
Hollywood, abbiamo un problema. “A qualcuno importa degli Oscar?” titolava provocatoriamente la CNN lo scorso anno, a pochi giorni dallo svolgimento degli Academy Awards, sottolineando il sempre minore interesse del grande pubblico per una manifestazione che, apparentemente, comincia a sentire il peso degli oltre ottanta anni di età. “Gli Oscar dovrebbero morire”, ribatteva con toni ancora più drastici il magazine Newsweek, che si azzardava a definire la cerimonia “le peggiori tre ore e 27 minuti della televisione da anni a questa parte”. A quegli articoli a sfondo polemico sarebbe seguita la notte degli Oscar meno seguita della storia, con un record negativo di 32 milioni di telespettatori. Un totale fallimento, che ha costretto gli organizzatori a correre ai ripari in occasione dell'edizione 2009, con alcune modifiche di carattere generale, tra cui un team di produzione del tutto nuovo rispetto al passato, un'ambientazione che strizzava l'occhio al genere musical e, non ultimo, l'insolita scelta di affidare la presentazione all'attore australiano Hugh Jackman. A dispetto del cambio di fattori, il risultato è rimasto tuttavia invariato, o quasi: rispetto all'anno precedente, si è registrato solo un parziale miglioramento negli ascolti, con una media spettatori superiore di circa il 13% e un rating totale di 23.3, poco più dell'annus horribilis 2008 (che registrò il 21.9). Numeri poco soddisfacenti, accompagnati da recensioni quasi unanimemente negative da parte dei media, dal Los Angeles Times, che ha bollato Jackman come uno dei peggiori presentatori di sempre, capace di “cancellare completamente i ricordi dell'esperienza Letterman” (sommerso dalle critiche nel '95), al New York Times, che invece si è lamentato dell'eccessiva durata dello show, passando per le reazioni negative di Boston Globe, Chicago Tribune, Baltimore Sun e per quelle della stampa conservatrice, la quale ha deplorato l'invasione di “Bollywood” e la premiazione di prodotti semisconosciuti e ha protestato per la scarsa considerazione di film quali Gran Torino o Il Cavaliere Oscuro. Risultati deludenti, che fanno sembrare lontano anni luce il 1998: in quell'anno, che vide il trionfo di Titanic, ben 55.2 milioni di americani rimasero incollati al teleschermo per seguire le premiazioni. Rispetto a quell'edizione, quello che TIME ha chiamato “l'annuale rito di autocelebrazione della Motion Picture Academy” ha subito una progressiva e irrefrenabile emorragia di telespettatori, con un calo di oltre il 40%. Dal 1974 a oggi, solo otto volte la consegna delle statuette ha attratto un pubblico minore di 40 milioni di unità, quattro delle quali negli ultimi anni. Sintomo inequivocabile della perdita di interesse generale nei confronti di uno show in evidente crisi, giudicato dai più troppo lungo e del tutto incapace di catturare l'attenzione delle leve più giovani. C'è chi ha proposto di coinvolgere maggiormente il pubblico, trasformando il tutto in una versione a sfondo cinematografico del popolare programma “American Idol”, competizione canora da anni campionessa di incassi sul canale FOX. C'è chi invece suggerisce di tenere due premiazioni separate, come accade per i Grammys: una, sottotono, pomeridiana, dedicata ai premi tecnici (e quindi meno interessanti), l'altra, serale, per le categorie che prevedono la passerella di star. Altri infine, come Richard Corliss di TIME, vorrebbero che la Academy rendesse pubbliche le votazioni, decisioni relative alle nominations incluse, così da rendere più pepata la competizione e aumentare l'attesa nei giorni precedenti. Cure per dare nuova vita a uno show in declino, che difficilmente verranno prese in considerazione e che, tuttavia, probabilmente riuscirebbero a invertire il trend negativo. “Ogni anno i critici scrivono post-mortem degli Oscar, e ogni anno ci spuntano nuove idee su come cambiare completamente la trasmissione” ha scritto James Poniewozik sul blog di TIME, “Ma si tratta degli Oscar, non aspettatevi certo qualcosa alla moda o all'avanguardia”.

Il cestista che potrebbe essere potenzialmente il più grande giocatore al mondo, ma che non ha mai vinto un titolo NBA.
Tracy Lamar McGrady Jr., o più semplicemente T-Mac, da buon precursore della moda dei nomi abbreviati e uniti da trattino (da A-Rod a K-Fed, passando per J-Lo e J-Rich), è quel giocatore attualmente a libro paga degli Houston Rockets che, ufficialmente guardia con possibilità di utilizzo nel ruolo di ala, possiede una dose così elevata di talento da essere potenzialmente il più grande cestista del globo terracqueo. Sette volte convocato all’ All Star Game, sette volte piazzato nei quintetti All-NBA riservati ai migliori giocatori in stagione regolare, due volte primo realizzatore di tutto il campionato, vincitore nel 2001 - anno dell’esplosione a Orlando - del premio di “Giocatore più migliorato”. Capace di straordinarie prestazioni individuali, come ad esempio caricarsi la squadra sulle spalle e segnare 13 punti nei 33 secondi finali in una storica rimonta del dicembre 2004 contro i San Antonio Spurs, oppure inventarsi la schiacciata “remix” nel corso di una partita delle stelle, McGrady è anche quel giocatore che, a dispetto delle sensazionali statistiche e delle performance senza eguali, non ha mai vinto un titolo NBA. Anzi, quel giocatore che, nonostante la militanza in tre differenti squadre (Toronto 1997-2000, Orlando 2000-2004, a Houston dal 2000), non ha mai superato il primo turno di playoff. Forse una maledizione, forse una sfortuna che non ha precedenti, forse, secondo i maligni, una notevole mancanza di carattere, che lo vuole sprovvisto di quella leadership necessaria per condurre la propria formazione fino alla vetta del campionato.Giunto nella National Basketball Association direttamente dalla high school, saltando a pié pari l’ostacolo del college, scelta numero 9 assoluta del draft del 1997 (anno che portò nella lega Tim Duncan e Chauncey Billups), McGrady dovette attendere qualche tempo prima di poter mostrare al mondo tutte le proprie qualità. Inizio carriera nell’enclave della NBA in territorio canadese, quei pionieristici Toronto Raptors che a metà anni ‘90 sembravano (in coppia con i Vancouver Grizzlies, poi trasferitisi in quel di Memphis, mantenendo il nome, sebbene nella patria di Elvis non abbiano mai visto un grizzly) rappresentare l’antipasto di un’invasione cestistica dell’enorme e freddo Stato a nord degli USA, poi finiti per essere una meta poco ambita da parte degli atleti (italiani esclusi, visto che ne hanno già ospitato due: Vincenzo Esposito e, ora, Andrea Bargnani) americani a causa delle tasse più alte imposte dal governo di Ottawa, da sempre più attento al welfare rispetto ai vicini sotto al confine. In Canada, T-Mac era spesso oscurato dal cugino di terzo grado Vince Carter, superstar dei Raptors e della Lega, all’epoca ancora noto come “Air Canada” a causa dei numerosi voli ad alta quota. Sempre in panchina nelle prime due stagioni (10 punti per gara di media), iniziò a vedere il parquet più da vicino solo nel 1999-2000, migliorando le proprie statistiche e partecipando anche alla gara delle schiacciate (finendo terzo, dopo Kobe Bryant e Steve Francis). Quell’anno, i due cugini riuscirono a portare i Raptors ai playoff, ma l’avventura fu di breve durata, terminando con 0 vittorie e 3 sconfitte contro quei New York Knicks che avrebbero poi spedito il loro simbolo Patrick Ewing a Seattle.
LA MACCHINA DA GUERRA DEI MAGIC - Nell’estate del 2000, McGrady, senza contratto, espresse il desiderio di giocare in Florida, vicino alla sua famiglia. Detto fatto, fu accontentato immediatamente, con un’operazione di mercato “firma & scambia” che lo portò agli Orlando Magic. In seguito all’infortunio del compagno di squadra Grant Hill, divenne la stella principale della squadra, esibendo al mondo tutto il suo talento e le sue potenzialità. Selezionato per il quintetto titolare della Eastern Conference nell’All Star Game, vincitore della già citata onorificenza di “NBA Most Improved Player“, traghettò i Magic alla post-season, ma la loro strada venne subito interrotta dai Milwaukee Bucks allenati da George Karl. Nessuna tragedia, si disse allora: ai playoff al primo anno di McGrady era già considerabile un traguardo di tutto rispetto, e la stagione successiva, con il ritorno di Hill, Orlando avrebbe potuto migliorare ulteriormente. Grant Hill fu tuttavia a mezzo servizio, a causa dei suoi annosi problemi fisici, così T-Mac si trasformò, un po’ per necessità, un po’ perché in crescita, in una macchina offensiva inarrestabile. Con 25 punti di media a partita, fu il principale responsabile dell’annata positiva dei Magic, che terminarono la regular season con un record di 44 vittorie e 38 sconfitte. Nei playoff, tuttavia, li aspettava la medesima sorte dell’anno precedente: eliminazione al primo turno, questa volta da parte degli Charlotte Hornets, che di lì a poco si sarebbero trasferiti a New Orleans. Nel corso del 2002-2003, McGrady migliorò ulteriormente, raggiungendo quota 32.1 punti per gara e vincendo il titolo di miglior marcatore della NBA. Arrivati ai playoff per il rotto della cuffia, gli Orlando Magic furono a un passo dall’interrompere la maledizione, portandosi sul 3-1 nella serie contro i favoritissimi Detroit Pistons, quella stagione la migliore formazione di tutta la costa Est. In una intervista televisiva, T-Mac si azzardò persino a dichiarare quanto fosse meraviglioso accedere, finalmente, al secondo turno di playoff. Mai affermazione fu più avventata e portatrice di malaugurio: con tre vittorie consecutive, ciascuna con più di venti punti di scarto, i Pistons rimontarono la serie e rimandarono a casa Orlando. Nel 2004, stesso copione, con la franchigia della Florida che neppure riuscì a qualificarsi per le eliminatorie finali, nonostante le funamboliche performance del suo giocatore più rappresentativo. Per il quale era giunto il momento di cambiare aria.
CON YAO MING NEI ROCKETS - Con uno scambio che coinvolse sette cestisti, McGrady fu spedito in Texas, a vestire la maglia rossa (rimodellata per ricordare quella della nazionale cinese, esigenza di marketing data la presenza di tale Yao Ming in squadra) degli Houston Rockets. Vincitori di due titoli negli anni ‘90 - anche a causa del ritiro provvisorio di Michael Jordan - i Rockets non hanno mai nascosto le proprie ambizioni. T-Mac e Yao nella stessa formazione permettevano (e tuttora permettono) di sognare in grande. Cambiava la casacca, cambiava lo Stato, cambiava la conference, ma i risultati erano sempre gli stessi: ai playoff del 2005, i Rockets furono eliminati dai Dallas Mavericks in gara 7, con una cocente sconfitta di circa 40 punti. L’anno successivo, la stella indossante la maglia numero 1 iniziò a essere tormentata dagli infortuni, cosa che sarebbe poi diventata un leit-motiv della sua carriera (assieme alle sconfitte al primo turno di playoff, ovviamente). Problemi alla schiena: “Tracy ha poco più di 20 anni, ma la schiena di un 60enne” dichiararono all’epoca alcuni commentatori. Senza di lui in campo, Houston si trasformava in una squadra inguardabile, incapace di raggiungere la fase finale della stagione. I guai fisici tornarono a farsi vivi nel 2006-2007: T-Mac non si lasciò scoraggiare e, nonostante i ripetuti infortuni suoi e del cinese alto 2.30, contribuì a rendere Houston la quinta migliore franchigia della NBA. Ad attenderli ai playoff, gli Utah Jazz del russo Andrei Kirilenko. Intervistato, McGrady dichiarò che, nel caso anche quell’anno avesse tragicamente mancato di superare quell’ormai fatidico ostacolo, la responsabilità sarebbe stata da addossare interamente a lui. Al termine di una combattutissima serie, i rappresentanti dello Stato dei mormoni, con il fattore campo contrario, si imposero per 4-3, vincendo l’incontro decisivo al Toyota Center di Houston per 103-99. Sul volto di Tracy McGrady, quella sera, si intravidero le lacrime per l’ennesima eliminazione al primo turno. Ma al danno subito fece seguito, dodici mesi più tardi, la beffa: nei playoff del 2008, nuovamente contro Utah, i Rockets furono nuovamente eliminati: stavolta, 4-2, a dispetto di una sua prova-monstre da 40 punti e 10 rimbalzi nella sconfitta di gara 6.
L’ULTIMA TEGOLA E’ L’INTERVENTO AL GINOCCHIO - La scorsa estate, per rimescolare un po’ le carte, i Rockets hanno deciso di puntare sul controverso ma talentuoso Ron Artest (noto ai più per la mega rissa - sul campo - con tifosi di Detroit, cosa che gli procurò 73 gare di squalifica), da affiancare ai già presenti ma perdenti McGrady & Yao. Una triplice minaccia per puntare in alto, tre stelle per ambire all’anello. Esperimento non del tutto riuscito: sebbene Houston abbia un record positivo (35-21), sul campo non ha ancora mostrato un gioco all’altezza delle aspettative, e comunque non abbastanza per arrivare lontano in post-season. Ogni sogno di gloria della franchigia texana, tuttavia, è venuto bruscamente a interrompersi il 18 febbraio scorso. Quando Tracy McGrady, che in questa stagione ha mancato di esplosività a causa dei soliti problemi fisici, ha annunciato di doversi sottoporre a un intervento al ginocchio sinistro. Il quale comporterà, per lui, un’assenza dal campo per tutto il resto della stagione, e anche più. Una tegola per Houston, che perde il suo migliore giocatore (anche se quest’anno è solo il terzo marcatore della squadra). Una tegola per lui, che rischia di vedere compromessa in maniera forse definitiva la propria carriera.”So che questo intervento è serio, ma sono convinto che tornerò la prossima stagione con la stessa forza e la stessa esplosività che hanno contraddistinto la mia carriera” ha scritto lui stesso sul suo sito ufficiale. Al momento è impossibile prevedere l’impatto che avrà T-Mac una volta rientrato in servizio, se tornerà a essere un fenomeno senza paragoni capace da solo di cambiare l’esito di una partita o di una intera stagione, oppure se sarà una fotocopia sbiadita dell’enorme talento visto negli anni scorsi. Una sola cosa è certa: anche questa stagione, Tracy McGrady non arriverà a giocare il secondo turno di playoff. E, se gli Houston Rockets dovessero riuscire nella storica impresa, ma con lui a bordocampo, si tratterebbe quantomeno di un beffardo scherzo del destino.
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Poco meno di un'ora di discorso, interrotto oltre sessanta volte da applausi e standing ovation. Il presidente americano Barack Obama, a circa un mese dall'entrata in ufficio, ha fatto il suo esordio di fronte al Congresso in seduta plenaria con un lungo sermone, nel quale ha avuto l'opportunità di trattare argomenti quali la difficile situazione economica, la riforma del sistema sanitario e la sfida del cambiamento climatico. A giudicare dai contenuti e dall'enfasi che ha circondato l'evento, è stato quasi un discorso sullo “Stato dell'Unione”, con la sola differenza, come ha notato l'editorialista Peter Baker sul NY Times, che il comandante in capo non è stato obbligato dal protocollo a pronunciare le tradizionali parole “Il nostro stato dell'unione è forte”, anche perché, per ovvi motivi, attualmente non corrisponderebbero alla realtà dei fatti. Pur mai menzionando il nome di George W. Bush, Obama non ha risparmiato accenni e frecciate agli otto anni di amministrazione repubblicana che hanno preceduto la sua elezione, concentrando i propri attacchi sulle scelte in materia economica, le quali secondo lui avrebbero portato l'attuale governo a “ereditare” la crisi finanziaria e il massiccio deficit: affermazioni che hanno infiammato i Democratici presenti in sala, esplosi in un fragoroso applauso di apprezzamento. Ripresentando l'assai apprezzata retorica della sua campagna elettorale, Obama ha chiamato gli americani all'azione, rassicurandoli riguardo alle sorti del Paese (“We will ricover” è stato lo slogan simbolo della serata, seguito da una promessa di ripresa e di rilancio che porterà gli Usa a uscire dalla crisi più forti di prima), ponendo obiettivi ambiziosi per i prossimi quattro anni. Oltre al promesso dimezzamento del deficit, i capisaldi della sua piattaforma saranno indipendenza energetica, riforma della sanità pubblica e riforma del sistema scolastico. Tre sfide di difficile attuazione in tempi normali, rese ulteriormente complicate dalla situazione finanziaria più grave dai tempi della Grande Depressione. Minimi, o del tutto assenti, i riferimenti agli affari esteri, dalla lotta al terrorismo ai conflitti in Iraq e Afghanistan, ad eccezione della menzione della chiusura di Guantanamo e della frase ad effetto “Gli Stati Uniti d'America non torturano”. Un discorso, tenuto di fronte a un Congresso diviso (come dimostrato dagli esiti del voto sullo “stimulus” economico), apprezzato da due terzi degli spettatori: secondo un sondaggio CNN, l'85% degli intervistati si è dichiarato “più ottimista” dopo aver ascoltato Obama (a fronte di un 11% “più pessimista”), mentre il 68% di chi ha assistito alla cerimonia ha definito “molto positiva” la propria reazione alle parole del presidente (con il solo 8% di opinione contraria). Prevalentemente favorevole la risposta di commentatori e opinion leader. Un discorso “a metà strada tra la speranza e la paura” secondo il Wall Street Journal, con l'inquilino della Casa Bianca intento a trovare un compromesso tra la retorica elettorale e la dura realtà del comando, condito, a detta del NY Times, da un “invito alla resistenza” degli americani in puro stile reaganiano. Per il Washington Post, un ritorno all'ottimismo dopo un mese in cui le parole di speranza erano del tutto scomparse, mentre il Los Angeles Times sottolinea il netto cambio di registro rispetto all'era Bush. Una svolta, quest'ultima, sottolineata anche dall'editorialista neocon Bill Kristol, il quale, puntando i riflettori sulla scelta di estromettere del tutto gli argomenti legati a politica estera e sicurezza, definisce Obama “un uomo che nemmeno contempla la possibilità di usare la forza nel prossimo anno per impedire all'Iran di acquisire armi atomiche” e che, pur essendolo, “non si reputa un presidente di guerra”. Meno soddisfacente la consueta risposta repubblicana, affidata a Bobby Jindal, 37enne governatore indiano-americano della Louisiana, stella emergente del partito, recentemente messosi in mostra come uno dei cinque governatori “ribelli” a rifiutare i fondi stanziati ai propri Stati dal pacchetto di rilancio dell'economia voluto dalla Casa Bianca. Jindal ha definito “irresponsabile” il piano economico del presidente, prevedendo sicuri aumenti di tasse e debito federale. Obiettivo del giovane governatore era, dando voce agli attacchi dell'opposizione, presentarsi agli americani come un leader nuovo, capace di gestire l'attenzione mediatica su scala nazionale e, soprattutto, saper controbattere all'arte oratoria del comandante in capo. A detta di quasi ogni osservatore, il risultato è stato un totale fallimento. “Dopo aver sentito Jindal, pagherei per tornare ad ascoltare Sarah Palin” ha ironizzato uno stratega democratico. “Non è stato il suo miglior momento oratorio” ha affermato Brit Hume di FOX News. Meno diplomatico il conservatore David Brooks che, ospite della PBS, ha definito la replica del GOP “la peggior risposta di sempre”, bollandola come “un disastro”.

Sebbene i governi federali siano probabilmente i primi a godere dei benefici dello “stimulus”, piano di rilancio dell'economia americana da 787 miliardi di dollari trasformato in legge dal presidente Obama, non tutti sembrano intenzionati ad accettare gli ingenti investimenti previsti dal pacchetto. Sono infatti almeno cinque i governatori repubblicani che, in aperta polemica con la politica economica della nuova amministrazione, hanno dichiarato di voler rifiutare parte dei circa 150 miliardi di dollari destinati a fondo perso ai loro Stati. Una scelta controcorrente rispetto a quella della maggioranza dei loro colleghi, appartenenti ad entrambi gli schieramenti, pronti invece ad accettare di buon grado il denaro proveniente da Washington. I governatori “ribelli” sono Haley Barbour (Mississippi), Bobby Jindal (Louisiana), Butch Otter (Idaho), Rick Perry (Texas) e Mark Sanford (South Carolina), i quali, oltre a fare proprie alcune delle obiezioni già presentate dal GOP nel corso del dibattito sullo “stimulus” al Congresso, muovono a Barack Obama la medesima obiezione, ovvero che i miliardi di dollari destinati a sostegno di sanità, welfare ed educazione spariranno in meno di due anni, così da lasciare gli Stati nelle condizioni di non poter più finanziari i programmi ormai allargati. Come ha fatto notare un editoriale del Wall Street Journal – schieratosi dalla parte dei cinque - il denaro previsto dal piano di rilancio economico permetterebbe infatti di espandere notevolmente programmi statali quali sussidi o copertura sanitaria (come ad esempio il Medicaid, definito una “bomba a orologeria fiscale” dal WSJ), che però subirebbero drastici tagli una volta interrotti i finanziamenti straordinari – a meno che, ovviamente, la spesa pubblica senza precedenti voluta dal governo non venga prolungata a tempo indefinito. L'opposizione dei cinque governatori repubblicani ha tuttavia provocato reazioni ironiche da parte dei media liberal (“Non ho mai pensato di vivere abbastanza a lungo per vedere il giorno in cui politici avrebbero rifiutato del denaro” ha scritto l'editorialista Roger Simon su The Politico), ricevendo una fredda accoglienza anche da parte di altri governatori di spicco del GOP: mentre Charlie Crist (Florida) ha ringraziato il presidente per i fondi elargiti al proprio Stato, promettendo di spenderli “saggiamente”, a rivelarsi tra i sostenitori più entusiasti del pacchetto è in questi giorni Arnold Schwarzenegger (California), un tempo idolo dei conservatori, ora così vicino alla Casa Bianca (“il più grande fan del presidente” per il sito Daily Beast) da far sollevare voci riguardanti un suo eventuale approdo ai Democratici. E a dispetto dei cinque governatori riottosi, Barack Obama mantiene, secondo un sondaggio Gallup, una percentuale di approvazione del 68%. Una popolarità, a un mese dall'insediamento, pari a quella di Reagan. Nonostante una politica economica che, a detta di molti (anche di liberal come Robert Samuelson, che su Newsweek ha definito lo stimulus “uno spreco colossale”), ricorda più quella di Carter.

A Guantanamo si rispettano i diritti umani. Non si tratta di un'affermazione provocatoria o di un'invenzione di qualche sostenitore della linea dura contro il terrorismo, in risposta ad anni di propaganda anti-Bush (spesso trasformata, al di qua dell'Oceano Atlantico, in una più ampia manifestazione di antiamericanismo) che voleva torture, interrogatori estremi e trattamento disumano dei prigionieri all'interno del carcere americano situato a Cuba. A sentenziarlo è uno studio ufficiale eseguito dai vertici del Pentagono, su espressa richiesta del presidente Barack Obama. Il rapporto di 85 pagine, che sarà consegnato alla Casa Bianca nel corso della settimana, è stato condotto dall'ammiraglio e vice-capo delle operazioni navali Patrick Walsh, il quale, nel tentativo di confutare le voci relative a presunti abusi e a sofferenze psicologiche provocate ai detenuti in seguito all'eccessivo isolamento, ha preso in esame le numerose accuse mosse dai critici della struttura, più volte paragonata a un gulag dei nostri giorni. Come risultato, Walsh ha concluso che il trattamento dei prigionieri all'interno del centro di detenzione di Guantanamo Bay - nutrizione forzata compresa, dato l'obbligo di preservare le vite dei prigionieri - risponde pienamente ai requisiti della Convenzione di Ginevra. Unica osservazione nei confronti della prigione militare, il limitato tempo consentito alla ricreazione e alla preghiera per coloro attualmente reclusi nelle aree di massima sicurezza - tra cui Camp 7, nel quale si trova Khalid Sheik Mohammed, organizzatore degli attentati dell'11 settembre - con conseguente richiesta che vengano concesse loro più ore da dedicare all'interazione sociale e religiosa.
Lo studio del Pentagono arriva a qualche settimana di distanza dalla firma, da parte del presidente Obama, dell'ordine esecutivo che prevede la chiusura in tempi relativamente brevi del carcere. Da quel giorno la nuova amministrazione, di concerto con i vertici militari, si sta impegnando per trovare una soluzione in grado di attuare il desiderio - nonché promessa elettorale, condivisa dall'avversario John McCain - del comandante in capo. Un processo non semplice, complicato dallo status giuridico straordinario di Guantanamo, concernente le sorti dei circa 245 individui attualmente detenuti nella struttura, con la possibilità che essi possano essere accolti da paesi in cui non è garantito il rispetto dei diritti umani per i carcerati, o peggio che essi possano tornare in libertà con l'intenzione di colpire gli Stati Uniti, ipotesi che toglie il sonno agli americani e che, nel malaugurato caso si verificasse, avrebbe un contraccolpo di notevole impatto sulla Casa Bianca. Per scongiurare eventualità di questo tipo, ogni singolo caso sarà preso in esame da una task force comprendente rappresentanti di varie agenzie, tra cui la CIA, e membri di dipartimenti quali Giustizia e Difesa. Una squadra capitanata da Matthew G. Olsen, pubblico ministero che da tempo si occupa di sicurezza nazionale, che avrà il compito di pronunciarsi sul destino di ciascun detenuto.
I risultati dello studio ordinato da Obama e condotto dall'ammiraglio Walsh permettono ora ad alcuni capi delle forze armate di contestare la decisione del presidente di smantellare la struttura, chiedendo espressamente che le modalità di trattamento dei prigionieri condotte durante l'amministrazione Bush siano mantenute anche negli anni a venire. Come riportato dal Washington Post, secondo un ufficiale del Pentagono rimasto anonimo per evitare inconvenienti con la Casa Bianca, il rapporto sarebbe la dimostrazione che il governo precedente aveva creato un «campo di detenzione umano», con il rischio attuale che i detenuti rimasti, in caso di trasferimento, «possano passare a un ambiente meno umano».
Torna così a farsi acceso il dibattito relativo al futuro di uno dei più noti e controversi simboli della guerra al terrorismo. Come prevedibile, il rapporto del Pentagono è stato accolto alquanto negativamente dagli attivisti che negli ultimi 8 anni hanno più volte criticato il carcere di «Gitmo», invocandone la chiusura. «Queste non sono le conclusioni che ci aspettavamo da Obama. È molto deludente», ha dichiarato Pardiss Kebriaei, avvocato del Center of Constitutional Rights, una delle numerosissime associazioni per i diritti civili che, negli ultimi tempi, sono tornate sul piede di guerra. Dopo avere scoperto, con non poco stupore, che alcune delle politiche del nuovo presidente Barack Obama - dall'espansione dei programmi di rendition (cattura, detenzione e deportazione clandestina di sospetti terroristi su suolo straniero) alla negazione di alcuni diritti a 5 detenuti nella base di Baghram, Afghanistan, senza dimenticare i bombardamenti dei droni in territorio pakistano - sono del tutto identiche, o ricordano molto da vicino, quelle del precedente inquilino della Casa Bianca.
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Il presidente Barack Obama, raffigurato dall'artista MiamiKaos al fianco di star dell'hip-hop quali Diddy, Ludacris, Jay-Z e Young Jeezy. Nel frattempo, la sua popolarità sembra aver superato quella di Gesù Cristo.
Con i Repubblicani in minoranza al Congresso e alla disperata ricerca di una voce autorevole in grado di dettare la linea all'intero partito, capita che, a emergere quali leader provvisori dell'opposizione alle politiche di Barack Obama, siano sempre più spesso figure non appartenenti alla politica. Mentre nella settimana immediatamente successiva all'insediamento della nuova amministrazione il più rumoroso oppositore del presidente era il noto e controverso conduttore radiofonico Rush Limbaugh, il quale si augurava che Obama fallisse nel suo intento di portare l'America fuori dalla crisi economica, l'eroe del momento risponde al nome di Rick Santelli, personalità fino a qualche giorno fa sconosciuta al grande pubblico, editor del network dedicato alla finanza CNBC Business News, per il quale, dal 1999 a oggi, ha fornito quotidianamente aggiornamenti dall'ufficio del commercio di Chicago (poi CME Group).
Lo scorso 19 febbraio, poco prima dell'apertura dei mercati, Santelli ha approfittato della diretta televisiva nazionale per attaccare la politica economica del presidente Obama, criticando duramente sia lo stimulus, il pacchetto di investimenti per risollevare l'economia recentemente approvato dal Congresso e trasformato in legge dalla Casa Bianca, che il bailout, ovvero il massiccio intervento governativo per rispondere alla crisi del mercato immobiliare e dell'industria dei motori: correndo in salvezza di chi ha agito in maniera irresponsabile (dalle banche alle aziende automobilistiche) e continuamente fiancheggiando grandi settori dell'economia, l'amministrazione Obama, secondo Santelli, starebbe «promuovendo un cattivo comportamento», il quale rischia di mettere a repentaglio le fondamenta del sistema di libero mercato a stelle e strisce. Invocando un «Chicago Tea Party» - chiaro riferimento all'evento storico che diede inizio alla guerra di indipendenza americana - il corrispondente della CNBC (network solitamente molto vicino all'amministrazione), supportato da un discreto numero di addetti ai lavori presenti in collegamento televisivo, ha addirittura paragonato l'attuale politica economica americana a quella del vicino regime cubano: «Cuba aveva ville e un'economia decente, poi sono passati da un sistema individualista a uno collettivista. E ora stanno guidando delle Chevrolet del '54».
Lo sfogo improvvisato e inatteso di Santelli, come prevedibile, ha immediatamente fatto il giro d'America, diventando uno dei video più ricercati e visti della rete, guadagnandosi il soprannome di «Invettiva dell'anno». Robert Gibbs, portavoce ufficiale della Casa Bianca, anziché ignorare le critiche, è immediatamente corso ai ripari, affrettandosi a rispondere alle affermazioni di Santelli (definito «un individuo che non sa di cosa stia parlando»), dimostrando così, di fatto, che il collaboratore di CNBC, provocando un dibattito su scala nazionale, ha toccato un nervo scoperto dell'amministrazione. A colpire il pubblico, oltre ai contenuti della critica e alle parole provocatorie, il fatto che il lamento provenisse da un grande esperto in materia di economia. Con il suo intervento in diretta tv, il corrispondente del network ha riassunto quello che molti conservatori e commentatori politici pensano delle scelte in politica economica di Barack Obama e dei Democratici, ovvero che esse stiano peggiorando la situazione, piuttosto che migliorarla. Fred Barnes, editorialista del Weekly Standard, ha definito il presidente un «killer dei mercati»: «Il Dow ha aperto a 8281.22 la mattina del giuramento di Obama. Oggi è al 7465.95. È un segno di totale mancanza di fiducia nella strategia di Obama per ravvivare l'economia». Cosa ancora più significativa, come sottolineato da Barnes, l'andamento dell'indice Dow Jones nei giorni decisivi della nuova amministrazione: «Il Dow è caduto di 332.13 punti nel giorno del giuramento, 381.99 il giorno che il segretario del Tesoro Tim Geithner ha annunciato la seconda fase del bailout delle banche, 297.91 punti quando il presidente ha firmato la legge dello stimulus».
E la sfiducia negli interventi della «Obamanomics» sembra farsi sempre più diffusa anche tra gli americani. Un sondaggio condotto da Rasmussen il 16 febbraio mostra che il 53% degli intervistati pensa che lo stimulus possa essere dannoso o avere effetti minimi, mentre solo il 38% ritiene che esso possa effettivamente aiutare l'economia. La stessa indagine segnala che il 64% dei cittadini è contrario a ulteriori interventi governativi in favore di aziende automobilistiche. Questi numeri dimostrano che, a dispetto dei proclami, sono sempre più numerosi gli americani che, in materia di economia, non la pensano come Barack Obama, ma piuttosto come Rick Santelli.
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A Pentagon report requested by President Obama on the conditions at the Guantánamo Bay detention center concluded that the prison complies with the humane-treatment requirements of the Geneva Conventions.
A Guantanamo si rispettano i requisiti della Convenzione di Ginevra. La notizia, riportata dal NY Times. Il commento di Camillo, che - giustamente - gongola. Il pezzo di HotAir sull'argomento. In related news, lo shock delle associazioni a tutela dei diritti umani per alcuni segni di continuità tra Bush e Obama.

Dopo l'intero primo mese dedicato interamente all'economia, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama si concentra ora sugli affari esteri, prima annunciando un aumento delle truppe in Afghanistan, quindi effettuando il suo primo viaggio all'estero, nel vicino Canada. L'ordine di inviare ulteriori 17 mila soldati nel Paese governato da Hamid Karzai segue, secondo quanto dichiarato dal comandante in capo, l'esigenza di rispondere a una situazione che richiede “attenzione urgente e azione rapida”, un rafforzamento del contingente americano al fine di meglio combattere i redivivi Talebani, controllare il fragile confine con il Pakistan e, non ultimo, aumentare la sicurezza in vista delle elezioni locali, previste per la prossima estate. La decisione giunge anche in risposta alle ripetute richieste del generale David McKiernan, comandante delle forze americane e della NATO, il quale da tempo invoca l'invio di almeno 30 mila unità in più (numero che di fatto raddoppierebbe la presenza americana in Afghanistan): in attesa di un esame approfondito della situazione sul campo da parte del generale David Petraeus, a capo dello US Central Command, Obama ha preferito muoversi con cautela nell'accontentare McKiernan, non escludendo un ulteriore aumento nel prossimo futuro. L'invio di nuove truppe, tuttavia, serve al presidente per spostare i riflettori sull'Afghanistan, nel tentativo di dimostrare ad alleati e avversari politici di non essere “debole” nell'affrontare i nemici dell'America (“È ormai chiaro che il Partito Democratico abbia reso l'Afghanistan il simbolo del loro impegno nel combattere il terrorismo” ha dichiarato Richard Eichenberg, docente di Scienze Politiche alla Tufts University), ma soprattutto ha la funzione di ridurre l'attenzione militare nei confronti dello scenario iracheno. Sebbene nessun soldato si sposterà direttamente dall'Iraq all'Afghanistan, il corpo di 17 mila unità che giungerà la prossima primavera nel Paese asiatico è composto da truppe inizialmente indirizzate in Iraq, tra cui circa 8000 marines e una brigata dell'esercito di 4000 soldati.
“Il fatto che stiamo per ridurre responsabilmente le nostre forze in Iraq ci dà la flessibilità per aumentare la nostra presenza in Afghanistan” ha dichiarato il presidente martedì, per sottolineare il cambio di priorità rispetto al proprio precedessore. Una prospettiva che, per quanto concerne le modalità e la tempistica, ha portato nelle scorse settimane alcune frizioni tra Casa Bianca e massime autorità militari americane, con queste ultime preoccupate dall'eventualità di un peggioramento delle condizioni sul campo dovuto a una frettolosa riduzione dei soldati. A così poco tempo dall'insediamento in ufficio, è palese desiderio di Obama mostrare il proprio impegno, anche con gesti simbolici (l'aumento di truppe afghano è stato definito nulla più che uno “spot” dall'inglese The Guardian), per mantenere la promessa di un ritiro in breve tempo dall'Iraq, più volte menzionata in campagna elettorale. Il Pentagono, al fine di calmare le acque, ha voluto sottolineare che l'ordine di aumento delle truppe in Afghanistan non significa che Obama abbia preso una decisione relativa alla riduzione della presenza in Iraq, ma i generali tuttora non nascondono un certo nervosismo nei confronti delle scelte dell'amministrazione. La quale, al solo fine di perseguire la propria agenda politica, sembra disposta a correre il rischio di mettere a repentaglio i delicati miglioramenti faticosamente conseguiti in Iraq in seguito al “surge” voluto da George W. Bush.

Doveva essere una trovata pubblicitaria, invece ha ricordato a tutti che è un campione. E se restasse in Italia ci guadagnerebbero tutti
David Beckham ha rovinato la festa a molti. Era già stato tutto previsto: l’arrivo in Italia di un giocatore considerato finito dalla maggior parte degli osservatori, più noto per le performance sulle passerelle della moda che non per quelle sul campo di gioco, una vera e propria celebrità che fa del calcio il proprio secondo mestiere. Il prestito per soli tre mesi al Milan, coincidente con il periodo di inattività della Major League Soccer americana, prevedevano in molti, doveva servire più come “publicity stunt“, una trovata pubblicitaria - in questo caso, dai costi contenuti - per fare notizia, attirare pubblico e vendere magliette. In secondo piano, l’utilizzo effettivo del giocatore, dal quale ci si aspettava nulla più che qualche apparizione, magari giocando mezze partite, entrando a risultato già deciso, giusto per pennellare qualche bel cross e prendersi gli applausi del pubblico, naturalmente facendo attenzione a non infortunarsi, per non far arrabbiare i vertici dei Los Angeles Galaxy. I giornalisti e i commentatori italiani erano in spasmodica attesa del suo trasferimento a Milano e già si sfregavano le mani, pronti a dedicare litri di inchiostro allo Spice Boy, al fotomodello che con il calcio ormai ha più nulla a che fare, all’ennesimo acquisto inutile di una squadra di Milano. Eppure Beckham, con la modestia e l’umiltà che da sempre lo caratterizzano, e che perennemente mal si addicono all’immagine da pop-star del calcio, continuava ad affermare di aver accettato di vestire la casacca rossonera per mantenersi in forma e per giocare bene, seguendo i consigli del CT dell’Inghilterra Fabio Capello, con l’obiettivo di tornare in nazionale per le qualificazioni al Mondiale del 2010. In pochi, tuttavia, gli credevano: David Beckham, in arrivo dal campionato americano, era destinato a fallire.
ORA PARLINO I FUCILI! - A smentire i pessimisti e i maldicenti, il campo di gioco. Sul quale Beckham, che a 32 anni era già dato per ex-giocatore, ha messo a tacere tutte le critiche preventive. All’esordio con la Roma, in campo fin dal primo minuto, giusto per prendere le misure del campionato italiano. Quindi nelle partite successive, nelle quali è stato sempre più decisivo, trasformandosi in un elemento tattico insostituibile per i piani dell’allenatore Carlo Ancelotti. Un rendimento molto al di sopra di ogni più rosea aspettativa, arricchito anche da splendidi gol, prima contro il Bologna, poi con una pregevole punizione da posizione quasi impossibile contro il Genoa. A questi, si sono aggiunti gli innumerevoli passaggi di precisione, molti dei quali trasformati in rete dai compagni, come avvenuto all’Olimpico contro la Lazio, dove ha fornito i due assist decisivi per le realizzazioni di Pato e Ambrosini. Con il numero 32 in campo (il suo “7″, maglia che vestiva ai tempi del Manchester United, e il suo “23″, casacca che indossa ai Galaxy, erano già prenotati a Milanello), i rossoneri hanno un ruolino di marcia di tutto rispetto: nelle prime cinque partite con lui in campo, tre vittorie e due pareggi. Un “effetto Beckham” del tutto inaspettato, che ha ovviamente convinto la società a fare quanto nelle proprie possibilità per trattenere il giocatore, nella speranza di trovare un accordo con la franchigia losangelina e con la Major League Soccer (titolare dei contratti dei giocatori).
WHAT A SURPRISE! - Più che i gol, gli assist e le giocate sopraffine, quello che stupisce di più quelli che fino a qualche settimana fa erano i primi a non scommettere un centesimo su Beckham è la sua totale devozione alla causa della squadra. Considerato da molti né più né meno che uno “Spice Boy” attento esclusivamente a non sfigurare nelle fotografie di biancheria intima, egli è in realtà un serio professionista che si sacrifica in campo con uno “spirito operaio” del quale molti altri colleghi non dispongono, magari tornando a difendere nei momenti di difficoltà, lanciandosi per terra per recuperare un pallone vagante, o persino per calciare la palla in tribuna per dare respiro alla difesa durante gli assedi degli avversari. Una dedizione ignorata dai più, che preferivano - con un po’ di provincialismo - restare fedeli allo stereotipo del calciatore sopravvalutato e del fenomeno extracalcistico. Forse dimentichi - ma nello sport, si sa, la memoria è breve - che il signor David Robert Joseph Beckham, insignito dell’Ordine dell’Impero Britannico, ha sempre dato prova di serietà, in qualunque squadra in cui ha militato. Capace di vincere, con il Manchester United, ogni trofeo esistente, dal campionato di Premier League (sei volte) alla FA Cup (due volte), passando per Champions League (nella stagione 1998-1999), Coppa Intercontinentale (1999) e Community Shield (quattro volte). Sir Alex Ferguson, suo ex allenatore, a dispetto dei rapporti non sempre idilliaci, ha più volte dichiarato che Beckham “si allena con disciplina per raggiungere un’accuratezza alla quale gli altri giocatori poco si interessano”. Al Real Madrid, nei famosi “galacticos”, ha vinto invece una Supercoppa di Spagna e, allenato da Fabio Capello, l’edizione 2006-07 della Liga. E la dirigenza madrilena - allenatore compreso - lo ha sempre lodato per la sua professionalità.
CI GUADAGNANO TUTTI - Ora, “scoperto” Beckham anche in Italia, è obiettivo del Milan trattenerlo. Le trattative con la dirigenza dei Galaxy proseguono e, anche se da oltreoceano sembra esserci scarsa disponibilità ad accettare le condizioni dei rossoneri, l’eventualità che il giocatore britannico resti al cospetto di Ancelotti sembra essere la più probabile. Beckham non ha nascosto di trovarsi a meraviglia a Milano, ambientandosi perfettamente nel campionato italiano (cosa non proprio semplice, per i calciatori provenienti dalla Gran Bretagna) e il Milan, come già accennato, lo ritiene ormai insostituibile per i propri schemi di gioco. Si attende una mossa da parte della squadra losangelina, la quale sembra più essere interessata ad alzare la posta che non a riavere il centrocampista nella propria rosa. L’impatto di Beckham nel campionato americano non ha portato i benefici sperati: l’interesse per il calcio negli Stati Uniti, fatto salvo il suo iniziale sbarco negli States, non è minimamente aumentato e, paradossalmente, non sono migliorati neppure i risultati sul campo dei Galaxy, i quali sono stati protagonisti di due stagioni a dir poco disastrose. La sua presenza in California, specialmente se controvoglia, non farebbe la differenza, nell’ennesima stagione incolore di una brutta squadra di una lega sempre meno seguita (latinos esclusi). Per questi motivi, la permanenza nel Bel Paese di David Beckham sarebbe la soluzione più vantaggiosa per tutte le parti in causa: i Galaxy potrebbero trarre quanto più profitto possibile dalla cessione di un giocatore in scadenza di contratto e, arricchiti dai milioni provenienti dalle tasche della società rossonera, avrebbero modo di reinvestire per ricostruire la squadra e tornare a vincere, puntando sulla propria stella Landon Donovan (ora in prestito nella Bundesliga). Il Milan potrebbe contare su quello che ormai è diventato il fattore aggiunto della propria formazione, da utilizzare sia in campionato che in coppa UEFA, un elemento dal valore non trascurabile in vista dell’entrata nella “fase calda” delle competizioni. Beckham, infine, avrebbe la possibilità di mostrare il proprio talento e la propria forma fisica su una delle maggiori piazze calcistiche del mondo, con l’obiettivo di vincere quanto più possibile e, naturalmente, tornare a essere titolare fisso della nazionale inglese, con la quale andare ai Mondiali del Sudafrica del 2010. Per confermare, con i soli risultati sul campo, unitamente alla sua consueta dedizione, di essere tuttora uno dei migliori calciatori al mondo. Con buona pace di chi, da tempo, aveva smesso di credere in lui.
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Dopo una dura battaglia combattuta a Capitol Hill la scorsa settimana, il piano finanziario anti-crisi da 787 miliardi di dollari voluto dal presidente Barack Obama e approvato dal Congresso (con i soli voti della maggioranza alla Camera, con l’apporto decisivo di tre repubblicani al Senato), diventa ufficialmente legge. Con una cerimonia tenutasi a Denver, il comandante in capo ha firmato lo “stimulus plan” che, secondo le sue intenzioni, dovrebbe rilanciare l’economia americana. Nonostante la promulgazione della legge, le polemiche non si placano, in quello che è uno scontro con possibili ripercussioni sul quadro politico dei prossimi anni. Il fronte repubblicano, forte di una ritrovata compattezza, ma ancora alla ricerca di un leader, ha già dichiarato guerra, proseguendo la strategia di opposizione senza se e senza ma al piano finanziario, puntando il dito contro la mancata attuazione di una politica bipartisan, ma soprattutto con la convinzione che esso possa non avere successo. Una eventualità che, nelle loro speranze, porterebbe l’elettorato ad allontanarsi dal partito attualmente al comando e, di conseguenza, aprirebbe la strada per un ritorno in auge del Gop già in occasione delle elezioni mid-term del 2010. Ma i conservatori non sono gli unici a criticare lo “stimulus”: sono infatti sempre più numerosi gli esponenti dell’ala liberal del Partito Democratico che esternano la propria insoddisfazione nei confronti della legge, accusando l’inquilino della Casa Bianca di non aver osato abbastanza e di aver confezionato un piano troppo ridotto nelle spese, al solo fine di trovare un compromesso con l’opposizione.
Il significato politico dell’entrata in vigore dello “stimulus”, tuttavia, va ben oltre la consueta dialettica tra maggioranza e opposizione. La scorsa settimana, lo stesso Barack Obama, in un discorso da lui tenuto in Florida, ha affermato che se il piano finanziario non dovesse avere gli effetti desiderati, gli americani si troverebbero tra quattro anni con “un nuovo presidente”. Sia che tali parole significassero la sua eventuale intenzione a non presentarsi per un secondo mandato, o l’ipotesi di una sua possibile sconfitta, esse confermano che la posta in gioco è decisamente alta. E, come sottolineato dal docente di Princeton Julian E. Zelizer con un editoriale sul sito della Cnn, a rischio vi è “molto più della stessa presidenza”. Dopo decenni di dibattiti sul ruolo del governo nei confronti del mondo economico, l’eventuale successo del pacchetto, un intervento governativo nell’economia senza precedenti nella storia americana, rappresenterebbe una vittoria epocale per il fronte liberal e per chi sostiene sia compito del governo federale a dover rispondere in prima persona alle crisi finanziarie. Non è però da sottovalutare l’ipotesi di insuccesso, scrive Zelizer, “Se tra sei mesi o un anno l’economia dovesse rimanere nelle stesse condizioni in cui è attualmente, o se le condizioni dovessero peggiorare ulteriormente, i conservatori avrebbero l’esempio che cercano così disperatamente”. Un eventuale fallimento del piano finanziario, o una sua riuscita a metà, significherebbe infatti un durissimo colpo per i Democratici e per le loro convinzioni, e una vittoria dei sostenitori del conservatorismo fiscale e dello Stato ridotto al minimo.

La candidatura a segretario del Commercio di Judd Gregg, senatore repubblicano del New Hampshire con idee conservatrici in materia fiscale, indicata dallo stesso presidente Barack Obama, era stata salutata dai media come l'effettivo inizio di una nuova era politica, il mantenimento della promessa elettorale del superamento delle divisioni di partito nel nome dell'unità nazionale. Il nome di Gregg, inoltre, giungeva dopo che Bill Richardson, governatore democratico del New Mexico inizialmente indicato per quell'incarico, era stato costretto a rinunciare alla nomination a causa di un'indagine federale a suo carico. Dopo quell'incidente di percorso (al quale se ne sono poi aggiunti altri, dai problemi di evasione fiscale del segretario al Tesoro Timothy Geithner alle dimissioni anticipate di Tom Daschle e Nancy Killefer, altri due candidati a posizioni chiave dell'amministrazione) l'aggiunta alla squadra di governo di un rappresentante dell'opposizione, ma soprattutto di uno stimato ed esperto uomo politico quale Gregg, serviva a dimostrare l'instaurazione dello «spirito bipartisan» infinite volte invocato dal candidato Obama in campagna elettorale e a certificare ufficialmente l'avvio del nuovo corso.
A complicare le cose, questa volta, non sono stati trascorsi con il fisco o rapporti con le lobby di Judd Gregg, ma la sua coscienza. Il senatore, a dispetto dell'entusiasmo iniziale, ha deciso di tornare sui propri passi, ritirando la candidatura all'incarico. Una mossa inaspettata, che ha colto di sorpresa il mondo politico e, ovviamente, ha provocato non poco imbarazzo alla Casa Bianca, costretta a incassare il quarto forfait nel giro di poche settimane. Con una conferenza stampa, Gregg, che al Senato ha votato contro il piano di rilancio dell'economia presentato dalla maggioranza, ha parlato di «differenze inconciliabili» e, non mancando di assumersi le proprie responsabilità, ha dichiarato di aver «commesso un errore» a rispondere affermativamente all'offerta del presidente.
Oltre ad alimentare il dibattito sulle nomine effettuate dalla nuova amministrazione (l'editorialista Kathleen Parker ha definito «errori da dilettante» le scelte di Obama), la mossa a sorpresa del senatore del New Hampshire, unitamente al secco no riservato dai Repubblicani al piano di stimolo economico della Casa Bianca, rappresenta un nuovo duro colpo alla politica di bipartisanship promessa da Obama. Sebbene il capo dello staff Rahm Emanuel abbia affermato che questo non impedirà al comandante in capo di continuare a tentare di instaurare un dialogo con gli avversari, la maggior parte degli osservatori, ricordando le profonde e significative differenze tra i due partiti, ha sollevato dubbi sull'effettiva possibilità di creare un clima di unità nazionale, o anche solo di formare una maggioranza allargata. «Possiamo parlare tutto il giorno di bipartisanship, ma quasi nessuno viene eletto per essere bipartisan e il nostro sistema non promuove la cooperazione» ha commentato Terry Nelson, già manager della campagna eletttorale di John McCain. A detta di John Dickerson, editorialista liberal del Washington Post e del magazine online Slate, le dimissioni di Gregg portano a supporre che «o Obama non è disposto a fare il duro lavoro necessario per essere veramente bipartisan, oppure ci sono alcune differenze filosofiche che rendono la bipartisanship impossibile».
Mentre proseguono i dibattiti sulla presunta morte, o meglio sulla mancata nascita, della nuova era post-partitica desiderata da Barack Obama, la prima conseguenza diretta del ritiro di Judd Gregg, che ha anche reso noto di non volersi presentare alle elezioni mid-term del 2010, è stata una fortificazione delle trincee dei due partiti rivali. Mentre dal fronte democratico la reazione alla notizia è stata balbettante e talvolta contraddittoria, i Repubblicani hanno accolto positivamente la scelta del senatore del New Hampshire - presentato da loro come un vero e proprio eroe - facendo leva sulle sue critiche allo stimulus economico per tornare ad attaccare la maggioranza. Per il Grand Old Party, uscito sonoramente sconfitto alle elezioni di novembre e alla disperata ricerca di una strategia, oltre che di un nuovo e carismatico leader, anche il repentino - e un po' imbarazzante - dietrofront di un loro esponente di punta (un «flip-flop» degno del miglior John Kerry) può rappresentare motivo di entusiasmo. Si irrobustiscono così le fila di un'opposizione che è tutto fuorché intenzionata a rendere la vita facile a Barack Obama, il quale è ora chiamato a individuare un'altra figura per il ruolo di segretario del Commercio («Suggerimento per il presidente: non scelga qualcuno con cui ha "differenze inconciliabili"» ha ironizzato John Nichols su The Nation). «Quando il tuo avversario fa un passo falso e cade faccia a terra, è normale essere incoraggiati» ha dichiarato il deputato del Gop Patrick McHenry.
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L’All-Star Weekend della NBA è uno di quegli eventi squisitamente americani in cui il confine tra sport e spettacolo, già alquanto ridotto per quanto riguarda le competizioni agonistiche made in USA, scompare del tutto. Una tre giorni a sfondo cestistico, una celebrazione della palla a spicchi che si svolge ogni anno a febbraio, cambiando città di stagione in stagione, come se fosse un circo itinerante. Il venerdì e il sabato manifestazioni di dubbio interesse e competizioni dallo scarso seguito, come una partita tra vecchie glorie e attori (chiamato “McDonald’s Celebrity Challenge“), si alternano a incredibili dimostrazioni di capacità atletiche, come ad esempio la sfida del tiro da tre punti (”Foot Locker Three-Point Shootout“) o la gara delle schiacciate (”Sprite Slam Dunk Championship“). Il tutto, in attesa del piatto forte, vero motivo di attrazione, la sfida amichevole che può trasformarsi in massima espressione del basket a seconda dell’atteggiamento dei protagonisti, ovvero l’All-Star Game. Est contro Ovest. Il meglio della Eastern Conference affronta il meglio della Western Conference. E poi, dopo questo divertissement, che coincide con il giro di boa della stagione regolare, si ricomincia, o meglio, si inizia a giocare sul serio, in vista dei Playoff.
SI FA SUL SERIO - Dopo la gita fuoriporta di Vegas (città - almeno per ora - sprovvista di franchigia NBA) del 2007 e l’ambientazione strappalacrime di New Orleans del 2008, quest’anno si è giocato sotto il sole del deserto, per la precisione a Phoenix, Arizona, casa dei Suns di Shaquille O’Neal e Steve Nash, che già ha ospitato la partita delle stelle nel 1975 (vinse l’Est, MVP Walt Frazier) e del 1995 (vinse l’Ovest, MVP Mitch Ritchmond). Ad aprire le danze, nella giornata di venerdì, il “T-Mobile Rookie Challenge“, partita che contrappone i migliori giocatori al secondo anno nella Lega (i cosiddetti “sophomores”) alle migliori matricole (i “rookies”). Solitamente, un incontro di scarso interesse, dove le difese di fatto non esistono e i giovincelli ne approfittano per esibire le loro doti offensive con poderose schiacciate e azioni spettacolari. Senza sorpresa alcuna, ogni anno vincono puntualmente i più anziani. Anche per questa edizione, per non interrompere la tradizione, hanno avuto la meglio i Sophomores. Unica statistica degna di nota, i 46 punti del fenomeno Kevin Durant, stellina degli Oklahoma City Thunder (ex Seattle Sonics). Per la cronaca, nelle ore precedenti al Rookie Challenge, sul parquet si sono affrontate due rappresentative che rispondevano ai nomi di “West Sunsetters” e “East Sunrisers”, composte da giocatori di varie specie: ex cestisti come Clyde Drexler, Dominique Wilkins e Dan Majerle, giocatrici della lega femminile WNBA come Lisa Leslie e Kara Lawson, membri degli Harlem Globetrotters, rappresentanti del mondo dello spettacolo come Chris Tucker e James Denton (l’idraulico Mike Delfino di “Desperate Housewives”) e atleti di altre discipline come Terrell Owens. Quest’ultimo, nella vita wide receiver per i Dallas Cowboys nella National Football League, ha mostrato un talento non indifferente, guadagnandosi il titolo di miglior giocatore in campo, in una partita del tutto priva di utilità.
SPETTACOLO NELLO SPETTACOLO - Sabato, al fianco di altri eventi capaci di annoiare anche i fan più appassionati - come ad esempio l’All-Star Game del campionato minore D-League o lo “Haier Shooting Stars”, competizione di tiro tra squadre miste, altra occasione per riproporre vecchie glorie e cestiste della WNBA - sono arrivati, come di consueto, alcuni degli antipasti più succosi, posizionati in scaletta in ordine di importanza. Prima il “PlayStation Skills Challenge“, una gara di abilità che farebbe la felicità di ogni insegnante di educazione fisica, con giocatori impegnati in palleggi, slalom, lanci di precisione e, ovviamente, canestri: a vincere, la guardia dei Chicago Bulls Derrick Rose, il quale, con un tempo di 35.3 secondi, ha sconfitto in finale il rivale Devin Harris. A seguire, un classico del weekend delle stelle, il “Three-Point Shootout”, gara del tiro da tre punti cui partecipano i migliori tiratori del campionato. Dopo due anni di dominio di Jason Kapono, infallibile cecchino dei disastrati Toronto Raptors, stavolta la corona di miglior tiratore da tre punti è andata all’esordiente Daequan Cook dei Miami Heat, che ha dovuto superare in una prova di resistenza ai supplementari Rashard Lewis degli Orlando Magic, dopo un risultato di parità nei tempi regolamentari.
SCHIACCIALO! - A concludere lo spettacolo del sabato, la più attesa delle competizioni, All Star Game permettendo, ovvero la “Slam Dunk Championship“, meglio nota come gara delle schiacciate. Eredità della ABA (American Basketball Association, lega rivale poi inglobata), essa è il piacevole incontro tra creatività ed esplosività: il giocatore, solo davanti al canestro, ha carta bianca, potendosi esibire come meglio crede. Negli anni, la gara ha potuto contare su partecipanti di eccezione quali Michael Jordan e Dominique Wilkins, il non plus ultra della disciplina negli 80s, ma anche su protagonisti insoliti come Spud Webb, capace di trionfare nel 1986 nonostante l’altezza ridotta (non più di un metro e sessanta). Caduta in disgrazia negli anni ‘90, sparita per un paio di stagioni sul finire del decennio, è tornata a grande richiesta con il nuovo millennio, giusto in tempo per regalare quella che forse è stata la più grande performance di sempre, ovvero la vittoria di Vince Carter nel 2000, funambolo capace di sfidare ripetutamente i dettami di Sir Isaac Newton. Quest’anno, i contendenti erano quattro: JR Smith dei Denver Nuggets, lo spagnolo Rudy Fernandez dei Portland Trail Blazers, Nate Robinson dei New York Knicks (vincitore nel 2006) e Dwight Howard degli Orlando Magic (vincitore dell’ultima edizione). Dimenticabile il primo, trascurato dai giudici il secondo nonostante capacità da non sottovalutare, la partita era tra Robinson e Howard, veri e propri showmen, oltre che sportivi. Il primo, capace di volare nonostante alla voce “altezza” la statistica dica 1 metro e 75 centimetri. Il secondo, tra i più grandi talenti in circolazione, in grado di schiacciare - come dimostrato - con un canestro di 3 metri e mezzo. A vincere, al termine di una delle sfide più appassionanti degli ultimi anni, il piccolo grande uomo dei Knicks, che ha saltato (letteralmente!) l’avversario per andare a canestro.
E FINALMENTE IL PIATTO FORTE - Infine, nella giornata di domenica, la partita vera e propria, la partita delle stelle tra Ovest ed Est, con quest’ultimo in vantaggio nel conto totale degli incontri, 35-22. Allenatore dei primi, Phil Jackson, coach zen dei Los Angeles Lakers, già sei volte campione NBA. Sulla panchina dei secondi, Mike Brown dei Cleveland Cavaliers, due anni fa finalisti. Il meglio del basket mondiale, a calcare lo stesso parquet: Paul, Bryant, Stoudemire, Duncan, Yao contro Iverson, Wade, James, Garnett, Howard al fischio di inizio. In panchina, nomi illustri quali Shaquille O’Neal, Dirk Nowitzki, Pau Gasol a ovest, Chris Bosh, Paul Pierce, Ray Allen a est. Il leit-motiv dell’inconto, la storia da vendere sui media, il ritorno - per la prima volta dal discusso divorzio - della coppia composta da Kobe Bryant e Shaquille O’Neal, vincitori di tre titoli con i Los Angeles Lakers nel triennio dal 2000 al 2002, poi lasciatisi tra le polemiche nel 2005 - anno in cui O’Neal si trasferì a Miami, dove vinse un anello - e mai più visti indossare la stessa casacca. E proprio Bryant e O’Neal si sono dimostrati attori principali della partita di domenica. 27 per la guardia gialloviola, 17 in soli 11 minuti per il centro dei Suns, due prestazioni che hanno contribuito a portare l’Ovest a una netta vittoria, con un risultato finale di 146-119. L’allenatore della squadra sconfitta ha parlato di “combinazione letale”, riferendosi all’accoppiata Shaq-Kobe e alla loro ritrovata intesa. A dispetto di un inizio positivo da parte della Eastern Conference, guidato da LeBron James (che poi ha concluso con 20 punti), Paul Pierce e Dwyane Wade (18 a testa), l’Ovest ha realizzato una poderosa rimonta nel terzo periodo di gioco, dilagando nel finale, quando la difesa avversaria aveva ormai alzato bandiera bianca (per non parlare dell’attacco: 47 percento al tiro). Amare Stoudemire, in rappresentanza della squadra di casa, ha aggiunto 19 punti per la Western Conference. Ma tutti i riflettori erano puntati su O’Neal e Bryant. Ai quali, per un lieto fine tipicamente a stelle e strisce, si sono aggiudicati - a pari merito - il premio di Most Valuable Player della gara. Shaq fa il nostalgico , affermando che “è stato proprio come i vecchi tempi“, Phil Jackson si spinge a dichiarare che la loro prestazione deve servire come “grande lezione di vita per tutti“, ancora una volta non nascondendo la propria filosofia di vita (”è la dimostrazione che se le persone lavorano insieme, trovano un modo per superare le difficoltà, trovano armonia nella propria vita, trovano il modo di coesistere”), mentre Kobe taglia corto: “ci siamo divertiti, tutto qui”. Archiviato il weekend delle stelle del 2009, nella NBA si torna a giocare sul serio. A cominciare dalla stessa squadra dei Phoenix, la quale, proprio oggi, annuncerà il licenziamento del proprio allenatore. Che ha almeno avuto modo di godersi lo spettacolo.
2009 - © Giornalettismo

Così Nate Robinson ha vinto, ieri notte, l'edizione 2009 della NBA Sprite Slam Dunk Contest. Una schiacciata con cui ha sorvolato Dwight Howard, altro finalista (e vincitore lo scorso anno). Per chi non lo sapesse, Robinson è uno dei cestisti più bassi di tutta la lega, con i suoi 175 cm di altezza, mentre Dwight Howard misura 210 cm.
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L'attacco di Jim Boehner, leader della minoranza al Senato, al momento del voto relativo allo "stimulus" di Obama. Un piano da 787 miliardi di dollari, da approvare in fretta e furia: al punto da lasciare circa dodici ore di "public review time" per leggere le 1100 (mille e cento!) pagine del disegno di legge. Sorge spontaneo pensare che, come evidenzia Boehner, nessun membro del Congresso si sia preso il disturbo di leggerlo.

Con inusuale e inattesa rapidità, a meno di trenta ore dall’approvazione della versione del Senato dello “stimulus plan”, i vertici democratici del Congresso hanno trovato un accordo sui dettagli del piano di rilancio dell’economia voluto da Barack Obama. Il pacchetto finale da circa 789 miliardi di dollari potrebbe passare dalla Camera venerdì stesso, il voto del Senato seguirebbe in tempi brevissimi e già lunedì la legge potrebbe trovarsi sulla scrivania del presidente Obama, che sarebbe pronto, a quanto pare, a firmarla in diretta nazionale, con una cerimonia televisiva. Per il comandante in capo, si tratta della prima significativa vittoria dall’entrata in ufficio, la quale però è giunta al traguardo pagando un caro prezzo e ha sottolineato, come ha scritto Time, la portata, ma soprattutto i limiti, della nuova amministrazione. In primis, ha messo in luce i contrasti tra le due diverse maggioranze al Congresso, evidenziando che non solo gli avversari politici possono essere di impaccio per l’agenda presidenziale: mercoledì, i leader democratici del Senato, ansiosi di annunciare il trovato compromesso con la controparte della Camera, hanno diffuso la notizia del raggiunto accordo prima ancora che esso venisse firmato da Pelosi e compagni, i quali hanno invece manifestato la loro frustrazione nei confronti dei tagli effettuati al Senato per aggiudicarsi i voti (decisivi) dei tre rappresentanti repubblicani.
In secondo luogo, ha dimostrato che il Gop, anche se sconfitto e in crisi, è tuttora in grado di far sentire il proprio peso al Congresso, non facendosi convincere dai soli richiami allo spirito bipartisan, ma esigendo concessioni concrete: la ritrovata minoranza, con il secco no allo “stimulus”, spera che il suo eventuale fallimento possa favorire un contraccolpo repubblicano nel 2010. La strenua opposizione al pacchetto, inoltre, potrebbe rappresentare un segnale di nuove difficoltà per i futuri progetti della Casa Bianca, a cominciare dal “bailout” da quasi 3 mila miliardi di dollari messo a punto dal segretario del Tesoro Timothy Geithner, accolto assai negativamente dai mercati finanziari e dagli addetti ai lavori. Secondo alcuni, l’immediata crisi finanziaria potrebbe rendere alcune delle promesse della campagna elettorale impossibili da realizzare. “Il presidente non ha fatto un buon lavoro nel preparare la nazione alle compensazioni necessarie per riconciliare l’agenda della speranza con quella della paura” ha dichiarato al NY Times un ex collaboratore dei Clinton. E, mentre alcune delle maggiori pubblicazioni si pongono interrogativi su quale strada stia intraprendendo l’economia Usa (dal titolo “Ora siamo tutti socialisti” di Newsweek a “La fine del capitalismo americano?” di The American), critiche all’operato del presidente giungono anche dalla sua sinistra: per l’editorialista liberal John Dickerson di Slate, l’urgenza nell’approvare il pacchetto di stimolo, con annesso compromesso per corteggiare Gop e accordo tra le due Camere, costituisce il classico modus operandi di Washington. Per Dickerson, un brutto risultato finale, per il quale si è sacrificata la tanto attesa trasparenza: “Questo non è il cambiamento che Obama ha promesso”.

Nella lunga campagna elettorale, prima per le elezioni primarie, quindi per le presidenziali, il democratico Barack Obama si è sempre distinto per i richiami all'unità nazionale, per il superamento delle divisioni e, soprattutto, per l'instaurazione di un consenso che vada al di là dei partiti e degli schieramenti, al fine di trovare uno spirito bipartisan per rilanciare l'America. A nemmeno un mese dall'insediamento alla Casa Bianca, la tanto elogiata retorica del 44esimo presidente degli Stati Uniti, colpevole uno scontro con la dura realtà del comando e della ricerca del compromesso politico, è stata messa da parte. L'approvazione del pacchetto da quasi un miliardo di dollari per rimettere in moto l'economia americana, avvenuta alla Camera dei Rappresentanti con i soli voti della maggioranza democratica, è servita a mostrare che l'opposizione, insolitamente compatta nel rifiutare il disegno di legge, non è preda facile: per guadagnarsi le simpatie dei Repubblicani, e con esse anche i loro voti, non si sono dimostrati sufficienti i richiami alla bipartisanship. «L'idea di Obama di un'America "bipartisan", "post-partisan" o "trans-partisan" sta diventando più chiara giorno dopo giorno: è un'America in cui ognuno, indipendentemente dal partito, è d'accordo con lui» ha scritto l'editorialista David Keene, capo dell'American Conservative Union, sul periodico The Hill.
In seguito al voto della Camera bassa, complice anche il contemporaneo incidente di percorso del ritiro del designato ministro della Sanità Tom Daschle per problemi con il fisco, Barack Obama è apparso su numerosi network televisivi, oltre che per ammettere i propri errori in materia di nomine, anche per corteggiare nuovamente l'opposizione, chiamata a votare in favore dello «stimulus bill» al Senato, nel nome della responsabilità e dell'unità nazionale in un momento di così grave crisi economica. Comprensibilmente, tale invito rispondeva più a un calcolo puramente matematico che non ad un effettivo desiderio di avvicinare le due fazioni politiche avverse: mentre alla Camera il partito del presidente può godere di una maggioranza schiacciante e in grado di dare il via libera a qualsiasi disegno di legge, al Senato i margini sono notevolmente ridotti. Per questo motivo, al fine di raggiungere la fatidica quota dei 60 voti, che permette di approvare le leggi in tempi brevi e di eliminare l'ostacolo dell'ostruzionismo dell'opposizione, i voti degli indipendenti e dei Repubblicani risultano fondamentali. Non a caso, il più volte citato e auspicato spirito bipartisan, al momento del passaggio del pacchetto al Senato - riveduto e corretto con alcuni tagli alle tasse in più per strizzare l'occhio a qualche moderato del Gop - si è ridotto ai voti di soli tre Repubblicani. Un numero irrisorio, che tuttavia è servito affinché lo «stimulus» superasse indenne lo scoglio della Camera alta, con conseguente messa alla gogna dei tre senatori «ribelli» da parte di alcuni periodici conservatori.
Le non poche difficoltà delle prime settimane di presidenza - dal ritiro di Bill Richardson a quello di Tom Daschle e Nancy Killefer, senza dimenticare i problemi di evasione fiscale del segretario del Tesoro Timothy Geithner - unitamente all'impellenza di approvare quello che, oltre ad essere il primo vero test per la nuova amministrazione, rappresenta un intervento dall'impatto notevole sull'economia a stelle e strisce, hanno fatto sì che l'abbraccio ecumenico e la retorica della campagna elettorale sparissero dal linguaggio di Barack Obama. Il quale, subendo l'offensiva mediatica repubblicana contro il piano economico, definito come nulla più che una spesa eccessiva e inutile, si è persino trovato obbligato a fare leva sui timori degli americani per convincerli della straordinaria urgenza del provvedimento. Abbandonando l'ottimismo e la «speranza» su cui ha fatto leva nei mesi precedenti all'elezione, il presidente ha adottato termini apocalittici per descrivere la situazione economica americana, prevedendo una «catastrofe» in caso di mancata approvazione del suo piano da centinaia di miliardi di dollari. A fargli da eco, alcuni membri del suo partito: mentre il deputato David Obey ha menzionato un «assoluto collasso» dell'economia, la senatrice Claire McCaskill ha addirittura scomodato i testi sacri, parlando di «Armageddon». Una trasformazione che non è passata inosservata a molti commentatori, che hanno posto l'accento sull'evidente cambio di toni rispetto ad alcune settimane or sono, ma anche sull'utilizzo di una mossa strategica di provato successo: la paura come espediente per ottenere benefici politici. Uno stratagemma che, nel corso degli ultimi otto anni, è stato infinite volte contestato ai Repubblicani e a George W. Bush nella lotta al terrorismo, ma che si rivela ora assai utile per i Democratici e Barack Obama.
2009 - © Ragionpolitica.it

Dopo l’approvazione da parte della Camera con i soli voti della maggioranza democratica, lo “stimulus plan”, piano di rilancio dell’economia americana voluto dal presidente Obama, supera anche la prova del Senato. Con 61 voti favorevoli e 36 contrari nella seduta di lunedì, la camera alta ha reso nulli gli sforzi dell’opposizione repubblicana per bloccare, o almeno rallentare, il pacchetto da oltre 800 miliardi di dollari. Un successo per l’amministrazione, portato a compimento senza l’annunciato e auspicato consenso bipartisan, messo da parte per motivi di urgenza, ma grazie al voto decisivo di due indipendenti e tre repubblicani, che hanno permesso di oltrepassare la soglia dei sessanta voti e, di conseguenza, scongiurare il rischio di ostruzionismo da parte della minoranza. Il piano approvato dal Senato, un compromesso elaborato dal democratico centrista Ben Nelson e dalla repubblicana Susan Collins, presenta alcune differenze rispetto a quello che ha ricevuto l’ok della Camera, il quale prevedeva circa 100 miliardi di dollari in più in spese e altrettanti in meno in tagli alle tasse. Accorgimenti apportati per rendere il disegno di legge più digeribile dai repubblicani, in modo da poter raggiungere la necessaria maggioranza (in una votazione giudicata così cruciale da costringere persino il malato Ted Kennedy a presentarsi in aula), ma che causeranno non pochi problemi ai leader democratici delle due camere al momento di far combaciare i due diversi piani approvati. Una situazione che lascia presagire futuri problemi interni alla maggioranza: mentre alla Camera, come già dimostrato dal voto della scorsa settimana, la Speaker of the House Nancy Pelosi è in grado di far approvare ogni disegno di legge con i soli voti del proprio partito, al Senato, dove il margine tra i due schieramenti è assai più ridotto, sarà sempre obbligatoria la ricerca del compromesso e, per evitare il “filibustering”, non saranno escluse concessioni all’opposizione. Realtà paradossale che, nonostante il controllo del potere legislativo ed esecutivo da parte dei Democratici, dona ai Repubblicani la possibilità di non interpretare il ruolo del partito sconfitto e annichilito. Pur non riuscendo a fermare lo “stimulus plan”, il Gop è infatti riuscito nell’impresa di fare breccia tra gli americani, conducendo una feroce battaglia mediatica contro il pacchetto, presentato come un inutile spreco di denaro pubblico che non porterà alcun aiuto all’economia statunitense. Come riportato da alcuni sondaggi, gli elettori, pur mantenendo un’ottima percentuale di approvazione (67%, secondo Gallup) per il lavoro condotto da Barack Obama, non sarebbero così entusiasti del piano appena approvato: stando a un’indagine Rasmussen, il 62% degli intervistati vorrebbe più tagli alle tasse e meno spese, mentre il 48% sarebbe dell’opinione che una maggiore spesa pubblica danneggerebbe l’economia. Due posizioni assai vicine a quelle del Grand Old Party che, forte della ritrovata unità, rimane saldo sulle proprie posizioni e promette di dare battaglia agli avversari, nella speranza che l’opposizione intransigente al piano economico, in caso di suo insuccesso, possa portare loro non pochi benefici politici.

Quattro sport nazionali, l’avversione storica al soccer e una competizione della quale frega poco a tutti. ”A nessuno interessa, e così sarà fino a quando non sostituiranno i giocatori con le cheerleader”
Gli americani vanno pazzi per lo sport. Con quattro sport nazionali - nessuno dei quali contemplante un pallone da prendere a calci, cosa che provoca l’incredulità del resto del mondo - e altrettanti campionati professionistici, cui si aggiungono miriadi di leghe scolastiche, siano esse universitarie o liceali (al riguardo, si consiglia di recuperare il bellissimo libro “Friday Night Lights” di H.G. Bissinger, dedicato alle imprese di una squadra di football di una high school texana, diventato poi film con Billy Bob Thornton e apprezzata serie tv), infinite competizioni minori, fenomeni locali e bizzarre discipline come il Lacrosse, si può affermare senza timore alcuno che la competizione agonistica sia parte fondante della cultura a stelle e strisce. È più probabile che l’americano medio, o un qualsiasi “Joe-six-pack” (dove “six-pack” sta per la confezione da sei di birra, immancabile per ogni competizione sportiva in diretta tv), sappia elencare con più facilità, dovizia di particolari e statistiche, la formazione d’attacco dei Dallas Cowboys, che non l’elenco dei ministri dell’amministrazione di Barack Obama. Un presidente che - per ricordare l’attaccamento americano agli sport - mediocre cestista in gioventù, pur essendo il leader del mondo libero, ma soprattutto il rappresentante di tutti gli americani, non ha mancato di annunciare alla nazione la preferenza per i Pittsburgh Steelers all’ultimo Super Bowl (dimenticando di aver apertamente fatto il tifo per i Chicago Bears, nel pre-partita di un posticipo del Monday Night Football, quando ancora era senatore).
NASCAR, CHE D’E'? - Gli americani, dunque, già capaci di seguire con fervente passione (e “fervente passione” si legga “secondo evento sportivo più seguito dopo il Super Bowl”) una disciplina che risponde al nome di NASCAR e che prevede una serie di stock-car coloratissime intente nel percorrere ripetutamente un ovale, qualche volta con annessi spettacolari incidenti (vera fonte di intrattenimento), sarebbero in grado di innamorarsi di circa qualsiasi competizione sportiva - sempre che questa sia opportunamente confezionata, adeguatamente sponsorizzata e, soprattutto, dotata di un numero decente di time-out o interruzioni di altro genere, al fine di permettere al pubblico di essere educato da ripetitivi messaggi promozionali (nella maggior parte dei casi, più divertenti, brillanti e meglio realizzati di quanto non si veda da queste parti), ma anche di usufruire dei servizi igienici e/o di abbuffarsi di specialità 100% USA, tanto malsane e dannose quanto prelibate e deliziose (la libertà ha un prezzo). Esistono tuttavia delle eccezioni alla regola: incredibile ma vero, vi sono casi in cui il popolo americano preferisce cambiare canale, piuttosto che assistere a una manifestazione sportiva. Aldilà della storica avversione al soccer - fatta salva la straordinaria avventura dei New York Cosmos di Pelé, Chinaglia e Beckenbauer, che sul finire degli anni ‘70 riempivano il Giants Stadium con 80 mila persone - si registra, ogni anno con maggiore intensità, un caso di totale indifferenza a quella che, almeno in teoria, dovrebbe essere la partita delle stelle dello sport più amato d’America, ovvero il Pro Bowl.
PRO BOWL - Gara conclusiva della stagione di National Football League, a una settimana di distanza dalla seguitissima finalissima del Super Bowl, il Pro Bowl è la sfida tra le due selezioni delle conference che compongono il campionato, ovvero National Football Conference e American Football Conference. Formazioni votate da giocatori, allenatori e pubblico e guidate dai coach perdenti alle finali di conference dello stesso anno. Location dell’incontro, dal 1980 a oggi, la splendida cornice dell’Aloha Stadium di Honolulu, Hawaii. Sulla carta, tutti gli ingredienti necessari per un evento divertente e, se possibile, spettacolare. In realtà, una manifestazione noiosa e, anno dopo anno, sempre più inutile. Che viene snobbata, oltre che da una fetta di pubblico crescente di stagione in stagione, anche dai giocatori stessi: lo scorso anno, furono ben 13 le superstar selezionate che, menzionando infortuni o “motivi personali”, decisero di non rispondere alla chiamata e di non recarsi alle Hawaii, cosa che spinse l’osservatore Robbie Gillies a definire il Pro Bowl “privo di significato”. A complicare le cose, la cosiddetta “Pro Bowl attitude“, ovvero l’attaggiamento (comprensibilmente) poco interessato dei protagonisti, ovvero di chi scende in campo. Data la durezza di contatti, placcaggi e scontri di gioco, il football è sport ovviamente più pericoloso di basket o baseball. Per questo motivo, pur tenendo presenti le regole più “morbide” dell’incontro (è vietata la formazione “nickel” e vi sono restrizioni riguardanti i “blitz” difensivi), i giocatori, al fine di evitare brutti infortuni in una partita dal contesto amichevole, evitano accuratamente le azioni pericolose e gli eventuali contatti a rischio, ovvero due delle caratteristiche che contribuiscono a rendere spettacolare e interessante il football Usa. A ciò va aggiunto il non trascurabile elemento che il Pro Bowl non ha alcun effetto sulle statistiche e sui record personali degli atleti, i quali hanno così una motivazione in più per prendere poco sul serio la partita, al contrario di quanto invece accadeva in passato, quando, a prescindere dall’atmosfera festosa, le difese spaccamuscoli la facevano da padrone, producendo risultati a basso punteggio.
AL BAR DELLO SPORT D’AMERICA - Quest’anno non sono mancate le polemiche relative alle selezioni. Solo tre giocatori dei Pittsburgh Steelers (e tra questi non c’è il QB Ben Roethlisberger), squadra che ha vinto il titolo la scorsa settimana, sono stati convocati, quattro in meno dei New York Jets, che neppure si sono qualificati ai playoff. Ci sono due ricevitori dei finalisti Arizona Cardinals, ma non c’è Santonio Holmes, miglior giocatore del Super Bowl e autore della giocata decisiva negli ultimi minuti. Mike Lopresti di USA Today, con un editoriale alquanto critico nei confronti dell’organizzazione, ha scritto che “tentare di attirare pubblico per il Pro Bowl è come fare canti natalizi il 30 dicembre”. Nessuno è interessato, nessuno si ricorda il risultato dell’anno precedente. Accortasi dell’emorragia di pubblico, con la sola eccezione di quello hawaiiano, la dirigenza della NFL è corsa ai ripari, con un drastico cambio di rotta previsto per il 2010. Dopo trent’anni a Honolulu, si ritorna nel continente. La prossima edizione del Pro Bowl si svolgerà infatti in quel di Miami. Non solo: con un’altra mossa a sorpresa, si è deciso che esso sarà giocato una settimana prima del Super Bowl, ovviamente con le assenze - più che giustificate - dei giocatori delle formazioni impegnate nella finalissima.
CHEERLEADER AL POSTO DEI GIOCATORI - Accorgimenti che hanno l’evidente scopo di rendere più interessante un prodotto che ha perso molto del suo fascino. Ma che, nonostante i buoni propositi, non sembrano convincere esperti e tifosi, ma anche giocatori stessi, ai quali non dispiaceva l’idea di una vacanza retribuita alle Hawaii. Secondo il già citato Lopresti, questo cambio di location potrebbe funzionare solo se provvisorio. Se dovesse diventare itinerante, come avviene nelle altre discipline, ci sarebbe il rischio di vedere un Pro Bowl in città che non godono dello stessa clima di Honolulu a febbraio, come ad esempio Indianapolis o Chicago. Mike Florio, su Sporting News, prova invece a scrivere un decalogo per migliorare l’evento, come “giocarlo a luglio”, oppure “renderlo accessibile anche ai giocatori ritirati”, ma la soluzione più convincente sembra la numero uno, ovvero “non giocarlo del tutto”. Ma è dai fans, primi fruitori del prodotto, che arriva la considerazione più sincera riguardante il Pro Bowl: “A nessuno interessa, e così sarà fino a quando non sostituiranno i giocatori con le cheerleader“. Con una variante di questo genere, l’evento registrerebbe ascolti record. Non solo negli USA.
(Nota a margine: l’edizione 2009 del Pro Bowl, giocatasi domenica notte, è stata vinta dalla NFC 30-21. Ma nessuno se n’é accorto.)
2009 - © Giornalettismo