
La Camera dei Rappresentanti americana ha approvato il pacchetto economico da 819 miliardi di dollari fortemente voluto dal presidente Barack Obama. Diventa così realtà, in attesa del voto in Senato, quello che il Los Angeles Times ha definito “il più grande tentativo dalla Seconda Guerra Mondiale di usare il budget federale per cambiare direzione all’economia della nazione”, un piano composto da tagli alle tasse e proposte di spesa sul quale il team economico della nuova amministrazione lavora da tempo. La sua approvazione, con 244 voti favorevoli e 188 contrari, pur rappresentando la prima vittoria di Obama sul piano legislativo, è avvenuta esclusivamente grazie alla maggioranza democratica. Nonostante i notevoli e ripetuti sforzi del comandante in capo per ottenere un consenso bipartisan al pacchetto – al fine di mantenere le promesse di “unire l’America” e di sanare le divisioni, leit motiv della campagna elettorale – nessun rappresentante dell’opposizione repubblicana ha votato a favore. Non solo: al fronte inusitatamente compatto del Grand Old Party (Gop) repubblicano, cosa che non avveniva da lungo tempo, si sono uniti ben undici deputati del Partito Democratico. Un segnale forte, a dimostrazione che, a dispetto dell’estrema popolarità di Obama e delle non esaltanti condizioni dell’opposizione, i Repubblicani non sono così facili da persuadere, specialmente con semplici richiami all’unità e allo spirito bipartisan. Tale situazione, secondo il New York Times, ricorda i primi mesi alla Casa Bianca di Bill Clinton, quando dovette affidarsi esclusivamente ai voti del proprio partito per approvare una proposta di legge di riduzione del deficit. La “resistenza repubblicana”, straordinariamente unita nell’opporsi alle proposte del presidente appena insediatosi, rappresenta per il Gop un traguardo importante, che arriva in uno dei momenti più difficili per un partito ancora intento nell’elaborazione della sconfitta presidenziale e, soprattutto, alla disperata ricerca di un leader. Un vuoto, quest’ultimo, causato dall’uscita di scena di George W. Bush, dall’inadeguatezza e dall’indisponibilità dell’ex candidato alla Casa Bianca John McCain a prendere le redini del partito e dall’emergere di molteplici volti nuovi.
La mancanza di un capo in grado di dettare la linea all’intera opposizione è un elemento che non sembra preoccupare l’opinionista conservatore Bill Kristol, il quale, in un recente editoriale sul suo Weekly Standard, ha espresso ottimismo per una situazione che, con un minimo di caos e di dibattito politico serio, può creare le condizioni per lo “sbocciare di mille fiori repubblicani”. Gli spazi lasciati vuoti dai politici vengono così riempiti da altre figure carismatiche: a circa una settimana dall’insediamento del presidente democratico, il suo primo oppositore non è stato il leader della minoranza al Senato Mitch McConnell, né il leader della minoranza alla Camera John Boehner, bensì il controverso conduttore radiofonico Rush Limbaugh, che ha destato non poco scalpore dichiarando di sperare che “Obama non abbia successo”. Il presidente, a un incontro con alcuni leader repubblicani, ha risposto chiedendo loro di “smettere di dare ascolto a Limbaugh”, il quale non ha ovviamente esitato a contrattaccare: “E’ più spaventato da me che da Mitch McConnell e John Boehner, il che la dice lunga sullo stato del nostro partito”. Con il partito in fase di transizione e in assenza di un leader forte, non è da escludere che, per i mesi a venire, sarà ancora l’arciconservatore Rush Limbaugh l’unico a suonare la carica per il Gop. E la sua voce potrebbe farsi più influente, come avvenne nel 1994, anno in cui, assieme a Newt Gingrich, guidò la riconquista repubblicana del Congresso.
2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 17 del 30-12-09

“Non esiterò a usare la forza militare per eliminare i terroristi che rappresentano una minaccia diretta per l’America. E voglio che sia chiaro, che se avremo dati di intelligence affidabili relativi a terroristi di alto livello e il presidente pakistano Musharraf non agirà, lo faremo noi”. A parlare, il primo agosto 2007, l’allora candidato alle primarie del Partito Democratico Barack Obama, il quale volle, con tali parole, rispondere a chi lo etichettava come “soft” in politica estera e in materia di guerra al terrorismo. Dichiarazioni che all’epoca rischiarono di creare un caso diplomatico con il Pakistan e che gli procurarono più di un problema con gli avversari politici, tra cui il suo attuale Segretario di Stato Hillary Clinton, che lo accusarono di eccessiva leggerezza, e con la Casa Bianca, che si affrettò a rendere noto che l’approccio americano era di “totale rispetto della sovranità del Pakistan”, costringendo così l’allora senatore dell’Illinois a fare marcia indietro e a rivedere le proprie affermazioni. Le cose, a poco meno di due anni di distanza, sembrano non essere cambiate. Nella sua prima settimana da presidente degli Stati Uniti, Obama ha manifestato una linea aggressiva nei confronti del terrorismo e dei nemici del proprio Paese, portando avanti una delle più criticate strategie del suo predecessore George W. Bush, quella delle azioni militari e dei bombardamenti mirati. Lo scorso 23 gennaio, almeno venti persone sono rimaste uccise in due raid missilistici americani condotti dalla Cia nel Nord Ovest del Pakistan, poco lontano dal confine con l’Afghanistan. Almeno tre missili sono stati lanciati da un veicolo senza pilota “Predator”, con l’obiettivo (raggiunto) di colpire il capo talebano Khalil Malik e alcuni suoi fedelissimi.
Tre ore dopo, un secondo velivolo ha lanciato due missili contro un edificio nel villaggio di Gangikhel, a venti miglia dal confine, uccidendo almeno dieci persone. Si tratta del primo attacco condotto nelle aree tribali del Pakistan dall’insediamento di Obama. Un’azione che non ha trovato ampio risalto sui media internazionali e sulla quale la stessa Casa Bianca, attraverso il portavoce Robert Gibbs, non si è voluta pronunciare ufficialmente. Nonostante i proclami di discontinuità con il passato e le rotture con la politica del precedente inquilino del 1600 di Pennsylvania Avenue, la campagna di bombardamenti delle aree tribali del Pakistan, inaugurata dall’amministrazione Bush la scorsa estate, sarà condotta intensamente anche dalla presidenza Obama, in quanto considerata dagli esperti una delle armi più efficaci nella lotta al terrorismo. “I droni sono incredibilmente efficaci. Questo è il futuro della guerra” ha dichiarato P.W. Singer, collaboratore di Obama in materia di difesa. I recenti attacchi vogliono rappresentare un segnale nei confronti del governo del Pakistan, invitato a collaborare in maniera più attiva in un’area considerata chiave per le sorti del conflitto in Afghanistan. Le azioni intraprese in uno stato sovrano, tuttavia, non hanno mancato di scatenare sentite proteste: la scorsa settimana, circa un migliaio di persone è sceso in piazza ad Islamabad per protestare contro gli attacchi condotti dai velivoli senza pilota, i quali, secondo alcuni osservatori, contribuiscono a rendere evidente la debolezza del governo locale e ad aumentare l’impopolarità degli Stati Uniti in Pakistan, alimentando il fuoco dell’antiamericanismo in quello che, almeno sulla carta, dovrebbe essere uno dei primi alleati americani nella guerra al fondamentalismo.
2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 15 del 27-01-09

Timothy Franz Geithner, classe 1961, è la persona designata dal nuovo presidente americano Barack Obama per prendere il testimone di Henry Paulson e guidare il Dipartimento del Tesoro per i prossimi quattro anni. Un ruolo fondamentale nella nuova amministrazione, probabilmente il più importante, in un paese che attraversa una delle peggiori crisi economiche dell'ultimo mezzo secolo. Nono presidente della Federal Reserve Bank of New York dal 2003, vice presidente del Federal Open Market Committee (organismo della Banca Centrale americana che ha il compito di sorvegliare le operazioni di mercato aperto negli Usa), Geithner, non affiliato ad alcun partito, è considerato da Obama l'uomo giusto per portare a compimento le misure necessarie per traghettare gli Stati Uniti fuori dalla situazione di emergenza.
C'è solo un particolare non trascurabile, emerso nel corso delle audizioni al Senato per la sua conferma, che macchia il suo prestigioso curriculum: Geithner è stato un evasore fiscale. Come messo in evidenza dalla commissione del Senato incaricata di confermare la nomina effettuata da Obama, in seguito a indagini effettuate dallo stesso team che ha gestito la transizione, Geithner non ha pagato le tasse dal 2001 al 2004, per un totale di 34 mila dollari non versati nelle casse dello Stato. Pagamenti mancati quando egli era impiegato presso il Fondo Monetario Internazionale, ai quali si è aggiunta, nel corso delle ricerche effettuate dall'efficientissimo IRS (Internal Revenue Service, agenzia federale che si occupa della riscossione delle tasse e che, paradossalmente, sarebbe controllata dallo stesso Geithner, in caso di conferma), la breve assunzione, nel 2005, di una donna delle pulizie dal permesso di soggiorno scaduto. Elementi non gravi e, sicuramente, involontari, come affermato dal democratico Max Baucus, a capo della Commissione Finanze del Senato, che ha parlato di «errori non intenzionali» e di «sbagli onesti», ma che hanno fatto sollevare più di una protesta da parte di opposizione e media. L'uomo di cui Barack Obama ha elogiato la «straordinaria comprensione della attuale crisi economica, in tutta la sua profondità, complessità e urgenza», più che illustrare le proprie idee per portare l'economia della nazione nuovamente sui giusti binari, si è trovato di fronte a membri del Senato per spiegare il perché dei mancati pagamenti delle tasse e per dimostrare di aver già pagato quanto dovuto, seppur in ritardo, con gli interessi.
I senatori repubblicani Jim Bunning (Kentucky) e Jon Kyl (Arizona) sono stati tra i primi a reagire negativamente alla notizia, rallentando i lavori per la conferma di Geithner da parte della Commissione, poi comunque avvenuta con 18 voti a favore e 5 contrari. Dalla sua parte, invece, oltre al presidente Obama, che ha difeso la propria scelta declassando come «errori comuni» quanto fatto dal suo prescelto a segretario del Tesoro, anche i senatori repubblicani Lindsay Graham (South Carolina), che lo ha definito «molto competente» e «la persona giusta» per il ruolo affidatogli, e Orrin Hatch (Utah), che ha parlato di «una svista che ogni essere umano può commettere». A pensarla diversamente, oltre ai succitati senatori (cui si è aggiunto anche il repubblicano Mike Enzi del Wyoming), numerosi esponenti della galassia conservatrice a stelle e strisce. Newt Gingrich, storico Speaker of the House degli anni '90, si è stupito che l'IRS non abbia multato Geithner: «Chiedete ai piccoli imprenditori quanti di loro pensano di poter evitare il pagamento delle tasse per sette anni senza essere multati». Sulle medesime posizioni l'ex governatore dell'Arkansas Mike Huckabee e i giornalisti di Fox News Geraldo Rivera e Glen Beck, i quali hanno chiesto a Geithner di ritirare la propria candidatura a causa dei problemi di credibilità. Tra i critici più duri, l'opinionista conservatrice Michelle Malkin, la quale, dal suo sito web, ha tuonato: «Obama difende qualcuno che dovrebbe controllare l'IRS, ma che non avrebbe le qualifiche per essere assunto dall'agenzia».
L'entità della crisi economica, tuttavia, fa passare in secondo piano i trascorsi con il fisco del candidato a segretario del Tesoro. «In tempi più tranquilli, sarebbe stato messo da parte» ha dichiarato il politologo Ross Baker della Rugers University: l'emergenza della situazione permette invece di sorvolare sulla questione, «così come Abramo Lincoln fu disposto a ignorare i problemi di alcolismo del generale Ulysses S. Grant poiché si trattava di un ottimo comandante». Jonah Goldberg, editorialista del Los Angeles Times, fa notare che, per il non pagamento di una quantità alquanto minore di imposte, ovvero poco più di mille dollari, i media di tutta America si scagliarono sul celeberrimo «Joe l'Idraulico» la scorsa estate. Una audace reporter, nel corso di uno dei quotidiani briefing con la stampa presso la Casa Bianca, si è azzardata a paragonare Timothy Geithner a Wesley Snipes, attore di film d'azione che rischia il carcere per il mancato pagamento delle tasse, chiedendo se l'eventuale nomina di Snipes a segretario del Tesoro gli avrebbe potuto evitare la galera. «Il presidente chiede all'IRS di essere più indulgente con tutti gli americani in futuro, se affermeranno di non essersi accorti di non aver pagato le tasse e di essere dispiaciuti?» è stata una domanda che ha messo in serio imbarazzo Robert Gibbs, portavoce ufficiale della nuova amministrazione. E che, sebbene non sembri importare ai rappresentanti del Senato, può mettere in serio dubbio la credibilità di colui che, negli anni a venire, dovrà gestire l'economia americana.
2009 - © Ragionpolitica.it
Si è insediato da meno di una settimana, ma già fa danni. Del perché già amiamo alla follia Joe Biden, vicepresidente degli Stati Uniti. A giudicare da certe espressioni, Obama sembra già essersi pentito della sua scelta. Enjoy.

L’infanzia nel degrado dei malfamati quartieri popolari di Bedford-Stuyvesand a Brooklyn, New York City, l’adolescenza a contatto con la malavita, lo spaccio di droga, gli arresti, quindi l’inizio di una nuova vita, l’avvio di una carriera nel mondo della musica, il successo internazionale, la ricchezza e infine la guerra tanto fratricida quanto inutile tra le coste rivali, conclusasi nel modo più tragico possibile, ovvero con la morte, nel marzo del 1997, in un drive-by shooting per le strade di Los Angeles. La breve ma intensa storia di Christopher George Latore Wallace, meglio noto al mondo con i nomi di battaglia “Biggie Smalls” (preso in prestito da un gangster di un vecchio film con Sidney Poitier e Bill Cosby) e “The Notorious B.I.G.” (con “B.I.G.” come acronimo di “Business Instead of Game”, quindi di “Books Instead of Guns”), considerato dai più quale uno dei più grandi talenti della storia della musica rap, se non addirittura - come decretato dalle riviste del settore The Source e Blender - il numero uno in assoluto, a dispetto del ridotto periodo di attività, iniziato nel 1992 con la firma del contratto con la neonata etichetta indipendente Bad Boy Records (fondata e ad oggi gestita dal suo grande amico e genio del marketing P-Diddy, al secolo Sean Combs) e terminato con la sua scomparsa nel 1997, a soli 24 anni di età, con il suo omicidio tuttora caso irrisolto dalla polizia di Los Angeles. Cinque anni che sono bastati per consegnare The Notorious B.I.G. all’olimpo della cultura hip-hop, in qualità di “salvatore” dei destini delle sonorità della East Coast, oltre che di “re” della città di New York, ma anche a renderlo un’icona della storia della musica americana, come rappresentante, suo malgrado, della fase più incandescente dell’ascesa del cosiddetto “gangsta rap”, giunto all’apice della violenza con la sua morte e con quella, avvenuta circa un anno prima e con modalità analoghe, dell’avversario Tupac Shakur.
La vita di Christopher Wallace, variante del sogno americano dal finale tragico, giunge ora sul grande schermo, con un lungometraggio intitolato “Notorious”. Uscito nelle sale americane nei giorni scorsi, il film, distribuito dalla Fox Searchlight, è stato fortemente voluto e prodotto, tra gli altri, dal già citato Sean Combs, dalla madre dello scomparso rapper, Voletta Wallace, e dai suoi ex manager Wayne Barrow e Mark Pitts. Alla regia, mancato l’accordo con Antoine Fuqua (“Training Day”, “King Arthur”), George Tillman Jr., già autore di “Men of Honor” con Robert De Niro e produttore della serie di commedie di culto della cultura afroamericana “Barbershop”. Nei panni del protagonista, l’emergente Jamal Woolard, anch’egli originario di Brooklyn, anch’egli rapper di professione, affiancato nel cast da alcuni volti noti di Hollywood come Angela Bassett (prima afroamericana a vincere un Golden Globe, interpretando Tina Turner in “What’s Love Got To Do With It” nel 1993), nel ruolo della madre Voletta, presenza fondamentale nella vita di Biggie Smalls, e Anthony Mackie (già visto in “8 Mile”, “She Hate Me” e “Million Dollar Baby”) nei panni di Tupac Shakur, talento della costa rivale, prima amico poi nemico numero uno dell’artista di Brooklyn. Positivo l’esordio al box office: con 24 milioni di dollari incassati nel weekend di apertura, “Notorious” si piazza al quarto posto nella classifica dei film più visti al cinema negli Stati Uniti. Nonostante alcune recensioni negative da parte di critica (NY Times su tutte) e pubblico (l’indice di gradimento del sito “Rotten Tomatoes”, punto di riferimento per i fan della celluloide a stelle a strisce, è attualmente al 52%), il responso è prevalentemente positivo. Tra i più entusiasti della pellicola, il decano dei critici cinematografici americani, Roger Ebert del Chicago Sun-Times, che lo ha definito “un buon film sotto ogni punto di vista”. Di opinione analoga la rivista Rolling Stone, secondo cui il prodotto “scopre i dettagli umani che hanno forgiato l’artista”, The Hollywood Reporter, che lo ha marchiato come una “complessa e coinvoilgente biopic” e il Boston Globe, che ha elogiato la performance d’esordio del protagonista Jamal Woolard. Da segnalare, come spesso accade in presenza di produzioni dedicate ad artisti, la contemporanea uscita della colonna sonora, prodotta ovviamente dalla Bad Boy Records, vera e propria raccolta di successi di The Notorious B.I.G., da “Juicy” a “Hypnotize”, con l’aggiunta di un paio di inediti firmati dai colleghi Jay-Z e Jadakiss.
2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 12 del 23-01-09

The company addicts us to its food, and now it's making out on our misery? But maybe it's time to change our attitudes about the Golden Arches. What may be bad for the waistline may be good for the wallet. In these tough times, those $3.50 Big Macs never tasted so good.
Dopo il NY Times (vedi post), se ne sono accorti anche a TIME. McDonald's va a gonfie vele. Haters, you're sooo last-week.

Una folla oceanica: almeno due milioni di persone a Washington - cifra record, nella storia della capitale - e numerosi altri milioni in collegamento televisivo dalle proprie case, in America e nel mondo, con tanto di megaschermi installati nelle piazze di alcune grandi città, per assistere alla cerimonia di insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca. La cerimonia più costosa di tutti i tempi, a dispetto della crisi economica - almeno 150 milioni di dollari, più del doppio di quanto speso nel 2005 dall'allora criticatissimo George W. Bush - e che già ora, secondo alcuni, rappresenta uno dei più grandi eventi nella storia degli Usa. Il giuramento in Campidoglio, davanti al presidente della Corte Suprema John G. Roberts, sulla Bibbia utilizzata nel 1861 da Abramo Lincoln, anch'egli originario dell'Illinois. Barack Hussein Obama, eletto lo scorso 4 novembre, diventa ufficialmente il 44esimo presidente degli Stati Uniti d'America.
L'evento viene presentato dalla maggior parte dei media - come già accade abbondantemente fin dalla sua discesa in campo, quindi con la conquista della nomination e, infine, con l'elezione - come l'ascesa alla Casa Bianca del primo presidente afroamericano. Senza nulla togliere alla enorme portata storica di questo avvenimento, si tratta - come fatto notare anche da un editoriale di The Politico - di una descrizione riduttiva e superficiale, se non addirittura caricaturale, di un uomo che ha sempre rifuggito l'uso della razza come virtù politica e che mai si è identificato con una comunità, ben consapevole dei (pessimi) risultati che ciò ha portato in passato ad altri candidati afroamericani come Jesse Jackson o Al Sharpton, invece puntando perennemente sul suo essere protagonista della realizzazione del «sogno americano», facendo leva sulle innegabili capacità oratorie e sul nuovo messaggio di cambiamento, sorta di abbraccio ecumenico che mira a unire l'America e a sanare le sue ferite.
Eletto sull'onda della speranza, con le aspettative di tutto il mondo gravanti sulle sue spalle, il nuovo inquilino del 1600 di Pennsylvania Avenue dovrà fin da subito affrontare le sfide globali con azioni concrete. Una volta entrato in ufficio, a poco o nulla serviranno i meravigliosi discorsi firmati dal giovane ghost-writer Jon Favreu e la memorabile retorica che hanno contraddistinto finora la carriera politica di Barack Obama. Sul fronte interno, lo attende la preoccupante situazione economica che da mesi affligge gli Stati Uniti, la quale ha priorità assoluta. In politica estera, la improvvisa crisi di Gaza, che ha riacceso il conflitto in Medioriente, le tensioni tra India e Pakistan, senza dimenticare il fronte di guerra afghano (che causerà le prime incomprensioni tra Obama e l'Europa, secondo Time) e, ovviamente, quello iracheno. «Lo vedrete agire rapidamente» ha dichiarato il suo guru David Axelrod nel corso dell'ultima puntata di State of the Union sulla Cnn. Fin da mercoledì è prevista una riunione della squadra che si occupa di sicurezza nazionale per preparare il piano di ritiro delle truppe combattenti dall'Iraq, una delle promesse della campagna elettorale, un processo che durerà non meno di sedici mesi. Nei primi giorni sono inoltre attesi meeting per affrontare e superare la crisi finanziaria (sarà chiesta più trasparenza ai beneficiari del bailout approvato negli scorsi mesi), cui seguiranno il simbolico ordine esecutivo per la chiusura del carcere di Guantanamo e l'eliminazione delle restrizioni volute dall'amministrazione Bush per il finanziamento federale della ricerca sulle cellule staminali embrionali, mentre non mancherà una notevole offensiva diplomatica, con il segretario di Stato Hillary Clinton in prima linea, dedicata al rapporto tra Israele e Palestina.
L'opinione pubblica è dalla parte del nuovo presidente, convinta che egli possa salvare l'America e, con essa, il mondo: secondo i sondaggi, il 71% degli americani è convinto che la situazione economica migliorerà nel primo anno di mandato di Obama, il 65% è sicuro che il tasso di disoccupazione diminuirà, il 72% scommette sul recupero da parte dei mercati finanziari, il 63% che la propria situazione economica sia in procinto di migliorare. Il 69% degli intervistati giudica positivamente il modo in cui è stata condotta la transizione, nonostante lo scandalo Blagojevich e alcuni altri passi falsi, e il 65% non ha dubbi sul fatto che il nuovo comandante in capo sarà un presidente «al di sopra della media» (nel 2000, il 47% lo pensava di George W. Bush). Con percentuali di approvazione così elevate, dovute anche in parte al fenomeno - citato dall'allora senatore nel suo L'Audacia della Speranza - che vede la gente proiettare su di lui le proprie idee, Barack Obama è investito dalla missione popolare di trasformare l'America e di farla uscire dal momento di grande difficoltà. Entusiasmo, trepidazione e attese messianiche di una nazione si riversano su un solo uomo, che si trova di conseguenza obbligato a mantenere ogni sua promessa. Il successo, come unica eventualità. L'alternativa, infatti, sarebbe scontentare e deludere le folle oceaniche che lo hanno sostenuto e celebrato finora. Una realtà ben sintetizzata dalla figlia Malia Obama, di dieci anni: «Il primo presidente afroamericano? Farà meglio a essere bravo».
2009 - © Ragionpolitica.it
Su Otto e Mezzo. Ok, ieri si parlava di W, e capisco che - in quanto esclusiva di La7 (un gran bel canale, peccato che ogni tanto faccia cose squallide, come trasmettere Fahrenheit 9/11 l'11 settembre) - si volesse confezionare il prodotto, con una puntata speciale con, oltre la Gruber a condurre, ospiti Gad Lerner e Oliver Stone in persona. Evvai con il Bush-bashing senza contraddittorio, ci poteva anche stare. Oggi, giorno dell'insediamento di Barack Obama, altra puntata speciale: la Gruber a condurre e ospiti, rullo di tamburi, Vittorio Zucconi, Maria Laura Rodotà, un imprenditore del mondo della ristorazione (Al Bano e Sbirulino devono avere avuto dei contrattempi) e...Walter Veltroni. Gimme a break: già che c'erano, potevano invitare anche Ennio Caretto. Con il co-conduttore, del quale ignoro il nome (per la cronaca, Federico Guiglia) a interpretare il ruolo che fu di Alan Colmes in Hannity & Colmes su FOX News. Ridateci l'Elefantino.


In occasione della cerimonia di insediamento del presidente eletto Barack Obama, gli osservatori di tutto il mondo si interrogano su quello che sarà il giudizio della storia nei confronti di George W. Bush, controverso 43esimo presidente degli Stati Uniti, che lascia l’ufficio con un tasso di approvazione tra i più bassi di sempre. Negli ultimi otto anni, i suoi critici lo hanno accusato di ogni malefatta, dall’aver gestito male la politica estera americana all’aver risposto in maniera inadeguata all’uragano Katrina, senza dimenticare i rimproveri per il Patriot Act, le richieste di impeachment e persino le teorie di complotto relative all’11 settembre. I suoi sostenitori, invece, difendono le sue scelte, effettuate in seguito al più terribile attacco mai subito dall’America e che – scongiurando l’eventualità di un altro attentato sul suolo statunitense - hanno di fatto reso il Paese più sicuro. Nell’eredità del presidente Bush, tuttavia, c’è un capitolo che mai ha raggiunto le prime pagine dei giornali, ignorata dai suoi critici e dall’opinione pubblica mondiale, ma che lo consegnerà alla storia: aver salvato milioni di vite in Africa. Nessun presidente ha fatto più di George W. Bush per il continente africano. Nel 2001, anno in cui entrò in ufficio, gli Usa spendevano 1,4 miliardi di dollari l’anno per aiuti umanitari e per lo sviluppo in Africa. Fin dal suo insediamento, Bush si è prodigato perché tali aiuti aumentassero: nel 2006, tale cifra era già quadruplicata, con 5,6 miliardi di dollari l’anno, processo proseguito negli anni a venire.
Cavallo di battaglia dei fondi stanziati dal comandante in capo, l’iniziativa “President’s Emergency Plan for Aids Relief” (Pepfar), un ampio programma di prevenzione e trattamento dell’Aids per un’area in cui, solo lo scorso anno, si sono contate 22 milioni di vittime. Dal 2003, anno in cui è stato lanciato il Pepfar, l’amministrazione ha fatto sì che aumentasse notevolmente il numero di africani cui fornire farmaci retrovirali, da 50mila a circa 1,4 milioni. Nel 2008, qualche mese prima di abbandonare la Casa Bianca, Bush ha autorizzato lo stanziamento di 48 miliardi di dollari per contrastare Hiv/Aids, tubercolosi e malaria per il periodo dal 2009 al 2013. Uno sforzo che gli è valso una onorificenza da parte di “Africare”, più antica e nota organizzazione umanitaria dedicata all’Africa, e che ha dimostrato come il “conservatorismo compassionevole”, dai risultati incerti e dibattuti nei confini americani, abbia altrove funzionato in maniera egregia. Il conservatore Bush, in questo caso, è stato più magnanimo del progressista e terzomondista predecessore: “L’amministrazione Bush ha diretto più risorse per il problema dell’Aids africano di quanto abbia fatto l’amministrazione Clinton” ha dichiarato Nicole Lee, direttore esecutivo del TransAfrica Forum.
Non è un caso che l’immagine degli Stati Uniti, secondo alcuni studi condotti da Pew Global Attitudes Project, sia in Africa “più forte che in qualsiasi altra regione del mondo”. Nella maggioranza degli Stati africani è infatti grande l’approvazione nei confronti dell’America e del presidente Bush, fenomeno dovuto in buona parte agli ingenti finanziamenti. Un impegno del quale si è accorto anche il campione della beneficenza Bob Geldof, organizzatore di infinite iniziative per raccogliere fondi in favore del terzo mondo (dalla Commission for Africa ai Live 8), autore di un lungo articolo su Time lo scorso febbraio, nel quale, oltre ad elogiare quanto fatto dal 43esimo presidente, non nascondeva un certo stupore per lo scarso interesse dei media americani e internazionali per tale missione umanitaria. Per utilizzare le cifre citate da Bill Frist in un recente editoriale su Cnn.com, si può affermare senza timore che il tanto vituperato George W. Bush, con le sue scelte, abbia salvato almeno 10 milioni di persone negli ultimi anni. Raggiungimento per il quale, a differenza di altri noti leader politici, non vincerà né un premio Nobel, né tantomeno un Oscar.
2009 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 9 del 20-01-2009

"You may not agree with some tough decisions I have made. But I hope you can agree that I was willing to make the tough decisions" - George W. Bush

Non sono poche le sfide che attendono Barack Obama, presidente eletto in procinto di insediarsi alla Casa Bianca. Numerose sono le questioni urgenti, dalla devastante crisi economica che ha travolto gli Stati Uniti e l’intero mondo occidentale, alla recente crisi di Gaza, che ha riacceso il conflitto in Medio Oriente, senza dimenticare mai sopiti rischi globali, dall’eventualità di un Iran armato con la bomba atomica, alle poco rassicuranti ascese di potenze non esattamente democratiche quali Russia o Cina. Un piatto già abbastanza ricco, capace di impegnare a fondo la prossima amministrazione a stelle e strisce, al quale si aggiunge, a sorpresa... il Messico. Il Paese a Sud del confine americano è infatti protagonista di un rapporto stilato dai militari dello Us Joint Forces Command – che include membri delle varie armi delle forze armate, sia attivi che riservisti, oltre che civili e impiegati a contratto - dedicato alle minacce alla sicurezza globale, il quale lo indica quale uno dei due Paesi “da prendere in considerazione per un rapido e improvviso collasso”. Secondo il “Joint Operating Environment (Joe 2008)”, che contiene ipotesi, probabilità e proiezioni di imminenti minacce e futuri conflitti, il Messico si trova infatti in condizioni simili a quelle del Pakistan: “La possibilità messicana può sembrare meno probabile, ma il governo, i suoi politici, le forze di polizia e l’infrastruttura giudiziaria sono tutte sotto continuo assalto e pressioni da parte di gang criminali e cartelli della droga” sentenzia il rapporto, che prosegue affermando che le modalità con cui “il conflitto interno si svilupperà nei prossimi anni avranno un notevole impatto sulla stabilità dello Stato messicano”.
L’eventuale discesa nel caos del Messico richiederebbe, di conseguenza, “una risposta americana basata su serie implicazioni per la sola sicurezza nazionale”. Scenario che, allo stato attuale delle cose, più che un’ipotesi concreta, ricorda la trama di un romanzo dell’autore specialista in thriller geopolitici Tom Clancy. Il rapporto, che si basa su un’attenta analisi dei problemi interni allo Stato centro-americano, su tutti la violenza e la corruzione legate al contrabbando di droga, segue recenti e analoghi allarmi lanciati dal Dipartimento di Sicurezza Nazionale e dall’ex “zar anti-droga” Barry McCaffrey. La scorsa settimana, forse al fine di rispondere a notizie di questo tipo, il presidente messicano Felipe Calderon ha dato precise istruzioni alle proprie ambasciate affinché promuovessero una “immagine positiva del Messico”. Nella prefazione allo studio, il generale dei marines J.N. Mattis, comandante dell’UsJfc, anche con l’intento di tranquillizzare chiunque possa allarmarsi di fronte ai risultati del rapporto, avverte che “le previsioni riguardanti il futuro sono sempre rischiose”, specificando che, se loro non tentassero di prevedere gli eventi dell’avvenire, si troverebbero impreparati nel tentativo di proteggere l’America.
2008 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 7 del 16-01-09