
Charles Krauthammer non ci sta. La prestigiosa firma di Washington Post e Weekly Standard, volto noto di Fox News, vincitore di un premio Pulitzer, tra le più autorevoli voci dell’universo conservatore a stelle e strisce (è stato tra i primi a utilizzare il termine “dottrina Bush” riferito alla politica estera post-11 settembre), non ha alcuna intenzione di unirsi allo sciame di conservatori che, a corsa per la Casa Bianca tuttora in corso e – stando ai più recenti sondaggi – ben lungi dall’essersi conclusa, hanno deciso di abbandonare la nave repubblicana per gettarsi su quella democratica, data per vincente dai più. “Anticonformista quale sono, voterò per John McCain” esordisce Krauthammer in un suo recente editoriale, puntando il dito contro i suoi colleghi di simpatie repubblicane che, prevedendo una vittoria a valanga democratica e uno squagliamento del Gop, sono saltati sul carro di Obama “prima di essere lasciati fuori al freddo senza una sola cena di stato per i prossimi quattro anni. L’esercito di ”obamacons“ – termine utilizzato la prima volta lo scorso gennaio per descrivere i conservatori britannici incantati da Obama, ripreso a marzo da The American Spectator per riferirsi a tutti i ”sostenitori conservatori“ del candidato democratico – si fa sempre più nutrito. 
Nel gergo cinematografico, si definisce “biopic” quel genere di pellicola biografica che si basa sulla vita e le vicissitudini di un celebre personaggio storico. Hollywood non è nuova a operazioni di questo genere e, in più di un’occasione, esse sono state dedicate alla figura del presidente degli Stati Uniti. Sono molteplici i comandanti in capo che, nel passato, sono stati oggetto di un film, realizzati talvolta con lo scopo di elogiare una certa presidenza (è il caso di Abramo Lincoln, cui sono state dedicate ben tre produzioni), in altri casi con puri fini denigratori (come ad esempio per Richard Nixon). Per tradizione, ma anche per avere una più completa e obiettiva visione dei fatti, questo genere di opere viene realizzato molti anni - se non addirittura decenni - dopo lo scadere della presidenza da raccontare. Mai si era verificato, prima d’ora, che un regista decidesse di realizzare un lungometraggio con l’intento di narrare la vita di un presidente ancora in carica, prima ancora che la storia potesse giudicare l’eredità da questi lasciata al Paese. Quel presidente si chiama George W. Bush e quel regista risponde al nome di Oliver Stone, autore del film “W”, uscito nelle sale americane il 17 ottobre scorso. Amante della controversia e della polemica, Stone non ha mai fatto mistero delle sue idee politiche, che lo hanno portato a stringere amicizia con Fidel Castro e Hugo Chavez e a venire bollato da molti, in patria, come “traditore” e “anti patriottico”. The film, titled Dear Mr Obama, is the most-viewed election-related video on the YouTube website, attracting more than 11 million hits. Da BBC News.
La storia che ha portato la pornostar Cicciolina, al secolo Ilona Staller, a sedere sugli scranni della Camera dei deputati è una delle preferite dell’attore americano Robin Williams. Ma anche negli USA ci sono storie interessanti di personaggi famosi che tentano il grande salto…
Ogni volta che è ospitato da David Letterman, Robin Williams, il protagonista di “Good Morning Vietnam” e de “La Leggenda del Re Pescatore”, con un passato da esilarante stand-up comedian, trova occasione di menzionare la storica elezione di una star del cinema hard al Parlamento italiano. Cosa che Robin non ha mancato di fare persino nel suo film “L’Uomo dell’anno”, non a caso una commedia a sfondo politico. Nella storia del nostro Paese, sono innumerevoli le celebrità e i rappresentanti del jet-set che hanno provato a fare carriera nel mondo della politica. Tra i più recenti casi, quelli dell’europarlamentare Iva Zanicchi, del ministro Mara Carfagna, passando per i deputati Luca Barbareschi e Gabriella Carlucci e per molti altri ancora. Non si tratta tuttavia di un fenomeno esclusivo del nostro Paese. A tal proposito, gli Stati Uniti, terra di origine del succitato Robin Williams, non sono da meno.
DAI B MOVIES ALLA REAGANOMICS - Capita spesso che una star di Hollywood, o magari un semplice “volto noto” di grande e piccolo schermo, decida di occuparsi di questioni che trascendono il cinema e il mondo dell’intrattenimento, dedicandosi anima e corpo alla politica. C’è chi preferisce farlo con film d’accusa che furoreggiano nei cinema d’essai, conferenze ospitanti premi Nobel o libri best-seller che parlano male del presidente in carica (chiunque egli sia), cosa in cui si è specializzata la gauche caviar hollywoodiana, rappresentata da attori impegnati quali Sean Penn, Matt Damon, George Clooney, Tim Robbins e da registi quali Oliver Stone o Michael Moore. C’è chi invece preferisce scendere direttamente in campo, abbandonando set, passerelle e leoni d’oro, nel tentativo di farsi eleggere per cariche più o meno importanti. L’esempio più noto di attore americano trasformatosi in politico di successo, a oggi, rimane quello di Ronald Reagan, il quale, dopo una non memorabile carriera da attore di film di serie B (cosa sulla quale lui stesso ironizzò più volte), divenne prima governatore della California, quindi presidente degli Stati Uniti per due mandati consecutivi. La sua fu una delle presidenze più incisive e del secolo scorso, confermata da un vero proprio plebiscito alle elezioni per il secondo mandato. Santificato dai sostenitori e dai conservatori per il ruolo giocato nella Guerra Fredda, demonizzato dagli oppositori e dai liberal per scandali quali Iran-Contra e per i non troppo cristallini rapporti con gli squadroni della morte nei Paesi centro e sudamericani, l’ex attore Reagan è, nel bene e nel male, entrato di diritto tra i protagonisti del ‘900.
BONO… A NULLA? - La parabola dell’attore semisconosciuto che diventa presidente del mondo libero, una delle tante varianti del “sogno americano”, è servita a influenzare – talvolta a illudere – altre decine di mestieranti di Hollywood, desiderosi di servire il proprio Paese con l’attività politica. Reagan stesso affermò di aver tratto ispirazione da George Murphy (“è stato il mio Giovanni Battista” furono le parole di The Gipper), attore e ballerino eletto nel dopoguerra al Senato americano tra le fila del Partito Repubblicano, capace di sconfiggere il più accreditato Pierre Salinger. Meno eclatante, ma comunque degna di nota, fu invece la carriera di Sonny Bono, produttore discografico, cantante, attore, ma soprattutto marito di Cher. Il quale prese l’importante decisione di entrare in politica non per seguire alti e nobili ideali, ma per la frustrazione dovuta alle lungaggini e ai tempi burocratici dell’amministrazione locale di Palm Springs, che non gli permettevano di aprire un ristorante. Grazie a una notevole campagna elettorale, Bono fu eletto immediatamente sindaco della cittadina californiana, restò in carica quattro anni, istituì un festival cinematografico (che si svolge tuttora) e infine azzardò una candidatura al Senato, perdendo alle primarie, ripiegando così sulla Camera dei rappresentanti nel 1994, nella quale lavorò a stretto contatto con lo speaker Newt Gingrich in piena rivoluzione conservatrice del Congresso.
Poco memorabile, ma di grande impatto mediatico, fu l’esperienza di James George Janos, noto ai più come Jesse Ventura, wrestler di successo riciclatosi prima come attore (uno dei film cui ha partecipato è Predator, nel 1987, al fianco… dell’attuale governatore della California), quindi come telecronista, infine come politico, concorrendo come indipendente (e prima ancora per il Reform Party) alle elezioni a governatore del Minnesota nel 1998. A dispetto di ogni pronostico, contro avversari ben più favoriti (e secondo molti assai più competenti), Ventura riuscì a stupire l’America, vincendo la corsa con un margine ridotto. Nel giro di brevissimo tempo, si diffusero per tutto lo stato t-shirt e gadget riportanti la scritta “Il mio governatore può fare a pezzi il tuo governatore”. Purtroppo per lui, amministrare uno stato si rivelò assai più complicato che fingere di prendere a pugni avversari sul ring e, fin dai primi giorni di mandato, si inimicò la stampa delle Città Gemelle St. Paul e Minneapolis. La non esaltante performance alla guida del Minnesota lo portò a non ripresentarsi per un secondo mandato, mettendo fine alla sua carriera politica nel 2002.
ARNOLD CONTRO ARNOLD - Sempre in tema di anabolizzati al potere, grande scalpore destò, nell’anno 2003, la partecipazione (con vittoria finale) di Arnold Schwarzenegger alle elezioni per la carica di governatore del soleggiato stato della California. L’attore ed ex culturista dai natali austriaci è, senza ombra di dubbio, la più grande celebrità mai candidatasi per una carica nella storia degli Stati Uniti. In concomitanza con l’inizio del declino della sua carriera cinematografica, sancito da pessimi risultati al box office, Schwarzenegger si dedicò con sempre maggior impegno e interesse alla politica, prima come consulente dell’ex governatore Pete Wilson, con deleghe relative all’educazione fisica e al fitness, quindi come attivista per la raccolta firme contro il governatore Gray Davis, azione che portò al voto per la revoca del suo mandato. La star del genere action spaccamuscoli di fine anni 80 e primi anni 90 decise – poco dopo l’uscita nelle sale del terzo episodio di Terminator - di annunciare la propria candidatura a governatore dalla poltrona di ospite del Tonight Show di Jay Leno. Con una imponente campagna elettorale, non fu per lui difficile sbaragliare tutta la concorrenza, composta da politici di professione quali il primo sconfitto Cruz Bustamante, ma anche, grazie alla particolare pazzia californiana e per la serie “only in America”, personalità quali Jerry Springer, noto presentatore di talk-show a sfondo trash al cui confronto l’opera omnia di Maria De Filippi è un trattato sul galateo e sulla buona educazione, la pornostar Mary Carey, che presentava un alquanto interessante piano economico che prevedeva la tassazione degli interventi di chirurgia plastica (“Se puoi permetterti di rifarti le tette, puoi permetterti di pagare un po’ più di tasse” fu uno slogan della Carey) e, last but not least, Gary Coleman, indimenticato protagonista della serie “Arnold”, ora guardia giurata di un supermercato. Travolti avversari di tale caratura, Schwarzenegger, nel corso degli ultimi anni, ha saputo mettersi in evidenza come un leader politico trasversale (repubblicano, ma molto vicino, causa consorte, al clan dei Kennedy), capace di intraprendere battaglie ambientaliste spesso in aperta critica con il partito d’appartenenza, convincendo i californiani a confermargli il mandato nel 2006.
4 NOVEMBRE: NON SOLO OBAMA VS MCCAIN… - Ultimo, ma solo in ordine cronologico, a gettarsi nel calderone della politica dal trampolino dell’entertainment è il comico Al Franken. Rinomato autore del Saturday Night Live, la più longeva trasmissione a sfondo comico-satirico della storia televisiva americana, Franken - pro-choice, a favore di un più rigido controllo delle armi, dei matrimoni tra persone dello stesso sesso e di una pressione fiscale progressiva sui redditi - non ha mai nascosto le sue simpatie liberal. Si narra persino che negli anni d’oro del SNL avesse sbattuto il telefono in faccia all’allora segretario di Stato Henry Kissinger, che contattò lo studio per prenotare dei biglietti per suo figlio (“Sai, non fosse stato per i bombardamenti in Cambogia di dicembre, avresti potuto avere i tuoi fottuti biglietti!”, esclamò un furente Franken). Tra i più feroci critici dell’amministrazione Bush, contro la quale ha anche scritto un libro accusatorio dal titolo che non lascia spazio a interpretazioni (“Balle”), Franken è attualmente in corsa per un posto al Senato americano in rappresentanza del Minnesota, suo Stato natale. Una carica che, fino al 2002, fu coperta dal democratico Paul Wellstone, morto in un incidente aereo e sostituito dal repubblicano Norm Coleman, attuale sfidante del comico. Dopo aver superato la prova delle elezioni primarie, Franken ha ricevuto l’appoggio del Minnesota Democratc Farmer Labor Party e, al momento, i più recenti sondaggi lo danno in vantaggio, seppur di poco, sull’avversario repubblicano. Il 4 novembre, giorno in cui gli americani decideranno il loro prossimo presidente, sarà noto anche l’esito della scommessa di Franken, ennesima celebrità prestata alla politica. E Robin Williams avrà ancora più materiale su cui lavorare. Sempre che non decida di candidarsi lui stesso.

È giunto il momento, anche per questo blog, di fare il suo endorsement per le elezioni presidenziali. Una scelta già effettuata da mesi, seppur mascherata da una finta imparzialità. A una settimana dall'election day, è giusto scoprire le carte e affermare con chiarezza quale sarebbe, a mio modesto avviso, il candidato ideale per la carica di leader del mondo libero. Ebbene, l'unica persona in grado di ridare lustro e credibilità agli Stati Uniti è...Paris Hilton.
L'ereditiera più famosa al mondo, dopo aver stupito l'America con un video in cui rispondeva a John McCain (il quale aveva utilizzato la sua immagine in uno spot elettorale), presentando peraltro un piano economico più credibile di quello di entrambi i candidati in corsa, dopo aver mostrato una certa preparazione sui vari argomenti al centro del dibattito con un consulente d'eccezione (l'ex finto presidente Bartlet, ovvero Charlie Sheen), lancia ora uno spot elettorale esplosivo, nel quale illustra il suo programma. Il quale comprende: ratificare Kyoto, fermare l'antiamericanismo, sostituire il gabinetto presidenziale con un armadio in cui riporre le scarpe, Simon Cowell per la Corte Suprema, ridipingere la Casa Bianca di rosa e spostare la sede a Maui, sviluppare energia pulita, vietare il waterboarding, combattere il global warming, creare un dipartimento per la "fashion police" e rifare il look alla Statua della Libertà con l'aiuto di "Donna, Tommy e Calvin Klein".
Tra le parti più divertenti del video, è senza prezzo quando la Hilton afferma "If you're gonna put lipstick on a pig, make sure that matches your skin tone" e, per convincere ulteriormente gli americani a votarla, "Look at Bush, it can't be that hard". Complimenti al ghost writer di "Paris for President".

Articolo pubblicato anche su CasaBianca2008
Nonostante molti sondaggi lo diano indietro rispetto all’avversario, John McCain non si arrende. La scorsa domenica, ospite di Meet the Press sulla NBC, la più nota trasmissione televisiva americana di approfondimento politico, il candidato repubblicano si è mostrato alquanto ottimista. Incalzato dal presentatore Tom Brokaw, che gli mostrava dati poco rassicuranti relativi a sondaggi di singoli Stati (come ad esempio il +11% di Obama in Iowa, battleground State vinto da Bush quattro anni fa e rivelatosi decisivo per l’esito finale delle ultime elezioni presidenziali), McCain ha messo in dubbio l’effettiva credibilità di tali ricerche («Tutti quei sondaggi mi hanno ripetutamente indicato più indietro di quanto sia in realtà»), assicurando che, per la sua campagna elettorale, la situazione non è così drammatica come riferito dai media: «Stiamo facendo bene. Abbiamo recuperato, nel corso della scorsa settimana. Continueremo a farlo la prossima, e starete in piedi fino a tardi, nella notte delle elezioni».
Con l’avvicinarsi del 4 novembre, la sfida si fa sempre più serrata. Il recupero menzionato da McCain nel corso di Meet the Press trova riscontro in due indagini degli ultimi giorni. Una di questi è firmata dal noto – ma talvolta non troppo affidabile – Zogby e riporta i due candidati separati da un margine del 5%, minore rispetto alle medie di RealClearPolitics (margine del 7.7%) e delle rilevazioni svolte dalla medesima agenzia nella settimana antecedente, che mostravano McCain in ritardo di 12 punti percentuali. <<I numeri di McCain sono in crescita e quelli di Obama sono in calo. Sembra esserci una relazione diretta tra questo e i discorsi del senatore dell'Arizona sull'economia>> ha affermato John Zogby, a capo dell’agenzia. L’altro sondaggio che rende non poco ottimista il fronte repubblicano è invece l’aggiornamento dell’indagine di IBD/TIPP, tra le più autorevoli del settore (nel 2004 le sue previsioni furono quelle che più si avvicinarono al risultato finale), che indica Barack Obama al 46.5% e John McCain al 43.3%, una distanza minima, specialmente prendendo in considerazione il restante 10.1% di indecisi, in grado di ribaltare qualsiasi risultato.
A favorire la risalita di McCain, oltre alla lenta - ma progressiva - riduzione dello spazio dedicato alla crisi economica sulle prime pagine dei giornali americani, anche un cambio nell’assetto della campagna del ticket repubblicano. I duri e ripetuti attacchi di inizio ottobre, riservati ai rapporti di Obama con l’ex terrorista Bill Ayers e con l’associazione ACORN (accusata di aver creato migliaia di finte tessere elettorali con indirizzi inesistenti, doppioni e nomi dei giocatori dei Dallas Cowboys) non hanno causato l’effetto desiderato dagli strateghi del GOP. Il senatore dell’Arizona ha così preferito concentrare le proprie attenzioni su due cavalli di battaglia della campagna elettorale contro Obama: porre dubbi sull’esperienza e sulla prontezza del senatore dell’Illinois a prendere il comando della più potente nazione del mondo (aiutato dall’avventata <<profezia>> di Joe Biden, secondo il quale Obama, entro il sesto mese della sua presidenza, <<sarà messo alla prova da una grande crisi internazionale>>) e puntare il dito contro la sua politica fiscale, costellata da aumenti delle imposte e da un’espansione fuori controllo della spesa pubblica (aiutato da <<Joe l’idraulico>> e da un esercito di rappresentanti della classe media). La nuova strategia ha portato i suoi frutti, permettendo al repubblicano di guadagnare preziosi punti in quella che, fino a pochissimi giorni or sono, era presentata da tutti come una partita già persa in partenza.
C’è già chi, come David Frum, dando per scontata la sconfitta presidenziale, suggerisce a McCain di dedicarsi esclusivamente agli Stati decisivi per l’elezione del Congresso, per il bene del suo partito, al solo fine di salvare il salvabile. C’è invece chi, come Dick Morris, sostiene che il senatore dell’Arizona, continuando con l’attuale strategia d’attacco (con l’aggiunta, a detta di Morris, di accenni al reverendo Jeremiah Wright e alle politiche parasocialiste di Obama), possa aumentare le sue chance di vittoria. Con un parallelismo inedito, il conservatore William Kristol, prestigiosa firma di NY Times e Weekly Standard, arriva persino a scomodare la Battaglia della Marna, quando il generale francese Ferdinand Foch scrisse al suo superiore Joseph Joffre: <<Il mio fronte centrale sta cedendo strada. Il mio fronte destro è in ritirata. Situazione eccellente. Vado all’attacco>>. Una scelta che all’epoca fu giudicata suicida, ma che si rivelò vincente, poiché regalò il successo ai contrattacchi francesi e britannici, che riuscirono a respingere l’esercito tedesco.
2008 - © Ragionpolitica.it

Articolo pubblicato anche su CasaBianca2008
A Grant Park, in pieno centro a Chicago, città natale di Barack Obama, sono già iniziati i lavori. Un enorme palco sarà allestito per ospitare quella che, in caso di vittoria da parte dei democratici, sarebbe la più grande festa politica di tutti gli Stati Uniti. Grandi preparativi per festeggiare il ritorno alla Casa Bianca di un democratico, sebbene nessuno, per cautela, o per semplice scaramanzia, sembra voler parlare ancora di «vittoria». Una cautela che, a dispetto dei punti di vantaggio di cui al momento gode il senatore dell'Illinois nei sondaggi, è giustificata da alcuni elementi non trascurabili.
Uno di questi è il celeberrimo «effetto Bradley». Nel 1982, Tom Bradley sindaco afroamericano di Los Angeles dal 1973 al 1993, si candidò per la carica di governatore della California tra le fila del partito Democratico, sfidando l'assai meno conosciuto George Deukmejian, di razza caucasica, attorney general dello Stato, candidato per il partito Repubblicano. Per tutta la durata della campagna elettorale, Bradley rimase in testa in ogni sondaggio, con un notevole distacco che lo separava dall'avversario. Persino gli exit poll diedero Bradley come sicuro governatore, portando l'autorevole quotidiano San Francisco Chronicle a dare la notizia del suo ormai certo successo. Le cose, tuttavia, andarono diversamente da quanto previsto: una percentuale di elettorato bianco e di indecisi scelse di votare per Deukmejian all'ultimo momento, una quantità maggiore di quanto invece registrato dai sondaggi elettorali, regalando così al repubblicano un'inaspettata vittoria. Secondo alcuni esperti e ricercatori, la spiegazione più probabile di questo spostamento di voti fu da ricercare nella razza dei due candidati, dando così origine al cosiddetto fenomeno del «Bradley effect», situazione in cui elettori bianchi, pur affermando di voler votare per un candidato di colore alle elezioni, effettuano l'esatto contrario all'interno della cabina elettorale, a prescindere dalle loro idee politiche. Episodi analoghi avvennero anche nel 1988 con Jesse Jackson e nel 1989 con Douglas Wilder e, sebbene si tratti di una semplice teoria non dimostrata scientificamente (anzi, in più di un'occasione si è registrato l'opposto), sono in molti a temere che un esito simile possa avvenire anche il prossimo 4 novembre, smentendo così l'attuale vantaggio del ticket democratico.
Mentre la quasi unanimità dei commentatori di entrambi gli schieramenti - salvo qualche rara eccezione, come ad esempio Michael Barone, che tuttora sostiene sia possibile una «sorpresa» diversa dalle previsioni, il 4 novembre - preannuncia quattro anni di presidenza Obama, da Michael Scherer di TIME («Stiamo andando ancora una volta a sinistra») a Joan Vennochi del Boston Globe («È finita per McCain»), a preoccupare alcuni sostenitori dei democratici è un recente sondaggio eseguito dalla Associated Press/Gfk, che smentisce clamorosamente tutte le altre indagini e posiziona Obama al 44% e McCain al 43%, con un solo punto percentuale a separarli. Secondo questa ricerca, McCain avrebbe recuperato molto terreno in seguito al terzo dibattito presidenziale, guadagnando consensi nell'elettorato bianco e nelle fasce di popolazione dal reddito inferiore ai 50 mila dollari annui (due categorie che, se vogliamo, rispondono al profilo di «Joe l'idraulico»). Sulla stessa linea d'onda un sondaggio targato Investor's Business Daily/TIPP (quest'ultima, riconosciuta come la più accurata agenzia di sondaggi per le presidenziali del 2004), che mostra il democratico al 45,7% e il repubblicano al 42%, con una percentuale di indecisi pari al 12,3%, cifra in grado di modificare radicalmente l'esito finale della corsa.
Aldilà delle indagini e delle proiezioni, resta da sottolineare l'evidente sproporzione tra il sostegno mediatico riservato al senatore dell'Illinois e il suo effettivo vantaggio nella corsa elettorale. Uno studio indipendente eseguito dal «Project for Excellence in Journalism» dimostra che il trattamento riservato a John McCain da parte dei media americani, dalle convention a oggi, sia di tre volte più negativo rispetto a quello riservato a Barack Obama: il 57 per cento degli articoli e dei servizi dedicati al senatore dell'Arizona è stato di stampo critico e negativo, con solo un 14% dal taglio positivo. Nonostante la luna di miele con la stampa, Obama ha raramente superato il 50% nei maggiori sondaggi e l'enorme afflusso di giovani sostenitori, previsto sin dalle primarie contro Hillary Clinton, potrebbe faticare a materializzarsi (cosa già avvenuta ripetutamente, con conseguente danno ai democratici, in precedenti tornate elettorali). Elementi che alimentano le speranza del ticket McCain-Palin e che sono in grado di far perdere il sonno agli strateghi democratici.
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In molti, tra leader politici, giornalisti e commentatori, considerano già conclusa la corsa alla Casa Bianca. Nancy Pelosi, speaker of the House democratica, afferma di essere «sicura al 100% che Obama diventerà presidente». Il servizio di copertina dell'ultimo Newsweek, magazine dalle simpatie liberal, si chiede come «il presidente Obama» sarà in grado di governare una nazione dall'anima ancora conservatrice. Alcuni sostenitori dei Repubblicani corrono invece ai ripari, già lamentandosi delle politiche sbagliate della Casa Bianca democratica, oppure criticando McCain per la scelta di Sarah Palin quale vice. Previsioni e considerazioni che rischiano di essere affrettate, a circa due settimane dal 4 novembre. Bob Schieffer, presentatore di «Face the Nation», uno dei più autorevoli programmi televisivi a sfondo politico, da anni in onda sulla CBS, consiglia cautela: «Tutto può succedere in politica, quindi non è finita finché non è davvero finita».
«It's not over until it's over», storica affermazione di Yogi Berra, uno dei più grandi giocatori di baseball di sempre, è una massima che ben si adatta all'attuale campagna elettorale, ma anche a entrambi i candidati, come dimostrato dalle loro performance nelle elezioni primarie dei rispettivi partiti di appartenenza. Sul fronte repubblicano, John McCain riuscì a smentire tutte le previsioni, che lo davano come sicuro sconfitto contro avversari quali Mitt Romney o Rudolph Giuliani, avanti nei sondaggi e dalle maggiori disponibilità finanziarie, risollevando le sorti di una campagna elettorale che sembrava priva di ogni speranza. Barack Obama, invece, dovette faticare non poco per raggiungere una nomination data per scontata da media e commentatori fin dal giorno seguente la sua vittoria nel caucus dell'Iowa. Le primarie del New Hampshire avrebbero dovuto decretare il suo trionfo definitivo, ma vinse Hillary: la battaglia fratricida durò molto più di quanto previsto dagli osservatori, dimostrando che il «senso di inevitabilità» - definizione utilizzata da Matthew Continetti del Weekly Standard - fomentato dai media nei confronti di Obama (e ora riproposto nell'elezione generale) era, se non immotivato, quantomeno esagerato.
In seguito al terzo e ultimo dibattito presidenziale, il distacco nei sondaggi tra i due contendenti si è ridotto. Rispetto a una settimana fa, Obama ha perso più di un terzo del suo vantaggio su McCain. Ciò può essere ricondotto in parte al fenomeno mediatico legato a «Joe the Plumber», l'idraulico Joe Wurzelbacher, più volte citato dai due candidati nel corso del confronto televisivo, rappresentante della classe media lavoratrice che, secondo McCain, più sarebbe colpita dalla politica fiscale dell'avversario. Gli attacchi della stampa liberal - la quale, nei giorni successivi al dibattito, ha indagato con spirito inquisitorio nella vita di Wurzelbacher, facendo emergere irregolarità nella sua professione - studiati con l'intenzione di distruggere il «mito» di Joe l'idraulico, hanno invece creato più di un problema ai democratici, accusati di puntare il dito contro un semplice e malcapitato elettore, piuttosto che contro i propri avversari politici. Non è da sottovalutare, inoltre, l'apparizione della vice Sarah Palin al Saturday Night Live, show della NBC che, nelle ultime settimane, l'aveva più volte presa in giro grazie a una formidabile imitazione da parte della comica Tina Fey: grazie alla presenza della vera Palin, che non ha mancato di mostrare una buona dose di autoironia, il programma ha registrato i migliori ascolti degli ultimi quattordici anni.
Il gap tra i due candidati, che si aggira intorno a una media di circa 5 punti percentuali a livello nazionale, è ancora notevole per affermare che McCain sia in rimonta. Una ripresa da parte sua, a detta dell'esperto in sondaggi Jay Cost, è «difficile, ma non inconcepibile». Numeri della Cnn suggeriscono che il distacco potrebbe affievolirsi nei giorni a venire. Sono sempre meno gli elettori che pensano che McCain, se eletto, porterebbe avanti le medesime politiche di George W. Bush: non a caso, nel corso del dibattito, il senatore dell'Arizona si è sforzato di mostrarsi quanto più distante dall'attuale inquilino della Casa Bianca, confutando uno dei cavalli di battaglia di Obama. Secondo i sondaggisti ottobre è un mese alquanto instabile, nel quale il 30% dell'elettorato indeciso deve effettuare una scelta.
John McCain, oramai abituato a trovarsi in situazioni in cui è chiamato a imprese impossibili, non sembra essere preoccupato e promette battaglia, affermando di amare lo status di «underdog», sfavorito dalle previsioni. «Sarebbe un errore dare per sconfitto John McCain. Ricordo quando tutti lo diedero per morto politicamente durante le primarie, ma poi ebbe una ruggente rimonta», ha dichiarato l'ex governatore del Massachusetts Mitt Romney, una delle «vittime» della travolgente ripresa dell'anziano senatore. Della stessa opinione anche un altro ex avversario, Rudy Giuliani, il quale, in un'intervista rilasciata al presentatore radiofonico Rush Limbaugh, ha affermato: «Ho recentemente cenato con Yogi Berra, a un meeting di italo-americani: mi ha detto di non aver ancora scelto per chi votare. Ma di una cosa è certo: la corsa non è finita finché non è davvero finita».
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Nonostante un accenno di rimonta da parte di John McCain, in parte aiutato dal fenomeno di “Joe l’idraulico”, Barack Obama rimane saldamente in testa nei sondaggi, sia nazionali che negli stati in bilico. La crisi finanziaria ha avuto un impatto dirompente sulla corsa alla Casa Bianca, favorendo in maniera evidente il candidato democratico. Gli elettori americani attribuiscono le difficoltà economiche alle politiche sbagliate dell’amministrazione Bush e del partito al potere. Di conseguenza, identificano il candidato repubblicano – poco importa se “maverick”, dal profilo indipendente e sempre in cerca di soluzioni bipartisan – come corresponsabile dell’attuale situazione. Tuttavia, per cercare responsabilità politiche per la crisi, il dito è da puntare altrove. Come dimostrato da un articolo di Steven A. Holmes pubblicato dal liberal NY Times nel settembre 1999 e tuttora disponibile online, Fannie Mae, la più grande impresa specializzata nell’emissione mutui, tra le prime a essere travolte, subì “una sempre maggiore pressione dall’amministrazione Clinton per espandere i mutui ipotecari a persone dai bassi redditi”. Una mossa, quella della democratica Casa Bianca clintoniana, che ha portato Fannie Mae a rendere più accessibili i requisiti di credito per il rilascio di prestiti – una delle cause principali della crisi. Nel corso di una seduta della Camera dei Rappresentanti del 2004, furono i Repubblicani a cercare di espandere la supervisione e la regolamentazione di Fannie Mae e Freddie Mac, richiedendo la creazione di una nuova autorità in grado di controllare le due società e di imporre regolamenti bancari standard su di esse. 

Un piccolo assaggio del nuovo episodio di South Park - per chi ancora non lo sapesse, serie tv preferita da questo blog - intitolato "Breast Cancer Show Ever". Cartman è sempre più, per utilizzare la definizione dei creatori Parker&Stone, "pure evil". Geniale.

Articolo pubblicato sullo speciale di Giornalettismo - curato da Maddalena Balacco - sulla Riforma Gelmini
Mobilitazioni generali, sindacati che alzano le barricate, persino bambini in piazza, strumentalmente utilizzati per fini politici. Una reazione del tutto sproporzionata, da parte di chi contesta il decreto legge voluto dal ministro Mariastella Gelmini al fine di iniziare una riforma scolastica.
Posizioni ostili provenienti per lo più da una sinistra saldamente ancorata a conservatorismi e al mantenimento dello status quo, contraria a ogni cambiamento, nel nome del “no”, senza se e senza ma – esattamente quel tipo di sinistra condannata da Walter Veltroni nel suo libro “La nuova stagione - Contro tutti i conservatorismi” e nel suo discorso del Lingotto, drasticamente negato dai fatti e dalla sua attuale condotta quale leader dell’opposizione.
UN DECRETO A DIR POCO INEVITABILE - La scuola italiana versa, ormai da troppo tempo, in una situazione preoccupante, se non drammatica. I costi sono diventati eccessivi e, in quello che sembra un rapporto inversamente proporzionale, la qualità è andata scemando, non fornendo così agli studenti un’adeguata preparazione. Una riforma del sistema scolastico è quantomai urgente e necessaria, come testimoniato dagli sforzi in questa direzione dello stesso Giuseppe Fioroni, predecessore della Gelmini al Ministero dell’Istruzione, il quale, un tempo desideroso di ridurre il numero degli insegnanti, preferisce ora recitare la parte dell’oppositore tout court. “Le condizioni del nostro sistema scolastico richiedono scelte coraggiose di rinnovamento, non sono sostenibili posizioni di pura difesa dell’esistente”, è stato recentemente dichiarato, non dal portavoce nazionale di Forza Italia Daniele Capezzone, bensì dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano; il quale ha così voluto sottolineare l’indispensabilità dei tagli alla scuola. Un’urgenza che giustifica ampiamente l’utilizzo del decreto, piuttosto che di un semplice disegno di legge – tra i punti contestati – in modo da poter ridurre i tempi di attuazione, rendendo effettive le innovazioni a partire dall’attuale anno scolastico, iniziato meno di un mese fa.
COLPA DEI SINDACATI - Tra gli elementi più criticati del decreto, l’introduzione del maestro unico, proposta che viene presentata dall’opposizione quale emblema dell’oscurantismo, del ritorno al passato e dell’arretratezza culturale del governo di centrodestra. È necessario innanzitutto notare che – come ricordato da un editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera del 28 settembre – il maestro unico rimase in cattedra fino al 1990, fin quando la riforma della scuola elementare attuata dal ministro Giuliano Amato non introdusse il maestro plurimo, per motivi esclusivamente sindacali dettati dall’alleanza DC-PCI-sindacati. Una scelta, quindi, non determinata dall’insuccesso del sistema del maestro unico, ma per puri fini occupazionali, sotto la pressione dei sindacati, i quali sono gli stessi che ora guidano la protesta, appoggiati acriticamente dall’opposizione. La critica più utilizzata, proveniente in parte anche da Walter Veltroni nel corso di una trasmissione televisiva, suggerisce che il maestro unico azzererà di fatto il tempo pieno (rendendo problematico, per le madri lavoratrici, tenere i propri figli nel pomeriggio), chiuderà le scuole nei piccoli centri, provocherà licenziamenti. Au contrarie, il decreto prevede un aumento del 50% del tempo pieno nelle scuole elementari, con conseguente ridistribuzione dei maestri, non più impegnati in classe durante le stesse ore (al momento, tre docenti per due classi), non è attualmente prevista la chiusura di istituti nei piccoli centri; e, infine, lo stesso ministro ha anticipato che non vi sarà alcun licenziamento, bensì pensionamenti non rimpiazzati.
GLI ALTRI PUNTI AL CENTRO DEL DIBATTITO - Sono la questione del voto in condotta e il ritorno alla “vecchia pagella”. Nel primo caso, che prevede che il voto in condotta faccia media e, con il “5”, si venga bocciati, non si tratta che dell’attuazione, in termini concreti, della politica di maggior rigore da tempo auspicata da ogni parte politica, ma mai messa in pratica. Il voto in condotta, che rappresenta una sorta di proseguimento di quanto già messo in atto dal ministro Fioroni (che aveva introdotto sanzioni in grado, in alcuni casi, di provocare la bocciatura degli alunni), servirà inoltre come deterrente contro il dilagante fenomeno del bullismo. Nel secondo caso, che prevede che il voto in pagella torni ad essere espresso in numeri, diventando così il vero metro di giudizio per gli alunni, non è che un modo per misurare il profitto nelle singole materie di ciascun alunno, un elemento che garantirà maggiore chiarezza e una misurazione dei risultati diretta, senza necessità di essere tradotta.
UN’OPPOSIZIONE IMMATURA, LAMENTOSA E ANTICA - Il decreto Gelmini rappresenta un primo, decisivo e coraggioso passo verso una necessaria riforma organica del sistema scolastico in Italia. Una scuola che, come affermato dalla stessa Gelmini nel corso del Consiglio dei Ministri, dovrà svolgere il servizio di “educazione alla cittadinanza”, rimettendo la persona al centro e preparando i ragazzi “a essere consapevoli dei propri diritti e doveri” (obiettivo che spiega le scelte di puntare sull’insegnamento di educazione civica, principi costituzionali, educazione ambientale, alla salute, stradale, ecc.). Le proteste esasperate, che sembrano dipingere la riforma come “una calamità nazionale” - come dichiarato dal presidente dell’associazione TreeLLLe Attilio Oliva - non fanno che sottolineare in maniera sempre più evidente le difficoltà di un’opposizione che, priva di una chiara leadership e del tutto incapace di contrastare il governo con critiche costruttive e/o proposte alternative, preferisce appiattirsi, ancora una volta, sulla linea dettata dal sindacato. Con buona pace del progressismo, del riformismo e della modernità.

Barack Obama è in testa nella corsa alla Casa Bianca. I sondaggi lo danno in netto vantaggio sia a livello nazionale che negli Stati in bilico. A circa tre settimane di distanza dal 4 novembre, questi elementi piazzano il candidato democratico in una ottima posizione rispetto all'avversario. Alcuni commentatori (è il caso di Robert Schlesinger, deputy editor di US News, che ha titolato il proprio editoriale «Barack Obama batterà John McCain. Questa gara è finita») hanno già decretato la fine della corsa, incoronando Obama come il 44esimo presidente. Altri (come l'esperto in sondaggi Michael Barone o il politologo Victor Davis Hanson di National Review) sostengono che sia ancora troppo presto per dare per sconfitto il ticket repubblicano: se c'è un uomo politico che, negli anni, ha dimostrato in più di un'occasione di saper ribaltare situazioni di svantaggio a proprio favore, smentendo ogni previsione, quello è proprio John Sydney McCain III.
Il sondaggista John Zogby, a capo di una delle più note agenzie di studi e ricerche, ha dichiarato al Boston Herald che «la gara è lungi dall'essere decisa». Se da una parte è innegabile che Obama stia vivendo, grazie soprattutto alla perdurante crisi economica, un trend positivo, risulta evidente che il senatore dell'Illinois, a scapito del vantaggio, non abbia preso il largo sull'avversario. Zogby fa il paragone con sfide elettorali del recente passato: «Nel 2000 sia Al Gore che George W. Bush furono in testa di circa 7 punti in due differenti occasioni, successivamente salendo e scendendo nei sondaggi». Analogamente successe nel 2004, con Kerry e l'attuale presidente in posizioni di vantaggio a seconda delle circostanze, segno che è «troppo presto per dichiarare conclusa la corsa». Il paragone più calzante, tuttavia, è quello con le elezioni presidenziali del 1980, tra il presidente democratico Jimmy Carter e lo sfidante repubblicano Ronald Reagan, quando gli americani decisero di passare dalla parte di quest'ultimo solo negli ultimi giorni di campagna elettorale. Per Zogby «la diga si ruppe l'ultima domenica prima del voto». Solo quel giorno gli elettori decisero di votare per Reagan, il che non esclude che, anche quest'anno, possa accadere qualcosa di analogo.
Ovviamente, per il ticket composto da John McCain e Sarah Palin non si tratta di un compito semplice. La recente bufera mediatica scatenatasi contro la governatrice dell'Alaska in seguito al presunto scandalo troopergate non aiuta il fronte repubblicano e, paradossalmente, toglie la luce dei riflettori da alcuni lati oscuri della campagna di Obama emersi negli ultimi giorni, dalla sua presunta adesione a un partito socialista, alla poca chiarezza sui suoi rapporti con l'ex terrorista Bill Ayers. Con il senatore dell'Illinois presentato da buona parte della stampa liberal quale sicuro prossimo presidente degli Stati Uniti, trasformando l'elezione in un referendum su Barack Obama, per McCain è obbligatorio mettere in dubbio le qualità dell'avversario e la sua capacità di ricoprire un ruolo tanto importante. Se da una parte gli attacchi personali possono risultare controproducenti - anche se più di una ricerca ha evidenziato come la maggior parte di essi siano provenienti dai democratici - dall'altra è fondamentale dimostrare agli elettori, desiderosi di cambiamento, che Obama non è ciò che essi desiderano. «Il paese vuole cambiamento, ma non è certo di volere Obama» ha scritto recentemente il commentatore Patrick Buchanan in un editoriale nel quale ricorda che «McCain e la Palin sono indietro nei sondaggi a causa del Dow Jones, non di Obama».
La corsa era in uno stato di sostanziale pareggio fino all'esplosione della crisi economica. Jay Cost, esperto di analisi dei sondaggi, sostiene che «fino a quando le prime pagine dei giornali saranno occupate da storie sulla crisi, la posizione di McCain nei sondaggi sarà debole». Se ciò, da un lato, rende del tutto inutile qualsiasi strategia per il senatore dell'Arizona, dall'altro può rappresentare un motivo di speranza per i suoi sostenitori: «Se le cattive notizie spariscono e alcune buone notizie iniziano a tornare sui giornali e in televisione, la posizione di McCain dovrebbe migliorare».
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"There are absolutely no plans or discussions to interfere with the functioning of markets in the United States," White House spokesman Tony Fratto said in response to a question about the idea raised by Italian Prime Minister Silvio Berlusconi.
The Italian leader, who is set to meet U.S. President George W. Bush on Monday, later played down the idea.
Da Reuters.