Creez Dogg In Tha Houze

The never ending battle for Truth, Justice and the American Way
martedì, 31 marzo 2009

US Press Review, March 31st



Le paure della “Corporate America”. Il fuso orario dei musulmani uiguri e gli sforzi dell’amministrazione Obama per portare ordine in Afghanistan

I problemi delle aziende automobilistiche occupano le prime pagine dei giornali americani di oggi. Il più diretto è il Los Angeles Times, che titola “Un ultimatum per Detroit” a caratteri cubitali e arricchisce la notizia con l’immagine della parte anteriore del celeberrimo “Hummer H2”, veicolo ricalcante i mezzi militari lanciato dalla General Motors nel 2002, il quale, pur registrando un enorme successo per la società nel breve periodo, è stato interpretato come una sorta di mancanza di rispetto della GM nei confronti dell’ambiente (non a caso, l’amministratore delegato della casa di Detroit ha annunciato, lo scorso anno, di voler vendere il marchio Hummer, nell’ambito di una più ampia riorganizzazione aziendale). Anche il New York Times parla di “ultimatum” rivolto da parte del presidente Obama ai colossi dell’industria dei motori General Motors e Chrysler, con il quale questi ultimi sono stati avvisati che, nel caso non fossero in grado di effettuare “cambiamenti radicali” nei prossimi tempi, è prevista per loro la bancarotta. Sessanta giorni di tempo richiesti dal comandante in capo per una drastica ristrutturazione di General Motors, un mese per Chrysler, la quale è stata inoltre sollecitata a stringere l’accordo con la “nostra” FIAT entro il 30 aprile. Dichiarazioni che, nelle ore immediatamente successive, hanno fatto calare del 25% le azioni di GM e cadere del 3.3 % la media industriale del Dow Jones. Nel caso tali compagnie dovessero dichiarare fallimento, notano sia LA Times che Wall Street Journal, l’amministrazione americana avrebbe intenzione di dividere i loro asset tra “buoni” e “cattivi”: i primi permetterebbero di formare una nuova compagnia che potrebbe continuare ad esistere oppure essere venduta, mentre i secondi verrebbero epurati. Per il quotidiano californiano, la bancarotta sarebbe “l’ultima spiaggia”, mentre secondo il foglio di proprietà di Rupert Murdoch è assai probabile che GM “sarà costretta a richiedere la protezione per la bancarotta, tra la metà e la fine di maggio”. Il Washington Post, invece, mette in evidenza le paure della cosiddetta “corporate America” nei confronti di quanto sta compiendo il governo: l’estromissione di Rick Wagoner, CEO di GM, lascia presagire che l’amministrazione potrebbe fare lo stesso con le banche che hanno ricevuto i fondi dei contribuenti.

Grande attenzione dedicata anche alla politica estera, in particolare alle notizie provenienti dal Pakistan, dove ieri, a Lahore, un commando di estremisti islamici ha attaccato un’accademia di polizia, uccidendo una decina di persone e ferendone un centinaio. Secondo il Washington Post, l’attentato sarebbe la dimostrazione che il rischio “si sarebbe spostato aldilà delle aree tribali”, quindi la minaccia dei militanti non riguarderebbe più le zone di confine, ma anche “il cuore del Paese”. “L’impotenza del governo locale”, si legge sull’articolo del New York Times, “complicherà notevolmente gli sforzi dell’amministrazione Obama per portare ordine in Afghanistan, dal quale i militanti fuggono attraverso i porosi confini del Pakistan”.

Sulla prima pagina del Washington Post, anche un interessante sondaggio relativo all’operato della Casa Bianca, a poco più di 3 mesi dall’insediamento. Sei americani su dieci approvano quanto fatto finora da Barack Obama in materia economica. Il presidente non è identificato come il responsabile della crisi economica, la quale, secondo la maggioranza degli intervistati, sarebbe stata provocata principalmente dagli eccessi di Wall Street. Il 42% dei cittadini è convinto che il Paese stia andando “nella giusta direzione” (contro il 57% che invece afferma il contrario), la più alta percentuale di ottimismo degli ultimi cinque anni. Lo scorso autunno, alla stessa domanda, 9 americani su 10 avevano risposto negativamente.

Tra le notizie curiose, i migliori spunti sono sempre offerti dalla rubrica “Column One” del Los Angeles Times. Che oggi riporta una notizia proveniente dall’estremo ovest della Cina, nel quale i musulmani uiguri, una delle numerosissime minoranze etniche presenti nello stato cinese, mantengono un fuso orario differente rispetto a quello di Pechino, osservato invece dai cinesi Han, gruppo predominante. La città di Kashgar, la quale conta 350 mila abitanti, ha due distinti fusi orari, una differenza di due ore basata non solo dalla zona della città in cui ci si trova, ma anche dalla professione, dall’etnia e dalla religione. Dal 1949, anno in cui nacque la Repubblica Popolare Cinese, per ordine dello stesso Mao Zedong, il Paese avrebbe dovuto rispettare una sola ora ufficiale, uguale per ogni provincia (con buona pace dell’enorme estensione territoriale). A detta dei residenti, i due diversi orari dell’ovest cinese non rappresentano un grosso problema, dato che le rispettive etnie, da sempre, fanno quanto possibile per non avere a che fare l’una con l’altra.

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lunedì, 30 marzo 2009

Twitterando di sport


Non solo ignoti, sul web. Anzi, oggi la vera moda è essere una celebrità 2.0, organizzare incontri con i fan e passare il tempo ad aggiornare le proprie pagine. Anche “in servizio”

Chiunque si tenga al passo con la continua evoluzione della tecnologia contemporanea, con annessa sfrenata produzione di gingilli tanto all’avanguardia quanto destinati ad avere un’aspettativa di vita inferiore a quella di un insetto appartenente all’ordine degli efemerotteri, non può non essere a conoscenza di Twitter. Chiunque sia interessato all’evolversi degli strumenti di comunicazione e di interazione sociale, con particolare attenzione a quelli sviluppatisi nel mondo digitale, non può non essere a conoscenza di Twitter. Chiunque segua, a metà strada tra l’affascinato e lo spaventato, il diffondersi delle mode online, dalle chat ai forum, dalle mailing list alla messaggeria istantanea, dai blog fino all’ultima (o forse non più) tendenza del social network quale Facebook, non può non essere a conoscenza di Twitter. Ma anche chiunque abbia dato un’occhiata distratta a un qualsiasi quotidiano generalista negli ultimi tempi, o ascoltato un qualunque telegiornale - così ansiosi di presentare le novità del mondo multimediale e il loro uso da parte della italica gioventù in un’esplosione di provincialismo condito da un pizzico di esterofilia e dal mai assente allarmismo in puro stile “i rischi di Internet” - non può non essere a conoscenza, o almeno aver sentito parlare di Twitter

COSA ESSER TU - Per chi ancora non lo sapesse, Twitter è, per utilizzare la definizione di Wikipedia, “una rete e un servizio di microblogging che permette agli utenti di mandare aggiornamenti (messaggi di testo, lunghi non più di 140 caratteri) via SMS, messaggeria istantanea, e-mail, il sito di Twitter, oppure varie applicazioni basate sulle API di Twitter“, in cui “i messaggi pubblicati hanno l’intenzione di informare sul proprio status, ovvero come ci sente oppure cosa si sta facendo in quel momento“. E l’esempio offerto dall’enciclopedia libera è quantomai calzante: “Utente sta bevendo una tisana alla vaniglia“. Niente di più, niente di meno: il trionfo della semplicità. “What are you doing?” è la domanda alla base di tutto. E, mentre buona parte del mondo si interroga sull’effettivo interesse e sul potenziale riscontro di un mezzo per informare - non senza una buona dose di egotismo e autocelebrazione - gli altri riguardo ciò che si sta facendo in un determinato istante, le restanti parti della popolazione globale usano Twitter senza farsi troppe domande. E gli utenti sono sempre di più, soprattutto grazie alla crescente diffusione della pratica anche tra le celebrità, come al solito tra le prime a fiutare un nuovo modo per mantenere alta l’attenzione del pubblico nei loro confronti. Così, tra una lunga performance di sesso tantrico effettuata e twitterata in diretta dal rapper P Diddy e una sessione del congresso americano riportata da decine di parlamentari, tra le riflessioni di MC Hammer sullo stato dell’economia americana e gli aggiornamenti dell’ex Monty Python John Cleese, ecco che il fenomeno inizia a dilagare lentamente anche nell’universo sportivo a stelle e strisce. 

TWIT & VIPS - Il numero delle star dello sport che utilizza con regolarità Twitter non è ancora paragonabile a quello delle altre celebrità che dimostrano ormai grande familiarità con il mezzo, ma la tendenza è in crescita. Al momento, salvo qualche rara eccezione, si tratta per lo più di figure di secondo piano, dai fratelli tennisti britannici Andy e Jaime Murray allo snowboarder professionista Shaun White (meglio noto come “The Flying Tomato” - e per capire il perché del soprannome basta dare un’occhiata alla sua capigliatura), passando per personaggi quali lo skateboarder Mike Vallely, il campione di lotta UFC Andrei Arlovski e il safety dei New York Giants Kerry Rhodes. Alzi la mano chi conosce almeno uno degli sportivi appena citati. Più noti invece, anche al di qua dell’oceano, l’ex stella del football Jerry Rice, il quarterback Eli Manning, il nuotatore olimpico Michael Phelps e il ciclista Lance Armstrong. Fino ad arrivare a colui che, oltre ad eccellere nella propria disciplina, si è sempre dimostrato all’avanguardia e più avanti con i tempi rispetto a ogni altro uomo sportivo. Atleta dal talento smisurato, ma anche attore, cantante, showman, supereroe dei fumetti, poliziotto riservista della polizia di Miami e, da qualche tempo, Twitter Celebrity. Si tratta di Shaquille Rashaun O’Neal.  Il giocatore dei Phoenix Suns, uno dei più grandi cestisti di ogni tempo, vincitore di 4 titoli NBA (3 con i Los Angeles Lakers, 1 con i Miami Heat), un oro olimpico (con il Dream Team III ad Atlanta 1996), un oro mondiale (Dream Team II, Toronto 1994) e una miriade di riconoscimenti individuali, è registrato al servizio con il nickname di “THE_REAL_SHAQ”. Un nomignolo che serve, tra le altre cose, ad affermare la sua identità, data la presenza di decine di account creati da millantatori e da utenti che si spacciano per lui - cosa abbastanza diffusa nei social network di ogni specie (a meno che non crediate che il Silvio Berlusconi che è vostro amico su Facebook sia il vero Silvio Berlusconi che, tra un lavoro e l’altro a Palazzo Chigi, ha voglia di fare il test “Quale personaggio del Signore degli Anelli ti assomiglia di più?” o di iscriversi al gruppo “Adotta anche tu una modella brasiliana di 20 anni”). O’Neal, da quando si è iscritto a Twitter, è ovviamente diventato uno dei profili più visitati e ricercati, anche grazie all’uso massiccio che ne fa, con aggiornamenti continui relativi alle sue azioni e ai suoi spostamenti. 

ANCHE IN “SERVIZIO” - Più di 50 “tweet” al giorno, letti da oltre 327 mila contatti iscritti alla sua pagina personale. Un’attività incessante che, oltre a rivelare cosa ami fare nel suo tempo libero il pivot dei Suns, ha causato più di un episodio curioso negli ultimi tempi. Shaq ha fatto notizia per aver twitterato mentre “in servizio”, ovvero prima dell’inizio del terzo periodo di gioco nella partita di due domeniche or sono contro Washington, cosa già effettuata dall’ala Charlie Villanueva dei Milwaukee Bucks nel corso dell’intervallo del match contro i Boston Celtics del 15 marzo (”Quando ho sentito dire che Charlie Villanueva stava ‘twitterando’, pensavo significasse che fosse andato a fare pipì” ha affermato l’allenatore di Minnesota Kevin McHale). A inizio mese, l’accesa disputa che ha coinvolto O’Neal e il centro dei Toronto Raptors Chris Bosh, con quest’ultimo a lamentarsi di presunti favoritismi arbitrali nei confronti del primo (”parole forti che provengono dal RuPaul della NBA” è stata la risposta di Shaq), è scaturita e si è sviluppata su Twitter, trovando poi spazio sui media.

INCONTRI RAVVICINATI DEL TWIT TIPO - Ma la storia più divertente legata al nuovo hobby di Shaquille O’Neal ha come protagonisti due ingegneri informatici di nome Jesse Bearden e Sean Neden ed è avvenuta qualche tempo fa in quel di Phoenix, Arizona. I due dubitavano che dietro al nickname “THE_REAL_SHAQ” si celasse il vero giocatore della National Basketball Association. Impossibile, secondo loro, che una celebrità di tale calibro potesse trovare il tempo di aggiornare così spesso il proprio status. Per questo motivo, hanno deciso di indagare personalmente. E, quando THE_REAL_SHAQ ha scritto di trovarsi in un ristorante della catena 5 & Diner (la cui caratteristica è l’atmosfera e l’ambientazione tipiche degli anni ‘50), si sono recati immediatamente nel locale di downtown Phoenix per verificare se si trattasse effettivamente de “Il Vero Shaq”. Con non poco stupore, Bearden e Neden hanno trovato O’Neal - che, per la cronaca, è 216 cm per 147 kg, quindi difficilmente passa inosservato - seduto a un tavolo, alle prese con il suo telefono cellulare. A quel punto, dimostrata la sua identità, i due hanno iniziato a discutere se fosse opportuno o meno avvicinarsi alla stella NBA, cosa che ha ovviamente suscitato la curiosità di O’Neal. Il quale non ha esitato ad aggiornare immediatamente il suo status online, chiedendo “C’è qualche utente di Twitter nel 5 & Diner con me? Dite qualcosa!”. Vinta la paura, grazie anche all’invito di Shaq, i due si sono potuti sedere al tavolo con lui, per fare due chiacchiere e scattare qualche foto. 

CHANGE - Si può discutere se O’Neal, che riceve uno stipendio di 20 milioni di dollari dai Suns e ha guadagnato più di 250 milioni di dollari nella sua carriera NBA, debba rendere nota su Internet la propria location” ha scritto il magazine TIME, “Ma è chiaro che non si tratta dell’unica celebrità per la quale Twitter ha cambiato il rapporto tra oggetto dell’adulazione e adulatore”, esperimento già avvenuto qualche settimana fa con l’attore Levar Burton (noto per aver interpretato Kunta Kinte in “Radici” e per il suo ruolo in “Star Trek: The Next Generation”), il quale ha invitato 146 mila persone per un “Tweetup” (incontro tra utenti di Tweeter) in un bar di Toronto, al quale hanno poi partecipato in 40. Un fenomeno che, basato su un concetto semplicissimo, rende ancora più “orizzontale” e meno filtrato il rapporto tra chi gode di una certa notorietà e il resto del mondo. Con annessi rischi di possibili risvolti negativi quali incontri con fan esagitati (vedi DeNiro in “The Fan“) o veri e propri psicopatici (vedi Mark Chapman, assassino di John Lennon). Finora, i contatti diretti di Shaquille O’Neal non hanno procurato problemi: come ha scritto TIME, riportando un’affermazione del presentatore di “Best Week Ever” sulla VH1 Paul F. Tompkins, “Si fa tutto più facile quando sei un gigante”. Una dichiarazione che, non serve dirlo, è già stata pubblicata su Twitter.

2009 - © Giornalettismo

lunedì, 30 marzo 2009

Who's killing Obama's agenda now



I Democratici non sanno governare. E questo, per colpa non dell'opposizione, ma degli stessi Democratici, in maggioranza alla Camera e al Senato. A sostenerlo, il magazine liberal The New Republic, lettura preferita della Casa Bianca targata Bill Clinton. L'articolo di Jonathan Chait, "Why the Democrats Can't Govern", è un must read per meglio comprendere l'attuale realtà politica Usa (ne parla anche il Sindaco, quindi è una garanzia).
postato da creezdogg alle ore 22:39 | link | commenti
categorie: usa , politics, bill clinton, barack obama, jimmy carter, democrats
lunedì, 30 marzo 2009

Mad, Apocalyptic, Tearful



Un'altra delle conseguenze della crisi del fronte conservatore a stelle e strisce. Questo signore è Glenn Beck, presentatore radiofonico e televisivo americano. Da qualche tempo conduce uno show su FOX News, che come titolo ha il suo nome, di enorme - e per certi imprevisto - successo. Con 2.3 milioni di telespettatori di media, è secondo solo a pezzi da novanta del calibro di Bill O'Reilly e Sean Hannity -- con la differenza che il suo programma va in onda alle 5 del pomeriggio, non esattamente l'ora di punta per le news via cavo. E se ne sono accorti anche sul New York Times: da leggere l'articolo "Fox News's Mad, Apocalyptic, Tearful Rising Star". Perché così tanti si appassionano a Glenn Beck? Semplice: è completamente pazzo. E non ha problemi ad ammetterlo lui stesso. Vedere per credere.
postato da creezdogg alle ore 22:24 | link | commenti (1)
categorie: usa , politics, television, new york times, fox news
domenica, 29 marzo 2009

They took our jobs! (tuck rjrrbs!)

"Margaritaville", episodio 3 della tredicesima stagione di South Park, è la più accurata e geniale analisi della crisi economica finora prodotta. Da vedere assolutamente.
postato da creezdogg alle ore 21:28 | link | commenti
categorie: usa , politics, television, south park, economy
domenica, 29 marzo 2009

Le origini e gli sviluppi della crisi americana



Verso la metà dello scorso settembre, la corsa alla Casa Bianca tra il democratico Barack Obama e il repubblicano John McCain era, a detta di ogni sondaggio, in sostanziale parità. Una situazione conseguente alla prodigiosa rimonta compiuta in agosto dall'anziano senatore dell'Arizona, riuscito nell'impresa di annullare il gap

percentuale che lo separava dall'avversario e capace, per alcuni giorni, di porsi persino in posizione di vantaggio grazie agli effetti benefici dell'esposizione mediatica ricevuta durante la convention del Partito Repubblicano di inizio settembre - in buona parte dovuta alla nomina a sorpresa dell'allora semisconosciuta governatrice Sarah Palin quale sua vice. A poco meno di cinquanta giorni dalla data in cui gli americani avrebbero eletto il loro 44esimo presidente, la partita per la conquista della Casa Bianca era quantomai aperta, con i Repubblicani galvanizzati dalla ripresa nei sondaggi e i Democratici poco soddisfatti dal momento di difficoltà della campagna elettorale di Obama, dopo mesi di ampio vantaggio, e ancora preoccupati riguardo alle intenzioni dell'elettorato fedele a Hillary Clinton. Dopo la momentanea interruzione delle ostilità per la cerimonia di commemorazione dell'11 settembre, la sfida tra Barack Obama e John McCain fu travolta da un evento del tutto imprevisto e, alla luce di quanto avvenuto, foriero di effetti devastanti: la crisi finanziaria globale. Un progressivo aggravarsi di problemi già emersi nei mesi precedenti, che portò alla bancarotta di alcune delle più note e, un tempo, più potenti società legate al credito e alla finanza immobiliare, grandi nomi come la banca di investimenti Lehman Brothers, le società di mutui Fannie Mae e Freddie Mac, il colosso assicurativo American International Group, con conseguente crollo delle borse americane e inesorabile contraccolpo sui mercati mondiali.

Da quel momento, la crisi del sistema finanziario diventò protagonista delle prime pagine di ogni quotidiano mondiale e l'economia, tema fino ad allora trattato con superficialità o argomentazioni vaghe dai due candidati (nonostante la già presente e irrisolta questione dei mutui sub-prime), divenne argomento principale della campagna elettorale presidenziale. L'impatto sulla corsa alla Casa Bianca fu di notevole entità: l'elettorato americano individuò - non senza un'abile strategia mediatica dei Democratici - le scelte economiche di George W. Bush e del Partito Repubblicano, al potere da otto anni, come cause principali della difficile situazione, identificando John McCain come corresponsabile (e potenziale prosecutore, se eletto) di tali politiche. A trarne guadagno, ovviamente, il candidato democratico. Che, dall'esplosione della crisi, rimase in netto vantaggio nei sondaggi, fino ad arrivare all'election day del 4 novembre e alla storica vittoria.

Si tratta di una delle tante chiavi di lettura del risultato elettorale delle ultime elezioni presidenziali americane. Un esito senza dubbio condizionato da svariati fattori, ma innegabilmente influenzato, in maniera determinante, dall'irrompere nella corsa alla Casa Bianca della crisi economica. Sebbene sia ancora in corso il cosiddetto «blame game» (letteralmente «gioco della colpa»), l'acceso dibattito sulle origini, sulle cause e su chi siano i maggiori responsabili delle scelte che hanno portato allo stato attuale delle cose, è indubbio che la crisi, a prescindere dalle reciproche accuse dei due maggiori partiti americani e dalle diverse scuole di pensiero in materia di economia, abbia radici profonde ed evidenzi una responsabilità condivisa da entrambe le parti in causa. Con un lungo articolo intitolato «Cosa è andato storto», pubblicato sul Washington Post lo scorso 15 ottobre, gli esperti Anthony Faiola, Ellen Nakashima e Jill Drew hanno analizzato il crollo dei mercati finanziari sotto ogni suo aspetto, giungendo alla conclusione che abbiano ragione sia coloro che puntano il dito contro le eccessive regolamentazioni, sia coloro che invece accusano la deregulation.

In poche parole, Washington e il mondo politico non sono stati in grado, nel corso degli anni, di stare al passo con Wall Street. Secondo l'accurato studio condotto dal quotidiano della capitale, la prima causa - in ordine di tempo - del processo che ha portato alla crisi economica globale è da individuarsi nell'opposizione dell'ex capo della Federal Reserve Alan Greenspan, dell'ex Segretario del Tesoro di Bill Clinton Robert Rubin e dell'ex capo della US Security and Exchange Commission (SEC) Arthur Levitt a qualsiasi tipo di regolamentazione nei confronti dei cosiddetti «strumenti derivati» (titoli il cui valore è basato sul mercato di altri beni). Lo stesso Greenspan avrebbe quindi tentato di erodere il potere dell'ufficio della Commodity Futures Trading Commission (commissione indipendente del governo che proibisce la condotta fraudolenta negli scambi di contratti futures), quando questo provò a iniziare una regolamentazione degli strumenti derivati. Infine, stando alle conclusioni dell'articolo, sarebbe stato il crollo di uno specifico tipo di derivato, il MBS (Mortgage-Backed Security), che avrebbe contribuito a incendiare le crisi economiche del 2008. In difesa di Greenspan, c'è chi ha portato l'argomento che le sue azioni, nel 2002-2004, fossero motivate dal desiderio di rilanciare l'economia americana dopo l'esplosione della bolla della new economy e dopo i tragici eventi dell'11 settembre 2001.

I Democratici, che attualmente, attraverso le parole di Barack Obama, dichiarano ripetutamente di aver «ereditato» la poco rassicurante situazione economica, sono tutto fuorché esenti da colpe. Tra i maggiori responsabili dell'attuale crisi viene spesso indicato infatti l'ex presidente Bill Clinton. Secondo il magazine TIME, la condotta dell'ex governatore dell'Arkansas fu «caratterizzata da prosperità economica e deregulation finanziaria, la quale in vari modi ha posto le basi per gli eccessi degli ultimi anni». Tra le decisioni oggetto di critica, l'approvazione del Gramm-Leach-Bliley Act da parte del 106esimo Congresso, che abolì il precedente Glass-Steagall Act, «caposaldo dei regolamenti dell'era della Depressione». Clinton firmò anche il Commodity Futures Modernization Act, al fine di sottrarre i «credit default swap» dai controlli governativi e, nel 1995, allentò ulteriormente le regole riscrivendo il Community Reinvestment Act, che aumentò la pressione sulle banche per concedere prestiti a quartieri dal basso reddito. Infine, come riportato dal New York Times nel 1999, l'amministrazione Clinton si impegnò per convincere Fannie Mae a espandere i mutui e i prestiti a persone con redditi più bassi, cosa che poi contribuì ad agevolare la crisi dei mutui, concessi a persone non in grado di offrire le adeguate garanzie.

Nella lista dei responsabili figura anche il successore di Bill Clinton, il repubblicano George W. Bush, il quale ha «fin da subito abbracciato la filosofia di governo della deregulation», come riportato da TIME, cosa che ha portato le agenzie di controllo federali ad abbassare la guardia su banche e broker di mutui. Al presidente repubblicano c'è tuttavia da riconoscere il desiderio di voler applicare maggiori controlli su Fannie Mae e Freddie Mac, rispedito al mittente dal Congresso, e l'appoggio (con firma) della legge di regolamentazione Sarbanes-Oxley Act. Diverso il caso del blocco, da parte di consulenti di Bush e di esponenti di spicco dei Repubblicani nei confronti del tentativo del capo della SEC William Donaldson di aumentare i regolamenti di fondi comuni di investimento e hedge funds. Inoltre, a prescindere dalle particolari azioni, a Bush, al potere per due mandati, si rimprovera una certa inazione in occasione dell'emergere dei primi segnali di difficoltà. Unitamente alle finora esposte decisioni politiche che hanno causato la crisi, vi è la restante parte di responsabilità, equamente suddivisa tra speculazioni dei dirigenti delle grandi società, spregiudicate operazioni di Wall Street e, non ultimo, poco avveduti costumi degli stessi consumatori americani che, nel terzo quadrimestre del 2008, per la prima volta in oltre quarant'anni, hanno iniziato a risparmiare di più e spendere meno («Abbiamo vissuto aldilà dei nostri mezzi - non c'è da meravigliarsi se abbiamo voluto credere che ciò non sarebbe mai finito» ha commentato TIME).

L'economia è ovviamente la priorità del programma del presidente Barack Obama. Il quale, fin da prima dell'insediamento, ha ampiamente illustrato le sue intenzioni. Prima scegliendo come segretario del Tesoro Timothy Geithner, ex presidente della Federal Reserve di New York (posizione che lo ha messo a stretto contatto con l'evoluzione della crisi negli ultimi anni), quindi facendo ripetute pressioni sul Congresso per l'approvazione di un piano di stimolo con l'obiettivo di rilanciare l'economia americana. L'American Recovery and Reinvestment Act, meglio conosciuto come «stimulus» - un imponente piano da 787 miliardi di dollari composto da tagli alle tasse e massicci investimenti in progetti di infrastrutture, estensione di benefici del welfare, educazione e sanità - è stato approvato il 13 febbraio, con i soli voti della maggioranza alla Camera e con il parere favorevole di solamente tre Repubblicani moderati al Senato. Un'approvazione in tempi strettissimi, data l'urgenza del provvedimento, che ha mandato a monte i piani - e le promesse - relativi alla creazione di un clima di «bipartisanship» e scelte condivise, come parte della nuova era politica che Obama avrebbe portato a Washington. A circa un mese di distanza, ancora non si è spenta la polemica sull'enorme spesa pubblica provocata dal piano presidenziale, un investimento senza precedenti che, prima e alquanto sofferta vittoria della nuova amministrazione, rappresenta un rischio politico di non trascurabile entità. Come dichiarato dallo stesso Obama, a evidenziare l'importanza della riuscita del piano, nel caso lo «stimulus» non avesse l'effetto desiderato, «gli americani tra quattro anni avranno un altro presidente».

Come parte della proposta di budget, l'amministrazione democratica ha quindi proposto misure addizionali per stabilizzare l'economia, tra le quali spiccano i 2-3 trilioni di dollari previsti per sconfiggere la recessione e porre le basi per la ripresa economica. Un programma alquanto discusso, in parte opposto anche da alcuni esponenti dell'ala moderata del Partito Democratico, che include un trilione di dollari per l'acquisto di asset tossici bancari, un trilione per espandere un programma di prestito federale al consumatore e 350 miliardi di dollari nel Troubled Assets Relief Program (programma governativo per acquistare asset da istituzioni per rafforzare il proprio settore finanziario). A questi si aggiungono 50 miliardi per rallentare l'onda di ipoteche sui mutui. Un budget fortemente criticato dall'esperto del New York Times Paul Krugman, vincitore di un premio Nobel per l'economia e che, secondo i calcoli dell'ufficio del bilancio del Congresso, porterebbe alla produzione di circa 9.3 trilioni di deficit nel prossimo decennio, ovvero una cifra quattro volte più grande dei deficit prodotti negli otto anni della tanto vituperata presidenza di George W. Bush. Qualche settimana or sono, il settimanale Newsweek titolava provocatoriamente «Siamo tutti socialisti ora?», riferendosi alla politica economica inaugurata da Obama. «Per molti versi la nostra economia già ricorda una economia Europea», si leggeva nell'articolo principale, «man mano che i boomers invecchiano e la spesa pubblica aumenta, diventeremo ancora più francesi». Un'eventualità che toglie il sonno ai conservatori fiscali - convinti che la riduzione del ruolo dello Stato e una minore pressione fiscale siano ancora la risposta alla crisi - ma che dimostra che in gioco vi sia molto di più delle sole chiavi della Casa Bianca in vista del 2012: legate ai risultati delle riforme economiche così fortemente volute dalla maggioranza di governo vi sono le sorti dell'antico dibattito sul ruolo dello Stato nei confronti del mondo economico, ma soprattutto quelle dell'economia statunitense e, di riflesso, mondiale. Una scommessa ad alto rischio che, in caso di fallimento, farebbe precipitare ulteriormente la già precaria situazione. Facendo quasi rimpiangere l'attuale crisi.

2009 - © Ragionpolitica.it

giovedì, 26 marzo 2009

Negli Usa l'opposizione ha smesso di parlare

Parole da “Professore in capo”, più che da “Comandante in capo”. Così è stata definita dal New York Times la performance di Barack Obama di martedì sera nel suo secondo incontro in prime-time con i rappresentanti della stampa a stelle e strisce. Una conferenza stampa della durata di circa un'ora, nella quale non si è visto il grande comunicatore dalle innegabili capacità oratorie che ha tenuto un discorso al Congresso lo scorso mese, né il presidente in grado di discorrere faccia a faccia con i cittadini in incontri pubblici per tutta l'America, né tantomeno l'inquilino della Casa Bianca capace di scherzare e di divertire il pubblico americano ospite del Tonight Show di Jay Leno. A parlare in diretta tv di fronte a una schiera di giornalisti e circa dieci milioni di telespettatori, martedì sera Barack Obama si è presentato nella East Room della Casa Bianca con toni più simili a quelli di un docente universitario che non a quelli tipici del leader del mondo libero. Pacato e mai sorridente, con lunghi discorsi, a molti osservatori è sembrato “noioso” (“arrogante”, a detta di Karl Rove), quasi “come un insegnante che parla nella quiete di una classe dove gli studenti stanno aspettando nervosamente il suono della campanella” ha scritto Peter Baker sul già citato quotidiano newyorkese. L'appuntamento ha concluso un lungo blitz mediatico (da Jay Leno sulla NBC a “60 Minutes” sulla CBS, passando per la ESPN per discutere di pallacanestro) tenuto dal presidente nella scorsa settimana, effettuato con l'obiettivo di mettere fine all'acceso clima di indignazione legato ai bonus dei dirigenti della AIG e di convincere un sempre più scettico Congresso ad accettare le sue proposte in materia di budget. Nel corso della conferenza stampa, alla quale non sono stati accreditati rappresentanti delle maggiori testate Usa (erano assenti Washington Post, NY Times, Wall Street Journal, USA Today), Obama ha difeso a spada tratta i suoi provvedimenti in materia economica, riaffermando il suo desiderio di “combattere la crisi su ogni fronte” e chiedendo agli americani una buona dose di comprensione e pazienza, nell'attesa dell'uscita del Paese dalla recessione. Secondo l'editorialista liberal John Dickerson, il non semplice compito del presidente era “convincere le persone a essere pazienti riguardo alla loro indignazione per il continuo 'bailout' di Wall Street” e, al tempo stesso, “convincerle a essere impazienti nei confronti di riforme fiscali a lungo termine che per anni potrebbero non avere effetti su di loro”. Il tutto, per Dickerson, affiancato al ruolo di “psicoterapeuta nazionale”, al fine di “gestire la rabbia” del popolo americano in questo periodo di crisi. Poche le domande dei reporter sulla politica estera, dato “stupefacente” per la politologa della CNN Gloria Borger, che ha sottolineato il mancato trattamento di questioni quali Iran, Iraq o Afghanistan e i soli accenni a Messico, Cina e rapporto tra Israele e Palestina. Una performance generale, quella di Obama, giudicata dai più come piatta e opaca, ma che non intacca minimamente la posizione di potere rivestita dal presidente e dai Democratici. Sebbene la risposta repubblicana, nuovamente per voce del governatore della Louisiana Bobby Jindal, sia stata più convincente dell'ultimo, disastroso, tentativo (in cui Jindal fu ridicolizzato dai media e paragonato a un attore comico), si registra ancora un'allarmante assenza di leadership tra le fila del GOP. Partito che, aldilà delle dure critiche della stampa conservatrice, nonostante l'opposizione senza se e senza ma alle politiche presidenziali, è incapace di lanciare volti nuovi e carismatici – fenomeno che ha fatto emergere figure secondarie e quasi dannose quali Rush Limbaugh, Joe l'Idraulico o Cindy McCain, figlia del senatore dell'Arizona – e di fare proposte alternative a quelle della maggioranza. “Piuttosto che chiamare il suo programma 'follia di marzo' (riferimento alla “March Madness” delle finali di basket collegiale NdR), perché non presentare una contro-proposta?” si è lamentato dei Repubblicani Robert M. Eisinger, docente di Scienze Politiche all'Università Lewis & Clark di Portland, evidenziando la scarsa lungimiranza e la mancata proposta di alternative da parte della minoranza. Paradossalmente, l'unica vera opposizione alla Casa Bianca proviene in questi giorni da elementi interni alla stessa maggioranza, con il fronte liberal sempre più insofferente dei Democratici moderati e il Senatore Kent Conrad (North Dakota), centrista a capo della Commissione Budget, deciso a ridurre il piano economico del presidente. Scontri di bassa o minima entità, che non fanno perdere il sonno a Barack Obama. Il quale non ha mancato di rilevare lui stesso lo stato di malattia dei suoi avversari: “Il Partito Repubblicano non ha ancora scoperto che cosa vuole rappresentare”. Situazione vantaggiosa che gli permette di agire pressoché indisturbato e, come dimostrato martedì sera, persino risultare noioso agli americani.

2009 - © L'Opinione delle Libertà

Edizione 62 del 26-03-2009
mercoledì, 25 marzo 2009

US Press Review, March 25th

Le parole di speranza di Barack Obama: “Ci riprenderemo dalla recessione, ma ci vorrà tempo” e i due cuccioli di leopardo del Washington Post

Attenzione delle prime pagine dei maggiori quotidiani americani dedicata alla conferenza stampa tenuta ieri sera dal presidente Barack Obama presso la East Room della Casa Bianca, suo secondo incontro con rappresentanti dei media d’oltreoceano. Dal Washington Post al Wall Street Journal, passando per USA Today e NY Times (quattro testate che, curiosamente, non sono state accreditate all’evento), ogni organo di informazione racconta la “news conference” del comandante in capo, nel quale ha difeso il suo piano di budget da 3.6 trilioni di dollari, il quale sta per passare al vaglio del Congresso. Il Washington Post evidenzia le parole di speranza di Obama, il quale ha ribadito la sua intenzione (e la sua promessa) di condurre il Paese fuori dalla crisi: “Ci riprenderemo dalla recessione, ma ci vorrà tempo”. Il quotidiano della capitale non manca di notare che alcuni esponenti chiave del Partito Democratico al Congresso, tra cui il senatore Kent Conrad (North Dakota), siano pronti a “prendere il coltello” per effettuare significativi tagli alla proposta di budget della Casa Bianca. Una mossa condivisa dall’ala moderata dei Democratici che, di conseguenza, avrebbe scatenato le ire del fronte liberal, capitanato dalla Speaker of the House Nancy Pelosi. Freddezza generale sulla performance televisiva del presidente. Il New York Times parla di un “professore in capo”, più che di un “comandante in capo”, calmo e mai sorridente, come se si trovasse di fronte a una classe di studenti poco interessati. Per il Los Angeles Times, non vi sono stati momenti particolarmente memorabili.

Sempre sul Los Angeles Times, per ovvi motivi geografici, viene dedicato ampio spazio al progetto governativo che prevede l’invio di centinaia di agenti federali ed esperti in materia di intelligence nei pressi del confine meridionale degli Stati Uniti, con l’obiettivo di combattere la violenza collegata al contrabbando di sostanze stupefacenti e di prevenire il suo ingresso negli Usa. Rappresenta, a detta del quotidiano californiano, “il più determinato sforzo americano per contrastare i potenti e pericolosi cartelli della droga da anni a questa parte”. La battaglia tra autorità messicane e signori della droga conta già più di 7000 morti negli ultimi 15 mesi, un’emergenza che ha portato alcuni studi del Pentagono a non escludere un possibile collasso del paese centroamericano. Sulla East Coast, il New York Times apre invece con la proposta della Cassa Bianca di permettere al governo di assumere il controllo di ogni istituto finanziario che si trovi nei guai e sia considerato “grande abbastanza” per creare problemi al sistema finanziario. Se già il governo americano possiede tale potere nei confronti di banche e altri istituti di deposito crediti, la proposta estenderebbe l’autorità a qualsiasi altra struttura finanziaria (compagnie di assicurazioni, hedge funds, ecc.). Se approvata, secondo il NYT, sarebbe la “più grande permanente espansione di potere di regolazione federale degli ultimi decenni”.

Tra le notizie curiose, il Washington Post, il quale riserva la parte centrale della propria prima pagina a due…cuccioli di leopardo. “In via di estinzione e adorabili” il titolo dell’articolo, nel quale si pone la luce dei riflettori sui due felini trovati presso il National Zoo’s Conservation and Research Center di Front Royal, in Virginia, “a dispetto delle tendenze omicide delle specie in cattività”. Tolti dal grembo della madre prima che questa potesse divorarli, i due sono stati portati in una speciale incubatrice e nutriti con biberon. Trattandosi di una specie molto rara, la loro nascita – la prima in sedici anni – rappresenta, secondo il WP, “un fuori campo genetico”.

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mercoledì, 25 marzo 2009

March Madness, la follia di marzo è servita

Ogni anno, con l’arrivo del mese di marzo, gli Stati Uniti sono puntualmente travolti da un fenomeno di euforia collettiva. Un rito a scadenza regolare, un appuntamento immancabile, che riesce a trascinare buona parte della nazione (e molti anche all’estero).

Non si tratta della celebrazione dell’inizio della stagione primaverile, ma dell’arrivo della famigerata “March Madness“, letteralmente “follia di marzo”, un virus che contagia decine di milioni di persone in occasione dell’avvio della fase finale del campionato di basket universitario NCAA.  

LE REGOLE DEL GIOCO - NCAA, che si può pronunciare “N-C-A-A”, ma anche “N-C-double A” o “N-C-two A”, sta per National Collegiate Athletic Association, è un’associazione volontaria formatasi nel 1910 sulle ceneri della IAAUS (Intercollegiate Athletic Association of the United States) per volere del presidente Theodore Roosevelt, al fine di meglio tutelare le centinaia (poi divenute migliaia) di atleti non professionisti e affrontare il problema dei crescenti infortuni (spesso causa di morte) sui campi di gioco — dopo che lo stesso Ted Roosevelt, figlio del presidente, si ruppe l’osso del collo in una partita di football. L’associazione oggi comprende circa 1281 istituti appartenenti alla realtà universitaria americana e, suddivisa tra conference e divisioni, è la più grande organizzazione di atleti collegiali al mondo, fiore all’occhiello del sistema sportivo e - fatte salve alcune anomalie da correggere - scolastico a stelle e strisce, comprendente discipline di ogni tipo, dalle più note quali pallacanestro, football e baseball, ad attività meno conosciute al di fuori dei confini americani (ma che comunque vantano una discreta popolarità in patria) quali il lacrosse. Di queste, nessuna attira l’attenzione del pubblico quanto il basket nel corso della “March Madness”. 

DILETTANTI ALLO SBARAGLIO - La follia marzolina è la dimostrazione che gli americani, o meglio la stragrande maggioranza di essi, preferiscono lo sport collegiale a quello professionistico. La serie dei motivi è lunga. Innanzitutto, perché sono numerosissimi coloro che hanno frequentato - a prescindere dal talento atletico - il college, il quale riveste una parte fondamentale nella formazione scolastica e professionale del cittadino statunitense, ma anche in quella culturale. L’aggregazione sociale - spesso degenerante al limite del demenziale, come raccontato più volte da letteratura e, soprattutto, cinematografia - gioca una funzione da non sottovalutare nell’esperienza di ogni americano. Al fianco di essa, il senso di appartenenza, che si manifesta anche una volta terminata l’esperienza universitaria, ad anni e decenni di distanza dal conseguimento del diploma, con associazioni di ex alunni ancora partecipi alla vita dell’ateneo, protagonisti con attività che vanno ben aldilà del semplice ritrovo annuale o della cena in memoria dei vecchi tempi. Molti considerano poco appassionante, quasi deprimente, fare il tifo per una squadra appartenente a un campionato professionistico, o meglio una franchigia, un logo che rappresenta un’attività commerciale (la quale, in caso di cattivi affari, non esita a emigrare in migliori lidi, come da sempre avviene nella storia dello sport Usa, con esempi quali i Brooklyn Dodgers trasferitisi a Los Angeles, o più recentemente i Los Angeles Rams diventati Saint Louis Rams), in cui militano giocatori viziati, spesso strapagati, per nulla interessati alle sorti della formazione, ma solo cultori dell’immagine personale. Non c’è alcun trasporto emotivo, non è percepita alcuna appartenenza alla squadra, al contrario di quanto avviene nei confronti dei team collegiali, squadre che rappresentano la scuola frequentata personalmente, o da parenti e amici stretti, o della quale si è addirittura indossata l’uniforme per qualche anno, in cui ci si può riconoscere, in cui militano ragazzi non retribuiti, molti dei quali non hanno una carriera sportiva nel proprio destino, che giocano solo per vincere o, nei casi più rari, al massimo mettersi in mostra affinché qualche talent scout NBA si accorga di loro.

GENERAZIONE DI FENOMENI - Un vero e proprio fenomeno sportivo, ma al tempo stesso un fenomeno sociale e culturale. Lo ha scritto anche l’editorialista Timothy Egan sul New York Times, in un articolo nel quale conia il termine “Hoopsteria” (traducibile più o meno in “isteria del basket”) e dove le finali NCAA di pallacanestro sono definite “il miglior diversivo nazionale” al quale l’intera nazione si rivolge, un po’ come l’hurling per gli Irlandesi, il calcio per gli Italiani o “il sacrificio rituale per gli Aztechi”. La “March Madness” è qualcosa che porta persino il presidente Barack Obama ad apparire in televisione - cosa che fa abbastanza spesso, recentemente - per fare i suoi pronostici sul torneo, azzardando addirittura i nomi delle rappresentative universitarie che raggiungeranno le Final Four. Cosa che ha fatto imbestialire lo storico coach di Duke, Mike Krzyzweski, il quale, data l’omissione della formazione da lui allenata da parte di Obama, ha consigliato al proprio presidente di smetterla di occuparsi del basket e iniziare a pensare all’economia. Tra marzo e aprile, le migliori 65 università (32 vincitrici delle rispettive conference, 33 invitate per meriti sportivi) si scontrano in un mortale torneo a eliminazione diretta. Chi vince, prosegue e mantiene i sogni di gloria. Chi perde, è fuori e torna a casa. Chi sopravvive al primo weekend ha l’opportunità di accedere al cosiddetto “Sweet Sixteen” (che, negli Usa, è il nome con cui si chiama la festa di compleanno per il raggiungimento dei sedici anni, ma qui ha significato ovviamente diverso), anticamera delle semifinali, meglio note come Final Four. Nessuno lo chiama “NCAA Division I Tournament”. Per tutti è la “March Madness”, definizione utilizzata per la prima volta nel 1939, quando un articolo (intitolato appunto “March Madness”) apparso sulla rivista ufficiale della associazione dei licei dell’Illinois se ne servì per raccomandare un po’ di follia marzolina in occasione del torneo statale di pallacanestro dedicato alle high school.

COMMERCIALIZZAZIONE - Con l’arrivo degli anni ‘80 e dei ‘90, qualcuno intuì che il nome poteva funzionare anche dal punto di vista commerciale, trasformandosi in un vero e proprio marchio (nonché titolo di un noto videogame della EA Sports) e , come spesso accade in questi casi, diventare un sinonimo assai più popolare dello stesso nome ufficiale.  In questi giorni è in corso l’edizione 2009 della follia di marzo. Manca poco alle Final Four, che si terranno a Detroit, Michigan, il 4 e il 6 aprile. Tutti gli occhi sono puntati sulle eliminatorie, in attesa, come di consueto, di risultati imprevedibili e di inattese sorprese. Sono davvero in pochi coloro che, in questo periodo dell’anno, preferiscono interessarsi alla National Basketball Association, nella quale peraltro iniziano a scaldarsi i motori in vista dei Playoff. Gli stessi media, comprensibilmente, offrono ai professionisti spazi minori rispetto a quelli riservati alle gesta degli atleti universitari. Il magazine Newsweek approfitta del clima per chiedersi come funzionerebbe l’amministrazione Obama se fosse strutturata come il campionato NCAA. C’è chi, invece, non nasconde una vena critica, come Robert Weintraub diSlate, che si chiede polemicamente se il 2009 non rappresenti “la più noiosa edizione del torneo NCAA”, a causa dell’assenza - almeno finora - di una “Cinderella”, squadra cenerentola capace di sconfiggere ben più favoriti avversari e farsi strada fino ai round finali. Noiosa o meno, a prescindere dalle formazioni partecipanti e dei talenti espressi in campo, anche l’edizione targata duemilanove delle finali NCAA conferma il peso - non solo mediatico - di un evento capace di bloccare l’America e di catturare l’intera attenzione del pubblico statunitense. Un fenomeno ormai consueto di isteria collettiva del tutto affascinante, per certi versi inspiegabile. In due parole, una vera follia marzolina. O meglio, March Madness.

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domenica, 22 marzo 2009

La Casa Bianca colpita dalle conseguenze dello scandalo AIG

Lo scandalo che ha coinvolto il colosso assicurativo American International Group (che, pur beneficiando dei fondi del «bailout» governativo per evitare il fallimento, ha comunque versato nelle casse dei propri dirigenti i super bonus del 2008, per un totale di 165 milioni di dollari) sta provocando più di un problema alla Casa Bianca. Il mancato intervento del governo americano, in particolare del Dipartimento del Tesoro, per bloccare i benefici per i manager della AIG (ovvero i diretti responsabili del crollo della società), cui è seguito un sempre crescente clima di indignazione e rabbia sui media e all'interno del mondo politico, ha rappresentato un duro colpo per l'immagine dell'amministrazione democratica insediatasi da circa tre mesi. E, secondo quanto scritto dal Washington Post, generalmente vicino alle posizioni dei Democratici e di Barack Obama, ciò minaccia persino di deragliare «il sostegno del pubblico e del Congresso per l'ambizioso programma politico» del presidente.

La reazione negativa nei confronti dell'affaire-AIG è stata bipartisan, con rappresentanti di entrambi i partiti a denunciare a gran voce il fattaccio. La prevedibile conseguenza, il montare di una rabbia dai toni populistici verso i manager della compagnia, si è in breve tempo indirizzata contro la stessa amministrazione. Il primo a finire sulla graticola, sotto attacco da parte di media e di opposizione, il segretario del Tesoro Timothy Geithner, già oggetto di un vivo dibattito pochi mesi or sono, al momento dell'approvazione della sua nomina, a causa di alcuni suoi problemi con il fisco (per la precisione, il mancato pagamento di 34 mila dollari in tasse dal 2001 al 2004). Sono numerosi i commentatori che hanno sollevato dubbi, nei giorni scorsi, relativi alla conoscenza, da parte di Geithner, dei bonus previsti dalla AIG per i propri dirigenti. Stando alle fonti ufficiali della Casa Bianca, il ministro del Tesoro sarebbe venuto al corrente della loro esistenza non prima del 10 marzo. Un ritardo giudicato inaccettabile dai più, che ha portato esponenti di spicco del Partito Repubblicano, quale l'ex Speaker of the House Newt Gingrich, a chiedere le dimissioni di Geithner. «La domanda è: perché il segretario non sapeva dei bonus già da prima?», si è chiesta la reporter Jennifer Loven della Associated Press. «E quando lo è venuto a sapere, perché non ha fatto nulla per fermare quella che ovviamente sarebbe stata una controversia di disturbo e forse dannosa?», ha invece scritto l'editorialista Eugene Robinson sul Washington Post.

È opinione comune che Geithner sarebbe dovuto essere a conoscenza dei bonus – «un disastro che si nascondeva in bella vista», come definito dal New York Times – molto tempo prima. Il segretario si è immediatamente preso la piena responsabilità dell'accaduto e, nei giorni seguenti, il presidente Obama gli ha rinnovato la propria fiducia, aggiungendo che Geithner ha dovuto affrontare le più complesse sfide economiche che un segretario del Tesoro abbia mai fronteggiato dai tempi di Alexander Hamilton nella guerra di indipendenza. Lo stesso comandante in capo, tuttavia, non è stato risparmiato dal contraccolpo dello scandalo e dall'ondata di indignazione. I provvedimenti legati ai bonus delle società erano infatti presenti nelle centinaia di pagine del progetto di legge dello stimulus, un piano finanziario da 787 miliardi di dollari per rilanciare l'economia americana approvato in brevissimo tempo dal Congresso con i soli voti dei Democratici e duramente criticato dai Repubblicani. Ma soprattutto, un progetto di legge fortemente voluto da Barack Obama, il quale è ora costretto a riconoscere le sue responsabilità. Evitando, forse per la prima volta, di giustificare la crisi economica come una situazione ereditata: «Ciò che inizia ad accadere - ha dichiarato un sondaggista repubblicano - è che le sue azioni stanno iniziando ad avere conseguenze. E questo è uno di quei casi: ha messo fretta a tutti per approvare quel progetto, e ora sono le sue azioni a causare cose di cui la gente è scontenta».

Un grattacapo che l'amministrazione avrebbe potuto scongiurare, specialmente in una fase in cui si registra un aumento dello scetticismo da parte di pubblico e membri del Congresso verso le imponenti somme di denaro stanziate dal governo per provare a stabilizzare il sistema finanziario. Non è un caso se, al fine di distogliere l'attenzione generale dal caso-AIG, Barack Obama sia dovuto ricorrere a vari diversivi e a fare affidamento alle sue provate tecniche di comunicazione e uso dei media, pratica a lui congeniale. Nel tentativo di spostare le luci dei riflettori, l'inquilino della Casa Bianca si è recato in tour nella costa ovest, è stato ospite del Tonight Show di Jay Leno sulla NBC (prima volta di un presidente in carica ospite di un talk show) ed è persino apparso sul canale sportivo ESPN per fare le sue previsioni sul campionato di basket collegiale NCAA. La sovraesposizione mediatica, tuttavia, non sembra aver portato i risultati sperati. Il magazine The Politico ha parlato di risposta «lenta e incerta» al tumulto provocato dalla vicenda dei bonus della AIG, mentre il politologo Rick Klein, su ABCNews, ha definito gli ultimi sette giorni «la settimana persa dall'amministrazione di Obama», nella quale «il maestro della comunicazione» non è riuscito nel suo intento. A complicare le cose, nel corso dello show di Jay Leno, una maldestra battuta di Obama sulle paraolimpiadi ha scatenato una bufera di proteste, cosa che lo ha costretto a scusarsi con quanti si sono sentiti offesi dalla gaffe.

Una strategia rivelatasi quindi poco fruttuosa e che, alla luce dei risultati ottenuti, sembra dare ragione a una personalità non legata al mondo della politica. Il coach della squadra di pallacanestro di Duke, Mike Krzyzewski, il quale, risentitosi per l'esclusione della propria formazione dalle previsioni di Obama, ha deciso di dare uno spassionato consiglio al presidente: «Per quanto rispetti quanto stia facendo, davvero, l'economia è qualcosa sulla quale dovrebbe concentrarsi, probabilmente, molto più che sulle eliminatorie».

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mercoledì, 18 marzo 2009

World Baseball Classic, l'eccezionalità americana applicata al baseball

Come spiegare, questa cosa, a tutti quelli - e sono tanti, tantissimi - che negli ultimi anni hanno rimproverato gli Stati Uniti, anzi gli yankee, anzi l’America (possibilmente con la “K” maiuscola al posto della “c”), di essere prepotente, unilateralista, egoista, imperialista, svariati altri aggettivi terminanti in -ista, qualche parola offensiva qui non riportabile, e del tutto indifferente nei confronti del resto del mondo?

Come riuscire nell’impresa di fare capire, a questa orda di contestatori, che la realtà dei fatti è ben diversa, che loro si sbagliano, che la loro percezione delle cose è errata o per lo meno lontana dalla verità, quando i primi fattori a dare loro - apparentemente - ragione si trovano proprio nello sport? Come è possibile non accusare gli Stati Uniti, anzi gli yankee, anzi l’America, di imperialismo, quando chi vince il campionato professionistico di basket NBA è automaticamente nominato “campione del mondo”, quando chi si aggiudica il Super Bowl è intrinsecamente “campione del mondo” (e qui lo è per davvero, su questo non c’è dubbio alcuno, ma è il principio che conta) e, last but not least, quando la Major League Baseball se ne infischia dei Giochi Olimpici, ovvero la manifestazione sportiva per antonomasia, il non plus ultra dell’agonismo dai tempi dell’antica Grecia, rifiutando di inviare le proprie stelle solo perché il proprio campionato di baseball è ancora in corso? 

DA CHE PULPITO - C’è poco da stupirsi se il signore Jacques Rogge, presidente del Comitato Olimpico Internazionale, ha deciso, non senza polemiche, di escludere il baseball dai Giochi Olimpici di Londra 2012. Niente professionisti? Niente baseball. “Per il baseball, come per ogni altro sport, sarebbe un bene poter contare sulle star” sono le parole di Rogge. “Nel basket abbiamo LeBron James e abbiamo avuto il Dream Team con Michael Jordan, Scottie Pippen e Magic Johnson (poco importa se questo è arrivato dopo decenni di nazionali collegiali e dopo la batosta del 1988, peraltro sul finire della Guerra Fredda, smacco inaccettabile NdR). Questo trend è proseguito nella pallacanestro e nell’hockey su ghiaccio posiamo vantare tutte le stelle della National Hockey League. Per questo ci piacerebbe avere quanti più fuoriclasse della Major League Baseball. Io vorrei vedere Alex Rodriguez alle Olimpiadi“. Sebbene le recenti vicissitudini di A-Rod con il doping rendano ancor meno probabile una sua eventuale apparizione ai giochi (se non per il lancio del martello, data l’imponenza dei bicipiti), il discorso del presidente del CIO non fa una piega, almeno dal suo punto di vista. 

FUORI DI QUI - Ma questo, a quegli imperialisti degli Usa, non sembra interessare. Tant’è vero che loro, in tutta risposta, scrollando le spalle di fronte all’esclusione del baseball dalle Olimpiadi (anche se contatti tra federazioni sono tuttora in corso), si sono inventati il World Baseball Classic. Un torneo internazionale di baseball, organizzato da International Baseball Federation, Major League Baseball e, soprattutto, Major League Baseball Players Association (associazione dei giocatori professionisti, senza il cui imprimatur non si potrebbe contare sulla partecipazione delle star), al fine di promuovere nel mondo quello che da oltre un secolo è il “passatempo nazionale” di ogni americano che si rispetti. Niente a che vedere con le Olimpiadi e, al tempo stesso, niente a che vedere con la Coppa del Mondo di baseball, che esiste già dal 1938 (vinta ben 25 volte da Cuba), fino al 1996 aperta solo ai dilettanti (ora possono accedervi anche giocatori delle leghe minori), la quale gode di una popolarità di livello infimo.

Non esistono qualificazioni per il World Baseball Classic. Le sedici rappresentative nazionali che vi partecipano sono invitate dagli organizzatori. La prima edizione dell’evento si è svolta nel 2006. Tra le particolarità degne di nota del primo WBC, la location “itinerante” e internazionale, che vide le squadre giocare, dal 3 al 20 marzo, negli stadi di Tokyo (Giappone), San Juan (Portorico), Lake Buena Vista (Florida), Phoenix e Scottsdale (Arizona), Anaheim e San Diego (California). Presente anche una selezione azzurra, oggetto di scherno da parte della stampa americana non per i poco esaltanti risultati (o meglio, non solo), ma poiché composta pressoché interamente da oriundi (i giocatori furono definiti “carpetbaggers”, dispregiativo con cui si indica qualcuno che si affilia ad una organizzazione solo per opportunismo), tra cui il celebre Mike Piazza. Vincitore del primo World Baseball Classic, il potente Giappone allenato dall’ex stella degli Yomiuri Giants Sadaharu Oh, che in finale, di fronte ai 42 mila spettatori del PETCO Park di San Diego, sconfisse 10-6 la nazionale cubana. 

GIOCO, PARTITA, INCONTRO - La seconda edizione del WBC, targata 2009, è tuttora in corso. Ancora una volta 16 squadre, ancora una volta su invito. Presente nuovamente l’Italia, la quale stavolta - in seguito agli appelli dei vertici della Federazione Italiana Baseball e Softball e alla petizione online firmata da allenatori, atleti e dirigenti - può vantare su dieci giocatori provenienti dalla Italian Baseball League nella propria rosa, al fianco di elementi con nomi che non sfigurerebbero nei titoli di coda de “I Soprano” quali Philip Barzilla (San Diego Padres), Lenny Di Nardo (Kansas City Royals), Frank Catalanotto (Texas Rangers) o Jason Grilli (Colorado Rockies). Quattro i gironi, cui è seguito un round-robin a eliminazione diretta: le quattro sopravvissute accederanno alle semifinali, con finalissima prevista per domenica 23 marzo. Mentre gli azzurri sono già stati eliminati (una sola vittoria, contro il Canada, due pesanti sconfitte contro il Venezuela), i favoritissimi Usa, che presentano un roster in cui spiccano pezzi da novanta del calibro di Derek Jeter, Dustin Pedroia o Chipper Jones, si trovano ora a doversi giocare il tutto per tutto nella sfida contro Portorico (già vincente contro di loro 11-1, deludente umiliazione di cui i commentatori sportivi ancora parlano, a giorni di distanza). 

WORLD SERIES - Nonostante il più che discreto successo dell’iniziativa - che si può seguire anche in Italia, in esclusiva su ESPN America, canale 213 di SKY - c’è tuttavia da rilevare un elemento impossibile da trascurare. Gli americani, ancora una volta, non la prendono sul serio. Mentre il resto dei partecipanti al WBC dà il meglio di sé, oltre che per vincere, per fare bella figura e magari essere notato da qualche osservatore di qualche franchigia della Major League Baseball, con conseguente firma di contratto multimilionario (e conquista della libertà, con annesso ripudio da parte del governo della propria nazione, nel caso dei giocatori cubani), gli statunitensi non si impegnano. La differenza, secondo l’editorialista Linda Robertson del Miami Herald, sta tutta nell’approccio alla manifestazione: i giocatori delle altre nazionali “amano il fervore patriottico: giocano per il proprio Paese, non per il denaro“. La partita persa contro Puerto Rico, minuscola isola che potrebbe un giorno diventare il 51esimo Stato, sembrerebbe confermarlo, con gli Usa costretti a soccombere, sul proprio territorio, in una disciplina inventata da loro, contro un avversario poco temibile. “Il World Baseball Classic è una farsa” ha scritto Jeff Passan su Yahoo Sports, “Finché gli Stati Uniti continueranno a trattare le partite come poco più di esibizioni, il pubblico americano continuerà a ignorare il WBC - e a ragion veduta”. Un modo per smentire queste affermazioni, per Jeter e compagni, sarebbe imitare quanto fatto dal “Redeem Team” di pallacanestro a Pechino, vincere il torneo, e mettere a tacere i critici. Ma, anche in quel caso, non cambierebbe granché l’approccio americano a eventi come il World Baseball Classic. Come ha notato Joel Sherman sul New York Post, “in questo angolo di mondo, il bene maggior rimane il calendario da 162 partite“, riferendosi al campionato di Major League Baseball. Orgoglio nazionale. Le cui finali, non a caso, si chiamano “World Series”. Che sia una variante sportiva del destino manifesto?

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martedì, 17 marzo 2009

Press Review

La stampa d’oltreoceano inaugura la settimana dedicando spazio all’American International Group. Ma c’è tempo per la lucha libre sudamericana

La stampa d’oltreoceano inaugura la settimana dedicando ampio spazio alla AIG, acronimo di American International Group, nota società di assicurazioni americana (nonché sponsor del Manchester United) rimasta coinvolta in prima persona nella crisi finanziaria, la quale ha reso noti i nomi dei propri partner europei – banche e istituzioni finanziarie - che hanno beneficiato dei fondi pubblici stanziati dal Dipartimento del Tesoro sei mesi fa or sono. Oltre 170 miliardi di dollari, 80% dei quali pagati dai contribuenti americani, destinati ad AIG per evitare il suo fallimento, terminati nelle tasche di 80 “trading partners” del gigante delle assicurazioni. Washington Post, New York Times e Los Angeles Times fanno notare che, per settimane, tale elenco fosse stato richiesto in più di un’occasione da membri del Congresso americano, ma la compagnia ha ripetutamente rifiutato di diffondere i dettagli adducendo motivi legati alla privacy. Sul Wall Street Journal le cifre percepite dai maggiori beneficiari dei fondi governativi: 13 miliardi di dollari a Goldman Sachs, 7 miliardi di dollari a Merrill Lynch, 12 miliardi a testa per la francese Société Générale e per la tedesca Deutsche Bank.

Il LA Times, non senza polemica, sottolinea che l’inattesa trasparenza dimostrata da AIG in questi giorni non distoglie l’attenzione dall’argomento principale degli ultimi tempi, ovvero i bonus degli impiegati, definiti “oltraggiosi” dal quotidiano californiano. Come si evince dal WSJ, a questi erano stati promessi 450 milioni di dollari di bonus prima del salvataggio da parte del governo. In aggiunta a ciò, la compagnia pagherà 121.5 milioni di dollari di bonus di incentivi a 6400 dipendenti e 619 milioni di dollari ad altri 4200, per un totale di circa 1.2 miliardi di dollari a chi era a libro paga di AIG. Non è un caso, nota il NYT, se esponenti dell’amministrazione Obama, nel corso delle consuete trasmissioni televisive domenicali a sfondo politico, abbiano voluto prendere le distanze dagli abusi, mostrando preoccupazione nei confronti di un eventuale “reazione negativa populista contro le banche e Wall Street”, che potrebbe trasformarsi in rabbia contro il Congresso e la Casa Bianca.

Titoli dei giornali americani dedicati anche al Pakistan. Nel suo spazio dedicato alle news internazionali, il Wall Street Journal riporta la notizia riguardante la decisione del governo di Islamabad di accettare le richieste dell’opposizione, consentendo al capo della Corte Suprema di tornare a ricoprire il suo incarico. Una “concessione sbalorditiva” secondo il New York Times, la quale mette fine al braccio di ferro tra il presidente Asif Ali Zardari e il leader della minoranza Nawaz Sharif, con quest’ultimo pronto a organizzare una imponente manifestazione di protesta per le strade della capitale.

Tra le notizie curiose, è sempre il celebre “Column One” del Los Angeles Times a offrire gli spunti più interessanti. La rubrica, in fondo alla prima pagina, è dedicata oggi al fenomeno della “lucha libre”, la lotta libera messicana, versione latinoamericana del wrestling (protagonista anche di un recente film con Jack Black), la quale sta iniziando a spopolare anche in territorio statunitense. “The fiesta of the people” è il titolo dell’articolo, nel quale si legge che tale disciplina – definita “in parte ginnastica, in parte vaudeville” - è in Messico seconda solo al calcio, in quanto a popolarità: “i lottatori non sono star solo sul ring, ma anche in film, fumetti, pubblicità e riviste”.

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venerdì, 13 marzo 2009

Press Review



È Wall Street, ancora una volta, a farla da padrona sulle prime pagine dei quotidiani Usa. New York Times e Washington Post, i più autorevoli fogli della East Coast, sottolineano un’altra giornata positiva dei mercati, con gli investitori in una situazione così disperata da approfittare di ogni – presunta e apparente – buona notizia per provare a vendere. A dispetto dei numeri leggermente rassicuranti – con il Dow Jones che ha guadagnato il 9.5 per cento rispetto a lunedì scorso – nessuno si azzarda a dichiarare concluso il periodo di “bear market” (letteralmente “mercato orso”, per definire il momento di crisi in cui i prezzi declinano). Una buona dose di cautela, in questi giorni quantomai necessaria, specialmente dopo che la Federal Reserve ha mostrato quanto i mercati dovrebbero guadagnare per ristabilire la ricchezza che le famiglie americane hanno perso nel corso del 2008 (cosa che porta qualcuno – come il magazine Slate – a scrivere che “la grande ricchezza americana è svanita”). Le case americane, secondo la Fed, hanno registrato un declino netto di 11 miliardi di dollari (18%) nel 2008. “Un declino per un singolo anno che è pari del prodotto annuale di Germania, Giappone e Gran Bretagna messi insieme” ha tuonato il Wall Street Journal. Metà del quale (5,1 miliardi) perso solo negli ultimi tre mesi del 2008. Una cosa che “lascia gli Americani senza i soldi per il college, i loro risparmi e tutto quanto si erano messi da parte”, secondo il Washington Post.

Notevole l’attenzione dei quotidiani nei confronti di una notizia indirettamente correlata alla borsa, ovvero il caso Bernard Madoff, ora più noto come “detenuto numero 61727-054”. Wall Street Journal e Los Angeles Times gli dedicano ampio spazio: Madoff si è dichiarato colpevole di 11 capi d’imputazione, ammettendo di essere l’autore di quella che è già stata definita “la più grande frode della storia di Wall Street”: “Sono dolorosamente consapevole di aver colpito molte, molte persone” ha dichiarato l’ex guru della finanza, ora in prigione in attesa di sentenza (prevista per il 16 giugno).

Tra le notizie curiose della giornata, l’apposita rubrica “Column One” del Los Angeles Times, che oggi racconta di un minuscolo villaggio in Irlanda, tale Moneygall, il quale, terra di O’Malley, di O’Mara e di miriadi di altri cognomi inizianti per “O”, vanta oggi un collegamento – un tantino ambizioso – con il leader del mondo libero, ovvero il presidente americano Barack Obama. O meglio, O’bama.

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venerdì, 13 marzo 2009

Watchmen. Il film dell'opera di Moore divide la critica

 

Uscito nelle sale cinematografiche americane – e in quelle di buona parte del resto del mondo, Italia compresa – il 6 marzo, Watchmen, trasposizione cinematografica dell'acclamata graphic novel del maestro Alan Moore, ha registrato al box office casalingo un risultato non eccezionale, ma comunque discreto, data la durata di 2 ore e 45 minuti. Complice una poco temibile concorrenza, che vede un nuovo episodio della serie Madea di Tyler Perry come avversario principale, il film di Zack Snyder occupa tuttora il primo posto nella classifica Usa dei film più visti. Non sono però le prestazioni al botteghino e l'ammontare degli incassi – che, secondo una stima del magazine Slate basata su alcuni precedenti del medesimo genere, non supererà i 169 milioni di dollari totali sul mercato americano – di Watchmen a fare discutere i media a stelle e strisce. A una settimana dall'esordio, la pellicola continua a dividere la critica, in questo caso composta non solo da esperti della settima arte, ma anche da intenditori di comics, chiamati a giudicare l'esito e la fedeltà dell'adattamento dell'opera di Moore per il grande schermo. Il film non ha avuto reazioni indifferenti, tracciando una netta spaccatura nelle recensioni, tra chi lo ha amato fin dal primo momento e chi, invece, lo ha stroncato senza beneficio del dubbio. Tra i primi a cantarne le lodi, il decano della critica cinematografica americana Roger Ebert, che sul Chicago Sun-Times lo ha definito un “film viscerale” che “evoca le sensazioni della graphic novel” ed è “ricco abbastanza da essere visto più di una volta”. Entusiasti anche critici appartenenti a diverse aree politiche, da Kyle Smith del conservatore New York Post, che ha utilizzato aggettivi quali “cerebrale”, “scintillante”, “magnifico” e lo ha paragonato ad alcuni lavori di Stanley Kubrick, a Mick LaSalle del liberal San Francisco Chronicle, per il quale “il regista Zack Snyder sta iniziando a essere la migliore cosa accaduta al genere action negli ultimi dieci anni”. Responsi estremamente positivi anche da Richard Corliss di TIME (“film ambizioso”, a tratti “magnifico”), Ian Nathan di Empire (“intelligente, stiloso, apprezzabile”) e Patrick Parker di Premiere (“un film che piacerebbe anche ad Alan Moore”). Dall'altra parte della barricata, un numero altrettanto cospicuo di critici, il cui livello di apprezzamento nei confronti della pellicola rasenta invece il disgusto: “Watchmen è una noia” ha tuonato Philip Kennicott sul Washington Post, “affondato dal peso della riverenza per l'opera originale”. Un prodotto “interminabile” per A.O. Scott del New York Times, mentre a detta di Joe Morgenstern del Wall Street Journal guardare il film “è l'equivalente spirituale di essere colpiti sul cranio per 163 minuti”. Alquanto negativa anche l'opinione di Justin Chang di Variety (“incompleto per la sua riverenza”), cui ha fatto eco Kirk Honeycutt di The Hollywood Reporter, ad oggi autore di quella che forse è la critica più spietata, nella quale, senza lasciare spazio alcuno a interpretazioni, Watchmen è bollato come “il primo vero flop del 2009”. Evidenti disparità di giudizio, che nella maggior parte dei casi sono paradossalmente legate alla estrema – forse spropositata – fedeltà della trasposizione, che risulta quasi identica al lavoro realizzato e serializzato nel 1986 dal maestro Alan Moore e dal disegnatore Dave Gibbons. Un'opera, quest'ultima, che rappresenta uno dei più grandi capolavori della storia del fumetto (unica graphic novel inserita da TIME tra i 100 migliori romanzi contemporanei), in grado di mettere in discussione la figura del supereroe e di riscrivere le regole del genere letterario a essa legato. La quintessenza del formalismo, dove ogni immagine ha un significato, che per sua stessa natura risulta qualcosa di “progettato per mostrare le cose che i fumetti possono fare e che il cinema e la letteratura non possono”, come ammesso dallo stesso creatore. Non a caso, sono stati necessari oltre venti anni per trasformare Watchmen in un lungometraggio, un interminabile e doloroso processo che ha visto cambi di produzione, susseguirsi di registi e addirittura cause legali, che hanno portato Alan Moore ad allontanarsi dal progetto (non è infatti citato nei titoli di testa e di coda) e a creare l'opinione diffusa, suggerita dal regista Terry Gilliam, che il film fosse irrealizzabile. Una idea che è probabilmente condivisa da chi, in questi giorni, lo ha bocciato senza esitazioni.

2009 - © L'Opinione delle Libertà

Edizione 51 del 13-03-2009
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giovedì, 12 marzo 2009

Chris Dodd In Tha Houze

Ebbene sì, qui si sfruttano a piene mani i guai che sta passando questo senatore democratico del Connecticut, al solo fine di regalare ai lettori di questo blog un titolo che il sottoscritto sognava da tempo. Ne valeva la pena.

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giovedì, 12 marzo 2009

Press Review

Campeggia, sulla prima pagina dell'odierno New York Times, una grande foto dedicata alla strage avvenuta in una scuola di Winnenden, Germania, per opera di un diciassettenne. Sedici le vittime totali, un massacro avvenuto in un Paese che, al contrario degli Stati Uniti, prevede un severo controllo delle armi da fuoco, elemento che contribuisce ad alimentare il dibattito, squisitamente americano, relativo al secondo emendamento. Notizia principale del quotidiano della Grande Mela, il dilagante fenomeno delle azioni giudiziarie nei confronti delle frodi finanziarie. I procuratori generali di tutti gli Usa hanno preparato una offensiva di grandi dimensioni, che ha già travolto dozzine di persone – coinvolte negli scandali della crisi dei mutui – in Stati quali Minnesota, Delaware, North Carolina, Connecticut, Florida e Vermont. Al riguardo, si attende al più presto una presa di posizione da parte del governo centrale.

Il Washington Post dedica ampio spazio alla South Carolina, nella quale si registra un aumento record della disoccupazione. I posti di lavoro sono sempre meno e, al tempo stesso, le agenzie e le associazioni caritatevoli registrano tagli al budget. “Più bisogno, meno aiuto” titola, non senza una triste ironia, il quotidiano della capitale. Attenzione anche nei confronti dell'intervento dell'amministrazione Obama, per mezzo del segretario del Tesoro Timothy Geithner, al Fondo Monetario Internazionale: all'associazione, da parte del governo Usa, è stato chiesto un maggiore impegno per aiutare le nazioni colpite dalla crisi economica. Geithner propone un incremento delle spese di stimolo all'economia, ricordando che il Congresso approverà presto una cifra pari a 100 miliardi di dollari destinata ad aiutare i Paesi in difficoltà. Sul fronte degli esteri, il WP sottolinea che quasi nessuno, sui media americani e internazionali, sembra essersi accorto dell'attacco che in Iraq ha causato la morte di 33 persone nei giorni scorsi: “Nel 2003, quando l'America iniziò la sua occupazione, esplosioni con metà delle vittime di giovedì suggerivano che gli Stati Uniti avrebbero potuto non vincere la guerra” ha scritto Anthony Shadid, notando una certa differenza di trattamento.

Come ovvio, l'economia è regina sulle pagine del Wall Street Journal, che racconta la firma, da parte del presidente Obama, del cosiddetto “omnibus spending bill”, progetto di legge definito “imperfetto” dal comandante in capo, che finanzierà le agenzie governative per il resto dell'anno. Da parte dell'inquilino della Casa Bianca, è stata mossa più di una critica alla legge, per via di circa 8500 progetti minori, che costeranno 7.7 miliardi di dollari alle casse dello Stato.

Sul Los Angeles Times, riflettori puntati sull'uccisione di tre addetti alla sicurezza britannici in Irlanda del Nord, fatto avvenuto la scorsa settimana, che potrebbe riaccendere antichi e mai sopiti rancori. In migliaia hanno marciato ieri nelle strade per condannare il fattaccio e, apparentemente, persino le frange più bellicose si sono dichiarate contrarie a eventuali ripercussioni. Il quotidiano californiano, in una nota di costume, dedica parte della prima pagina ai “cowboy poeti” che, riuniti nella città di Elko, Nevada, per l'edizione 2009 della “National Cowboy Poetry Gathering” (meeting annuale di cowboy amanti della poesia, che vanta 8000 visitatori), trovano nell'attuale crisi e nei provvedimenti governativi (uno su tutti il “bailout”) l''ispirazione per nuovi versi.

2009 - © LibMagazine

giovedì, 12 marzo 2009

La diplomazia di Obama fa soffrire anche i liberal

Nel corso di un'intervista pubblicata dal New York Times, Barack Obama ha dichiarato che gli Stati Uniti non stanno vincendo la guerra in Afghanistan e che, per porre rimedio alla difficile situazione, la sua amministrazione non escluderebbe l'ipotesi di contatti diretti con “elementi moderati” dei Talebani. Affermazioni che sono servite a distogliere parte dell'attenzione dei media dalla crisi economica che ancora non migliora, e che tuttora fanno discutere. Per la prima volta, la proposta di dialogare con frange meno bellicose dei nemici proviene dal comandante in capo, che fa proprio il cliché secondo cui la soluzione per vincere in Afghanistan non sarebbe militare, ma politica. Idea paventata più volte da strateghi di area liberal, ma regolarmente accolta con scetticismo dai vertici militari americani e NATO - come dimostra la recente reazione negativa nei confronti della “tregua” tra governo del Pakistan e combattenti Talebani nella Valle dello Swat. A pochi giorni di distanza dall'annuncio dell'invio di 17 mila ulteriori soldati nel Paese, le parole di Obama, seppur salutate con soddisfazione dal leader afghano Hamid Karzai - il quale tuttavia auspica che sedersi al tavolo dei negoziati gli consegni l'autorità di cui è alla disperata ricerca - hanno suscitato più di un dubbio in molti osservatori sul campo, secondo i quali, come riportato da TIME, “proporre negoziati e compromessi mentre i Talebani acquisiscono una posizione militare dominante suona come una resa”. La strategia, nell'ottica del presidente, dovrebbe ricalcare a grandi linee quanto effettuato con successo in Iraq dal generale Petraeus, che riuscì a stabilizzare la provincia di Anbar convincendo i leader Sunniti ad allearsi con le forze occidentali in chiave anti-Al Qaeda. La realtà afghana, tuttavia, come in parte riconosciuto dallo stesso Obama (che peraltro non ha specificato né il tipo di negoziati da intraprendere, né definito i requisiti per identificare un “Talebano moderato”), è profondamente diversa da quella irachena, a cominciare dal non trascurabile elemento che i capi delle forze nemiche, in Iraq jihadisti reclutati all'estero, in Afghanistan sono indigeni, ergo strettamente legati ai locali. “La struttura tribale in Afghanistan è differente rispetto all'Iraq: non c'è una chiara gerarchia. Se fai un accordo con un individuo, lo fai solo con lui, non con tutto il suo clan” ha dichiarato al NY Times Daniel Markey, esperto di Asia al Dipartimento di Stato sotto George W. Bush. Inoltre, se in Iraq il governo centrale riesce a rappresentare una valida alternativa di potere per gli sceicchi locali, l'amministrazione Karzai è percepita dagli afghani come corrotta e non in grado di garantire la sicurezza. Per Peter L. Bergen di CNN, ascoltato al Congresso sull'argomento, scendere a patti con i Talebani rappresenta più un frutto della fantasia che non una politica effettivamente attuabile e potrebbe “portare a una destabilizzazione dell'Afghanistan”. Ma la questione afghana non è l'unica parte della nuova politica estera Usa a suscitare scetticismo tra i commentatori. Non pochi editorialisti hanno denunciato il “trattamento eccezionalmente maleducato”, come ha scritto l'inglese Iain Martin, nei confronti del primo ministro britannico Gordon Brown, accolto con freddezza e senza alcune delle formalità previste dal protocollo diplomatico. A questo evento si accompagnano le gaffe di Hillary Clinton con il ministro degli esteri russo Lavrov (con l'errata traduzione della parola “reset”) e con alcuni leader europei (con la discussa affermazione che la democrazia americana è “più antica” di quella europea), ma soprattutto la reazione poco convincente agli eventi del Sudan (giudicata “patetica” da Nicholaf Kristof del NY Times) e la “lettera segreta” di Obama a Mosca con la proposta di abbandonare il progetto di installazione di missili anti-balistici in Polonia in cambio di un aiuto russo per fermare le ambizioni nucleari iraniane, seccamente – e pubblicamente – rispedita al mittente da Dmitri Medvedev. Passi falsi che alimentano i dubbi sulla politica estera del nuovo presidente: “Ci avevano detto in campagna elettorale che Obama avrebbe riparato i rapporti con i governi stranieri danneggiati dalla 'diplomazia cowboy' di George W. Bush” ha scritto Jack Kelly sul Pittsburgh Post-Gazette, “Ma nelle sue prime settimane in ufficio, il presidente Obama ha gratuitamente offeso degli alleati, e fatto maldestre aperture – sprezzantemente rifiutate – ad avversari”.

2009 - © L'Opinione delle Libertà

Edizione 50 del 12-03-2009
martedì, 10 marzo 2009

When the moon hits your eye like a big pizza pie

Break out the Chianti and the maccherone, Dolores: they're doin' the tarantell' on College Street in Toronto tonight! -- Così qualcuno racconta le superbe prestazioni della formazione italiana - capace di eliminare il Canada - al World Baseball Classic. Ma certo, commenta qualcuno, l'Italia ha vinto perché in squadra ha giocatori come questo qui.

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categorie: sport, usa , italy, baseball
martedì, 10 marzo 2009

Obama abolisce i limiti alla ricerca sulle staminali

Con una cerimonia tenutasi lunedì nella Sala Est della Casa Bianca, di fronte a un pubblico composto da politici, scienziati e medici, il presidente americano Barack Obama ha firmato un ordine esecutivo che cancella i limiti imposti dall'amministrazione Bush alla ricerca sulle cellule staminali adulte. Dichiarando che «le scelte sulla ricerca scientifica devono essere basate sui fatti, non sull'ideologia» e auspicando che il Congresso possa votare soluzioni bipartisan in grado di alleviare ulteriormente le attuali restrizioni, Obama prende una netta posizione sull'argomento, ribaltando la politica mantenuta dal governo americano negli ultimi otto anni. Una decisione - già annunciata in campagna elettorale e, in parte, appoggiata anche dall'avversario John McCain - che ha già fatto il giro del mondo e che, come prevedibile, riaccende il dibattito sulle questioni etiche: salutata con soddisfazione da componenti del Partito Democratico, la notizia è stata accolta con grande scetticismo dall'opposizione, specialmente da rappresentanti delle frange più conservatrici.

Sebbene la scelta dell'attuale inquilino della Casa Bianca sia stata presentata, da lui stesso e dai media, come un cambio di rotta rispetto all'era di George W. Bush - espediente già utilizzato in numerose occasioni dalla nuova amministrazione per mostrare all'elettorato i segni della più volte promessa discontinuità rispetto al passato - fu lo stesso repubblicano il primo presidente ad autorizzare, nel 2001, il finanziamento federale per progetti che prevedevano l'utilizzo di già esistenti cellule staminali derivate da embrioni, proibendo invece ricerche future che avrebbero contemplato la distruzione di nuovi embrioni. Obiettivo dell'allora comandante in capo, come da lui spiegato in un discorso televisivo di fronte alla nazione, riuscire a trovare una soluzione di compromesso in grado di difendere, al tempo stesso, i valori etici e la ricerca scientifica, piuttosto che dover rendere forzata una impossibile scelta tra le due cose. Una questione «complessa e difficile», fu la definizione utilizzata da Bush, una «difficile intersezione morale, che giustappone la necessità di proteggere la vita in tutte le sue fasi con la prospettiva di salvare e migliorare la vita in tutti i suoi passaggi».

Alle prese con la medesima questione, il presidente Obama ha deciso di porre fine alla politica del compromesso predicata dal predecessore. «Nel confrontarsi con gli stessi interrogativi di Bush, ha scelto di aumentare le differenze tra la scienza e l'etica anziché cercare un terreno comune», ha scritto sul National Review Yuval Levin, membro dell'EPCC (Ethics and Public Policy Center), «e ha per la prima volta destinato dollari federali per la distruzione di embrioni umani per la ricerca». Obama, che ha potuto riutilizzare l'assai diffuso cliché che vuole l'amministrazione Bush come il tradimento della scienza, può contare su di un ampio consenso di pubblico sul tema: secondo un sondaggio condotto da Washington Post/ABC News lo scorso gennaio, sei elettori su nove sono favorevoli a un allentamento delle restrizioni presenti sulle cellule staminali. Un'indagine di Time del 2008 indicava che più di sette americani su dieci giudicavano positivamente l'utilizzo di cellule staminali per la ricerca, mentre il 19% era contrario all'uso di embrioni umani. Come ha notato il politologo Chris Cilizza su The Fix, tuttavia, un sondaggio del 2007 di Pew segnalò che per il 51% dei cittadini il potenziale delle cellule staminali per la scoperta di nuove cure fosse di primaria importanza, mentre per il 35% aveva la precedenza «non distruggere la vita umana».

I Democratici, con il fronte liberal in prima fila, hanno accolto con entusiasmo la firma dell'ordine esecutivo da parte di Barack Obama. Soddisfazione anche da buona parte del mondo scientifico e dalla ex First Lady Nancy Reagan. Comprensibilmente meno soddisfatti l'opposizione e la sua base conservatrice. Una levata di scudi generale da parte dei Repubblicani di Camera e Senato si è alzata nelle ore immediatamente successive alla cerimonia della Casa Bianca. «Credo che Barack Obama stia spostando l'orologio indietro di dieci anni, quando sembrava che le cellule staminali embrionali fossero il futuro - ma esse non lo sono», ha dichiarato il rappresentante del New Jersey Chris Smith alla Cnn. Secondo il leader della minoranza alla Camera, Jim Boehner, la decisione «va contro alla promessa di Obama di essere il presidente di tutti gli americani», mentre per il leader del GOP al Senato, Mitch McConnell, si tratta di una «grave svolta nella politica americana»: «Con questo annuncio, il governo, per la prima volta, sta incentivando la creazione e la distruzione di embrioni umani alle spese del contribuente americano», ha dichiarato McConnell, «sono a favore della ricerca biomedica e credo che l'amministrazione farebbe molto meglio a dirigere i fondi dei contribuenti alla ricerca su cellule non embrionali, cosa più efficace ed etica». Per l'ex Speaker of the House Newt Gingrich, si tratta di nulla più che di una «attrazione ideologica» imbastita dal presidente per distogliere l'attenzione del Paese dal continuo declino dell'economia.

La firma dell'ordine esecutivo che toglie i limiti imposti da Bush alla ricerca sulle staminali dimostra, come già avvenuto in occasione dei provvedimenti straordinari per il rilancio dell'economia, che Casa Bianca e Partito Repubblicano, a dispetto dei proclami di spirito bipartisan, viaggino ancora su binari separati e distanti. Se lo «stimulus» è servito a compattare la minoranza sui temi del conservatorismo fiscale, questa volta i Repubblicani fanno fronte comune appoggiandosi alla base conservatrice, fortemente legata alle «moral values». Un ritorno alle origini, una rivalutazione dei principi essenziali della destra americana, per poter riorganizzare l'opposizione e dare nuova linfa vitale a un partito in difficoltà. «Per l'elettorato di massa penso che Obama riceverà credito per la percezione di essersi allineato con gli interessi medici progressisti», ha affermato Mark McKinnon, consulente mediatico dell'ex presidente George W. Bush, «ma farà anche infiammare la base del Partito Repubblicano, perché colpisce i principi base e accende forti passione e furia».

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lunedì, 09 marzo 2009

Terrell Owens: più che un giocatore di football, un circo

L’incredibile storia del wide receiver più bravo degli Usa. E più spettacolare, sia in positivo che in negativo.

Terrell Eldorado Owens non è un giocatore di football americano come tutti gli altri. “T.O.” è molto di più. É, al tempo stesso, l’atleta più amato e più odiato di tutta la National Football League. Una superstar, anche se non ha mai vinto un titolo. Un talento spropositato, anche se mai espresso del tutto e spesso sprecato. Ma soprattutto, un circo ambulante, capace di fare rumore in qualunque città vada a giocare, in grado di fare notizia qualunque cosa egli faccia, che sia la realizzazione di un touchdown, un litigio con un compagno, o una overdose di farmaci che quasi lo spediva sotto due metri di terra. Nei giorni scorsi è tornato a occupare nuovamente le prime pagine dei giornali sportivi a stelle e strisce, prima perché abbandonato dai Dallas Cowboys - formazione lontana dai piani alti della lega da più di un decennio, detestata dai più nonostante sia chiamata “America’s Team” - quindi perché ripescato dai Buffalo Bills, che hanno battuto la concorrenza (non troppo nutrita, peraltro) per offrirgli un nuovo contratto. E, conseguentemente, un’altra chance per smentire chi lo reputa nulla più che un piantagrane.

PRO E CONTRO - Non tutti hanno reagito positivamente alla mossa di mercato di Buffalo, franchigia solitamente abituata a stare lontano dalla luce dei riflettori. Anzi, quasi nessuno, tra esperti e addetti ai lavori, ha azzardato un roseo futuro, sia per la squadra che per il giocatore. “Per i Bills è un vero disastro” ha immediatamente commentato un allenatore della NFL che ha preferito rimanere anonimo. “I Bills corrono un rischio notevole prendendo Owens” ha scritto l’editorialista Vic Carucci sul sito ufficiale del campionato. Un’opinione condivisa dalla maggior parte dei commentatori sportivi, perché Terrell Owens è un’incognita. A dispetto dell’incredibile talento, che lo rende uno dei migliori ricevitori della storia del football, e delle grandi capacità atletiche, che gli hanno persino permesso di giocare in ruoli diversi a seconda delle esigenze (nonché di esibire le proprie abilità cestistiche a ogni Celebrity All Star Game della NBA), “T.O.” è un atleta ingestibile, smisuratamente egocentrico (appartenente a quella categoria di atleti che parlano di se stessi in terza persona) e, non ultimo, estremamente litigioso. Con un particolare dono, che lo rende ancora più unico: ovunque sia andato a giocare nella sua carriera, San Francisco, Philadelphia, Cowboys, Owens è riuscito a dividere lo spogliatoio. Una vera e propria “forza che crea discordia”, per utilizzare la definizione del succitato Carucci. Sei volte All-Pro (selezione dei migliori giocatori della stagione), sei convocazioni al Pro Bowl (partita delle stelle del football). Qui si fermano i suoi raggiungimenti, fatti salvi i record e le varie statistiche. Nessun anello di campione al dito. Ma, in compenso, una lunga serie di prime pagine. Quando, nel 2001, i suoi continui litigi con il quarterback Jeff Garcia e con il coach Steve Mariucci contribuirono a rovinare la stagione di San Francisco. Quando, nel 2003, dopo una delle sue peggiori stagioni di sempre, decise di abbandonare i 49ers e, non contento, di fare allusioni relative alla presunta omosessualità del suo (ex) QB Garcia in un’intervista esclusiva rilasciata a Playboy. Quando, sempre nel 2003, fece litigare tre squadre (San Francisco, Baltimore, Philadelphia) per avere male interpretato alcuni cavilli burocratici, in una vicenda che si concluse con l’intervento della stessa NFL e del sindacato giocatori - e con un contratto da 49 milioni di dollari per lui.

THE RISE AND FALL - Fu alla corte dei Philadelphia Eagles che “T.O.” mostrò il meglio e il peggio del suo carattere. Un primo anno eccezionale, nel quale, nonostante un infortunio al perone, si impuntò per scendere in campo nel Super Bowl (perso) contro i New England Patriots. Una prestazione da grande campione, oscurata dalle successive polemiche nei confronti dei media, colpevoli di aver criticato la sua scelta (suggerendo che se, al posto suo, ci fosse stato il veterano Brett Favre, i giornali lo avrebbero elogiato - velata accusa di razzismo ai mainstream media che mai gli fu perdonata). Quindi, seguita da una serie di azioni distruttive in puro-stile Owens, dai botta e risposta al vetriolo con il quarterback Donovan McNabb, scontro tra due prime donne, ai battibecchi con la società per rinegoziare il contratto, con tanto di scaramucce quali chiedere alla proprietà di permettergli di giocare la Summer League della NBA (!) con la maglia dei Sacramento Kings. Un rapporto andato via via deteriorandosi, così come il suo utilizzo e il suo rendimento sul campo, terminato con la sospensione da parte degli stessi Eagles e, infine, il rilascio nel marzo 2006.

BIS - Per “T.O.”, la disoccupazione non durò a lungo: dopo nemmeno quattro giorni dall’addio a Philadelphia, trovò subito un nuovo ingaggio con i Dallas Cowboys. Più che un contratto, una pioggia di biglietti verdi: 25 milioni di dollari in tre anni. Tre stagioni di alti e bassi, prestazioni alquanto convincenti sul campo alternate agli ormai consueti atteggiamenti da protagonista, partite con numeri esaltanti e celebrazioni al limite del consentito (i festeggiamenti post-touchdown sono una sua specialità, per la quale è stata più volte sanzionato dalla lega per “excessive celebration“), dichiarazioni fuori dalle righe, litigi con i compagni e, ovviamente, fugaci o nulle apparizioni in post-season. Il tutto condito dal mistero del 27 settembre 2006, quando fu portato di urgenza in ospedale per una overdose di hydrocodone, un potente antidolorifico: tentativo di suicidio secondo la stampa di Dallas, reazione allergica secondo il giocatore e le fonti ufficiali.

TERTIUM….DATUR - Dopo l’ennesima annata deludente per i Cowboys, l’ultima giocata al glorioso Texas Stadium, conclusa con una devastante sconfitta (44-6 contro Philadelphia) e un record che, seppur in attivo (9-7), non ha consentito l’accesso ai Playoff, il patron Jerry Jones e i vertici della franchigia texana hanno decretato fosse giunta l’ora di rinnovare da cima a fondo la squadra. Ripulendo lo spogliatoio, puntando su volti nuovi, abbandonando i giocatori che possono causare problemi. Primo provvedimento in tal senso, il rilascio di “PacmanJones, recentemente più noto per le sue avventure nei nightclub e per il suo talento nella pratica hip-hop di fare “piovere i soldi” nei locali. Secondo provvedimento in tal senso, cosa che era nell’aria già da qualche tempo, il taglio di Terrell Owens, protagonista di un 2009 più che rispettabile. Se nel 2006 la disoccupazione durò soli quattro giorni, stavolta sono stati dimezzati i tempi: in soli due giorni, “T.O.” ha già trovato una casacca da indossare, quella dei Buffalo Bills. I quali hanno già messo le mani avanti, facendogli firmare un contratto da un solo anno, al fine di evitare eventuali disastri a lungo termine. Owens ha già spostato il suo tendone e lo show: “Lascio l’America’s Team per passare al North America’s Team” è stata la sua prima dichiarazione in sala stampa. Aldilà dei buoni auspici, non mancano i dubbi riguardanti il suo approccio con la squadra e - dati i precedenti - con il quarterback titolare, il giovane Trent Edwards. Gli esperti storcono il naso: “Owens e Buffalo hanno sbagliato” decreta già la CBS Sports. “Dare un contratto a “T.O.” può fare notizia, ma non ha alcun senso” titola invece il Chicago Tribune. La sfiducia è ormai diffusa in tutta la NFL, ad eccezione che in quel di Buffalo. Terrell Owens parla di “nuova opportunità” e promette grandi cose, e c’è persino chi - come l’autorevole Sports Illustrated - si azzarda ad affermare che il trasferimento potrebbe rappresentare “uno storico matrimonio di un anno“: una potenziale situazione “win-win“, utile a portare più visibilità e più attenzione mediatica a una realtà secondaria come quella di Buffalo e, al tempo stesso, utile a Owens per tornare a essere uno dei giocatori di maggior impatto (e dal maggior mercato). Se ciò porterà anche i Bills a vincere qualche partita in più rispetto allo scorso anno, è del tutto secondario. Ormai, in città, è arrivato il circo Owens.

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