Creez Dogg In Tha Houze

The never ending battle for Truth, Justice and the American Way
venerdì, 28 novembre 2008

Change we can believe in /2

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categorie: usa , politics, bill clinton, barack obama
venerdì, 28 novembre 2008

Reassuring

Karl Rove, con un editoriale sul Wall Street Journal, elogia Barack Obama e il suo team di governo. Obamiani della domenica, fossi in voi inizierei a preoccuparmi...
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categorie: usa , politics, karl rove
venerdì, 28 novembre 2008

Un Genoa Club in memoria di Enzo Tortora

Domenica 30 novembre ricorre l’80esimo anniversario della nascita di Enzo Tortora. La triste vicenda legata al celebre giornalista e conduttore televisivo è tuttora uno dei più clamorosi e disonorevoli casi di malagiustizia nella storia del nostro Paese, una pagina nera impossibile da rimuovere o dimenticare: arrestato, detenuto e condannato a dieci anni di carcere esclusivamente sulla base di accuse - poi rivelatesi false - di alcuni pregiudicati e su indizi del tutto infondati, Tortora venne quindi assolto in formula piena in Corte d’Appello, a oltre tre anni dall’arresto e, in un secondo momento, anche dalla Corte di Cassazione. Da allora, il suo nome è divenuto sinonimo di lotta contro l’ingiustizia, una vera e propria icona delle istanze radicali (egli fu eletto al Parlamento Europea tra le fila del Partito Radicale, che fin da subito sostenne la sua battaglia) e liberali, al fine di ricordare e ribadire il principio che, in teoria, dovrebbe essere universalmente riconosciuto nei sistemi giuridici occidentali, secondo cui ogni individuo è innocente fino a prova contraria. A Tortora è stata dedicata una biblioteca della capitale, nonché la Fondazione Internazionale per la Giustizia presieduta dalla compagna, Francesca Scopelliti. Sono innumerevoli le associazioni intitolate in suo onore e sono sempre di più i comuni in cui gli siano state dedicate vie o piazze, non ultima Genova, città in cui nacque nel 1928. Il capoluogo ligure ha recentemente dato i natali anche a un’altra iniziativa dedicata alla memoria dello storico anchorman. Lo scorso 24 ottobre, negli studi della rete televisiva PrimoCanale, è infatti stato costituito il “Genoa Club Enzo Tortora”, associazione di tifosi e simpatizzanti della storica e blasonata squadra di calcio genovese, nata con l’intento di prestare omaggio alla figura di Tortora anche attraverso la sua mai nascosta fede calcistica.

Ideatore del club, il genovese Franco Sensi, genoano doc, tra le voci più attive per la diffusione delle istanze liberali e radicali in Liguria. Soci fondatori, oltre a lui (che ricopre l’incarico di segretario e coordinatore), anche l’avvocato ed ex ministro Alfredo Biondi (presidente onorario), la già citata Francesca Scopelliti, Vittorio Pezzuto (autore del libro “Applausi e Sputi. Le due vite di Enzo Tortora”, pubblicato quest’anno da Sperling&Kupfer) e Mario Paternostro. “Enzo era stato uno dei primi - o forse proprio il primo - tra i tifosi illustri a dichiarare la sua genoanità anche nelle conduzioni della Domenica Sportiva, la cui prima edizione fu da lui personalmente ideata, sostiene Sensi, in un mondo, quello del giornalismo televisivo, dove già allora la facevano da padrone solo le quadre di Milano, Roma e Torino parte bianconera”. Non è solo il legame ai colori rossoblu la ragione della fondazione di un club di questo genere, prosegue Sensi: “Per uno come me che per alcuni anni ha militato nel Partito Radicale, la figura di Enzo Tortora non può che avere un significato particolare: include sia la ribellione contro l’ingiustizia, ma anche la dignità. Quella che nasce spontanea negli uomini che vogliono viveri liberi e che sono sempre pronti a pagare per la libertà”. L’iniziativa, che fin da subito ha trovato risposta positiva da parte di tutti coloro che sono stati contattati (“Ogni persona che chiamavo, dalla gentilissima Francesca Scopelliti all’on. Alfredo Biondi, senza dimenticare il senatore Enrico Musso e i tanti amici contattati, le risposte erano sempre di grande appoggio e di grande interesse all’iniziativa.

Particolare è stato il contatto con Vittorio Pezzuto: si è quasi offeso alla mia timida richiesta, se per caso fosse genoano” ricorda il fondatore), ha registrato numerosissime adesioni fin dalle prime ore e intende estendere il proprio raggio di azione anche al di fuori dei confini del capoluogo e della regione. Nella giornata di domenica prossima, in occasione della ricorrenza dell’anniversario della nascita di Enzo Tortora, farà inoltre il proprio esordio allo stadio “Luigi Ferraris” di Marassi lo striscione ufficiale del club, confezionato da Dario Bianchi, principale artefice di tutte le coreografie dedicate al Genoa. Un segnale chiaro, un tributo a un uomo la cui esistenza è stata rovinata dalla cattiva giustizia, un invito a non dimenticare: “Domenica prossima porteremo allo stadio il nostro striscione con il Suo nome, e così sarà per tutte le partite a venire, possibilmente qualche volta anche in trasferta, afferma Franco Sensi, e ogni qual volta riusciremo a intravedere questo striscione sugli schermi, non potremo che essere orgogliosi di aver fatto qualche cosa per mantenere vivo il ricordo di questo stupendo personaggio”.
2008 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 257 del 28-11-2008
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categorie: sport, genoa, politics, books, liguria, history, television, italy, entertainment, radicali, soccer, enzo tortora, enrico musso, alfredo biondi
venerdì, 28 novembre 2008

Il rifugio americano nei mercati minori: l’Europa

“Grazie a Dio esistono i francesi” pronunciava il protagonista di “Hollywood Ending” di Woody Allen, dopo aver appreso che il proprio film, stroncato dalla critica Usa, faceva invece faville in Francia. Esplicito riferimento a quanto da tempo effettivamente avviene allo stesso Allen, ma anche la ripetizione del cliché, sempre più frequente, dell’artista americano - appartenga questi al mondo musicale, televisivo, cinematografico - che, non più all’apice della propria carriera tra i confini degli Stati Uniti, trova rifugio, con annesso ritorno economico, in mercati minori quali quello europeo, asiatico o mediorientale. Uno degli esempi più recenti risale agli ultimi mesi: ci voleva infatti un tormentone estivo perché anche l’Italia facesse la conoscenza di Kid Rock, un tempo citato solo dai rotocalchi gossip per i suoi trascorsi con l’ex playmate Pamela Anderson. Grazie al successo del brano “All Summer Long”, il cui punto di forza è il campionamento di parti dell’indimenticabile “Sweet Home Alabama”, media e pubblico dello Stivale hanno scoperto un cantante che, ben lungi dall’essere nuovo ed emergente, è già in attività da quasi vent’anni. Curiosamente, ciò avviene con una canzone che ha poco a che vedere con la tipica produzione di Kid Rock, facente parte di un album risalente a circa un anno fa, le cui seppur buone vendite, per completare il paradosso, non sono minimamente paragonabili a quelle di suoi lavori precedenti. Il vero Kid Rock non è quello che interpreta “All Summer Long”, orecchiabile canzone di stampo nostalgico e cinica operazione commerciale. Il raggiungimento dello status di celebrità da parte di Robert James Ritchie, questo il suo nome di battesimo, fiero rappresentante di Romeo, cittadina di tremila anime nello Stato del Michigan, coincide con il 1998, anno in cui fu pubblicato il suo quarto album solista. “Devil Without A Cause” (voluto riferimento al titolo originale di “Gioventù Bruciata”).

Uscito in piena esplosione sulle scene americane del genere “crossover”, fusione tra hip-hop e rock resa celebre da gruppi quali Rage Against the Machine, Korn e Limp Bizkit, l’album ebbe un impatto devastante sul mercato discografico: uno dei dischi più venduti nella storia, certificato undici volte disco di platino, fu nominato “68esimo miglior album di sempre” dalla prestigiosa Rock and Roll Hall of Fame. A rendere unico lo stile di Kid Rock, la mescolanza tra generi: nato nel 1971, visse in prima persona la nascita del fenomeno dell’hip-hop e sviluppò interesse per numerosi generi musicali, dal rock degli Stati del sud al soul della vicina Detroit, con un occhio di riguardo nei confronti del country (elemento che lo differenzia dai già citati gruppi, più tendenti al metal). Un mix esplosivo che, per sua stessa ammissione - ascoltare il testo di “American Badass” per credere - racchiude artisti appartenenti agli universi più disparati, dagli AC/DC ai Beastie Boys, passando per Run DMC, Lynyrd Skynyrd, Rolling Stones, Johnny Cash e Grandmaster Flash. Al fine di offrire ai propri fan l’opportunità di recuperare sue opere risalenti al periodo precedente la celebrità, realizzò nel 2000 “The History of Rock”, raccolta di precedenti brani, non all’altezza di bissare lo straordinario esito del predecessore, capace comunque di vendere più di tre milioni di copie.

Più fortunato invece “Cocky” del 2001, dalla cover volutamente blu (da affiancare ai due precedenti, rispettivamente rosso e bianco: Kid Rock, elettore repubblicano e sostenitore di Bush, è alquanto patriottico), in grado di superare la soglia di 4 milioni grazie soprattutto al singolo “Picture”, con la star del country Sheryl Crow. Il breve amore con Pamela Anderson, alcuni problemi con la legge, come richiede la biografia di ogni rockstar che si rispetti, e un cambio di stile musicale, più improntato sui suoni country e southern rock contribuirono ad allontanarlo dalle luci dei riflettori e influirono negativamente sui risultati dei suoi successivi due lavori, un omonimo (suo disco di minor successo di sempre) e una raccolta live. Considerato finito da numerosi critici in patria, Kid Rock è riuscito a trovare nuova vita grazie all’ultimo “Rock & Roll Jesus”, prodotto nel 2007. Nonostante una più che discreta partenza negli Usa, il boom globale è arrivato solo dopo circa un anno, grazie al terzo singolo “All Summer Long”, campione di vendite in Gran Bretagna, Irlanda, Austria, Germania e Svizzera. Una carriera che sembrava agli sgoccioli, salvata soprattutto dai mercati minori. Grazie a Dio esistono gli Europei.
2008 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 257 del 28-11-2008
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categorie: music, movies, usa , rock, television, country, europe, entertainment, woody allen, hip-hop, france, pamela anderson, kid rock, fai notizia
giovedì, 27 novembre 2008

Chi spara sul team Obama? I liberal più dei conservatori



Il presidente eletto Barack Obama non ha ancora completato il processo di selezione della squadra che lo affiancherà alla guida degli Stati Uniti, che già qualcuno solleva polemiche. A criticarlo non sono però rappresentanti dell’opposizione: incredibile ma vero, i primi a storcere il naso per le nomine del successore di George W. Bush sono stati i liberal, ovvero i suoi più accesi sostenitori, sia alle elezioni presidenziali, sia alle primarie, quando si raccolsero in massa per sostenere il senatore dell’Illinois contro Hillary Clinton, loro spauracchio in quanto moderata e centrista. A sparare sul team Obama sono state in questi giorni le riviste online Salon e The Huffington Post, due tra le voci più influenti dell’area liberal. Al 44esimo inquilino della Casa Bianca si rimproverano, tra le altre cose, la nomina di uno spietato “squalo” politico del calibro di Rahm Emanuel a capo dello staff, il perdono del “traditore” Joe Lieberman, senatore del Connecticut reo di aver fatto campagna elettorale per gli avversari, l’incontro con l’ex rivale John McCain con annessa promessa di future intese bipartisan, la già citata scelta di Hillary al dipartimento di Stato (che le permetterà di avere grande influenza in politica estera) e la sempre più probabile conferma al Pentagono di Robert Gates, segretario alla Difesa nell’attuale amministrazione Bush.

Dulcis in fundo, a non convincere i liberal sono i nomi elencati per la composizione della squadra economica, composta per lo più da ripescaggi dell’era Clinton, identificati come primi responsabili dei vari processi di deregulation che hanno (secondo i liberal) portato al crollo dell’economia. Paradossalmente, i commentatori conservatori sembrano più soddisfatti delle scelte del presidente eletto dei loro colleghi progressisti. Nel suo best seller “The Audacity of Hope”, Barack Obama scriveva che la gente tende a “proiettare le proprie visioni” su di lui, cosa che spesso lo obbliga a “deluderne alcuni, se non tutti”. E c’è chi prevede che questo schianto dei liberal contro la realtà non sarà che il primo di una lunga serie: “Irriterà entrambi gli schieramenti” ha dichiarato il suo biografo David Mandell, “ma mentre la destra si aspetta che agisca da Democratico, l’estrema sinistra si aspetta che sia uno di loro. E lui ha costantemente deluso l’estrema sinistra”.

2008 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 255 del 26-11-2008
venerdì, 21 novembre 2008

Change we can believe in

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categorie: usa , politics, bill clinton, barack obama
venerdì, 21 novembre 2008

Più sanità per tutti nel programma del team di Obama



Come anticipato da Roll Call, quotidiano numero uno per quanto riguarda le notizie e le voci di corridoio provenienti da Washington, il presidente eletto Barack Obama avrebbe offerto la guida del dipartimento della Sanità della sua imminente amministrazione all’ex senatore Tom Daschle. Al Congresso dal 1978 al 2004, prima come deputato, quindi come senatore del South Dakota, già due volte leader della maggioranza, tra i fedelissimi del senatore dell’Illinois fin dal 2004, Daschle era tra i possibili candidati per il ruolo di capo dello staff, poi affidato a Rahm Emanuel. Preso quindi in considerazione per la posizione di “zar della Sanità” all’interno della Casa Bianca, che gli avrebbe garantito pieni poteri per effettuare una drastica riforma del sistema sanitario, Daschle è stato poi dirottato alla guida del dipartimento su desiderio del team che gestisce la transizione, che ha ritenuto che l’ex senatore fosse più utile nei panni del segretario, alle prese con i negoziati e con l’opposizione. Una decisione che fornisce numerosi indizi sulla condotta che il 44esimo presidente degli Stati Uniti, desideroso di rendere la sanità “più accessibile” per tutti gli americani, come già anticipato in campagna elettorale prima dell’esplosione della crisi finanziaria, ma soprattutto nei dibattiti con Hillary Clinton alle elezioni primarie del Partito Democratico.

Come sottolineato da Julian E. Zelizer, docente presso l’Università di Princeton, la scelta di Daschle ha un doppio significato. Da una parte, affiancata alla precedente nomina del sopraccitato Emanuel, prosegue la selezione di elementi con forti legami con il Congresso, in modo da poter rendere quanto più amichevoli i rapporti con l’apparato legislativo e, di conseguenza, favorire la realizzazione del programma presidenziale. Dall’altra, Obama vuole ribadire che la sanità pubblica, area nella quale vuole effettuare una importante e sostanziale riforma, sarà una delle priorità della prossima Casa Bianca. Per gli obiettivi del presidente eletto, nessuno sembra essere più qualificato di Tom Daschle, il quale ha recentemente anche scritto un libro dedicato alla revisione del sistema sanitario, intitolato “Critical: What We Can Do About The Health-Care Crisis” (“Grave: cosa possiamo fare riguardo la crisi dell’assistenza sanitaria”). Nel testo, l’autore individua il Congresso come principale responsabile dell’attuale situazione e propone come soluzione la creazione di una “Federal Health Board”, istituzione simile alla Federal Reserve, ma dedicata all’assistenza sanitaria, che integrerebbe il sistema sanitario pubblico e quello privato e renderebbe possibile la copertura delle spese mediche di ogni americano.

Un vero e proprio spauracchio per tutti i nemici di spesa pubblica e sprechi governativi, i quali già in varie occasioni, talvolta approfittando delle iperboli delle campagne elettorali, hanno bollato come “socialista” il programma di Obama. L’eventualità dell’istituzione di una copertura sanitaria universale non è l’unica causa di malumori legata alla nomina di Tom Daschle. C’è chi storce il naso, dopo le promesse di “cambiamento” e di “nuova aria a Washington”, di fronte alla nomina, dettata da ragioni di establishment, di un politico che è tutto fuorché un volto nuovo e, soprattutto, può vantare evidenti legami con il mondo delle lobby: “Niente di personale contro Daschle”, ha dichiarato Steven G. Calabresi, professore di legge alla Northwestern University, “ma non c’è nessuno cui il presidente Obama voglia affidare un ufficio nella sua nuova amministrazione che non sia o un ripescato dei Clinton o un insider di Washington?”.

2008 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 251 del 21-11-2008
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venerdì, 21 novembre 2008

The 90s are back

John Dickerson di Slate (suo messaggio di status su Facebook): "Sono tornati gli anni '90. Alla Casa Bianca si nominano componenti dello staff di Bill Clinton, i Guns & Roses fanno uscire il loro nuovo album e il Dow Jones è a 8000".

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categorie: usa , politics, economy, bill clinton, facebook
venerdì, 21 novembre 2008

Totally clueless

La dimostrazione che Barack Obama non possiede la bacchetta magica e non ha la minima idea di come affrontare (e risolvere) la crisi economica che ha travolto gli Stati Uniti? Rahm Emanuel - chief of staff di Obama - ha dichiarato che il presidente eletto vuole lavorare con i Repubblicani e che "darà il benvenuto alle loro idee su come risolvere la crisi finanziaria".

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giovedì, 20 novembre 2008

Gimme a break

D'accordo, qui si è di parte. Però questa dei leader mondiali che non stringono la mano a Bush perché ormai non conta più nulla e rimane solo soletto in disparte mi sembra, technically speaking, una pura fregnaccia. Anche perché il presidente, mostrato anche dagli altri servizi, aveva accolto tutti i succitati leader, uno per uno, con una cerimonia presa anche in giro da Jon Stewart per la sua eccessiva formalità: che bisogno avevano di salutarlo nuovamente? Ergo, mi risulta alquanto difficile credere che la "notizia" abbia un qualche fondo di verità. Ma Bush è un bersaglio facile, ormai.

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categorie: news, usa , politics
giovedì, 20 novembre 2008

Al Qaeda torna a far sentire la propria voce


Al Qaeda torna a far sentire la propria voce. Con un messaggio della durata di circa undici minuti, attribuito al numero due dell'organizzazione, Ayman al Zawahiri, la rete terroristica globale commenta l'elezione presidenziale americana (ringraziando i combattenti musulmani di tutto il mondo, capaci di «convincere gli americani della sconfitta in Iraq»), insulta il nuovo eletto Barack Obama (definito un «servo negro» al soldo di Israele, in contrapposizione con «più rispettabili neri americani come Malcolm X») e, come da copione, promette futuri attacchi ai danni degli Stati Uniti nel caso essi non decidano di «ritirarsi dalle terre dei Musulmani». Un messaggio che, se confermata la sua autenticità e la provenienza, giunge a circa un mese e mezzo dall'ultima apparizione ufficiale di al Qaeda.

Il testo, ricco di minacce ed esortazioni ai combattenti a proseguire il jihad su tutti i campi di battaglia - tra i quali spiccano Iraq, Afghanistan e Somalia - mantiene la medesima impostazione dei precedenti avvertimenti. Come già avvenuto in passato, non mancano i riferimenti all'attualità, con menzioni di figure storiche quali Malcolm X, in una sorta di ideale collegamento con gli elogi, riservati nei messaggi precedenti, ad altri noti americani critici del potere come Noam Chomsky, più volte citato dai leaderterroristi quale esempio da seguire. A detta del giornalista della Cnn Peter L. Bergen, tra i maggiori esperti in materia di guerra al terrorismo (autore del libro «Holy War, Inc.», è uno dei pochi reporter occidentali ad aver incontrato dal vivo Osama Bin Laden), il particolare che a pronunciarsi sia nuovamente al Zawahiri, di fatto il vero leader operativo dell'organizzazione da qualche anno (per il quale il Dipartimento di Stato americano offre fino a 25 milioni di dollari di ricompensa), non fa che alimentare i dubbi sulle sorti di Osama Bin Laden.

Dello sceicco saudita, il quale da anni ormai non appare in video o in registrazioni audio, non si hanno notizie da lungo tempo. L'intelligence americana prevedeva un suo intervento per influenzare, oppure commentare, la corsa alla Casa Bianca, ma ciò non è avvenuto. Non è da escludere, secondo Bergen, che un suo nuovo video possa essere in preparazione, o che Bin Laden abbia preferito mantenere un basso profilo, dati i precedenti poco fortunati: quattro anni fa apparve in un filmato a soli cinque giorni dall'election day delle presidenziali Usa per invitare gli americani a non rieleggere il presidente Bush. Questo gesto, considerato dagli elettori come un affronto e un'ingerenza inaccettabile, provocò l'effetto contrario («La reazione di un Paese che non solo ha metabolizzato il terrore, ma che sa che è in guerra, e che lo sarà ancora a lungo», scrisse al riguardo Lucia Annunziata nel suo libro «La sinistra, l'America, la guerra», edito da Mondatori nel 2004).

Le offese e i duri attacchi rivolti al presidente eletto Barack Obama hanno stupito coloro che ritenevano possibile una eventuale distensione nei rapporti tra gli Stati Uniti e i loro avversari,dopo otto anni di «cowboy diplomacy» promossa dall'amministrazione repubblicana di George W. Bush. La reazione di al Qaeda, giunta dalla voce di un protagonista principale quale al Zawahiri, si colloca sullo stesso versante delle dichiarazioni del regime iraniano (che, con le parole di Ali Larijani, ha dichiarato che non vi sia alcuna differenza tra Obama e Bush), conferma ancora una volta la natura del fondamentalismo islamico, di tipo non reattivo, bensì aggressivo: i jihadisti odiano e attaccano i propri nemici non per quello che fanno, ma per quello che sono e rappresentano. Il messaggio serve inoltre a ricordare che i nemici dell'America sono sempre pronti a colpire, seppur notevolmente indeboliti e, nonostante le minacce, in ritirata in Iraq grazie alla cura del generale Petraeus.

Seppur scomparse dal dibattito elettorale a causa dell'esplosione della crisi finanziaria e del miglioramento delle condizioni sul fronte iracheno, la guerra al terrorismo e la sicurezza nazionale rimangono una priorità per gli Stati Uniti, a prescindere dall'appartenenza politica dell'inquilino della Casa Bianca. Barack Obama, sotto questo punto di vista, non potrà in alcun modo mostrarsi più «soft» del predecessore. Dall'11 settembre a oggi, il tanto vituperato George W. Bush è stato un presidente che, costretto a gestire un Paese nel momento forse più tragico e difficile della propria storia, è riuscito con successo a mantenere l'America al sicuro da attacchi terroristici sul proprio suolo. Il successore Obama, nei prossimi quattro anni, dovrà necessariamente essere in grado di fare altrettanto.

mercoledì, 19 novembre 2008

Usa, il Gop è un'araba fenice



In seguito ai risultati elettorali dello scorso 4 novembre, per il Gop si prevede un periodo di analisi della sconfitta, seguito da un necessario processo di riorganizzazione del partito. A suggerire quale strada debbano intraprendere i Repubblicani per risorgere, con un editoriale-decalogo su Newsweek, è un esperto in materia di vittorie elettorali, ovvero Karl Rove, artefice dei successi di Bush jr. Secondo “l’architetto”, il Gop, al fine di tornare a governare il Paese quanto prima, dovrà evitare di effettuare una “opposizione insensata” e irresponsabile, collaborando con l’amministrazione quando possibile, offrire proposte concrete su temi quali sanità, educazione, tasse e sicurezza nazionale ed essere il “miglior alleato del presidente Obama” nella guerra al terrorismo. Per quanto concerne le strategie interne al partito, la direzione indicata è verso un impegno maggiore per recuperare terreno tra gli elettori giovani, ispanici, neri e di origine asiatica, decisivi in numerosi Stati. I Repubblicani devono inoltre offrire la migliore leadership possibile nei due rami del Congresso ed effettuare una scelta accurata dei candidati per una ripresa del partito, già possibile nel 2010: riguardo alle prossime presidenziali, invece, evitare ogni preferenza o veto da parte dell’establishment nei confronti dei candidati e fare in modo che chi ambisce alla nomination dia già una mano al partito nel corso delle elezioni di medio termine. Tra gli altri preziosi consigli di Rove, non trascurare la cultura conservatrice e i temi etici e saper utilizzare al meglio i nuovi media, fondamentali per la vittoria di Obama.

Nonostante i buoni propositi, tuttavia, più che di elaborazione della sconfitta, in casa repubblicana sembra tirare aria di resa dei conti. Lo scambio di accuse tra i rispettivi staff di John McCain e Sarah Palin nei giorni dopo la sconfitta hanno fatto da antipasto a scontri ancor più accesi. Mentre Mike Huckabee, già candidato alle primarie del partito, decide di lanciare qualche frecciata contro gli ex rivali Mitt Romney e Fred Thompson nel suo libro di imminente uscita, a fare notizia è Jim DeMint, senatore repubblicano del South Carolina, il quale attacca duramente numerosi esponenti della sua stessa parte politica. Tra questi, lo stesso John McCain, reo di aver “tradito i principi del partito” con idee riformatrici su temi quali immigrazione o riscaldamento globale. Motivi per cui, secondo DeMint, McCain avrebbe perso le elezioni, punito dall’elettorato conservatore. Immediata la risposta del senatore dell’Alabama Richard Shelby, il quale sostiene che la responsabilità della sconfitta sia da attribuire più a George W. Bush che non all’incolpevole McCain. A voler sottolineare che attribuire le colpe non aiuterà in alcun modo le sorti del partito, Shelby aggiunge che “il Gop si riorganizzerà” e che la situazione gli ricorda quella di sedici anni fa: “Dopo l’elezione di Clinton dissero che il Gop era finito – tornammo in pochi anni, e ritorneremo ancora”. Ipotesi non da escludere, se si seguirà il decalogo di Karl Rove.

2008 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 249 del 19-11-2008
mercoledì, 19 novembre 2008

Perché Obama ha bisogno di McCain




Nonostante le settantadue primavere e la disfatta elettorale conseguita lo scorso 4 novembre, John Sidney McCain III, già candidato repubblicano alla presidenza e tuttora senatore dello Stato dell'Arizona, sembra tutto fuorché intenzionato ad abbandonare le scene. Dopo una pausa di qualche giorno, la prima apparizione pubblica post-voto è stata al «Tonight Show» di Jay Leno, durante il quale, oltre a mostrare la sua ormai rinomata autoironia - emersa anche nella puntata dello show satirico «Saturday Night Live» qualche giorno prima dell'election day, in cui si era reso protagonista di esilaranti sketch comici - ha approfittato dell'occasione per ribadire di non avere alcuna intenzione di presentarsi alle presidenziali del 2012. Nei giorni successivi, McCain è tornato a occuparsi attivamente di politica. Ricominciando, paradossalmente, da dove aveva lasciato, ovvero dalla campagna elettorale.

Nello Stato della Georgia, a causa del risultato troppo ravvicinato tra i due pretendenti al posto di senatore - il repubblicano Saxby Chambliss, attuale titolare della carica, e il democratico Jim Martin - si torna alle urne per un secondo turno elettorale. Lo Stato, vinto dal ticket McCain-Palin e terra repubblicana sin dal 1996, riveste un'importanza fondamentale per i destini della politica americana dei prossimi anni: in caso di successo democratico, potrebbe assegnare l'agognata maggioranza di sessanta senatori al partito del presidente eletto Barack Obama, una supremazia schiacciante al Congresso che renderebbe di fatto ininfluente l'opposizione, privata anche della possibilità di praticare la forma di ostruzionismo nota come «filibustering». Per questo motivo, John McCain e altri rappresentanti di punta del Grand Old Party - tra cui l'ex governatore dell'Arkansas Mike Huckabee (e l'ex presidente Bill Clinton per i Democratici) - si sono recati in Georgia per un massiccio proseguimento di quella che è ormai diventata la più lunga campagna elettorale della storia, incapace di concludersi anche dopo l'elezione del presidente.

Il risultato della Georgia, unitamente a quello di Minnesota e Alaska (dove sono in corso nuovi conteggi di verifica, ancora una volta per via dello scarto minimo tra i candidati in corsa) potrà determinare il ruolo che rivestirà McCain nel prossimo Congresso. «Sembra che McCain abbia tre opzioni: ritornare ai suoi modi da mediatore con la statura aggiunta di essere stato il più recente candidato presidenziale del suo partito, fare una leale opposizione alla presidenza Obama o semplicemente tenere un basso profilo per i prossimi due anni e ritirarsi nel 2010» ha scritto Chris Cillizza, autorevole commentatore del Washington Post. A giudicare da numerosi indizi, si direbbe che la prima eventualità sia la più probabile. Non è un caso se, nella giornata di lunedì, Barack Obama lo abbia voluto incontrare privatamente a Chicago. A dispetto delle apparenze, dei desideri delle frange più intransigenti e meno dialoganti dei rispettivi partiti e, non ultimo, delle rappresentazioni superficiali e talvolta manichee della realtà americana che si fanno al di qua dell'Atlantico, il senatore dell'Arizona potrà essere di enorme aiuto al presidente eletto Obama nel trovare soluzioni bipartisan e accordi trasversali sulle questioni più urgenti, così da offrire l'immagine di un Paese che affronta unito e con idee condivise le situazioni di difficoltà. «La scommessa di McCain sarebbe formare un'alleanza bipartisan con Obama su quante più questioni possibili - magari con un disegno di legge sullo stimolo economico, la riforma dell'immigrazione, l'uscita dall'Iraq e le nuove regolamentazioni di Wall Street» è l'opinione di Julian E. Zelizer, docente dell'Università di Princeton, in un'editoriale per la Cnn.

Messi da parte gli archibugi e l'artiglieria pesante utilizzati durante la campagna elettorale, John McCain potrebbe quindi tornare a vestire i panni del repubblicano riformatore e del battitore libero che, a prescindere dall'appartenenza politica e dai dettami partitici, opera al fine di trovare soluzioni condivise. La sua lunga carriera parlamentare, nella quale emergono progetti di legge ideati in collaborazione con noti esponenti del Partito Democratico, da Ted Kennedy all'amico Joe Lieberman, passando per Russ Feingold, dimostra che nessuno sia più indicato di lui per interpretare la parte di interlocutore privilegiato della Casa Bianca. Un elemento forse indispensabile, per il presidente eletto Obama, per poter mantenere le promesse di riappacificazione, cambiamento e nuovo corso in quel di Washington. Sembrano così trovare attuazione concreta le parole pronunciate dal senatore dell'Arizona la notte del 4 novembre. Nel suo discorso con cui ammetteva la sconfitta, John McCain prometteva al prossimo presidente di fare quanto in suo potere per aiutarlo a guidare il Paese nell'affrontare le sfide del presente e chiedeva agli americani di offrire a Obama tutta la buona volontà per superare le differenze e rendere migliore l'America. Non semplice retorica e dimostrazione di fair play elettorale, ma una seria disponibilità ad operare per il bene degli Stati Uniti, aldilà delle divergenze di opinione. Come dichiarato da Mark McKinnon, ex consulente sia di Bush che di McCain, «L'interesse del senatore McCain dopo questa elezione non sarà determinato dall'ambizione politica, ma da un desiderio genuino di dedicare il suo ultimo capitolo a Washington al miglioramento dei rapporti tra i due partiti».

2008 - © Ragionpolitica.it

lunedì, 17 novembre 2008

Tie

Non accadeva da ben sei anni: un pareggio nella National Football League. Philadelphia Eagles 13, Cincinnati Bengals 13. Brutta prova di Donovan McNabb.

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giovedì, 13 novembre 2008

Inizia la ricostruzione del Partito Repubblicano


Come prevedibile, il risultato delle elezioni presidenziali americane dello scorso 4 novembre, oltre a ridisegnare la mappa elettorale degli Stati Uniti e consegnare le chiavi della Casa Bianca a un democratico dopo otto anni di amministrazione Bush, ha rappresentato un colpo assai duro da assorbire per il Partito Repubblicano. Già in netta difficoltà nel corso della campagna elettorale, guardato con ostilità da una parte consistente di americani, che lo hanno ritenuto responsabile degli errori commessi da Bush e principale artefice della crisi economica, guidato da un candidato scomodo, malvoluto dalle frange più conservatrici e in netto contrasto con l'establishment del partito, il Grand Old Party si appresta ora ad affrontare una difficile elaborazione della sconfitta, tanto dolorosa quanto inevitabile e improcrastinabile.

In attesa che vengano assegnati i posti al Senato di tre Stati dai risultati ancora non definiti (Minnesota, Alaska e Georgia), i quali possono garantire ai democratici la maggioranza schiacciante di 60 senatori, oppure lasciare possibilità di manovra e libertà di praticare l'ostruzionismo all'opposizione, nel Gop, dopo una iniziale e almeno apparente resa dei conti, con rispettive accuse dagli staff di John McCain e Sarah Palin, sono iniziate le manovre per rilanciare il partito. «I repubblicani iniziano il post-mortem» titolava il New York Times, riferendosi all'importante incontro dei governatori repubblicani tuttora in corso a Miami, Florida. Un meeting che vede la presenza di numerosi papabili per il ruolo di futuro leader repubblicano, dal governatore Tim Pawlenty del Minnesota a Bobby Jindal della Louisiana, oltre che la stessa Sarah Palin, il cui ruolo nel partito risulta ancora incerto, poiché amata dalla base tradizionalista ma guardata in modo ostile dalle correnti riformatrici.

In concomitanza con l'inizio dei lavori per l'elezione del prossimo capo del Republican National Committee, posizione attualmente occupata da Mike Duncan (il quale, nominato da George W. Bush, sarà probabilmente rimosso in un'operazione per eliminare ogni traccia lasciata dall'attuale presidente), si prepara dunque una battaglia ideologica per definire il futuro del partito che ha governato l'America negli ultimi otto anni e che ora deve definire le proprie priorità e decidere se mettere l'accento su temi etici quali aborto, cellule staminali, matrimoni tra omosessuali, cavalli di battaglia della destra conservatrice che però allontanano i potenziali voti indipendenti o moderati, spesso più interessati a questioni relative a posti di lavoro, sanità o educazione. «I repubblicani dovranno organizzare il Concilio di Trento, unire i papi e i cardinali e capire per che cosa combattono», ha affermato il consulente Craig Shirley, secondo il quale la sfida è tra «bushismo» e «reaganismo». «Non possiamo essere ossessionanti con temi che non risultano importanti per gli elettori americani» ha affermato Jim Greer, tra i capi del partito in Florida.

Aldilà di alcuni entusiasmi immediatamente successivi al voto e delle analisi azzardate e superficiali di alcuni commentatori al di qua dell'Oceano, a prescindere dalla netta affermazione democratica alle urne si può affermare, senza timore di smentita, che gli Stati Uniti continuino a essere un paese tendenzialmente conservatore. A suffragio del fatto che la vittoria democratica sia stata sostanziosa ma non catastrofica, una serie di dati riportati dall'autorevole commentatore William Kristol in un suo editoriale pubblicato dal New York Times. Il vantaggio di Obama su McCain è lo stesso con cui Bill Clinton sconfisse George H. W. Bush nel 1992, con simile maggioranza al Congresso (fattore poi ribaltato, due anni dopo, dalla valanga repubblicana guidata da Newt Gingrich). Inoltre, gli exit poll di questa tornata elettorale segnalano uno spostamento di voti a livello di partito, ma non ideologico: nel 2008, il 39% dell'elettorato si dichiara «democratico», a fronte del 32% «repubblicano», rispetto al 37-37 di quattro anni or sono. Per quanto invece riguarda le ideologie, non si registra alcun cambiamento sensibile: il 22% si definisce «liberal» (21% nel 2004), il 34% «conservatore» (invariato), 44% «moderato» (45% nel 2004). «In altre parole, questo è stato un buon anno per i democratici, ma viviamo ancora in un paese di centrodestra» scrive Kristol.

La «Right Nation» descritta in maniera impeccabile dal fondamentale libro di John Micklethwait e Adrian Wooldridge nel 2004 è tuttora presente e ben lungi dall'essere cancellata. Per rendersene conto, basta dare un'occhiata al dilagante «rosso» presente sulla mappa elettorale delle contee. Elementi che possono allontanare un po' del pessimismo che aleggia negli ambienti repubblicani e lasciare spazi per una buona prestazione alle elezioni mid-term del 2010, obiettivo cui il Gop potrà puntare solo dopo aver portato a termine il non semplice processo di ricostruzione. «Prima ancora di pensare al 2012 e al 2010, dobbiamo pensare che cosa rappresentiamo», è stato il commento laconico di Craig Shirley.

2008 - © Ragionpolitica.it

giovedì, 13 novembre 2008

Joe the Senator

Il sempre attento Chris Cillizza sui destini di Joe Lieberman, che potrebbe pagare il suo spirito da indipendente.
postato da creezdogg alle ore 18:14 | link | commenti
categorie: usa , politics, joe lieberman
giovedì, 13 novembre 2008

The Devil went down to Georgia

Con Alaska e Minnesota che appaiono sempre più vicine a essere conquistate dai Democratici, sembra proprio che si giochi tutto in Georgia, dove il senatore Saxby Chambliss (R) deve vedersela con lo sfidante Jim Martin (D).
postato da creezdogg alle ore 17:16 | link | commenti
categorie: usa , politics, congress
giovedì, 13 novembre 2008

Le elezioni non sono finite



I risultati delle elezioni americane dello scorso 4 novembre, oltre a riconsegnare le chiavi della Casa Bianca a un democratico, hanno regalato al Partito del presidente eletto numerose sedie in più al Congresso, nel quale i Democratici già potevano contare sulla maggioranza in seguito alla vittoria delle elezioni di medio termine del 2006. Una maggioranza che tuttavia, negli ultimi due anni, ha dovuto fare i conti con non pochi ostacoli, tra i quali un distacco troppo esiguo al Senato (a causa dello status da indipendente di Joe Lieberman e dei problemi di salute di Tim Johnson, il rapporto tra i due schieramenti era spesso di perfetta parità), il potere di veto del presidente Bush e la possibilità di votare da parte del vicepresidente Dick Cheney per “spezzare” le situazioni di pareggio. La conquista della presidenza da parte di Barack Obama e la netta vittoria nella corsa per la Camera rendono le cose più agevoli per i Democratici, grazie a un consolidamento della maggioranza – ora di circa ottanta deputati - che ha piazzato la Speaker Nancy Pelosi in una posizione di grande rilevanza, “la più potente donna nella storia degli Stati Uniti” secondo The Politico, in grado persino, se lo desiderasse, di complicare la vita al neo-presidente.

Nonostante la netta affermazione democratica, a turbare il sonno degli strateghi di entrambi i partiti è la corsa al Senato, la quale, a più di una settimana dalla vittoria alle urne, è lungi dall’essersi conclusa. I Democratici possono ora contare su 57 senatori, grazie alle vittorie in New Mexico, Colorado, Virginia e alla conquista di Stati appartenenti ai Repubblicani quali New Hampshire, North Carolina (dove è stata sconfitta, a sorpresa, Elizabeth Dole) e Oregon. Rimangono tuttavia da assegnare Minnesota, Alaska e Georgia, nei quali i risultati sono ancora troppo incerti. La soglia dei sessanta senatori, alla quale puntano i Democratici, permetterebbe al partito del presidente eletto di avere un controllo pressoché totale del Congresso, al fine di poter controllare i lavori parlamentari, velocizzare i tempi di approvazione delle leggi ed esorcizzare il temuto “filibustering”, forma di ostruzionismo spesso praticata dall’opposizione per dilatare all’infinito le discussioni in aula e, di fatto, bloccare le proposte di legge degli avversari. In Minnesota e Alaska, a causa dei risultati “too close to call”, ovvero troppo ravvicinati per decretare un vincitore, sono tuttora in corso nuovi conteggi dei voti. Il Gop è in vantaggio in entrambi gli Stati, ma il margine è troppo sottile per potersi sbilanciare. In Minnesota, la sfida è tra il repubblicano Norm Coleman, attuale titolare della carica, e il democratico Al Franken, celebrità dedicatasi alla politica: i primi risultati sembravano indicare una vittoria del primo, ma l’esiguo scarto (circa lo 0,01% dei voti) permette, per le leggi dello Stato, un “recount”.

In Alaska, invece, ha destato scalpore l’apparente rielezione di Ted Stevens, senatore pluriottantenne repubblicano al centro di numerosi scandali: il democratico Mark Begich, oggetto di scherno da parte della satira americana poiché incapace di sconfiggere un avversario condannato per corruzione, ha chiesto al rivale di rassegnare le dimissioni, cosa che assegnerebbe a lui il posto al Senato. In Georgia, infine, è previsto un secondo turno elettorale tra il repubblicano Saxby Chambliss (50% dei voti) e il democratico Jim Martin (47%). Lo Stato è andato a McCain, ma non si può escludere un eventuale “effetto Obama” in favore del democratico. Il commentatore conservatore Dick Morris sostiene che ai risultati elettorali di questi tre Stati siano legate le sorti del sistema di libero mercato. Senza dubbio, con toni meno catastrofici, le elezioni per il Senato di Minnesota, Alaska e Georgia avranno un ruolo decisivo per i destini della politica americana dei prossimi anni.

2008 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 244 del 13-11-2008
mercoledì, 12 novembre 2008

Arriva Rahmbo a cambiare gli Usa



Iniziato il delicato periodo di transizione che coincide con il passaggio del testimone tra il presidente uscente George W. Bush e il suo successore Barack Obama, gli osservatori americani si interrogano sulla composizione e sulla direzione che prenderà l’imminente amministrazione democratica. Scarsi, a tal proposito, i segnali proposti dalla campagna elettorale appena conclusa. Per pure esigenze elettorali, Obama si è trovato costretto a spostarsi a sinistra nel corso delle primarie del suo partito, al fine di sedurre il fronte liberal in contrasto con l’elettorato moderato fedele a Hillary Clinton. Nel corso della battaglia presidenziale, invece, l’impostazione della campagna è stata di tipo più centrista, con l’obiettivo di raccogliere consensi nell’elettorato indipendente e indeciso, strategia riuscita perfettamente grazie all’immagine dell’abbraccio ecumenico del candidato Obama. Allo scopo di interpretare la configurazione dell’amministrazione che guiderà gli Stati Uniti nei prossimi quattro anni torna invece utile analizzare il primo nome a emergere nella composizione del “Team Obama”, ovvero quello di Rahm Emanuel, futuro capo dello staff della Casa Bianca. Non si tratta di un volto nuovo, in quel di Washington: originario di Chicago come Obama, alla Camera dei Rappresentanti dal 2003, Emanuel è capo del Democratic Caucus, posizione che si è guadagnato in quanto principale artefice della vittoria dei democratici alle elezioni mid-term del 2006 (fu lui a sfidare i repubblicani sul loro stesso campo, puntando su “cowboy democratici”, conservatori fiscali, contrari all’aborto e favorevoli al diritto di portare armi).

Già consulente del presidente Clinton – lavorò al fallimentare progetto per rendere universale la copertura sanitaria e fu di ispirazione per il personaggio di Josh Lynam nella serie tv “The West Wing” – “Rahmbo”, come soprannominato da amici e avversari, è considerato da alcuni come un politico di parte, poco propenso al dialogo con i Repubblicani. Per Alex Conant, portavoce del Republican National Committee, la nomina di un elemento definito come “iper-partigiano” come Emanuel rappresenta “una scelta ironica per un presidente eletto che ha promesso di cambiare Washington, rendere la politica più civile e governare dal centro”. Aldilà delle opinioni dell’opposizione (si registrano comunque voci controcorrente, come quella del senatore Lindsey Graham, che ha invece salutato positivamente la nomina), le posizioni politiche di Emanuel possono fornire alcuni indizi su quale sarà la sua condotta da capo di gabinetto e sulla presidenza Obama: pro-choice, ha sempre votato con il fronte liberal sulle questioni etiche, da anni si batte per rendere il sistema sanitario accessibile a tutti gli americani; in materia di politica estera, invece, già favorevole all’intervento in Iraq (con riserve su come esso è stato presentato ai cittadini), è uno dei più attivi sostenitori di Israele (suo padre, nativo di Gerusalemme, era membro del movimento militare sionista Irgun).

Elementi apparentemente in contrasto, ma che suggeriscono quella che probabilmente sarà la linea politica del 44esimo presidente degli Stati Uniti, il quale, forte di un indiscutibile mandato elettorale guadagnato sull’onda del “cambiamento”, si impegnerà a correggere o a eliminare completamente molte scelte del suo predecessore (vedi recenti decisioni su aborto, embrioni, ma anche Guantanamo, la quale sarà smantellata in seguito alla creazione di “un nuovo sistema di giustizia”, a detta di alcuni consulenti di Obama) ma che, al tempo stesso, nel tentativo di mantenere la promessa di unire un Paese diviso, lavorare al fianco di repubblicani e indipendenti (alcuni dei quali potrebbero rientrare nella sua amministrazione, come l’attuale segretario alla Difesa Robert Gates) e difendere la sicurezza nazionale, si mostrerà più centrista e falco di quanto i liberal di entrambe le parti dell’Atlantico potranno immaginare. Ne è un esempio la recente e netta presa di posizione sull’Iran, per la quale Obama è stato definito “uguale a Bush” dal regime iraniano.

2008 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 243 del 12-11-2008
domenica, 09 novembre 2008

Do you have a facebook?

Chiunque abbia una certa dimestichezza con Facebook, non potrà non apprezzare questo esilarante video e questo divertente pezzo di Hal Niedzviecki sul NY Times.
postato da creezdogg alle ore 19:57 | link | commenti
categorie: internet, facebook

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Nome: Cristiano Bosco
Nato il 20 ottobre 1982. Simpatizzante neocon. Americanista convinto. Genoano. Collaboratore de L'Opinione, RagionPolitica, Giornalettismo, LibMag - contatti mail/msn: creezdogg @ hotmail.com

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