Creez Dogg In Tha Houze

The never ending battle for Truth, Justice and the American Way
martedì, 30 settembre 2008

Jesus W. Bush

Questa sera, la notizia d'apertura su Corriere.it è "Bush parla, Wall Street vola". Un titolo, un capolavoro.
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categorie: usa , politics, george w bush, economy
martedì, 30 settembre 2008

I'm John McCain, I approve this message

 

Il cast del leggendario Saturday Night Live, dopo l'esilarante sketch dedicato a Sarah Palin (interpretata magnificamente dalla sua sosia Tina Fey) e Hillary Clinton due settimane or sono, si diverte a prendere in giro John McCain e alcuni suoi spot televisivi un po'...fuori dalle righe. Assolutamente da non perdere.
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categorie: usa , politics, entertainment, john mccain
martedì, 30 settembre 2008

I won't let the Sun go down on me



Con un pizzico di tristezza, questo blog si unisce a Right Nation per ricordare The New York Sun, uno dei quotidiani più spettacolari di tutti gli Stati Uniti che, con l'edizione di oggi, termina la sua esistenza. Sette anni vissuti intensamente, ricordati sul sito ufficiale, con tanto di dichiarazione dispiaciuta da parte del sindaco Bloomberg. No matter what we have to face, the sun will shine again. Although the scars will leave a trace, the sun will rise again.
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categorie: news, usa , politics
martedì, 30 settembre 2008

Endorsement

Piccola parentesi di politica interna. Questo blog è dalla parte di Giulia Innocenzi e fa apertamente il tifo per lei.
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categorie: politics, italy
martedì, 30 settembre 2008

Dibattito senza vincitori

Articolo pubblicato anche su Casa Bianca 2008

Dall'avvento dei dibattiti televisivi nelle campagne presidenziali americane, avvenuto nel 1960, i casi in cui essi abbiano avuto un impatto decisivo sull'andamento delle elezioni sono stati rarissimi. Ad eccezione del primo, storico, dibattito tra John Kennedy e Richard Nixon (nel quale lo charme del democratico, completamente a suo agio di fronte alla telecamera, ebbe la meglio sui modi impacciati del repubblicano, sudato e pallido) e dei confronti televisivi tra George W. Bush e Al Gore nel 2000 (grazie ai quali l'ex governatore del Texas riuscì ad azzerare gli 8 punti percentuali di vantaggio di cui godeva l'allora vicepresidente), nessuna corsa alla Casa Bianca è stata influenzata in maniera determinante da questi dibattiti, come ampiamente dimostrato dall'esempio del 2004, quando John Kerry fu unanimemente indicato dai media e dagli esperti come vincitore di tutti e tre gli incontri, per poi venire sconfitto il giorno delle elezioni.

Probabile che questa tendenza di relativa ininfluenza dei dibattiti venga mantenuta anche nella sfida tra Barack Obama e John McCain, in corsa per diventare i futuri inquilini del 1600 di Pennsylvania Avenue. L'esito del primo dei tre dibattiti presidenziali previsti, svoltosi venerdì 26 settembre presso l'Università del Mississippi e moderato da Jim Lehrer della PBS, sembra confermare tale tesi. Un dibattito rimasto in forse fino a poche ore prima del suo inizio, a causa dell'incertezza legata alla partecipazione di John McCain, il quale ha confermato la propria presenza solo il giorno stesso. Il senatore dell'Arizona, nei giorni precedenti, aveva infatti deciso di interrompere la propria campagna elettorale, invitando l'avversario a fare altrettanto, per concentrarsi sulla crisi finanziaria, al fine di trovare una soluzione condivisa da entrambi i partiti. Decisione difesa da alcuni repubblicani (e agevolata dal presidente Bush, che ha convocato i candidati a Washington, fatto senza precedenti) come atto di responsabilità politica e di spirito bipartisan, ma interpretata dai più come un «hail mary», schema del football americano («il passaggio dell'Ave Maria», appunto) per indicare una mossa avventata e disperata, il cui vero obiettivo era in realtà di fermare l'emorragia nei sondaggi elettorali subita dal candidato repubblicano, in caduta libera per via della crisi finanziaria.

Argomenti prefissati del dibattito: la politica estera e la sicurezza nazionale. A causa della situazione economica in cui versano gli Stati Uniti si è deciso, con un'interpretazione ampia del tema in oggetto, di inserire anche la crisi finanziaria globale tra le domande. Ciò ha procurato un comprensibile vantaggio per Barack Obama, essendo l'economia il tallone d'Achille dei repubblicani in generale e di McCain in particolare. Il democratico ha provato le proprie rinomate doti oratorie e, con grande carisma, è riuscito a catturare l'obiettivo nella prima mezz'ora di dibattito, con l'avversario impegnato a limitare i danni. Inversione di marcia per il resto del confronto, accantonato il tema dell'economia, con McCain a recitare il ruolo da protagonista su temi di politica estera quali Iran, Iraq, Pakistan e Russia. Il candidato repubblicano, alle prese con l'argomento da lui prediletto, ha approfittato dell'occasione per dimostrare tutta la sua competenza in materia, sottolineando più volte l'inesperienza e la scarsa preparazione dell'avversario, accusato - mossa dal grande impatto scenico - di non saper distinguere la differenza tra tattica e strategia. Obama ha incassato il colpo, non riuscendo a offrire risposte concrete. «Per la maggior parte del dibattito di venerdì sera, Barack Obama si è presentato come il candidato presidenziale e forte, mentre McCain sembrava vacillare. Poi è arrivato l'Iran», ha scritto l'editorialista del Chicago Tribune John Kass.

L'andamento del dibattito può fungere come chiave di lettura dell'attuale andamento della sfida presidenziale. L'economia è per i democratici quello che la sicurezza nazionale è per i repubblicani, specialmente dopo otto anni di un'amministrazione Bush caratterizzata da grandi spese, politica in netto contrasto con quanto predicato dal GOP. Difficile prevedere lo sviluppo delle campagne nel futuro prossimo. Barack Obama vorrà sfruttare quanto possibile la situazione favorevole, senza esporsi. John McCain, invece, farà quanto possibile per recuperare i punti persi nelle ultime due settimane e per distogliere l'attenzione degli americani dalla crisi finanziaria - ancora sotto la luce dei riflettori, a detta di molti, anche a causa delle simpatie della maggior parte dei media nei confronti del candidato democratico.

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giovedì, 25 settembre 2008

La grande finanza vittima delle politiche di Fed e Casa Bianca



Il modo senza precedenti con cui il governo americano, di concerto con la Federal Reserve, ha affrontato la recente crisi finanziaria, con un piano da centinaia di miliardi di dollari per salvare i fondi mutualistici più esposti, ha contribuito a riesumare antichi dibattiti relativi al sistema capitalista. Come per ogni altra crisi, i detrattori del capitalismo hanno approfittato dell’occasione per annunciarne e celebrarne la morte. Altri hanno invece puntato il dito sul libero mercato, sostenendo le ragioni del “big government” che, con le recenti azioni della Casa Bianca repubblicana, sta vivendo un ritorno di fiamma. Sul fronte liberista, invece, si è comprensibilmente gridato al sacrilegio, di fronte a uno Stato che interviene direttamente nella Mecca del capitalismo per scaricare sui propri contribuenti gli effetti della crisi. Tra i critici più feroci del piano messo in atto dal governo Usa vi è l’Ayn Rand Center for Individual Rights, centro operativo dell’Ayn Rand Institute, organizzazione non-profit dedicata alla memoria di Alissa Zinovievna Rosenbaum, meglio nota come Ayn Rand, celebre autrice dai natali russi che trovò rifugio negli Stati Uniti e che, con le sue fortunate opere (su tutte, “La fonte meravigliosa” e “La rivolta di Atlante”) cantò le virtù dell’oggettivismo, filosofia che contempla la difesa dell’individualismo, della ragione, del libero mercato e dello stato ridotto al minimo.

Per Yaron Brook, direttore esecutivo del centro, la cui missione è promuovere i diritti individuali come basi morali per la creazione di una società libera e capitalista, la risposta degli Stati Uniti alla crisi è stata “un completo disastro”, addirittura “una forma di nazional socialismo dei mercati finanziari, l’abc del socialismo”, come dichiarato in una recente intervista a Time. Tra le mosse giudicate più azzardate dai seguaci della Rand, Brook individua il salvataggio dell’American International Group da parte di banca centrale e Dipartimento del Tesoro, il che potrebbe rivelarsi problematico, per l’eventualità che il governo possa in futuro trarre profitto dalla vendita selettiva degli asset di AiG: la Fed potrebbe ricavare molti soldi dall’accordo e, secondo Brook, “si sta trasformando la Federal Reserve in un hedge fund”. A differenza dell’opinione comune (condivisa anche dal candidato repubblicano alla presidenza John McCain), che identifica gli speculatori e gli “squali” di Wall Street quali principali responsabili della crisi, il direttore del centro incolpa unicamente il governo americano, reo di aver fatto precipitare la situazione con un’eccessiva regolamentazione del mercato, di aver sottovalutato i precedenti segnali di crisi, di aver lasciato sfuggire Fannie Mae e Freddie Mac fuori controllo come agenzie quasi-governative mentre i contribuenti accumulavano montagne di debiti non garantiti a loro nome. Per Brook, i leader finanziari coinvolti nella crisi e “salvati” da Tesoro e banca centrale non sono che vittime delle politiche governative, paradossalmente assai più intrusive di quelle che avrebbe messo in atto un’eventuale Casa Bianca democratica. A coloro che difendono l’intervento diretto dell’amministrazione Bush, considerato da molti come un’azione storica dettata dalla necessità, ma soprattutto una scelta in favore della stabilità a dispetto del libero mercato, Yaron Brook risponde con un interrogativo inquietante: “Anche l’Unione Sovietica era molto stabile. Ma ciò a cosa porta?”.

2008 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 202 del 25-09-2008
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mercoledì, 24 settembre 2008

Thank you thank you thank you, you're far too kind

Un sentito grazie a tutti coloro che, negli ultimi giorni, hanno deciso di annunciare, linkare o semplicemente visitare la nuova creatura creata da me e dall'amico Simone, ovvero CasaBianca2008. Special thanks al Sindaco (mica un Ennio Caretto qualsiasi!), a Wolfie, a Spirit of America, a Falkenberg, ad Abr. E a tutti gli altri che lo faranno nei prossimi giorni, rendendo CasaBianca2008 più visto e conosciuto del sex tape di Paris Hilton (la quale, lo ricordiamo, ha ricevuto l'endorsement del sottoscritto nella corsa alla Casa Bianca).
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categorie: usa , politics, internet, paris hilton
mercoledì, 24 settembre 2008

Time to go out and buy a good book



I poco frequenti aggiornamenti a questo blog degli ultimi giorni sono dovuti alla lettura, da parte del sottoscritto, di questo libro. La Corsa Più Lunga, edizioni Lindau, dell'amico Alberto Simoni in collaborazione con John Samples. L'appassionante sfida tra Obama e McCain, raccontata da due delle voci più affidabili sull'argomento. Una lettura obbligata per chi vuole seguire al meglio il rush finale della battaglia per la Casa Bianca. I lettori di questo blog sono invitati a correre a comprarlo. Chi non volesse correre lo può ordinare qui.
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categorie: usa , politics, books, john mccain, barack obama
sabato, 20 settembre 2008

Not the right time to increase taxes

Nella giornata di giovedì, il senatore del Delaware Joe Biden, candidato democratico alla vicepresidenza, ha affermato che pagare più tasse - come previsto dal piano economico di Barack Obama - è un "gesto patriottico". In caso di elezione del ticket Obama-Biden alle elezioni del prossimo novembre, le tasse sarebbero aumentate, soprattutto per chi guadagna oltre 250 mila dollari l'anno. Incalzato dai media per tale dichiarazione, il senatore Biden si è difeso, confermando quanto già dichiarato.
Sarà un caso, ma in questi giorni sia Lynn Forester de Rothschild - proprietaria e fondatrice di una compagnia di telecomunicazioni multimilionaria nonché moglie di Sir Evelyn de Rothschild, una delle più attive nella raccolta fondi per Hillary Clinton - sia il tycoon Donald Trump - anch'egli sostenitore di Hillary alle primarie del partito democratico - hanno deciso di abbandonare il sostegno nei confronti dei democratici e di appoggiare il candidato repubblicano John McCain. "Questo non è il momento giusto per aumentare le tasse. E Obama vuole aumentarle in modo drastico" ha dichiarato Trump in un'intervista a Larry King della CNN.
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venerdì, 19 settembre 2008

Resident idiot



Josh Howard è una stella della National Basketball Association, pedina importante e insostituibile dei Dallas Mavericks, tra i maggiori responsabili della stagione da record che la squadra texana nel 2006-07 (sole 15 sconfitte), grazie a un rendimento da 18.9 punti e 6.8 rimbalzi di media per gara. 29esima scelta al draft del 2003, soprannominato "J-Ho", formidabile in difesa, è una delle ali piccole più talentuose di tutta la lega, convocato per la nazionale americana di pallacanestro (chiamata da lui rifiutata) e per l'All Star Game del 2007.

Josh Howard, aldilà di tutte le qualità cestistiche suesposte, è anche un personaggio controverso. Lo scorso 25 aprile, prima di gara 3 del primo round di playoff tra la sua squadra e i New Orleans Hornets (unica partita vinta dai Mavs nella serie, finita 4-1 per Chris Paul e compagni), ammise di fare uso di marijuana. Per giustificarsi, affermò che si trattava di una pratica assai diffusa tra i giocatori della NBA.

In questi giorni, a poco più di un mese di distanza dall'inizio della nuova stagione del campionato di pallacanestro più spettacolare del mondo, Howard è tornato a far parlare di sé. Nel partecipare a un incontro di "flag football" (per chi non sapesse di che si tratta, si consiglia di guardare qui) di beneficenza organizzato da Allen Iverson, Howard, guardato dritto verso la telecamera (probabilmente di un telefono cellulare), si è scagliato contro nientemeno che...l'inno nazionale americano: "Stanno suonando The Star Spangled Banner. Non celebro quella merda. Sono nero". Ovviamente, il video è immediatamente finito su YouTube e in breve tempo ha fatto il giro del web ed è quindi passato ai notiziari sportivi (qui il dibattito di ESPN), creando non pochi grattacapi a Howard e, conseguentemente, alla società dei Dallas Mavericks (di proprietà di un signore di nome Mark Cuban, non certo un'icona del patriottismo...), che ne ha preso le distanze quanto prima.
Da parte dei media, una reazione unanime di condanna per il gesto. Mentre Stephen A. Smith, commentatore di ESPN, sembra rimpiangere i tempi in cui Howard era considerato un giocatore timido e riservato (sottolineando che, a differenza del suo talento sul parquet, ciò che pensa e afferma ha scarso valore), Drew Sharp del Detroit Free Press è alquanto più diretto e, senza usare giri di parole, scrive: "Josh Howard è fortunato che il Bill of Rights difende la stupidità".
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categorie: sport, usa , basketball, nba
venerdì, 19 settembre 2008

Hit me with the digits

Da "Il fatto del giorno", rubrica che il bravo Giorgio Dell'Arti cura sulla Gazzetta dello Sport, oggi dedicato alla questione Alitalia:

Ma non è terribile che ci siano ventimila persone a spasso?
Il sito del Corriere della Sera ha chiesto ieri, con un sondaggio, se lo Stato deve intervenire o no. <<No, non deve intervenire>> ha risposto il 91,3 per cento. Poi ha chiesto se Alitalia deve fallire o no. <<Sì, deve fallire>> ha risposto l'82,3 per cento. I lavoratori di Alitalia e i loro rappresentanti sindacali dimenticano quanto hanno tormentato gli italiani negli ultimi vent'anni con le loro pretese e i loro scioperi, del tutto incuranti del pubblico che dovevano servire e dei cittadini che intanto li mantenevano alla grande. A un certo punto, bisognerebbe che se lo ricordassero.
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categorie: politics, italy, economy
venerdì, 19 settembre 2008

About damn time



La battaglia per la Casa Bianca, la sfida tra John McCain e Barack Obama, è - per utilizzare una definizione di proprietà dell'amico Wolfie - "la corsa più lunga". Secondo molti, tra cui ovviamente il sottoscritto, è anche la sfida la più interessante, la più emozionante, la più divertente, la più folle, la più spendacciona, la più combattuta...insomma, la più bella. Da oggi (o meglio, già da un bel pezzo, ma siamo così pigri che lo comunichiamo ufficialmente solo ora), il sottoscritto e un altro folle, che risponde al nome di Simone Bressan (titolare del bel blog Freedom Land), si sono lanciati in un progetto ambizioso.
 
L'obiettivo è coprire le elezioni americane, con un sito/portale/aggregatore che vuole diventare uno dei primi punti di riferimento delle elezioni americane. Il nome è facile da ricordare (anche perché la mia proposta di chiamare il tutto "1600 Pennsylvania Avenue" è stata brutalmente bocciata dal socio con un laconico "Ci vuole un nome italiano"): Casa Bianca 2008. Lo stesso vale per l'URL. Aggiornate i vostri bookmark, quindi: www.casabianca2008.eu
 
Da qui al 4 novembre, più patriottico del ticket McCain-Palin, più accattivante del ticket Obama-Biden, il ticket Bressan-Bosco (con l'aiuto di qualche migliaio di amici) farà del proprio meglio per seguire gli sviluppi della battaglia più appassionante (aggettivo prima non utilizzato). Gira voce che nelle sedi CNN, Drudge e RealClearPolitics siano già assai preoccupati. Il nostro surge è appena iniziato. E siamo anche più belli di un maiale con il rossetto. Casa Bianca 2008. See you at the debates, bitches.
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categorie: usa , politics, john mccain, barack obama, joe biden, sarah palin
venerdì, 19 settembre 2008

Paying the Bills

Pagine della Liguria de L'Opinione. "Posti di lavoro per sconfiggere la criminalità", intervista di Paolo Della Sala a Paolo Bertuccio, segretario regionale PRI. "Criminalità e degrado urbano", mio pezzo sulla questione sicurezza ad Albenga (SV), che fa il paio con "Gazebo di protesta di Forza Italia". Infine, le brevi dalla Regione. Buona lettura.
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categorie: politics, liguria, italy
venerdì, 19 settembre 2008

Coming back from the dead

Risurrezioni. Il partito repubblicano non è più odiato come un tempo, anzi sta passando il suo miglior periodo di forma degli ultimi tre anni. Barack Obama fa riunire i Grateful Dead -- o meglio, quel che ne rimane.
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categorie: music, usa , politics, entertainment, barack obama
venerdì, 19 settembre 2008

Dead heat

In riferimento all'articolo riportato qui sotto, in particolare alla frase "e i numeri lo danno ancora in salita", si segnala questo editoriale di Michael Barone come riferimento. Questa notizia è invece successiva alla pubblicazione del mio pezzo. La situazione, comunque, rimane di sostanziale pareggio.
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categorie: usa , politics, john mccain, barack obama
venerdì, 19 settembre 2008

La crisi finanziaria irrompe nella corsa alla Casa Bianca


La grave crisi finanziaria che ha travolto le borse americane, con ovvii contraccolpi sul mercato mondiale, irrompe brutalmente nella corsa alla Casa Bianca. L'economia, tema spesso trattato con superficialità e con vaghe argomentazioni da parte di entrambi i candidati - ma mai trascurato dagli elettori, già preoccupati dal crollo dei mutui subprime - si trasforma obbligatoriamente nella questione principe della campagna elettorale. Gli americani, spaventati dalla crisi e dalle ripercussioni che essa potrà avere sulle loro vite quotidiane, chiedono, anzi pretendono, risposte concrete.

Da sempre si dice che gli americani votino i Repubblicani quando hanno paura, i Democratici quando pensano al portafoglio. Sebbene questa situazione, almeno a livello teorico, rappresenti un possibile vantaggio per i Democratici, sia Barack Obama che John McCain non nascondono, sin dall'inizio delle rispettive campagne, una certa ritrosia a trattare la materia dell'economia in maniera dettagliata. Ciò può essere dettato dall'impostazione esageratamente mediatica della corsa alla presidenza, con reporter pronti a correre in Alaska a cercare scheletri negli armadi di Sarah Palin, lanci di agenzia sulle battute di Obama sui maiali con il rossetto, dichiarazioni ad effetto e colpi bassi da parte di entrambi gli schieramenti, con conseguente scomparsa dei programmi elettorali, sempre più spesso citati di sfuggita - particolare di cui si sono lamentati numerosi osservatori e politologi, delusi dall'eccessiva importanza di immagine e stile, elementi chiave nella sfida mediatica, a scapito di contenuti e politica vera.

Un'altra motivazione per spiegare il riserbo di Obama e McCain nell'affrontare la questione economica è dovuta al semplice fatto che nessuno dei due, al momento, è in grado di presentare soluzioni concrete all'attuale crisi. Mentre il presidente George W. Bush fa quanto in suo potere per tentare di salvare il salvabile, con interventi diretti governativi in soccorso delle banche, entrambi i candidati alla sua successione, anche a causa di una certa cautela elettorale, si sono raramente allontanati dai programmi economici standard dei rispettivi partiti. Il democratico Barack Obama, a tratti - per copione - fortemente critico circa accordi quale il NAFTA (North American Free Trade Agreement), considerato dall'ala liberal dei democratici come la causa prima di ogni male dell'economia nordamericana, si è contraddistinto per i numerosi richiami al protezionismo, in risposta alle politiche economiche di stampo liberista propugnate (ma raramente del tutto attuate) dai Repubblicani. Come facilmente intuibile, il senatore dell'Illinois accusa la Casa Bianca, George W. Bush, il GOP di essere responsabili per l'attuale crisi finanziaria e, come soluzione, propone un drastico cambio di rotta. Secondo un editoriale del Wall Street Journal, egli recita il ruolo dell'«uomo del cambiamento»: per risolvere la crisi, basta sostituire chi ha tenuto il timone dell'economia negli ultimi otto anni.

Il repubblicano John McCain non è, per sua stessa ammissione, un esperto di economia, tema che rappresenta un suo punto debole tanto quanto la politica estera lo è per Obama - sebbene, paradossalmente, i più recenti sondaggi segnalino che gli americani riterrebbero McCain più affidabile di Obama sull'economia. I capisaldi del suo programma economico si richiamano al liberismo e alla tradizione del partito: small government, tagli alle tasse, libero mercato. Apparentemente, un'offerta non molto dissimile da quella di George W. Bush, percepito - spesso a torto - da molti americani come principale responsabile dell'attuale crisi a causa delle sue scelte economiche. Compito di McCain sarà, per questo motivo, tentare di distaccarsi quanto più possibile da Bush, puntando anche su quell'ampia porzione di conservatori fiscali assai delusi dalle spese esagerate dell'amministrazione negli ultimi otto anni, in netto contrasto con quanto promesso nel 2000 e nel 2004. Allo stesso tempo, McCain è obbligato a distogliere l'attenzione degli accusatori dal Partito Repubblicano, considerato corresponsabile della crisi: non a caso, il candidato ha recentemente puntato il dito, con insolita violenza, verso Wall Street e il mondo finanziario quali veri responsabili del crollo delle borse, semplificazione che è servita come diversivo. Secondo il succitato editoriale del WSJ, McCain starebbe recitando il ruolo di Teddy Roosevelt, «uomo della gente», contrario all'uso del denaro dei contribuenti per salvare gli avidi titani finanziari e desideroso di «ripulire» Wall Street.

Come già accaduto con la guerra in Ossezia, McCain riesce a sfruttare una crisi improvvisa per mostrare un profilo presidenziale. Come già accaduto con l'uragano Gustav, il senatore dell'Arizona riesce a ribaltare una situazione di difficoltà (l'uragano fece saltare il primo giorno di convention, l'economia è storicamente un'arma dei Democratici, specialmente con un repubblicano alla Casa Bianca) a proprio vantaggio. E i numeri lo danno ancora in salita.

2008 - © Ragionpolitica.it

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mercoledì, 17 settembre 2008

E anche Michael Moore finisce sulla graticola


Esce negli Usa “An American Carol”, il film con cui David Zucker mette alla berlina il regista ultraliberal che si è specializzato negli ultimi anni negli attacchi a Bush e al proprio Paese

Il regista americano David Zucker, responsabile di successi quali “L’aereo più pazzo del mondo” e dei primi due episodi di “Una pallottola spuntata”, veri e propri classici della comicità, è universalmente considerato uno dei maestri indiscussi della parodia e del cinema a sfondo satirico. Nonostante un passato dalle simpatie liberal, Zucker è altresì noto per essere uno dei pochi - anzi, pochissimi - esponenti dell’universo cinematografico a stelle e strisce non schierato dalla parte dei democratici. In occasione delle elezioni presidenziali del 2004, mentre Hollywood, storica roccaforte liberal, era unita come un sol uomo in sostegno del candidato democratico John Kerry, il cineasta fu tra i più duri critici dello sfidante, poi sconfitto, del presidente George W. Bush. Poco più tardi, nel 2006, fu anche regista di alcuni divertenti spot politici apparsi su YouTube, nei quali i democratici venivano attaccati e ridicolizzati per la loro politica fiscale, per l’appeasement nei confronti della Corea del Nord (tuttora indimenticabile la presa in giro dell’ex segretario di Stato Madeleine Albright, che si presentava alla corte del dittatore Kim Jong Il con in dono…un pallone da basket autografato da Michael Jordan) e per il celeberrimo rapporto della Commissione Baker sull’Iraq, presentato come una riedizione degli errori commessi a Monaco nel 1938 nei confronti di Hitler. Zucker si è quindi costruito un’immagine di voce fuori dal coro, cineasta controcorrente che osa pensarla diversamente dal pensiero unico liberal e che si distanzia regolarmente dalla élite radical chic di Hollywood, rappresentata in prima linea da artisti quali Sean Penn, Tim Robbins, George Clooney, giusto per citarne alcuni. E sarà proprio uno degli esponenti di punta della sinistra cinematografica americana, forse il suo rappresentante più scomodo e imbarazzante a causa dei suoi toni spesso esagerati, a essere preso di mira dal prossimo lavoro di Zucker.

Il 3 ottobre, circa un mese prima il giorno in cui gli americani eleggeranno il loro nuovo presidente, uscirà nelle sale di tutti gli Stati Uniti “An American Carol”, film satirico e irriverente dedicato a nientemeno che Michael Moore, regista iconoclasta e iper-liberal, noto per i suoi ripetuti attacchi a George Bush e a tutto quanto – a suo avviso – non funzioni in America, icona della gauche su entrambe le sponde dell’Atlantico per i suoi film d’accusa. Il lungometraggio, una riedizione del classico romanzo “Canto di Natale” di Charles Dickens, narrerà la storia di un regista attivista politico dal piglio antiamericano di nome Michael Malone (interpretato da Kevin Farley, fratello del defunto Chris Farley, star del “Saturday Night Live”), il quale ha la bizzarra idea di lanciare una campagna contro le celebrazioni del 4 di luglio, Festa dell’Indipendenza americana, poiché del tutto scontento del suo Paese, del suo passato e del suo presente: “Amo l’America” dichiara il protagonista in una scena del film “è per questo che ha bisogno di essere distrutta”. Come nell’originale capolavoro dickensiano, Malone, come un novello Ebeneezer Scrooge, riceverà la visita di tre spiriti, tre figure chiave della storia americana - il presidente George Washington (interpretato dal premio Oscar Jon Voight, padre di Angelina Jolie e già sostenitore di Rudolph Giuliani), il generale George S. Patton (con le fattezze del comico Kelsey Grammer, protagonista della pluripremiata sitcom Frasier, iscritto al partito repubblicano, supporter di John McCain), e il presidente John Fitzgerald Kennedy (il semisconosciuto Chriss Anglin) – al fine di effettuargli un’iniezione di patriottismo e di mostrargli “il vero significato dell’America”, per citare la trama ufficiale.

Ad arricchire il cast, anche le apparizioni dei veterani James Woods (repubblicano, elettore di George W. Bush) e Dennis Hopper, l’immancabile Leslie Nielsen e, nei panni di sé stesso, anche il celebre conduttore di FOX News Bill O’Reilly. Non mancheranno, oltre alle frecciate verso Moore e al suo modo di fare cinema (in una scena, viene mostrato nel “paradiso tropicale di Cuba”, di fronte a un fantomatico “Che Guevara Hospital”, evidente riferimento al suo “Sicko”), anche spunti satirici in classico stile-Zucker, che in alcune scene del film si fa beffe persino dei terroristi e degli estremisti islamici. Il film promette di far arrabbiare tutti quanti, nessuno escluso, dai Repubblicani ai Democratici, dai cristiani ai musulmani. Alquanto improbabile, come già accaduto con i prodotti di Michael Moore, che un lavoro cinematografico possa avere un effettivo impatto sulle decisioni degli americani in vista delle elezioni di novembre. Più probabili, anzi assicurate, come dimostrato dalle precedenti opere di Zucker, saranno invece le risate.

2008 - © L'Opinione delle Libertà
Edizione 195 del 17-09-2008
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mercoledì, 17 settembre 2008

The forgotten issue


In occasione dell’11 settembre, i due candidati alla presidenza hanno deciso di interrompere la campagna elettorale. Una pausa di un giorno, o meglio un “cessate il fuoco”, come definito da TIME, per commemorare le vittime del più grave attentato mai subito dagli Stati Uniti nella loro storia. Un momento di unità nazionale dovuto e assai significativo, che tuttavia coincide con l’inasprirsi della battaglia per la Casa Bianca, diventata incandescente negli ultimi giorni a causa di feroci polemiche tra i due schieramenti, talvolta strumentali e pretestuose, che hanno fatto sollevare a molti osservatori seri dubbi sulla effettiva presenza di questioni rilevanti per la salute degli Stati Uniti all’interno dell’attuale dibattito politico, data la scarsa attenzione dedicata ai programmi dei due contendenti.

Sul fronte democratico si è assistito a un assalto all’arma bianca nei confronti di Sarah Palin, vice di McCain, diventata il bersaglio principale degli attacchi della stampa liberal, dei sostenitori del senatore dell’Illinois e, paradossalmente, di Obama stesso. Quest’ultimo, particolare alquanto anomalo e senza precedenti, dato che il candidato alla presidenza dovrebbe concentrarsi sul suo diretto avversario, non sul suo vice -- segnale che Sarah Palin sia “entrata nella testa di Obama”, come scritto dallo stratega Karl Rove sul Wall Street Journal. Sul fronte repubblicano, invece, le critiche al candidato democratico sono scaturite da una sua proposta legata all’educazione sessuale (secondo i suoi accusatori, sarebbe sua intenzione introdurre tale materia anche negli asili) e alla sua ormai celeberrima dichiarazione sui maiali e sul rossetto, scivolone di Obama pretestuosamente e abilmente interpretato dai sostenitori di McCain come una offesa diretta alla Palin.

Il settimo anniversario della tragedia dell’11 settembre è servito anche a far riemergere la questione del terrorismo, che svolse un ruolo da protagonista alle elezioni presidenziali del 2004 e che, paradossalmente, risulta quasi del tutto assente nell’attuale campagna elettorale. Il terrorismo, come scritto dal Washington Post, è il vero e proprio “argomento dimenticato” di questa corsa alla Casa Bianca. Nel 2002 e nel 2004, un quarto di americani considerava il terrorismo e la sicurezza nazionale la preoccupazione principale degli Stati Uniti. Nel 2006, la percentuale si è abbassata al 16%, mentre oggi solo il 4% degli intervistati ritiene prioritarie tali questioni.

È prevedibile che la triste ricorrenza obblighi gli elettori a porsi degli interrogativi su quale sia il candidato più preparato ad affrontare la minaccia del terrorismo globale. Secondo un sondaggio condotto da Washington Post/ABC News, John McCain ha un vantaggio di 20 punti percentuali su Barack Obama nella percezione pubblica su quale candidato sia migliore per la lotta al terrorismo, uno distacco simile a quello tra Bush e Kerry nel 2004, poi ridottosi a 9 punti nel giorno delle elezioni. A dispetto delle semplificazioni di parte e delle differenze imposte dai rispettivi staff, i due candidati presentano alcune idee comuni in materia di sicurezza nazionale: per esempio, entrambi sono a favore dello smantellamento del carcere di Guantanamo ed entrambi hanno votato a favore del programma di intercettazioni voluto dal presidente Bush.

Alquanto differente, invece, l’approccio nei confronti del terrorismo internazionale. John McCain si presenta come un “falco”, pronto a rincorrere Osama Bin Laden “fino alle porte dell’Inferno”, è per una strategia aggressiva, considera l’Iraq un campo di battaglia cruciale nella lotta al terrorismo al pari dell’Afghanistan e non ha timore di utilizzare la forza in maniera preventiva. Barack Obama, invece, fa molta attenzione a non utilizzare definizioni come “guerra globale al terrorismo” o “terrorismo islamico”, per ragioni di politically correctness, considera l’Afghanistan il fronte principale dove impegnare le truppe americane, è per il ritiro dall’Iraq e per un approccio generale più soft, sostenendo di voler agire sulle cause del terrorismo – che, a suo avviso, sono povertà e fattori economici – e cambiare la percezione dell’America nel mondo islamico. 

Mentre McCain vuole restare sull’offensiva, dando la caccia a tutti i nemici dell’America sparsi per il globo, ovunque ciò sia necessario, Obama preferisce puntare sulla strategia del dialogo e della cooperazione internazionale. Secondo l’esperto Amir Taheri, con un editoriale sul New York Post, quello del repubblicano è un approccio volto a evitare un nuovo attacco, colpendo i terroristi prima che possano agire. Obama, dal canto suo, nel rispetto delle misure standard - e precedenti all’11 settembre - di polizia internazionale, dovrebbe attendere di agire dopo un eventuale attacco (più volte ha citato come modello da imitare quanto effettuato dall’amministrazione Clinton, capace di assicurare alla giustizia i responsabili dell’attentato al World Trade Center del 1993). Un particolare non di poco conto, che riveste una certa importanza nella percezione degli elettori.

Quelle dei due candidati sono posizioni antitetiche, che obbligatoriamente si confrontano con la strategia attuata finora dalla Casa Bianca di George W. Bush. Barack Obama, fortemente critico del presidente e delle sue scelte, presenta una soluzione che è agli antipodi della cosiddetta "dottrina Bush", mettendo in dubbio lo stesso concetto di "guerra globale al terrore". John McCain, al contrario, nonostante qualche variazione sul tema, presenta una soluzione in sostanziale continuità con la lotta al terrorismo voluta e attutata da Bush dal 2001 in poi. Quest'ultima, una condotta che, negli ultimi sette anni, non ha visto un singolo attentato sul suolo americano. E che ha contribuito, indirettamente, a rendere il terrorismo "l'argomento dimenticato" dagli elettori americani.

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domenica, 14 settembre 2008

David Foster Wallace, R.I.P.

È morto David Foster Wallace, uno dei più grandi talenti letterari degli ultimi decenni. Rest In Peace.
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