
Lo scandalo emerso in seguito all'arresto del governatore democratico dell'Illinois Rod Blagojevich - il quale è accusato, tra le altre cose, di aver tentato di vendere il posto da senatore lasciato vacante da Barack Obama e di rimuovere alcuni editorialisti del Chicago Tribune - ha procurato più di un imbarazzo al team di transizione del presidente eletto e, di riflesso, al Partito Democratico americano. Mentre proseguono le indagini, al fine di verificare l'eventualità che qualche componente dello staff di Obama abbia avuto contatti con Blagojevich (l'unico nome certo è finora quello del capo dello staff Rahm Emanuel, il quale al momento non sembra abbia commesso attività illecite), il caso, per la terza settimana consecutiva, cattura le prime pagine dei giornali americani, mettendo in secondo piano l'opera fino a qualche tempo fa cristallina e priva di macchie della squadra impegnata a gestire la transizione presso la Casa Bianca. Sebbene il presidente eletto non sia direttamente coinvolto nella vicenda, l'arresto di un governatore del suo stesso partito, ma soprattutto rappresentante lo Stato da cui proviene e l'ambiente politico in cui si è formato (con conseguente riemergere della drammatica realtà di Chicago e dell'Illinois, secondo molti lo Stato più corrotto d'America), è un elemento che non giova alla sua immagine, né tantomento a quella del suo partito.
Non sono pochi i commentatori che, con l'evolversi dello scandalo Blagojevich, hanno approfittato dell'occasione per ricordare che i Democratici, sotto la spinta dello «squalo politico» Rahm Emanuel, vinsero le elezioni di medio termine del 2006 utilizzando come leit-motiv della propria campagna elettorale proprio la lotta alla corruzione, la quale veniva da loro identificata con il Partito Repubblicano («La loro è corruzione istituzionale» affermò Emanuel, quasi a suggerire che l'essere corrotto fosse presupposto di essere repubblicano, e viceversa). «Mettere fine alla cultura della corruzione» era uno degli slogan più sfruttati dai Democratici di tutta America - con riferimenti più o meno velati agli scandali che avevano colpito esponenti in vista degli avversari come Tom DeLay o Mark Foley - e servì loro a conquistare la maggioranza di entrambi i rami del Congresso. Non fu un caso se, agli exit poll, i tre quarti dei votanti individuò la «corruzione» come l'elemento più importante delle elezioni mid-term, ancora più di temi quali Iraq o guerra al terrorismo. Il nuovo Congresso di matrice democratica, guidato dalla liberal Nancy Pelosi, era investito dalla missione di ripulire Washington e riaffermare l'etica nella politica a stelle e strisce. Le cose, negli ultimi due anni, non sono andate come previsto.
A essere travolti dagli scandali sono ora infatti gli stessi Democratici. Nel solo 2008, oltre al suddetto arresto del governatore Blagojevich (nel quale pare essere coinvolto anche Jesse Jackson, Jr., figlio del noto reverendo e deputato in Illinois), vi è stato anche lo scandalo del deputato della Louisiana William Jefferson, in carica da nove mandati, non più rieletto in quanto accusato di aver accettato tangenti da una compagnia che cercava contratti vantaggiosi nel mercato delle telecomunicazioni nigeriano (il caso di Jefferson ha sollevato molto scalpore poiché, in seguito a un raid dell'Fbi, vennero trovati 90 mila dollari in contanti nascosti nel suo freezer). Il deputato della Florida Tim Mahoney, salito in carica dopo che il già citato Mark Foley diede le dimissioni per uno scandalo a sfondo sessuale, è stato coinvolto a sua volta in uno scandalo dalle medesime tinte, cosa che gli è valsa la rielezione, mentre ancora vivido è il ricordo del governatore di New York, Eliot Spitzer, il cui caso di prostituzione ebbe un risalto internazionale e lo costrinse a dimettersi anticipatamente. È tuttora sotto inchiesta il deputato di New York Charlie Rangel, uno dei democratici di maggior peso alla Camera dei Rappresentanti (presidente della commissione «Ways and Means», che si occupa di tasse e finanza), sospettato di aver tentato di favorire una multinazionale del petrolio in cambio della donazione di un milione di dollari alla sua scuola Charles B. Rangel School for Public Service di New York. Infine, l'ex sindaco di Detroit Kwame Kilpatrick, grande sostenitore di Barack Obama, ha dovuto lasciare la carica di primo cittadino della Città dei Motori dopo essersi dichiarato colpevole di due capi di imputazione per ostruzione alla giustizia.
In pochi mesi, i Democratici sono riusciti a macchiarsi con accuse di corruzione riguardanti rappresentanti locali, statali e nazionali, con vicende riguardanti sindaci, governatori e deputati. Non certo un quadro rassicurante del partito che si appresta a prendere il controllo della Casa Bianca e, con una maggioranza quasi schiacciante, di Camera e Senato. Un elemento che offre agli avversari più di un motivo per accusare di ipocrisia e attaccare i Democratici su un terreno sul quale, fino a meno di un anno fa, facevano la parte del leone. La famigerata «cultura della corruzione», anziché terminare nel 2006, risulta essere più viva che mai, come dimostrato dai fatti di cui sopra e l'impegno non mantenuto da parte dei Democratici di «ripulire Washington», in parte riproposto nel corso delle elezioni presidenziali, fa sorgere più di un dubbio sulle promesse di «cambiamento» che hanno contribuito a portare Barack Obama a conquistare la Casa Bianca: combattere la corruzione significherà, tra le altre cose, concentrarsi direttamente sullo stesso partito di cui fa parte il presidente eletto. Come scritto da Peter Wehner sulla rivista Commentary, «Sembra che i Democratici stiano facendo un ottimo lavoro nel costruire una cultura della corruzione, piuttosto che a terminarla».
2008 - © Ragionpolitica.itDirettamente da Slate, l'esilarante raccolta dei migliori viral video a sfondo politico del 2008. Dalle gaffe di Joe Biden a quelle di Sarah Palin, dai filmati dedicati a John McCain a quelli dedicati a Barack Obama (senza dimenticare i coniugi Clinton), tutto il meglio dell'ultimo anno (compreso l'ormai celeberrimo ologramma della CNN). Assolutamente da non perdere.
Chip Saltsman, già manager della campagna elettorale di Mike Huckabee, candidato alla presidenza del Republican National Committee, ha deciso di farsi propaganda distribuendo un cd contenente un brano dal titolo "Barack The Magic Negro". 
La “Folie à Deux” (letteralmente, “Pazzia condivisa da due”) è una rara sindrome psichiatrica nella quale sintomi psicotici quali paranoie o deliri sono condivisi da due persone che vivono una stretta relazione. “Folie à Deux” è altresì il titolo del quinto album dei Fall Out Boy, gruppo originario di Chicago, tra i maggiori rappresentanti del genere pop-punk.
Il grande successo di critica e di vendite dei lavori precedenti - riscosso inizialmente con l'acclamato “From Under the Cork Tree” - e la notorietà internazionale, confermata dal ben riuscito remake di “Beat It” di Michael Jackson (eseguito con John Mayer e presente come bonus track nel loro disco “Live in Phoenix”, prodotto quest'anno) ha permesso loro di contare ospiti di grande calibro nel loro nuovo album, con collaborazioni con artisti appartenenti ai generi più disparati: si va dal rapper campione di incassi Lil' Wayne, presente nel pezzo “Tiffany Blews”, al produttore Pharrell Williams (già Neptunes e N.E.R.D.), responsabile dei suoni di “w.a.m.s.”, passando per una vera raccolta di stelle per la canzone “What a catch, Donnie”, nella quale figurano le voci di Gabe Saporta (Cobra Starship), Travis McCoy (Gym Class Heroes), Brendon Urie (membro dei “rivali” Panic at the Disco), Alex DeLeon (The Cab), William Beckett (The Academy Is...) e, non ultimo, addirittura Elvis Costello, che interpretano – in uno spropositato gesto di autocitazionismo – parti di precedenti successi degli stessi FOB.
Parte della critica Usa ha bollato “Folie à Deux” come la prima opera “da rockstar” del gruppo, che avrebbe abbandonato la purezza delle origini per concentrarsi su altisonanti produzioni che strizzano l'occhio al grande pubblico. Ciò nonostante, unanimente positive le recensioni per il più recente lavoro di una band che, per usare le parole utilizzate da Rolling Stone, “capace di saltare tra generi ed epoche, tempi e ritmi, spesso ripetutamente anche in un solo brano”.
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Edizione 278 del 24-12-2008

Dopo un'assenza dalle scene durata quasi cinque anni e dovuta a motivi estranei al mondo dell'intrattenimento (tra cui l'abbandono dello show “America's Got Talent”, ma soprattutto un incidente automobilistico che provocò la morte del conducente dell'altra auto, con conseguente causa legale tuttora in corso da parte dei familiari della vittima) ritorna la stella dell'r&b Brandy, tra le cantanti di maggior successo nella storia della musica americana (circa 10.5 milioni di copie vendute per i suoi primi quattro lavori nei soli Stati Uniti, 25 milioni in tutto il mondo).
“Human”, suo quinto album (suo primo per la Epic Records, dopo il divorzio dalla Atlantic del 2005), sugli scaffali dai primi di dicembre, ha registrato un discreto risultato nelle vendite, ma soprattutto un riscontro generalmente favorevole da parte della critica. Anticipato dai singoli “Right Here (Departed)” - uscito lo scorso agosto, scritto e prodotto dal guru musicale Rodney “Darkchild” Jerkins (già vincitore di svariati Grammy Awards e responsabile di successi per artisti quali Whitney Houston, Michael Jackson e Lionel Richie) – e “Long Distance” - ballad sulle relazioni a distanza, che ha esordito al 42esimo posto tra i singoli hip-hop/r&b di Billboard - “Human” denota un cambiamento nello stile dell'artista, costretta ad adattarsi alle nuove tendenze di un mondo come quello musicale, in cui un lustro equivale a un secolo. Il risultato è un prodotto meno ambizioso rispetto ai precedenti, ma comunque più che positivo.
Sebbene alcuni critici abbiano sottolineato che l'album di Brandy, rispetto alle atmosfere più frizzanti della scena r&b attuale (tipiche di artisti quali Usher o delle Pussycat Dolls, per fare due esempi), risulti un po' troppo “serio” e “lento”, la maggior parte delle recensioni saluta il ritorno dell'ex bambina prodigio del soul come più che gradito e, tra i prodotti attualmente sul mercato, nel suo genere, inferiore solo alle nuove produzioni di Beyoncé e Pink.
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Edizione 278 del 24-12-2008

“Governatore Blagojevich, anche i politici dell'Illinois Le suggeriscono di dimettersi, e quando i politici dell'Illinois pensano che qualcuno sia corrotto, quel qualcuno è davvero troppo corrotto. È come se Amy Winehouse Le suggerisse di andare in clinica a disintossicarsi”. La frase, pronunciata dal comico Seth Meyers nel corso dell'ultimo episodio del celebre show satirico Saturday Night Live, non è che una delle migliaia di battute dedicate in questi giorni da comici e presentatori tv americani allo scandalo che ha visto l'arresto del governatore dell'Illinois Rod Blagojevich, accusato, tra le altre cose, di aver tentato di vendere il posto da senatore lasciato vacante da Barack Obama e di aver chiesto il licenziamento di alcuni editorialisti “scomodi” dell'autorevole quotidiano Chicago Tribune.
Un caso che sta ricevendo attenzione internazionale poiché riguardante, seppure indirettamente, il presidente eletto Obama, più precisamente lo Stato in cui è nato, l'ambiente politico in cui si è formato e la carica da senatore da lui tenuta negli ultimi anni. In mancanza di questi ultimi elementi, l'eco della vicenda sarebbe stata senza dubbio minore, in quanto proveniente, come suggerito dalla battuta di cui sopra, da quello che è considerato uno degli Stati più corrotti d'America. Dei dieci governatori che negli ultimi 50 anni hanno guidato lo Stato che diede i natali ad Abramo Lincoln, Blagojevich è il quinto a essere accusato di attività criminali. Record poco encomiabile e del tutto bipartisan: il predecessore di Blagojevich, il repubblicano George Ryan, è tuttora in galera per questioni di corruzione ed estorsione, il democratico Dan Walker finì in manette nel 1987 per uno scandalo di prestiti e finanziamenti illeciti, il democratico Otto Kerner Jr. passò tre anni in una prigione federale in seguito alla condanna per 17 capi d'accusa e, infine, il repubblicano William Stratton fu scagionato dall'accusa di aver evaso le tasse nel '65. La corruzione dell'Illinois va ben aldilà dell'ufficio del governatore: come dimostrato da un articolo del Chicago Sun-Times del 2006, almeno 79 tra presenti e passati rappresentanti eletti nello Stato, a Chicago e nella Cook County sono stati condannati. “Se l'Illinois non è lo Stato più corrotto degli Stati Uniti, è sicuramente un valido concorrente”, ha affermato Robert Grant, l'agente speciale FBI che ha condotto le operazioni che hanno portato all'arresto di Blagojevich.
Le indagini, tuttora in corso, stanno verificando l'eventuale coinvolgimento di membri dello staff di Obama. Fin dai primi momenti in cui è scoppiato lo scandalo, il procuratore Patrick Fitzgerald ha reso noto di non disporre di alcuna prova di attività illecite da parte del presidente eletto. Ciò nonostante, la vicenda ha intaccato l'immagine cristallina tenuta finora dalla squadra che sta gestendo la transizione alla Casa Bianca, procurando non poco imbarazzo al “team Obama”. Il 12% degli intervistati da un sondaggio CNN crede che aiutanti di Obama abbiano compiuto attività illegali; per il 36%, non si tratta di illegalità, ma di comportamenti non etici, mentre il 43% è convinto che i membri dello staff siano del tutto puliti. Per John Kaas, editorialista politico del Chicago Tribune, l'arresto di Blagojevich potrebbe mettere fine alla “fantasia giornalistica” che Obama e la cultura politica di Chicago siano due entità a parte. Dopo mesi di luna di miele mediatica, un possibile schianto con la realtà: “A Chicago abbiamo una cultura politica malata - ha dichiarato mesi fa Jay Stewart, direttore della “Chicago Better Government Association” - e questo è l'ambiente da cui proviene Barack Obama”.
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Edizione 278 del 24-12-2008Anche quest'anno, i sempre validi auguri di Mister Garrison e Mr. Hat, direttamente da South Park.

In seguito alla nomina di Hillary Clinton a Segretario di Stato, il presidente eletto Barack Obama, al fine di confermare l'immagine cristallina finora mantenuta dal suo team di transizione, ha richiesto al marito della suddetta, l'ex presidente Bill Clinton, di rendere pubblici i nomi dei finanziatori della sua “William J. Clinton Foundation”, fondazione a scopi umanitari da lui creata, che opera in tutto il mondo e gode di ingenti risorse economiche. Una richiesta, quella di Obama, dettata dal desiderio di evitare possibili conflitti di interessi, a causa del cruciale ruolo che sarà interpretato dall'ex First Lady nella politica estera americana dei prossimi anni, delle non sottovalutabili relazioni internazionali che può vantare l'ex presidente e, non ultima, della sempre presente (e, a giudicare dalle nomine del presidente eletto, ancora più marcata) influenza della “Clinton machine” nel mondo politico a stelle e strisce. Mettendo fine a un mistero che durava da circa un decenni, Bill Clinton ha eseguito quanto richiesto dal presidente eletto, pubblicando giovedì l'elenco integrale dei donatori sul sito ufficiale della fondazione. Una lista di 2992 pagine, contenente circa 208 mila nomi e istituzioni, che rende possibile identificare la provenienza di ogni dollaro – su un totale di 492 milioni - versato nelle casse dell'associazione filantropica. Se da una parte questo gesto è stato accolto positivamente, poiché fa luce su uno dei segreti meglio nascosti in quel di Washington, dall'altra potrebbe creare più di un problema alla famiglia Clinton.
Colpiscono infatti alcuni dei nomi presenti nell'elenco. A fianco di nomi quali quello di Bill e Melinda Gates, piuttosto che di Steven Spielberg, da sempre impegnati in progetti di beneficenza, emergono governi stranieri non esattamente democratici, quali Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Brunei e Oman. A ciò, si aggiungono milioni di dollari ricevuti da importanti personaggi che godono di stretti legami con i suddetti governi e di personalità solitamente non legate ad associazioni benefiche. Tra i tanti, spicca il nome di Issam Fares, ex primo ministro del Libano, grande sostenitore di Hezbollah (dopo l'11 settembre, per sottolineare le differenze tra Hezbollah e Al Qaeda, affermò che il gruppo libanese “non aveva mai condotto operazioni contro gli interessi americani”, forse ignorando gli attacchi che nel 1983 portarono all'uccisione di 241 americani) e del regime siriano. A Fares si affianca Sheikh Mohammed bin Rashid al-Maktoum, emiro di Dubai che, oltre a donare denaro a Bill Clinton, negli ultimi anni ha regalato notevoli somme a “famiglie dei martiri palestinesi” e persino sponsorizzato un concerto in memoria dei “martiri libanesi”, senza dimenticare la creazione di un centro di cultura, ritrovo per antisemiti e negazionisti dell'Olocausto.
Spostandosi dal mondo arabo, emergono la figura di Frank Giustra, imprenditore canadese recatosi con Clinton in Kazakhstan nel 2005 per concludere contratti relativi all'acquisto di uranio (cosa che portò l'ex presidente a elogiare l'autoritario presidente Nursultan Nazarbayev) e Viktor Pinchuk, genero del deposto Leonid Kuchma, leader ucraino i cui metodi poco democratici fecero scatenare la Rivoluzione arancione del 2004. Una lunga lista, ricca di nomi imbarazzanti e di presenze scomode che, oltre a poter mettere in forse la conferma di Hillary a capo del Dipartimento di Stato, fa sorgere più di un interrogativo sull'attività e sui rapporti internazionali tenuti da Bill Clinton. Regimi dittatoriali, sostenitori del terrorismo e personalità dai legami e dai trascorsi oscuri tra i maggiori finanziatori di una fondazione a fini benefici: come ha scritto Jacob Laskin su FrontPage Magazine, “la pubblicazione dei più di 200 mila donatori della fondazione suggerisce il perché di tanta segretezza”.
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Edizione 275 del 20-12-2008“Un giornalista ha lanciato una scarpa contro il presidente Saddam Hussein durante una conferenza stampa a Baghdad per protestare contro le violazioni dei diritti umani e lo stermino degli oppositori. L’uomo è stato arrestato e impiccato dopo poche ore, i corpi di tutti i componenti della sua famiglia sono stati ritrovati mesi dopo in una fossa comune”.
Non avete di certo mai letto una notizia del genere, primo perché probabilmente una cosa del genere non è mai accaduta, poi perché se anche fosse successo la notizia non sarebbe mai uscita.
L'incipit di "Lanciare scarpe a Baghdad", editoriale pubblicato su L'Occidentale a firma del direttore Giancarlo Loquenzi.
Arne Duncan, già amministratore delegato delle scuole pubbliche di Chicago, è stato nominato segretario dell'educazione dal presidente eletto Barack Obama. A lui il compito di trasformare (possibilmente in meglio) la scuola americana nei prossimi anni. Al riguardo, si consiglia il bell'articolo del sempre ottimo Marco Bardazzi su Spirit of America e questo pezzo di TIME. Dedicato a tutti coloro che hanno passato gli ultimi otto anni a schernire George W. Bush per strafalcioni come 'nucular' e altre effrazioni grammaticali, questo video di The Politico (riportato anche da Paferrobyday, by Gawker): signore e signori, Arne Duncan, ministro dell'istruzione di Barack Obama.

Il presidente eletto Barack Obama non è ancora entrato in ufficio, ma c'è già uno scandalo che, seppure non lo veda direttamente coinvolto, minaccia di incrinare l'immagine finora cristallina del suo staff e di complicare il già poco semplice processo di transizione che lo porterà a raccogliere il testimone di George W. Bush il prossimo 20 gennaio. A scuotere il mondo politico americano è stato l'arresto, avvenuto la scorsa settimana, del governatore dell'Illinois, Rod Blagojevic, accusato, tra le altre cose, di aver tentato di «vendere» il posto lasciato vacante al Senato da Obama. Un presunto caso di corruzione politica - l'ennesimo nell'Illinois, considerato da molti lo Stato più corrotto d'America, nel quale tre degli ultimi otto governatori sono finiti dietro le sbarre - che colpisce in particolar modo il Partito Democratico, di cui Blagojevic è un rappresentante e, seppur indirettamente, lo stesso presidente eletto, nativo di Chicago e proveniente dal mondo politico dell'Illinois.
La reazione di Barack Obama è stata immediata, ma non del tutto convincente. In un primo momento ha tentato di prendere le distanze da quanto avvenuto, senza però rilasciare ulteriori commenti. Di fronte all'aumento dell'attenzione da parte dei media nei confronti dello scandalo, il presidente eletto è stato costretto a tornare sull'argomento nei giorni seguenti, chiedendo le dimissioni del governatore e invocando una speciale elezione per assegnare il suo posto al Senato. A complicare ulteriormente le cose, alcune dichiarazioni del suo guru elettorale Dave Axelrod risalenti a tre settimane or sono, nelle quali si sosteneva che Obama e Blagojevic avessero discusso direttamente la scelta degli eventuali sostituti per il Senato. Axelrod, nei giorni scorsi, ha prontamente rettificato, affermando di essersi sbagliato, mentre Obama ha ribadito di aver mai trattato l'argomento con il governatore. Come prevedibile, ciò ha contribuito ad alimentare le voci di coinvolgimento da parte di membri dello staff di Obama (uno su tutti, il capo dello staff Rahm Emanuel, da tempo a stretto contatto con Blagojevic) e a scatenare attacchi da parte degli avversari politici, con uno spot televisivo diffuso dal Republican National Committee (non apprezzato dall'ex rivale John McCain, che ha criticato la scelta del proprio partito).
I Democratici sperano che l'affaire-Blagojevic venga affrontato e risolto il prima possibile, per evitare ripercussioni sul partito, ma sembra che esso abbia già avuto alcuni effetti. In primis, come sottolineato dall'editorialista del Chicago Tribune John Kass, pare che l'arresto del governatore dell'Illinois abbia contribuito a mettere fine alla «fantasia» dei media nazionali, i quali «hanno speso più tempo ed energia a investigare il lavoro di Sarah Palin a Wasilla, Alaska, che a controllare le connessioni di Obama a Chicago», credendo (o forse sperando) che «Obama e la cultura politica di Chicago avessero nulla a che fare l'uno con l'altro». Inoltre, emerge la difficoltà di Obama, forse per la prima volta nella sua carriera politica, a controllare e gestire un «ciclo di notizie» e un flusso di informazioni sui mainstream media, vero e proprio cavallo di battaglia della campagna elettorale che ha portato il candidato democratico a conquistare la presidenza. Infine, come riportato da Rick Klein della ABC, «la più aperta e trasparente transizione della storia d'America, per necessità, è diventata più chiusa e opaca».
La situazione, per il Partito Democratico e per il team Obama, è di grande e mal celato imbarazzo. «L'arresto del governatore Blagojevich non è che il più recente di una serie di scandali che hanno colpito i Democratici» scriveva in questi giorni Janet Hook del Los Angeles Times, «una svolta ironica per un partito che ha conquistato il controllo del Congresso nel 2006 affermando di voler mettere fine alla cultura della corruzione' della leadership Repubblicana», riferendosi agli slogan delle elezioni di medio termine di due anni fa e alle recenti vicende che hanno coinvolto il più potente democratico alla Camera, Charles B. Rangel, tuttora sotto indagine, il deputato della Louisiana William Jefferson, accusato di corruzione, senza dimenticare il caso dell'ex governatore di New York Eliot Spitzer, costretto alle dimissioni da uno scandalo di prostituzione. Una serie di casi di cronaca giudiziaria che, da una parte, serve a dimostrare che la «cultura della corruzione» non risiede esclusivamente nelle fila del Grand Old Party, mentre dall'altra sposta i riflettori sui lati oscuri del partito che si appresta ad avere il controllo di Casa Bianca e Congresso nei prossimi anni.
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Let it be made clear that no shoes should have been thrown at President Bush. Aside from being patently childish (and simply bad manners), notwithstanding the global public's distaste for President Bush's policies, the job of a journalist is to be a purveyor of truth and information to his or her audience.
Mr. Al-Zaidi's job as a journalist is to report the news to his citizens, who otherwise would have little or no access to information. Thus, as a journalist, Al-Zaidi failed miserably in his profession by not keeping his shoes firmly on his feet. Although many people are applauding the "15 minutes of fame" achieved by the shoe incident, there is simply little excuse for such childish and silly behavior by Mr. Al-Zaidi.