

“Grazie a Dio esistono i francesi” pronunciava il protagonista di “Hollywood Ending” di Woody Allen, dopo aver appreso che il proprio film, stroncato dalla critica Usa, faceva invece faville in Francia. Esplicito riferimento a quanto da tempo effettivamente avviene allo stesso Allen, ma anche la ripetizione del cliché, sempre più frequente, dell’artista americano - appartenga questi al mondo musicale, televisivo, cinematografico - che, non più all’apice della propria carriera tra i confini degli Stati Uniti, trova rifugio, con annesso ritorno economico, in mercati minori quali quello europeo, asiatico o mediorientale. Uno degli esempi più recenti risale agli ultimi mesi: ci voleva infatti un tormentone estivo perché anche l’Italia facesse la conoscenza di Kid Rock, un tempo citato solo dai rotocalchi gossip per i suoi trascorsi con l’ex playmate Pamela Anderson. Grazie al successo del brano “All Summer Long”, il cui punto di forza è il campionamento di parti dell’indimenticabile “Sweet Home Alabama”, media e pubblico dello Stivale hanno scoperto un cantante che, ben lungi dall’essere nuovo ed emergente, è già in attività da quasi vent’anni. Curiosamente, ciò avviene con una canzone che ha poco a che vedere con la tipica produzione di Kid Rock, facente parte di un album risalente a circa un anno fa, le cui seppur buone vendite, per completare il paradosso, non sono minimamente paragonabili a quelle di suoi lavori precedenti. Il vero Kid Rock non è quello che interpreta “All Summer Long”, orecchiabile canzone di stampo nostalgico e cinica operazione commerciale. Il raggiungimento dello status di celebrità da parte di Robert James Ritchie, questo il suo nome di battesimo, fiero rappresentante di Romeo, cittadina di tremila anime nello Stato del Michigan, coincide con il 1998, anno in cui fu pubblicato il suo quarto album solista. “Devil Without A Cause” (voluto riferimento al titolo originale di “Gioventù Bruciata”). 

Il presidente eletto Barack Obama non ha ancora completato il processo di selezione della squadra che lo affiancherà alla guida degli Stati Uniti, che già qualcuno solleva polemiche. A criticarlo non sono però rappresentanti dell’opposizione: incredibile ma vero, i primi a storcere il naso per le nomine del successore di George W. Bush sono stati i liberal, ovvero i suoi più accesi sostenitori, sia alle elezioni presidenziali, sia alle primarie, quando si raccolsero in massa per sostenere il senatore dell’Illinois contro Hillary Clinton, loro spauracchio in quanto moderata e centrista. A sparare sul team Obama sono state in questi giorni le riviste online Salon e The Huffington Post, due tra le voci più influenti dell’area liberal. Al 44esimo inquilino della Casa Bianca si rimproverano, tra le altre cose, la nomina di uno spietato “squalo” politico del calibro di Rahm Emanuel a capo dello staff, il perdono del “traditore” Joe Lieberman, senatore del Connecticut reo di aver fatto campagna elettorale per gli avversari, l’incontro con l’ex rivale John McCain con annessa promessa di future intese bipartisan, la già citata scelta di Hillary al dipartimento di Stato (che le permetterà di avere grande influenza in politica estera) e la sempre più probabile conferma al Pentagono di Robert Gates, segretario alla Difesa nell’attuale amministrazione Bush. 

Come anticipato da Roll Call, quotidiano numero uno per quanto riguarda le notizie e le voci di corridoio provenienti da Washington, il presidente eletto Barack Obama avrebbe offerto la guida del dipartimento della Sanità della sua imminente amministrazione all’ex senatore Tom Daschle. Al Congresso dal 1978 al 2004, prima come deputato, quindi come senatore del South Dakota, già due volte leader della maggioranza, tra i fedelissimi del senatore dell’Illinois fin dal 2004, Daschle era tra i possibili candidati per il ruolo di capo dello staff, poi affidato a Rahm Emanuel. Preso quindi in considerazione per la posizione di “zar della Sanità” all’interno della Casa Bianca, che gli avrebbe garantito pieni poteri per effettuare una drastica riforma del sistema sanitario, Daschle è stato poi dirottato alla guida del dipartimento su desiderio del team che gestisce la transizione, che ha ritenuto che l’ex senatore fosse più utile nei panni del segretario, alle prese con i negoziati e con l’opposizione. Una decisione che fornisce numerosi indizi sulla condotta che il 44esimo presidente degli Stati Uniti, desideroso di rendere la sanità “più accessibile” per tutti gli americani, come già anticipato in campagna elettorale prima dell’esplosione della crisi finanziaria, ma soprattutto nei dibattiti con Hillary Clinton alle elezioni primarie del Partito Democratico. John Dickerson di Slate (suo messaggio di status su Facebook): "Sono tornati gli anni '90. Alla Casa Bianca si nominano componenti dello staff di Bill Clinton, i Guns & Roses fanno uscire il loro nuovo album e il Dow Jones è a 8000".
La dimostrazione che Barack Obama non possiede la bacchetta magica e non ha la minima idea di come affrontare (e risolvere) la crisi economica che ha travolto gli Stati Uniti? Rahm Emanuel - chief of staff di Obama - ha dichiarato che il presidente eletto vuole lavorare con i Repubblicani e che "darà il benvenuto alle loro idee su come risolvere la crisi finanziaria".
D'accordo, qui si è di parte. Però questa dei leader mondiali che non stringono la mano a Bush perché ormai non conta più nulla e rimane solo soletto in disparte mi sembra, technically speaking, una pura fregnaccia. Anche perché il presidente, mostrato anche dagli altri servizi, aveva accolto tutti i succitati leader, uno per uno, con una cerimonia presa anche in giro da Jon Stewart per la sua eccessiva formalità: che bisogno avevano di salutarlo nuovamente? Ergo, mi risulta alquanto difficile credere che la "notizia" abbia un qualche fondo di verità. Ma Bush è un bersaglio facile, ormai.

Al Qaeda torna a far sentire la propria voce. Con un messaggio della durata di circa undici minuti, attribuito al numero due dell'organizzazione, Ayman al Zawahiri, la rete terroristica globale commenta l'elezione presidenziale americana (ringraziando i combattenti musulmani di tutto il mondo, capaci di «convincere gli americani della sconfitta in Iraq»), insulta il nuovo eletto Barack Obama (definito un «servo negro» al soldo di Israele, in contrapposizione con «più rispettabili neri americani come Malcolm X») e, come da copione, promette futuri attacchi ai danni degli Stati Uniti nel caso essi non decidano di «ritirarsi dalle terre dei Musulmani». Un messaggio che, se confermata la sua autenticità e la provenienza, giunge a circa un mese e mezzo dall'ultima apparizione ufficiale di al Qaeda.
Il testo, ricco di minacce ed esortazioni ai combattenti a proseguire il jihad su tutti i campi di battaglia - tra i quali spiccano Iraq, Afghanistan e Somalia - mantiene la medesima impostazione dei precedenti avvertimenti. Come già avvenuto in passato, non mancano i riferimenti all'attualità, con menzioni di figure storiche quali Malcolm X, in una sorta di ideale collegamento con gli elogi, riservati nei messaggi precedenti, ad altri noti americani critici del potere come Noam Chomsky, più volte citato dai leaderterroristi quale esempio da seguire. A detta del giornalista della Cnn Peter L. Bergen, tra i maggiori esperti in materia di guerra al terrorismo (autore del libro «Holy War, Inc.», è uno dei pochi reporter occidentali ad aver incontrato dal vivo Osama Bin Laden), il particolare che a pronunciarsi sia nuovamente al Zawahiri, di fatto il vero leader operativo dell'organizzazione da qualche anno (per il quale il Dipartimento di Stato americano offre fino a 25 milioni di dollari di ricompensa), non fa che alimentare i dubbi sulle sorti di Osama Bin Laden.
Dello sceicco saudita, il quale da anni ormai non appare in video o in registrazioni audio, non si hanno notizie da lungo tempo. L'intelligence americana prevedeva un suo intervento per influenzare, oppure commentare, la corsa alla Casa Bianca, ma ciò non è avvenuto. Non è da escludere, secondo Bergen, che un suo nuovo video possa essere in preparazione, o che Bin Laden abbia preferito mantenere un basso profilo, dati i precedenti poco fortunati: quattro anni fa apparve in un filmato a soli cinque giorni dall'election day delle presidenziali Usa per invitare gli americani a non rieleggere il presidente Bush. Questo gesto, considerato dagli elettori come un affronto e un'ingerenza inaccettabile, provocò l'effetto contrario («La reazione di un Paese che non solo ha metabolizzato il terrore, ma che sa che è in guerra, e che lo sarà ancora a lungo», scrisse al riguardo Lucia Annunziata nel suo libro «La sinistra, l'America, la guerra», edito da Mondatori nel 2004).
Le offese e i duri attacchi rivolti al presidente eletto Barack Obama hanno stupito coloro che ritenevano possibile una eventuale distensione nei rapporti tra gli Stati Uniti e i loro avversari,dopo otto anni di «cowboy diplomacy» promossa dall'amministrazione repubblicana di George W. Bush. La reazione di al Qaeda, giunta dalla voce di un protagonista principale quale al Zawahiri, si colloca sullo stesso versante delle dichiarazioni del regime iraniano (che, con le parole di Ali Larijani, ha dichiarato che non vi sia alcuna differenza tra Obama e Bush), conferma ancora una volta la natura del fondamentalismo islamico, di tipo non reattivo, bensì aggressivo: i jihadisti odiano e attaccano i propri nemici non per quello che fanno, ma per quello che sono e rappresentano. Il messaggio serve inoltre a ricordare che i nemici dell'America sono sempre pronti a colpire, seppur notevolmente indeboliti e, nonostante le minacce, in ritirata in Iraq grazie alla cura del generale Petraeus.
Seppur scomparse dal dibattito elettorale a causa dell'esplosione della crisi finanziaria e del miglioramento delle condizioni sul fronte iracheno, la guerra al terrorismo e la sicurezza nazionale rimangono una priorità per gli Stati Uniti, a prescindere dall'appartenenza politica dell'inquilino della Casa Bianca. Barack Obama, sotto questo punto di vista, non potrà in alcun modo mostrarsi più «soft» del predecessore. Dall'11 settembre a oggi, il tanto vituperato George W. Bush è stato un presidente che, costretto a gestire un Paese nel momento forse più tragico e difficile della propria storia, è riuscito con successo a mantenere l'America al sicuro da attacchi terroristici sul proprio suolo. Il successore Obama, nei prossimi quattro anni, dovrà necessariamente essere in grado di fare altrettanto.

In seguito ai risultati elettorali dello scorso 4 novembre, per il Gop si prevede un periodo di analisi della sconfitta, seguito da un necessario processo di riorganizzazione del partito. A suggerire quale strada debbano intraprendere i Repubblicani per risorgere, con un editoriale-decalogo su Newsweek, è un esperto in materia di vittorie elettorali, ovvero Karl Rove, artefice dei successi di Bush jr. Secondo “l’architetto”, il Gop, al fine di tornare a governare il Paese quanto prima, dovrà evitare di effettuare una “opposizione insensata” e irresponsabile, collaborando con l’amministrazione quando possibile, offrire proposte concrete su temi quali sanità, educazione, tasse e sicurezza nazionale ed essere il “miglior alleato del presidente Obama” nella guerra al terrorismo. Per quanto concerne le strategie interne al partito, la direzione indicata è verso un impegno maggiore per recuperare terreno tra gli elettori giovani, ispanici, neri e di origine asiatica, decisivi in numerosi Stati. I Repubblicani devono inoltre offrire la migliore leadership possibile nei due rami del Congresso ed effettuare una scelta accurata dei candidati per una ripresa del partito, già possibile nel 2010: riguardo alle prossime presidenziali, invece, evitare ogni preferenza o veto da parte dell’establishment nei confronti dei candidati e fare in modo che chi ambisce alla nomination dia già una mano al partito nel corso delle elezioni di medio termine. Tra gli altri preziosi consigli di Rove, non trascurare la cultura conservatrice e i temi etici e saper utilizzare al meglio i nuovi media, fondamentali per la vittoria di Obama. 
Nello Stato della Georgia, a causa del risultato troppo ravvicinato tra i due pretendenti al posto di senatore - il repubblicano Saxby Chambliss, attuale titolare della carica, e il democratico Jim Martin - si torna alle urne per un secondo turno elettorale. Lo Stato, vinto dal ticket McCain-Palin e terra repubblicana sin dal 1996, riveste un'importanza fondamentale per i destini della politica americana dei prossimi anni: in caso di successo democratico, potrebbe assegnare l'agognata maggioranza di sessanta senatori al partito del presidente eletto Barack Obama, una supremazia schiacciante al Congresso che renderebbe di fatto ininfluente l'opposizione, privata anche della possibilità di praticare la forma di ostruzionismo nota come «filibustering». Per questo motivo, John McCain e altri rappresentanti di punta del Grand Old Party - tra cui l'ex governatore dell'Arkansas Mike Huckabee (e l'ex presidente Bill Clinton per i Democratici) - si sono recati in Georgia per un massiccio proseguimento di quella che è ormai diventata la più lunga campagna elettorale della storia, incapace di concludersi anche dopo l'elezione del presidente.
Il risultato della Georgia, unitamente a quello di Minnesota e Alaska (dove sono in corso nuovi conteggi di verifica, ancora una volta per via dello scarto minimo tra i candidati in corsa) potrà determinare il ruolo che rivestirà McCain nel prossimo Congresso. «Sembra che McCain abbia tre opzioni: ritornare ai suoi modi da mediatore con la statura aggiunta di essere stato il più recente candidato presidenziale del suo partito, fare una leale opposizione alla presidenza Obama o semplicemente tenere un basso profilo per i prossimi due anni e ritirarsi nel 2010» ha scritto Chris Cillizza, autorevole commentatore del Washington Post. A giudicare da numerosi indizi, si direbbe che la prima eventualità sia la più probabile. Non è un caso se, nella giornata di lunedì, Barack Obama lo abbia voluto incontrare privatamente a Chicago. A dispetto delle apparenze, dei desideri delle frange più intransigenti e meno dialoganti dei rispettivi partiti e, non ultimo, delle rappresentazioni superficiali e talvolta manichee della realtà americana che si fanno al di qua dell'Atlantico, il senatore dell'Arizona potrà essere di enorme aiuto al presidente eletto Obama nel trovare soluzioni bipartisan e accordi trasversali sulle questioni più urgenti, così da offrire l'immagine di un Paese che affronta unito e con idee condivise le situazioni di difficoltà. «La scommessa di McCain sarebbe formare un'alleanza bipartisan con Obama su quante più questioni possibili - magari con un disegno di legge sullo stimolo economico, la riforma dell'immigrazione, l'uscita dall'Iraq e le nuove regolamentazioni di Wall Street» è l'opinione di Julian E. Zelizer, docente dell'Università di Princeton, in un'editoriale per la Cnn.
Messi da parte gli archibugi e l'artiglieria pesante utilizzati durante la campagna elettorale, John McCain potrebbe quindi tornare a vestire i panni del repubblicano riformatore e del battitore libero che, a prescindere dall'appartenenza politica e dai dettami partitici, opera al fine di trovare soluzioni condivise. La sua lunga carriera parlamentare, nella quale emergono progetti di legge ideati in collaborazione con noti esponenti del Partito Democratico, da Ted Kennedy all'amico Joe Lieberman, passando per Russ Feingold, dimostra che nessuno sia più indicato di lui per interpretare la parte di interlocutore privilegiato della Casa Bianca. Un elemento forse indispensabile, per il presidente eletto Obama, per poter mantenere le promesse di riappacificazione, cambiamento e nuovo corso in quel di Washington. Sembrano così trovare attuazione concreta le parole pronunciate dal senatore dell'Arizona la notte del 4 novembre. Nel suo discorso con cui ammetteva la sconfitta, John McCain prometteva al prossimo presidente di fare quanto in suo potere per aiutarlo a guidare il Paese nell'affrontare le sfide del presente e chiedeva agli americani di offrire a Obama tutta la buona volontà per superare le differenze e rendere migliore l'America. Non semplice retorica e dimostrazione di fair play elettorale, ma una seria disponibilità ad operare per il bene degli Stati Uniti, aldilà delle divergenze di opinione. Come dichiarato da Mark McKinnon, ex consulente sia di Bush che di McCain, «L'interesse del senatore McCain dopo questa elezione non sarà determinato dall'ambizione politica, ma da un desiderio genuino di dedicare il suo ultimo capitolo a Washington al miglioramento dei rapporti tra i due partiti».
2008 - © Ragionpolitica.it
Non accadeva da ben sei anni: un pareggio nella National Football League. Philadelphia Eagles 13, Cincinnati Bengals 13. Brutta prova di Donovan McNabb.

Come prevedibile, il risultato delle elezioni presidenziali americane dello scorso 4 novembre, oltre a ridisegnare la mappa elettorale degli Stati Uniti e consegnare le chiavi della Casa Bianca a un democratico dopo otto anni di amministrazione Bush, ha rappresentato un colpo assai duro da assorbire per il Partito Repubblicano. Già in netta difficoltà nel corso della campagna elettorale, guardato con ostilità da una parte consistente di americani, che lo hanno ritenuto responsabile degli errori commessi da Bush e principale artefice della crisi economica, guidato da un candidato scomodo, malvoluto dalle frange più conservatrici e in netto contrasto con l'establishment del partito, il Grand Old Party si appresta ora ad affrontare una difficile elaborazione della sconfitta, tanto dolorosa quanto inevitabile e improcrastinabile.
In attesa che vengano assegnati i posti al Senato di tre Stati dai risultati ancora non definiti (Minnesota, Alaska e Georgia), i quali possono garantire ai democratici la maggioranza schiacciante di 60 senatori, oppure lasciare possibilità di manovra e libertà di praticare l'ostruzionismo all'opposizione, nel Gop, dopo una iniziale e almeno apparente resa dei conti, con rispettive accuse dagli staff di John McCain e Sarah Palin, sono iniziate le manovre per rilanciare il partito. «I repubblicani iniziano il post-mortem» titolava il New York Times, riferendosi all'importante incontro dei governatori repubblicani tuttora in corso a Miami, Florida. Un meeting che vede la presenza di numerosi papabili per il ruolo di futuro leader repubblicano, dal governatore Tim Pawlenty del Minnesota a Bobby Jindal della Louisiana, oltre che la stessa Sarah Palin, il cui ruolo nel partito risulta ancora incerto, poiché amata dalla base tradizionalista ma guardata in modo ostile dalle correnti riformatrici.
In concomitanza con l'inizio dei lavori per l'elezione del prossimo capo del Republican National Committee, posizione attualmente occupata da Mike Duncan (il quale, nominato da George W. Bush, sarà probabilmente rimosso in un'operazione per eliminare ogni traccia lasciata dall'attuale presidente), si prepara dunque una battaglia ideologica per definire il futuro del partito che ha governato l'America negli ultimi otto anni e che ora deve definire le proprie priorità e decidere se mettere l'accento su temi etici quali aborto, cellule staminali, matrimoni tra omosessuali, cavalli di battaglia della destra conservatrice che però allontanano i potenziali voti indipendenti o moderati, spesso più interessati a questioni relative a posti di lavoro, sanità o educazione. «I repubblicani dovranno organizzare il Concilio di Trento, unire i papi e i cardinali e capire per che cosa combattono», ha affermato il consulente Craig Shirley, secondo il quale la sfida è tra «bushismo» e «reaganismo». «Non possiamo essere ossessionanti con temi che non risultano importanti per gli elettori americani» ha affermato Jim Greer, tra i capi del partito in Florida.
Aldilà di alcuni entusiasmi immediatamente successivi al voto e delle analisi azzardate e superficiali di alcuni commentatori al di qua dell'Oceano, a prescindere dalla netta affermazione democratica alle urne si può affermare, senza timore di smentita, che gli Stati Uniti continuino a essere un paese tendenzialmente conservatore. A suffragio del fatto che la vittoria democratica sia stata sostanziosa ma non catastrofica, una serie di dati riportati dall'autorevole commentatore William Kristol in un suo editoriale pubblicato dal New York Times. Il vantaggio di Obama su McCain è lo stesso con cui Bill Clinton sconfisse George H. W. Bush nel 1992, con simile maggioranza al Congresso (fattore poi ribaltato, due anni dopo, dalla valanga repubblicana guidata da Newt Gingrich). Inoltre, gli exit poll di questa tornata elettorale segnalano uno spostamento di voti a livello di partito, ma non ideologico: nel 2008, il 39% dell'elettorato si dichiara «democratico», a fronte del 32% «repubblicano», rispetto al 37-37 di quattro anni or sono. Per quanto invece riguarda le ideologie, non si registra alcun cambiamento sensibile: il 22% si definisce «liberal» (21% nel 2004), il 34% «conservatore» (invariato), 44% «moderato» (45% nel 2004). «In altre parole, questo è stato un buon anno per i democratici, ma viviamo ancora in un paese di centrodestra» scrive Kristol.
La «Right Nation» descritta in maniera impeccabile dal fondamentale libro di John Micklethwait e Adrian Wooldridge nel 2004 è tuttora presente e ben lungi dall'essere cancellata. Per rendersene conto, basta dare un'occhiata al dilagante «rosso» presente sulla mappa elettorale delle contee. Elementi che possono allontanare un po' del pessimismo che aleggia negli ambienti repubblicani e lasciare spazi per una buona prestazione alle elezioni mid-term del 2010, obiettivo cui il Gop potrà puntare solo dopo aver portato a termine il non semplice processo di ricostruzione. «Prima ancora di pensare al 2012 e al 2010, dobbiamo pensare che cosa rappresentiamo», è stato il commento laconico di Craig Shirley.
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I risultati delle elezioni americane dello scorso 4 novembre, oltre a riconsegnare le chiavi della Casa Bianca a un democratico, hanno regalato al Partito del presidente eletto numerose sedie in più al Congresso, nel quale i Democratici già potevano contare sulla maggioranza in seguito alla vittoria delle elezioni di medio termine del 2006. Una maggioranza che tuttavia, negli ultimi due anni, ha dovuto fare i conti con non pochi ostacoli, tra i quali un distacco troppo esiguo al Senato (a causa dello status da indipendente di Joe Lieberman e dei problemi di salute di Tim Johnson, il rapporto tra i due schieramenti era spesso di perfetta parità), il potere di veto del presidente Bush e la possibilità di votare da parte del vicepresidente Dick Cheney per “spezzare” le situazioni di pareggio. La conquista della presidenza da parte di Barack Obama e la netta vittoria nella corsa per la Camera rendono le cose più agevoli per i Democratici, grazie a un consolidamento della maggioranza – ora di circa ottanta deputati - che ha piazzato la Speaker Nancy Pelosi in una posizione di grande rilevanza, “la più potente donna nella storia degli Stati Uniti” secondo The Politico, in grado persino, se lo desiderasse, di complicare la vita al neo-presidente. 
Iniziato il delicato periodo di transizione che coincide con il passaggio del testimone tra il presidente uscente George W. Bush e il suo successore Barack Obama, gli osservatori americani si interrogano sulla composizione e sulla direzione che prenderà l’imminente amministrazione democratica. Scarsi, a tal proposito, i segnali proposti dalla campagna elettorale appena conclusa. Per pure esigenze elettorali, Obama si è trovato costretto a spostarsi a sinistra nel corso delle primarie del suo partito, al fine di sedurre il fronte liberal in contrasto con l’elettorato moderato fedele a Hillary Clinton. Nel corso della battaglia presidenziale, invece, l’impostazione della campagna è stata di tipo più centrista, con l’obiettivo di raccogliere consensi nell’elettorato indipendente e indeciso, strategia riuscita perfettamente grazie all’immagine dell’abbraccio ecumenico del candidato Obama. Allo scopo di interpretare la configurazione dell’amministrazione che guiderà gli Stati Uniti nei prossimi quattro anni torna invece utile analizzare il primo nome a emergere nella composizione del “Team Obama”, ovvero quello di Rahm Emanuel, futuro capo dello staff della Casa Bianca. Non si tratta di un volto nuovo, in quel di Washington: originario di Chicago come Obama, alla Camera dei Rappresentanti dal 2003, Emanuel è capo del Democratic Caucus, posizione che si è guadagnato in quanto principale artefice della vittoria dei democratici alle elezioni mid-term del 2006 (fu lui a sfidare i repubblicani sul loro stesso campo, puntando su “cowboy democratici”, conservatori fiscali, contrari all’aborto e favorevoli al diritto di portare armi).