Iran di diventare uno Stato dotato di armi nucleari».

Elementi che Barack Obama e il suo gabinetto non possono non prendere in considerazione, nell'attesa di una risposta da parte del regime degli ayatollah. Il quale, in questi giorni, attraverso il quotidiano Jomhouri-ye Eslami, ha ribadito che «il governo degli Stati Uniti è da considerarsi un nemico». Dimostrazione evidente che, a prescindere dai segnali di distensione americani, la Repubblica Islamica è intenzionata a proseguire per la propria strada.

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venerdì, 17 aprile 2009

Sugar, film sul baseball e sul sogno dominicano

Una pellicola dedicata al gioco con mazza e pallina, che sta sbancando il botteghino. E, per una volta, raccoglie consensi anche dalla critica

La stagione 2009 della Major League Baseball ha avuto inizio lo scorso 5 aprile, una domenica sera in cui gli Atlanta Braves hanno regalato una sonora sconfitta ai Philadelphia Phillies campioni in carica, grazie alla superlativa prestazione del pitcher Derek Lowe. Solo due sere prima, probabilmente al fine di cavalcare il cosiddetto “hype”, ovvero la grande attenzione mediatica riservata al ritorno dello sport più blasonato e antico d’America, vero e unico “passatempo nazionale”, la Sony Pictures ha deciso di distribuire, nelle sale di New York City e Los Angeles, un film intitolato “Sugar“, dedicato proprio al baseball, che in brevissimo tempo è riuscito a fare innamorare critica e pubblico e a guadagnarsi recensioni entusiastiche su numerosi dei maggiori quotidiani a stelle e strisce. 
 
STORIE DI BASEBALL - A conferma dell’attaccamento del popolo americano alla disciplina, negli ultimi cinquant’anni, sono state innumerevoli le produzioni cinematografiche dedicate al baseball, dai film drammatici (in cui Kevin Costner è maestro, basti citare L’Uomo dei Sogni Gioco d’amore) alle storie di riscatto sociale (The Scout, con un giovanissimo Brendan Fraser), dalle commedie sportive (Mr. 3000 con Bernie Mac) al trionfo del demenziale (la serie di Major League). Comune denominatore dei prodotti fin qui elencati, la nazionalità dei protagonisti, sempre e comunque americani, in quanto aventi a che fare con lo sport americano per antonomasia. Sugar -nulla a che vedere con un’omonima pellicola sportiva in fase di realizzazione, biopic narrante le gesta del pugile Sugar Ray Robinson - racconta invece la storia di Miguel Santos, un lanciatore di San Pedro De Marcorìs, Repubblica Dominicana, da tutti soprannominato “Azucar” (”Sugar”, appunto), desideroso di fare carriera per poter portare la propria famiglia fuori dal degrado e dalla povertà del suo paese di origine. L’ennesima variante della storia “rags to riches” (”dagli stracci alle ricchezze”), del talento sportivo cresciuto nella miseria che, grazie solo alle sue performance sul campo e alla sua forza di volontà, riesce a riscattarsi e a migliorare le proprie condizioni di vita. Sebbene di origini dominicane, vera celebrità nel piccolo paese in cui risiede, Miguel inseguirà il sogno americano, riuscendo a frequentare la Kansas City Knights baseball academy, quindi accedendo alle leghe minori, spesso anticamera della Major League Baseball. Ma, come ricordatoci da Prince qualche anno or sono, non è tutto oro ciò che luccica: il trasferimento negli States, l’adattamento a realtà appartenenti all’America più rurale quali l’Iowa, dove “Azucar” e i suoi pochi compagni sono gli unici elementi a parlare spagnolo, saranno il preludio per un momento di crisi del protagonista, afflitto dal senso di isolamento e dalla solitudine. 

OSANNATO DALLA CRITICA - Prodotto da Hunting Lane Films, HBO Films e Journeyman Pictures, diretto da Anna Boden e Ryan Fleck (già registi e autori di Half Nelson), interpretato dalla rivelazione Algenis Perez Soto (nei panni del protagonista), Sugar è stato selezionato per l’edizione 2008 celebre Sundance Film Festival, nella sezione film drammatici. La sera stessa della sua uscita negli Usa, il New York Times l’aveva già annoverato come scelta speciale dei propri critici, marchio sinonimo di garanzia per ogni pellicola distribuita in terra americana: in Sugar ”c’è qualcosa di innegabilmente nobile e meraviglioso riguardante l’amore per gli sport” ha scritto A.O. Scott, critico di spicco del quotidiano newyorkese, “l’apprezzamento della grazia e dell’eccellenza per le proprie sfide, il piacere della competizione, la disciplina dell’allenamento“. Il giudizio da parte del resto della critica è stato unanimemente positivo: Owen Gleiberman su Entertainment Weekly lo ha definito “un film drammatico a sfondo sportivo del tutto originale“, Jonathan Curiel sul San Francisco Chronicle ha scritto di uno “sguardo avvincente all’esperienza del migrante”, mentre Peter Travers di Rolling Stone ha parlato di un film “immensamente soddisfacente” in quanto “pianta un palo nel cuore dei cliché” che rendono pessimi molte pellicole dedicate al baseball. Insomma, un trionfo sotto ogni punto di vista, come confermato dagli esperti iper-liberal di Salon: “Compilare una lista di grandi film sul baseball è come decidere quale è stato il dentista più divertente della propria vita: un compito imbarazzante. Ma con i fiori primaverili che sbocciano e la stagione della Major League Baseball in procinto di iniziare, arriva l’uscita di ‘Sugar’, un commovente, sorprendente e provocante film sul baseball che sale immediatamente al numero uno della mia personale lista“. 

RISULTATI ECCEZIONALI - Distribuito ormai in quasi ogni parte d’AmericaSugar ha finora incassato 185 mila dollari al box office Usa. Piccoli numeri, specialmente se paragonati alle grandi cifre realizzate dai blockbuster hollywoodiani, però ragionevolmente più che discreti per un film indipendente che ha goduto di scarsa promozione, se non addirittura nulla, fatto salvo il passaparola e le recensioni positive degli organi di stampa. Al fianco delle quali, il film può annoverare la nomination al Gran Premio della Giuria del già citato Sundance Film Festival e la nomination, nella categoria dedicata alle migliori sceneggiature, all’Independent Spirit Award del 2009. In seguito alla distribuzione interna, è previsto un lancio nel Regno Unito per il prossimo 5 giugno. Al momento, ancora nulla si sa riguardo un eventuale arrivo in Italia.

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giovedì, 16 aprile 2009

Usa-Cuba, tutto cambia perché nulla cambi

“Un'apertura democratica a Cuba è, e deve essere, il principale obiettivo della nostra politica”. Così scriveva, il 21 agosto del 2007, l'allora senatore democratico dell'Illinois Barack Obama, in corsa per le elezioni primarie del suo partito. Con un editoriale sul quotidiano Miami Herald, il giovane senatore invocava una “chiara strategia” fatta di “alcuni passi limitati” in grado di permettere di “diffondere il messaggio di libertà nell'isola”: tra le azioni per lui necessarie, si elencavano i contatti bilaterali con i vertici di un governo “post-Fidel” come parte di una “diplomazia aggressiva” e la possibilità di allentare alcune delle restrizioni imposte dall'amministrazione Kennedy (e inasprite dai successivi inquilini della Casa Bianca) per i viaggi dei cubano-americani in visita ai parenti in patria. Come riportato dalle agenzie di stampa di tutto il mondo negli ultimi giorni, Barack Obama, ora 44esimo presidente degli Stati Uniti, ha mantenuto quanto promesso in campagna elettorale, annunciando nuovi provvedimenti relativi ai rapporti con Cuba, tra i quali spiccano la revoca delle succitate restrizioni ai viaggi e alle rimesse per i cubani residenti su suolo americano (una comunità che conta circa un milione e mezzo di unità), la possibilità per le compagnie di telecomunicazioni americane di chiedere licenze per operare nell'isola e l'avvio, in un prossimo futuro, di voli regolari di collegamento tra i due Paesi. Il gesto di distensione rappresenta la capitalizzazione di quanto ottenuto lo scorso novembre: come notato dal Washington Post, Obama è stato il primo democratico a vincere la Florida dal 1996 a oggi, in parte grazie alla conquista di una porzione di voti cubano-americani più ampia del previsto, cosa che gli permette ora di prendere decisioni “che precedenti amministrazioni di entrambi i partiti hanno avversato o temuto di prendere”, come appunto rendere più “soft” la politica Usa verso Cuba. La decisione è stata presentata da buona parte della stampa generalista, su entrambe le sponde dell'Atlantico, come un'apertura senza precedenti nei rapporti tra i due Paesi, se non addirittura come apripista per la rimozione totale del “bloqueo” economico che da quasi cinquant'anni grava sul governo dell'Avana. È tuttavia necessario porre la mossa della Casa Bianca nella giusta prospettiva, tenendo conto di alcuni non trascurabili elementi: come riportato dal Miami Herald, se da una parte essa “realizza una promessa elettorale”, dall'altra “difficilmente porta a un cambiamento significativo per la maggior parte degli Americani”, ai quali tuttora è proibito visitare Cuba, senza dimenticare che “l'embargo economico è ancora al suo posto”. Decidendo di eliminare le restrizioni per viaggi e doni ai cubano-americani, il presidente non fa altro che ristabilire le regole presenti prima dell'amministrazione Clinton, la quale, nel 1996, decise di inasprire le sanzioni in seguito al famigerato abbattimento di due piccoli aeroplani disarmati dell'organizzazione umanitaria “Hermanos al Rescate”, con l'uccisione di quattro innocenti, da parte dell'aviazione cubana. La notizia dell'apertura di Obama, sebbene salutata positivamente come inizio di una nuova era da molti osservatori, è stata accompagnata da alcune voci discordanti, provenienti da diversi ambienti del mondo politico americano. Il fronte repubblicano, storicamente legato alla comunità cubana, ha espresso parere contrario (per voce di due semisconosciuti deputati dell'Illinois, segnale dello stato di crisi in cui versa il GOP), denunciando la politica di appeasement verso i nemici e sostenendo che gli Usa dovrebbero insistere sulla “piena libertà religiosa” a Cuba e sul rilascio di tutti i prigionieri politici, prima di migliorare i rapporti con il regime. L'ala liberal dei Democratici, dimostrandosi vera (e unica) spina nel fianco della presidenza, ha invece bollato come non sufficienti i provvedimenti di Obama e ha chiesto azioni più incisive, chiedendo ancora una volta la rimozione dell'embargo. Eventualità che, a dispetto dei timidi segnali di distensione, non rientra nei piani della Casa Bianca, come confermato dalle parole dello stesso Barack Obama, che in campagna elettorale ha più volte dichiarato di non avere intenzione di eliminare il “bloqueo”, e del suo segretario di Stato Hillary Clinton, la quale ha ribadito la propria avversione all'ipotesi nel corso delle procedure di conferma di fronte al Senato. Tuttavia, a prescindere dall'approccio Usa, ha evidenziato il Miami Herald, a recitare da attore non protagonista è ancora il regime dei fratelli Castro: “Non bisogna dimenticarsi che il problema fondamentale delle relazioni Usa-Cuba è l'assenza di libertà e diritti civili nel regime di Castro”, ha scritto il quotidiano della Florida. “Finché Cuba non avrà un governo 'normale' – ovvero che agisca con l'espresso consenso dei governati – probabilmente nessuna amministrazione Usa potrà fare passi per 'normalizzare' i rapporti”.

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Edizione 78 del 16-04-2009
venerdì, 10 aprile 2009

"Obsession": il documentario sul fondamentalismo islamico

 

C'è chi lo ha definito come “il film che Hollywood non vuole che sia visto”, a causa di un elevato interesse da parte del pubblico nei confronti del prodotto, coniugato alla scarsa disponibilità di grandi nomi dell'industria dell'intrattenimento a distribuirlo. Si tratta di Obsession: Radical Islam's War Against the West (letteralmente “Ossessione: la guerra dell'Islam radicale contro l'Occidente”), documentario di denuncia nei confronti del fondamentalismo islamico e del terrorismo da esso derivato, etichettato come “uno dei più importanti film del nostro tempo” da parte del giornalista televisivo di CNN e FOX News Glenn Beck. Un prodotto uscito nelle sale americane nel 2006, giunto su DVD un anno più tardi, che è tornato di attualità nel 2008, in prossimità delle elezioni presidenziali, poiché abbinato gratuitamente a oltre 70 quotidiani in tutti gli Stati Uniti e distribuito per posta (28 milioni di copie in totale) da associazioni non profit quali Clarion Fund e Endowment for the Middle East Truth. E che, nonostante la distribuzione capillare – anche via internet, su siti come Pajamas TV – fatica a trovare attenzione sui grandi media e, soprattutto, ad arrivare al di qua dell'Oceano Atlantico, Italia compresa. Diretto dal regista Wayne Kopping e prodotto da Raphael Shore, già autori di Relentless: the Struggle for Peace in Israel (film del 2003 sul fallimento degli accordi di pace di Oslo), “Obsession” pone l'attenzione sul radicalismo islamico e sulla minaccia globale che esso rappresenta, con la tesi di fondo che quanto viene spesso presentato come nulla più che una serie di atti isolati di terrorismo (New York, Bali, Madrid, Londra, ecc.) sia in realtà visto dagli islamisti radicali come parte della guerra globale dichiarata all'Occidente. Una dettagliata analisi di circa un'ora, una documentata descrizione del jihadismo, che ricalca tesi care a intellettuali quali il liberal Paul Berman, il radicale Christopher Hitchens o il neoconservatore Norman Podhoretz e che presenta l'estremismo islamico come un'ideologia nichilista e assassina presentante inquietanti analogie con il nazismo, a partire dall'avversione verso la religione ebraica e il popolo di Israele. Un vero e proprio “fascismo islamico” (o “islamofascismo”) che, oltre ad aver “dirottato una religione pacifica” (le prime scene del film si premurano di ricordare, al fine di evitare accuse di islamofobia, che la maggior parte dei Musulmani non supporta il terrorismo), ambisce a distruggere i valori occidentali, con una guerra su più fronti. Un fenomeno da non sottovalutare, al fine di non ripetere gli errori del passato, rappresentati emblematicamente dalle immagini di repertorio relative a Monaco 1938, con tanto di accoglienza entusiasta riservata al primo ministro britannico Chamberlain al rientro in patria. Ad arricchire il documentario, interviste a studiosi, esperti e addetti ai lavori quali il giurista e docente di Harvard Alan Dershowitz, l'opinionista Daniel Pipes, la scrittrice Nonie Darwish, ma anche Walid Shoebat, ex terrorista dell'OLP e Alfons Heck, ex componente (poi pentito) dell'esercito nazista, e filmati tratti dalle maggiori reti televisive arabe, fornite dal Middle East Media Research Institute e da Palestinian Media Watch, mostranti folle festanti in occasione di attentati terroristici, autorità religiose che istigano al jihad, cerimonie di iniziazione di volenterosi “shahid” o, a dimostrazione dell'incessante azione di propaganda, stralci di trasmissioni mediorientali con protagonisti bambini inneggianti al martirio. “Obsession dovrebbe servire come chiamata di risveglio al mondo libero perché si confronti con la minaccia ora, prima che sia troppo tardi” ha dichiarato Joel Surnow, produttore esecutivo della celeberrima serie tv 24, uno dei pochi rappresentanti dell'establishment hollywoodiano a pronunciarsi in favore del documentario. Prodotto che, nonostante le inevitabili polemiche da esso suscitate, e a dispetto di una distribuzione basata per lo più sul passaparola, è riuscito a guadagnarsi numerose onorificenze in patria, dal premio di Miglior Film presso il Liberty Film Festival al premio speciale della giuria alla WorldFest di Houston, passando per la selezione ufficiale dei festival di Newport Beach, Great Lakes, Fort Lauderdale e Beloit International, cosa che ha portato la New Films ad acquistare i diritti per la distribuzione internazionale. La quale tuttavia tarda ad arrivare, privando gli spettatori al di fuori degli Stati Uniti dell'opportunità di fruire di una pellicola dedicata a un argomento che, come confermato dalle recenti parole di Barack Obama nel suo tour europeo, rimane di grande attualità e non può essere minimamente sottovalutato. Come confermato dalla citazione di Edmund Burke posta nei titoli di testa e di coda: “L'unica cosa necessaria per il trionfo del male è che gli uomini buoni non facciano nulla”.

2009 - © L'Opinione delle Libertà

Edizione 75 del 10-04-2009
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mercoledì, 08 aprile 2009

Per l'Europa, da Bush a Obama cambia poco


Il presidente americano Barack Obama ha terminato il suo primo tour europeo da inquilino della Casa Bianca, per poi recarsi, in visita a sorpresa, in Iraq. Una prima esperienza dall’altra sponda dell’Atlantico in cui, con gli incontri tenuti a Londra e Strasburgo, il presidente americano ha prima cercato di trovare accordi multilaterali per stimolare l’economia mondiale e risolvere la dilagante crisi finanziaria, quindi tentato di rendere gli alleati europei in seno alla Nato più partecipi alla guerra in Afghanistan, ottenendo su questo fronte risultati di minima entità. Un viaggio della durata di otto giorni, nel quale Obama ha voluto mettere in evidenza, con alcuni importanti discorsi, il nuovo corso che assumerà la politica estera a stelle e strisce sotto la sua direzione, con un cambio di rotta, almeno apparente, rispetto all’era Bush. A Strasburgo e a Baden Baden ha trattato il tema dei non facili rapporti tra Usa ed Europa, sottolineando le reciproche differenze e denunciando in maniera esplicita il fenomeno dell’antiamericanismo “insidioso” che si cela in numerosi ambienti europei e che “incolpa l’America di tutto quanto va male nel mondo senza riconoscere ciò che di buono spesso fa nel mondo”. Nell’auspicare una rinnovata unità dopo le divisioni sull’Iraq e una rinsaldata alleanza in chiave antiterrorismo, Obama ha ricordato all’Europa che “anche se George W. Bush non è più presidente, il pericolo portato da Al Qaeda resta reale per tutti” (parole che riecheggiano quelle del filosofo francese André Glucksmann nel 2003 nel suo “Occidente contro Occidente” per confutare le tesi dei critici degli Usa: “Mettete Bush tra parentesi, resta Bin Laden, che non ha aspettato le elezioni presidenziali per preparare il più grande attentato terroristico della storia dell’uomo”). A Praga, invece, ha pubblicamente espresso l’ambizioso desiderio di realizzare “un pianeta senza armi nucleari”, dichiarazione che ha fatto gridare all’ingenuità buona parte dei media americani. Tra i commenti più critici, quello della sua sostenitrice Anne Applebaum, per la quale una riduzione delle testate nucleari Usa non sarebbe presa ad esempio da altre potenze, e quello del suo oppositore Bill Kristol, che ha scritto che il mondo del 1939, a inizio seconda guerra mondiale, era un mondo senza armi nucleari.

La dichiarazione è stata poi riportata dalle agenzie di stampa di tutto il mondo in contemporanea con la notizia del lancio di un missile nordcoreano nel Pacifico. Un evento, quest’ultimo, che ha colto impreparata la Casa Bianca, la quale non è riuscita a fornire una reazione convincente alle ambizioni atomiche di Kim Jong Il, né di preparare una risposta adeguata in sede Onu (dove, a detta di molti esperti, sarà creata un’altra risoluzione di condanna, inefficace quanto le precedenti): un vero e proprio “ritorno alla realtà” dopo giorni di pura diplomazia, che ha scatenato sul presidente le critiche del fronte conservatore (l’ex Speaker of the House Newt Gingrich ha parlato di “vivida dimostrazione di debolezza in politica estera”). Di non trascurabile rilevanza anche l’intervento di Obama in Turchia, volto a rassicurare il pubblico mediorientale e a creare un clima di distensione tra Stati Uniti e Islam, con la speranza, come ha scritto il politologo del Washington Post Chris Cillizza, di “dimostrare il proprio impegno nel rivolgersi al mondo musulmano con una mano tesa piuttosto che con il pugno chiuso dell’amministrazione Bush e al tempo stesso non apparire eccessivamente premuroso nei confronti di un Paese e di una religione verso cui gli Americani sono profondamente divisi”. Per completare l’opera di appeasement, il comandante in capo ha ribadito, per scongiurare mistificazioni o strumentalizzazioni, che “l’America non è non sarà mai in guerra con l’Islam”: frase che, al contrario di quanto si legge in questi giorni, è stata più volte pronunciata anche dal suo predecessore, non ultimo di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2006. Al rientro in patria, la popolarità di Obama risulta pressoché invariata: secondo un sondaggio Cnn, il 61% degli americani crede che il presidente abbia agito positivamente nel suo viaggio europeo, mentre solo il 24% ritiene che “non abbia concluso molto”. Un cittadino su tre è anche convinto che le azioni di Obama abbiano migliorato l’immagine degli Usa agli occhi del resto del mondo. Ma la minaccia della Corea del Nord fa sentire il proprio peso anche sui sondaggi: sempre per Cnn, il 51% degli americani sarebbe favorevole ad azioni militari contro il regime asiatico. Il quale, secondo molti, rappresenta il famigerato “test internazionale” che, come previsto da Joe Biden in campagna elettorale, avrebbe messo alla prova l’amministrazione Obama nei primi sei mesi di mandato.

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Edizione 73 del 08-04-2009
lunedì, 06 aprile 2009

Alonzo Mourning, eroe dentro e fuori dal campo

La sera dello scorso 30 marzo, presso la American Airlines Arena di Miami, Florida, si è celebrato un momento speciale. I padroni di casa - quei Miami Heat che, dopo la fantastica annata del 2005, terminata con la conquista del loro primo e finora unico titolo NBA, hanno progressivamente peggiorato le proprie prestazioni - affrontavano gli Orlando Magic, rivali storici, nonché unica altra formazione ad avere sede nel Sunshine State, tra le squadre più in forma dell’attuale campionato

Così in forma da affermarsi anche quella sera, con un risultato finale di 101-95, grazie all’ennesima performance da incorniciare della stella Dwight Howard - serio candidato al premio di MVP di questa stagione - autore di 22 punti, ma soprattutto in grado di catturare 18 rimbalzi, diventando così il più giovane cestista nella storia della National Basketball Association a oltrepassare quota 5000 rimbalzi (record che prima apparteneva a un tale di nome Wilt Chamberlain - per i neofiti, né più né meno di uno dei più grandi giocatori che abbiano mai messo piede su un parquet). Il momento speciale, tuttavia, non ha riguardato l’incontro, il cui risultato ha per qualche giorno piazzato i Magic in seconda posizione assoluta nella Eastern Conference, né la prova monstre di Howard o di altri giocatori in campo. Quella sera, nello stadio che i locali chiamano amichevolmente “Triple A“, di fronte a 19 mila e 600 spettatori, è stata la prima volta in cui i Miami Heat hanno ritirato un numero di maglia appartenuto a un loro ex giocatore. Una casacca che, d’ora in poi, non potrà più essere indossata da alcun attuale o futuro componente della squadra. Il numero ritirato è il 33, il cui titolare era, è e sarà sempre Alonzo Mourning

PLURIPREMIATO! - Una cerimonia durata 43 minuti, introdotta dalla lettura di una lettera scritta e firmata dal presidente americano Barack Obama e arricchita da interventi in prima persona del governatore della Florida, il repubblicano Charlie Crist, del presidente (ed ex allenatore) degli Heat Pat Riley, del suo ex allenatore al college John Thompson e, non ultimo, del suo storico mentore, nonché ex stella della NBA, Patrick Ewing. Raramente le cerimonie di ritiro della maglia sono così sentite. Difficilmente tali manifestazioni iniziano con una lettera dell’inquilino della Casa Bianca. Mourning, tuttavia, fa caso a sé. Alonzo Harding Mourning, Jr., soprannominato “Zo“, nato l’otto febbraio del millenovecentosettanta in quel di Chesapeake, Virginia (nome noto a chiunque abbia nozioni di storia americana, in quanto sede di una arcinota battaglia del 1781), rappresenta molto più di un normale professionista della pallacanestro, molto più di un semplice talento sportivo. Due metri e otto centimetri di altezza, centodiciotto chilogrammi di peso, è stato uno dei centri di maggior impatto degli anni ‘90, uno dei più arcigni difensori della storia recente, capace di vincere due volte il premio di NBA Defensive Player of the Year e di essere selezionato innumerevoli volte per l’NBA All Defensive Team. Sedici anni di onorata carriera, nei quali ha militato in tre formazioni diverse: Charlotte Hornets (1993-95), Miami Heat (1995-2002), New Jersey Nets (2003-04), quindi nuovamente Miami Heat (2005-2008). Una lunga militanza, quella nella squadra della Florida (della quale mantiene il record di punti, rimbalzi e stoppate totali), coronata con l’anello di campione conseguito nel 2005 e, ora, dal ritiro della maglia. Onorificenze alle quali si aggiungono le convocazioni per la nazionale americana, della quale ha fatto parte nel 1990 (Mondiali di Argentina, nazionale collegiale, bronzo), nel 1994 (ultimo oro mondiale vinto dagli Usa, a Toronto) e nel 2000 (oro alle Olimpiadi di Sidney). 

LA PARTITA PIU’ DURA - Non sono tuttavia le statistiche e i premi individuali a rendere speciale - o per lo meno differente - la carriera di Alonzo Mourning. Non sono nemmeno le sue poderose stoppate, il suo gioco aggressivo, o il suo attaccamento alla squadra. A rendere unica l’esperienza di “Zo” è stata la vicenda umana che lo ha riguardato, la quale ha fatto da sfondo alla sua esperienza sportiva, influenzando le sue azioni dentro e fuori dal campo. Una vicenda che ha origine nel 2000, quando Mourning stava rientrando negli Stati Uniti dopo la performance vincente del “Dream Team” ai Giochi Olimpici di Sidney. Nel corso dell’estate, in seguito a una visita medica, gli venne diagnosticata la GSSF, acronimo che sta per Glomerulosclerosi segmentaria e focale. Una malattia che colpisce i reni, una sindrome clinico-patologica caratterizzata da “proteinuria massiva tipicamente non selettiva, ipertensione sistemica, insufficienza renale, resistenza agli steroidi e lesioni sclero-ialine glomerulari”. Una malattia dalle serie conseguenze per un qualsiasi individuo,  sinonimo di quasi sicura fine carriera per un atleta. Ma Mourning non si arrese, decidendo di sottoporsi a un trattamento intensivo, il quale gli impedì di giocare per cinque mesi e gli consentì di scendere in campo solo 13 volte nella stagione 2000-2001. Nonostante la diagnosi, e nonostante le condizioni non ottimali, il numero 33 degli Heat ricevette il via libera da parte dei medici per disputare il campionato successivo: 75 partite totali, nelle quali, in evidente difficoltà fisica, riuscì a dare un contributo fondamentale alla squadra, la quale tuttavia non raggiunse l’obiettivo dei Playoff. Un notevole e improvviso peggioramento della sua salute lo costrinse però a restare lontano dal parquet per l’intera stagione 2002-2003, con conseguente scadenza del contratto che lo legava a Miami. A dispetto dell’intenzione di continuare a indossare la casacca degli Heat, a causa di questioni contrattuali, Mourning decise di cambiare aria, approdando ai New Jersey Nets, con la speranza di poter tornare ai livelli di gioco mostrati in passato. 

HAPPY END - L’ottimismo che accompagnò il suo arrivo ai Nets, tuttavia, fu di breve durata. Dopo soli dodici incontri disputati, Mourning fu fermato dai medici, a causa di un nuovo e preoccupante calo fisico, dovuto a un ulteriore peggioramento delle condizioni. Alonzo, in pericolo di vita, annunciò il suo ritiro dall’attività e si sottopose a un trapianto di rene, donatogli dal cugino marine Jason Cooper il 19 dicembre 2003. In seguito al trapianto, avvenne un miracoloso recupero che, grazie all’enorme forza di volontà di Mourning, si tradusse in un ritorno in campo: caso rarissimo nella storia della NBA (unico precedente quello di Sean Elliott dei San Antonio Spurs), il ritorno all’attività agonistica di un atleta sottoposto a trapianto di rene. Di ritorno ai Nets, nel 2004-2005, Zo venne spedito ai Toronto Raptors in cambio di Vince Carter dopo nemmeno 18 partite giocate. In aperta polemica con la società, rifiutò il trasferimento in Canada, costringendo i Raptors a lasciarlo libero. Di qui, la decisione di tornare a giocare per Miami, città da lui amata, accettando un contratto di minore entità rispetto al passato, ma soprattutto accettando, alla veneranda età di 35 anni, di non giocare da titolare e di fare da riserva all’ex rivale Shaquille O’Neal (”Non ci saranno problemi con O’Neal: la nostra rivalità non conta più perché adesso sono nella sua squadra” fu la sua prima dichiarazione al riguardo), al solo fine di conquistare un titolo NBA. Cosa riuscita al secondo tentativo, dopo soli due anni dal ritorno in Florida, grazie anche al suo non trascurabile contributo, a dispetto dell’età e, ovviamente, a dispetto dei trascorsi medici.  “Pensate a tutto quello che ha attraversato” ha dichiarato l’attuale stella dei Miami Heat, e suo ex compagno di squadra, Dwyane Wade, “Se pensate a Miami, pensate ad Alonzo Mourning“. La vicenda umana che lo ha visto protagonista ha portato Mourning a impegnarsi attivamente, nel corso degli anni, a intensificare la sua attività nel campo della beneficenza - nel quale già operava sin dal 1997, anno in cui lanciò la “Alonzo Mourning Charities Inc.”, per aiutare bambini di famiglie povere. Dopo che gli fu diagnosticata la malattia, fondò la “Zo’s Fund For Life”, campagna di fondi per combattere la glomerulosclerosi. Nel 2007, assieme a celebrità del calibro di André Agassi, Lance Armstrong, Warrick Dunn, Mia Hamm, Jeff Gordon, Tony Hawk, Mario Lemieux e molti altri, ha inaugurato l’organizzazione no-profit “Athletes for Hope“. Un impegno che è stato riconosciuto dallo stesso Barack Obama: “Voglio che tu sappia quanto siamo orgogliosi della tua straordinaria carriera, ma anche del modo in cui tu hai contribuito per il bene della comunità in tutti questi anni: sei stato, e continuerai a essere, un grande leader. Dio benedica la tua famiglia“.

2009 - © Giornalettismo

postato da creezdogg alle ore 16:56 | link | commenti
categorie: sport, usa , basketball, nba , shaquille oneal, barack obama, charlie crist, dwight howard, alonzo mourning, miami heat
venerdì, 03 aprile 2009

Blame America First, explained


In America, there is a failure to appreciate Europe's leading role in the world. Instead of celebrating your dynamic union and seeking to partner with you to meet common challenges, there have been times where America has shown arrogance and been dismissive, even derisive. But in Europe, there is an anti-Americanism that is at once casual, but can also be insidious. Instead of recognizing the good that America so often does in the world, there have been times where Europeans choose to blame America for much of what is bad. On both sides of the Atlantic, these attitudes have become all too common. They are not wise. They do not represent the truth. They threaten to widen the divide across the Atlantic and leave us both more isolated. They fail to acknowledge the fundamental truth that America cannot confront the challenges of this century alone, but that Europe cannot confront them without America.

Di fronte a un pubblico composto da 3000 studenti a Stasburgo, Francia, Barack Obama ha usato parole chiare e dirette per denunciare il fenomeno dell'antiamericanismo diffuso in Europa. Lo stesso antiamericanismo che, da anni, si denuncia e si combatte su questo blog. Lo stesso antiamericanismo la cui esistenza, da anni, è negata o minimizzata -- dagli antiamericani stessi. Bravo Obama.
postato da creezdogg alle ore 22:39 | link | commenti
categorie: usa , politics, europe, barack obama
giovedì, 02 aprile 2009

Shiny Happy People



E noi che ridevamo di questa foto.
postato da creezdogg alle ore 17:18 | link | commenti
categorie: usa , politics, russia, europe, silvio berlusconi, barack obama
giovedì, 02 aprile 2009

Il viaggio europeo di Obama


Barack Obama ritorna in Europa. La sua ultima visita al Vecchio Continente avvenne lo scorso luglio, in piena corsa alla Casa Bianca: l'allora senatore dell'Illinois, candidato del Partito Democratico alle elezioni presidenziali, fece un tour di alcune capitali europee, come previsto dal copione della sua imponente campagna elettorale, al fine di recuperare terreno in quello che era considerato uno dei suoi maggiori punti deboli nei confronti dell'avversario John McCain, ovvero la mancanza di esperienza in materia di politica estera (le sue precedenti esperienze in Europa furono una visita in Germania ai tempi del college e un viaggio con una delegazione del Senato nel 2005). Obama torna in Europa da presidente degli Stati Uniti, ma soprattutto da leader di una nazione alle prese con una devastante crisi economica che affligge l'intero mondo occidentale, della quale ancora non si è trovata una soluzione chiara e definitiva. Per l'inquilino della Casa Bianca l'arrivo a Londra in occasione del meeting del G20 rappresenta l'esordio ufficiale sul palcoscenico internazionale, inaugurato con incontri bilaterali con alcuni capi di Stato (tra cui il russo Medvedev e il cinese Hu Jintao, incontrati per primi).

Sebbene Obama si presenti agli altri leader mondiali in una posizione di relativa forza, grazie alla sfolgorante vittoria delle elezioni di novembre, la schiacciante maggioranza al Congresso e, non ultimo, l'alto livello di popolarità di cui tuttora gode nei sondaggi (dentro e fuori dagli Usa), non sono poche le sfide e le incertezze che lo attendono in Europa. Da una parte, gli incontri bilaterali, che godono di attenzione pressoché nulla sulla stampa americana, servono ai politici europei per rinsaldare le proprie situazioni interne: come ha scritto il politologo Chris Cillizza del Washington Post, «un incontro con Obama, la più nuova rock star della politica internazionale, è vista come un'opportunità, per politici in difficoltà come Brown e Medvedev, di mostrare la propria stoffa - sia schierandosi dalla parte di Obama nella speranza di trarre beneficio dalla sua luce riflessa, sia staccandosi bruscamente e pubblicamente da lui per dimostrare la propria durezza». Dall'altra parte, a causa del mancato emergere, almeno finora, di una strategia alternativa a quella della nuova amministrazione americana per risolvere la crisi economica, molti leader mondiali hanno gli occhi puntati su Washington, confidando in una eventuale ripresa americana che sia in grado di ravvivare le loro economie. «Questo è il paradosso centrale», ha dichiarato al New York Times Jeffrey E. Garten, professore alla Yale School of Management ed ex funzionario nel Dipartimento del Commercio di Bill Clinton. «Tutti hanno perso la fiducia nel sistema americano perché più esso si rivela, più sembra che si sia portato avanti il capitalismo in un modo molto irresponsabile. Ma tutti si aspettano ora che siano gli Usa a salvarli da questa situazione».

Nonostante una delle priorità di Obama sia porre in evidenza il nuovo corso della politica estera americana, presentando le idee, i progetti e le azioni della sua amministrazione come un drastico cambiamento rispetto all'era della diplomazia targata George W. Bush («gesti più simbolici che di sostanza», secondo The Politico), l'accoglienza da parte dell'Europa è stata più fredda del previsto. «Dov'è il nuovo JFK che ci aspettavamo?», ha titolato l'editorialista Jonathan Freedman sul britannico The Guardian: «Barack Obama avrebbe dovuto travolgere l'Europa nel suo primo grande viaggio all'estero da nuovo JFK, salutato da fans adoranti e sventolanti piccole bandiere americane», una via di mezzo tra un «tour mondiale» e la «celebrazione della fine dell'era Bush». Invece, ha notato Freedman, «Obama è arrivato alla vigilia di quella che gli organizzatori prevedono essere una feroce giornata di protesta anti-globalizzazione per le strade di Londra, con l'avversione dei contestatori nei confronti di Bush rapidamente trasferita a coloro che comandano la malata economia mondiale», una realtà che, unitamente alla «crescente opposizione di destra e sinistra» che lo tormenta a casa, fa sembrare l'attuale presidente «né un nuovo FDR o un JFK, ma un JEC - Jimmy Carter». A ciò si aggiunge la scarsa intenzione, da parte dei capi di Stato europei, di accettare supinamente le disposizioni americane: «È una situazione molto difficile» ha dichiarato al Wall Street Journal James Goldgeier, senior fellow per le relazioni trans-atlantiche al Council of Foreign Relatons, «perché gli Stati Uniti sono ancora i leader globali, e i problemi non si risolveranno senza gli Stati Uniti a condurre gli sforzi per risolverli, ma gli altri paesi non sono dell'umore di fare tutto ciò che gli Stati Uniti dicono».

Non è un caso se, come riportato dal magazine Time, i portavoce dell'amministrazione americana abbiano voluto sottolineare, in più di un'occasione, l'intenzione del presidente di «ascoltare» le controparti, piuttosto che dare loro lezioni, o peggio, direttive. Barack Obama spera infatti di riuscire nell'intento di realizzare una nuova forma di diplomazia, in grado di far coesistere espressioni di umiltà con l'esercizio dell'influenza necessario per una grande potenza. Un compito di per sé non facile, reso oltremodo complicato dal dilagare della crisi economica globale. Secondo John O'Sullivan, esperto dell'Hudson Institute, potrebbe non essere abbastanza: «Proprio ora che un presidente americano è pronto a rispondere "Sì!" alle domande europee, gli europei hanno cambiato domande».

2009 - © Ragionpolitica.it

postato da creezdogg alle ore 17:07 | link | commenti
categorie: usa , politics, history, russia, europe, china, george w bush, john mccain, economy, uk , washington post, bill clinton, barack obama, democrats, gop

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Nato il 20 ottobre 1982. Simpatizzante neocon. Americanista convinto. Genoano. Collaboratore de L'Opinione, RagionPolitica, Giornalettismo, LibMag - contatti mail/msn: creezdogg @ hotmail.com

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