
Articolo pubblicato anche su Casa Bianca 2008
Dall'avvento dei dibattiti televisivi nelle campagne presidenziali americane, avvenuto nel 1960, i casi in cui essi abbiano avuto un impatto decisivo sull'andamento delle elezioni sono stati rarissimi. Ad eccezione del primo, storico, dibattito tra John Kennedy e Richard Nixon (nel quale lo charme del democratico, completamente a suo agio di fronte alla telecamera, ebbe la meglio sui modi impacciati del repubblicano, sudato e pallido) e dei confronti televisivi tra George W. Bush e Al Gore nel 2000 (grazie ai quali l'ex governatore del Texas riuscì ad azzerare gli 8 punti percentuali di vantaggio di cui godeva l'allora vicepresidente), nessuna corsa alla Casa Bianca è stata influenzata in maniera determinante da questi dibattiti, come ampiamente dimostrato dall'esempio del 2004, quando John Kerry fu unanimemente indicato dai media e dagli esperti come vincitore di tutti e tre gli incontri, per poi venire sconfitto il giorno delle elezioni.
Probabile che questa tendenza di relativa ininfluenza dei dibattiti venga mantenuta anche nella sfida tra Barack Obama e John McCain, in corsa per diventare i futuri inquilini del 1600 di Pennsylvania Avenue. L'esito del primo dei tre dibattiti presidenziali previsti, svoltosi venerdì 26 settembre presso l'Università del Mississippi e moderato da Jim Lehrer della PBS, sembra confermare tale tesi. Un dibattito rimasto in forse fino a poche ore prima del suo inizio, a causa dell'incertezza legata alla partecipazione di John McCain, il quale ha confermato la propria presenza solo il giorno stesso. Il senatore dell'Arizona, nei giorni precedenti, aveva infatti deciso di interrompere la propria campagna elettorale, invitando l'avversario a fare altrettanto, per concentrarsi sulla crisi finanziaria, al fine di trovare una soluzione condivisa da entrambi i partiti. Decisione difesa da alcuni repubblicani (e agevolata dal presidente Bush, che ha convocato i candidati a Washington, fatto senza precedenti) come atto di responsabilità politica e di spirito bipartisan, ma interpretata dai più come un «hail mary», schema del football americano («il passaggio dell'Ave Maria», appunto) per indicare una mossa avventata e disperata, il cui vero obiettivo era in realtà di fermare l'emorragia nei sondaggi elettorali subita dal candidato repubblicano, in caduta libera per via della crisi finanziaria.
Argomenti prefissati del dibattito: la politica estera e la sicurezza nazionale. A causa della situazione economica in cui versano gli Stati Uniti si è deciso, con un'interpretazione ampia del tema in oggetto, di inserire anche la crisi finanziaria globale tra le domande. Ciò ha procurato un comprensibile vantaggio per Barack Obama, essendo l'economia il tallone d'Achille dei repubblicani in generale e di McCain in particolare. Il democratico ha provato le proprie rinomate doti oratorie e, con grande carisma, è riuscito a catturare l'obiettivo nella prima mezz'ora di dibattito, con l'avversario impegnato a limitare i danni. Inversione di marcia per il resto del confronto, accantonato il tema dell'economia, con McCain a recitare il ruolo da protagonista su temi di politica estera quali Iran, Iraq, Pakistan e Russia. Il candidato repubblicano, alle prese con l'argomento da lui prediletto, ha approfittato dell'occasione per dimostrare tutta la sua competenza in materia, sottolineando più volte l'inesperienza e la scarsa preparazione dell'avversario, accusato - mossa dal grande impatto scenico - di non saper distinguere la differenza tra tattica e strategia. Obama ha incassato il colpo, non riuscendo a offrire risposte concrete. «Per la maggior parte del dibattito di venerdì sera, Barack Obama si è presentato come il candidato presidenziale e forte, mentre McCain sembrava vacillare. Poi è arrivato l'Iran», ha scritto l'editorialista del Chicago Tribune John Kass.
L'andamento del dibattito può fungere come chiave di lettura dell'attuale andamento della sfida presidenziale. L'economia è per i democratici quello che la sicurezza nazionale è per i repubblicani, specialmente dopo otto anni di un'amministrazione Bush caratterizzata da grandi spese, politica in netto contrasto con quanto predicato dal GOP. Difficile prevedere lo sviluppo delle campagne nel futuro prossimo. Barack Obama vorrà sfruttare quanto possibile la situazione favorevole, senza esporsi. John McCain, invece, farà quanto possibile per recuperare i punti persi nelle ultime due settimane e per distogliere l'attenzione degli americani dalla crisi finanziaria - ancora sotto la luce dei riflettori, a detta di molti, anche a causa delle simpatie della maggior parte dei media nei confronti del candidato democratico.
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Pagine della Liguria de L'Opinione. "Posti di lavoro per sconfiggere la criminalità", intervista di Paolo Della Sala a Paolo Bertuccio, segretario regionale PRI. "Criminalità e degrado urbano", mio pezzo sulla questione sicurezza ad Albenga (SV), che fa il paio con "Gazebo di protesta di Forza Italia". Infine, le brevi dalla Regione. Buona lettura. 
La grave crisi finanziaria che ha travolto le borse americane, con ovvii contraccolpi sul mercato mondiale, irrompe brutalmente nella corsa alla Casa Bianca. L'economia, tema spesso trattato con superficialità e con vaghe argomentazioni da parte di entrambi i candidati - ma mai trascurato dagli elettori, già preoccupati dal crollo dei mutui subprime - si trasforma obbligatoriamente nella questione principe della campagna elettorale. Gli americani, spaventati dalla crisi e dalle ripercussioni che essa potrà avere sulle loro vite quotidiane, chiedono, anzi pretendono, risposte concrete.
Da sempre si dice che gli americani votino i Repubblicani quando hanno paura, i Democratici quando pensano al portafoglio. Sebbene questa situazione, almeno a livello teorico, rappresenti un possibile vantaggio per i Democratici, sia Barack Obama che John McCain non nascondono, sin dall'inizio delle rispettive campagne, una certa ritrosia a trattare la materia dell'economia in maniera dettagliata. Ciò può essere dettato dall'impostazione esageratamente mediatica della corsa alla presidenza, con reporter pronti a correre in Alaska a cercare scheletri negli armadi di Sarah Palin, lanci di agenzia sulle battute di Obama sui maiali con il rossetto, dichiarazioni ad effetto e colpi bassi da parte di entrambi gli schieramenti, con conseguente scomparsa dei programmi elettorali, sempre più spesso citati di sfuggita - particolare di cui si sono lamentati numerosi osservatori e politologi, delusi dall'eccessiva importanza di immagine e stile, elementi chiave nella sfida mediatica, a scapito di contenuti e politica vera.
Un'altra motivazione per spiegare il riserbo di Obama e McCain nell'affrontare la questione economica è dovuta al semplice fatto che nessuno dei due, al momento, è in grado di presentare soluzioni concrete all'attuale crisi. Mentre il presidente George W. Bush fa quanto in suo potere per tentare di salvare il salvabile, con interventi diretti governativi in soccorso delle banche, entrambi i candidati alla sua successione, anche a causa di una certa cautela elettorale, si sono raramente allontanati dai programmi economici standard dei rispettivi partiti. Il democratico Barack Obama, a tratti - per copione - fortemente critico circa accordi quale il NAFTA (North American Free Trade Agreement), considerato dall'ala liberal dei democratici come la causa prima di ogni male dell'economia nordamericana, si è contraddistinto per i numerosi richiami al protezionismo, in risposta alle politiche economiche di stampo liberista propugnate (ma raramente del tutto attuate) dai Repubblicani. Come facilmente intuibile, il senatore dell'Illinois accusa la Casa Bianca, George W. Bush, il GOP di essere responsabili per l'attuale crisi finanziaria e, come soluzione, propone un drastico cambio di rotta. Secondo un editoriale del Wall Street Journal, egli recita il ruolo dell'«uomo del cambiamento»: per risolvere la crisi, basta sostituire chi ha tenuto il timone dell'economia negli ultimi otto anni.
Il repubblicano John McCain non è, per sua stessa ammissione, un esperto di economia, tema che rappresenta un suo punto debole tanto quanto la politica estera lo è per Obama - sebbene, paradossalmente, i più recenti sondaggi segnalino che gli americani riterrebbero McCain più affidabile di Obama sull'economia. I capisaldi del suo programma economico si richiamano al liberismo e alla tradizione del partito: small government, tagli alle tasse, libero mercato. Apparentemente, un'offerta non molto dissimile da quella di George W. Bush, percepito - spesso a torto - da molti americani come principale responsabile dell'attuale crisi a causa delle sue scelte economiche. Compito di McCain sarà, per questo motivo, tentare di distaccarsi quanto più possibile da Bush, puntando anche su quell'ampia porzione di conservatori fiscali assai delusi dalle spese esagerate dell'amministrazione negli ultimi otto anni, in netto contrasto con quanto promesso nel 2000 e nel 2004. Allo stesso tempo, McCain è obbligato a distogliere l'attenzione degli accusatori dal Partito Repubblicano, considerato corresponsabile della crisi: non a caso, il candidato ha recentemente puntato il dito, con insolita violenza, verso Wall Street e il mondo finanziario quali veri responsabili del crollo delle borse, semplificazione che è servita come diversivo. Secondo il succitato editoriale del WSJ, McCain starebbe recitando il ruolo di Teddy Roosevelt, «uomo della gente», contrario all'uso del denaro dei contribuenti per salvare gli avidi titani finanziari e desideroso di «ripulire» Wall Street.
Come già accaduto con la guerra in Ossezia, McCain riesce a sfruttare una crisi improvvisa per mostrare un profilo presidenziale. Come già accaduto con l'uragano Gustav, il senatore dell'Arizona riesce a ribaltare una situazione di difficoltà (l'uragano fece saltare il primo giorno di convention, l'economia è storicamente un'arma dei Democratici, specialmente con un repubblicano alla Casa Bianca) a proprio vantaggio. E i numeri lo danno ancora in salita.
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In occasione dell’11 settembre, i due candidati alla presidenza hanno deciso di interrompere la campagna elettorale. Una pausa di un giorno, o meglio un “cessate il fuoco”, come definito da TIME, per commemorare le vittime del più grave attentato mai subito dagli Stati Uniti nella loro storia. Un momento di unità nazionale dovuto e assai significativo, che tuttavia coincide con l’inasprirsi della battaglia per la Casa Bianca, diventata incandescente negli ultimi giorni a causa di feroci polemiche tra i due schieramenti, talvolta strumentali e pretestuose, che hanno fatto sollevare a molti osservatori seri dubbi sulla effettiva presenza di questioni rilevanti per la salute degli Stati Uniti all’interno dell’attuale dibattito politico, data la scarsa attenzione dedicata ai programmi dei due contendenti.
Sul fronte democratico si è assistito a un assalto all’arma bianca nei confronti di Sarah Palin, vice di McCain, diventata il bersaglio principale degli attacchi della stampa liberal, dei sostenitori del senatore dell’Illinois e, paradossalmente, di Obama stesso. Quest’ultimo, particolare alquanto anomalo e senza precedenti, dato che il candidato alla presidenza dovrebbe concentrarsi sul suo diretto avversario, non sul suo vice -- segnale che Sarah Palin sia “entrata nella testa di Obama”, come scritto dallo stratega Karl Rove sul Wall Street Journal. Sul fronte repubblicano, invece, le critiche al candidato democratico sono scaturite da una sua proposta legata all’educazione sessuale (secondo i suoi accusatori, sarebbe sua intenzione introdurre tale materia anche negli asili) e alla sua ormai celeberrima dichiarazione sui maiali e sul rossetto, scivolone di Obama pretestuosamente e abilmente interpretato dai sostenitori di McCain come una offesa diretta alla Palin.
Il settimo anniversario della tragedia dell’11 settembre è servito anche a far riemergere la questione del terrorismo, che svolse un ruolo da protagonista alle elezioni presidenziali del 2004 e che, paradossalmente, risulta quasi del tutto assente nell’attuale campagna elettorale. Il terrorismo, come scritto dal Washington Post, è il vero e proprio “argomento dimenticato” di questa corsa alla Casa Bianca. Nel 2002 e nel 2004, un quarto di americani considerava il terrorismo e la sicurezza nazionale la preoccupazione principale degli Stati Uniti. Nel 2006, la percentuale si è abbassata al 16%, mentre oggi solo il 4% degli intervistati ritiene prioritarie tali questioni.
È prevedibile che la triste ricorrenza obblighi gli elettori a porsi degli interrogativi su quale sia il candidato più preparato ad affrontare la minaccia del terrorismo globale. Secondo un sondaggio condotto da Washington Post/ABC News, John McCain ha un vantaggio di 20 punti percentuali su Barack Obama nella percezione pubblica su quale candidato sia migliore per la lotta al terrorismo, uno distacco simile a quello tra Bush e Kerry nel 2004, poi ridottosi a 9 punti nel giorno delle elezioni. A dispetto delle semplificazioni di parte e delle differenze imposte dai rispettivi staff, i due candidati presentano alcune idee comuni in materia di sicurezza nazionale: per esempio, entrambi sono a favore dello smantellamento del carcere di Guantanamo ed entrambi hanno votato a favore del programma di intercettazioni voluto dal presidente Bush.
Alquanto differente, invece, l’approccio nei confronti del terrorismo internazionale. John McCain si presenta come un “falco”, pronto a rincorrere Osama Bin Laden “fino alle porte dell’Inferno”, è per una strategia aggressiva, considera l’Iraq un campo di battaglia cruciale nella lotta al terrorismo al pari dell’Afghanistan e non ha timore di utilizzare la forza in maniera preventiva. Barack Obama, invece, fa molta attenzione a non utilizzare definizioni come “guerra globale al terrorismo” o “terrorismo islamico”, per ragioni di politically correctness, considera l’Afghanistan il fronte principale dove impegnare le truppe americane, è per il ritiro dall’Iraq e per un approccio generale più soft, sostenendo di voler agire sulle cause del terrorismo – che, a suo avviso, sono povertà e fattori economici – e cambiare la percezione dell’America nel mondo islamico.
Mentre McCain vuole restare sull’offensiva, dando la caccia a tutti i nemici dell’America sparsi per il globo, ovunque ciò sia necessario, Obama preferisce puntare sulla strategia del dialogo e della cooperazione internazionale. Secondo l’esperto Amir Taheri, con un editoriale sul New York Post, quello del repubblicano è un approccio volto a evitare un nuovo attacco, colpendo i terroristi prima che possano agire. Obama, dal canto suo, nel rispetto delle misure standard - e precedenti all’11 settembre - di polizia internazionale, dovrebbe attendere di agire dopo un eventuale attacco (più volte ha citato come modello da imitare quanto effettuato dall’amministrazione Clinton, capace di assicurare alla giustizia i responsabili dell’attentato al World Trade Center del 1993). Un particolare non di poco conto, che riveste una certa importanza nella percezione degli elettori.
Quelle dei due candidati sono posizioni antitetiche, che obbligatoriamente si confrontano con la strategia attuata finora dalla Casa Bianca di George W. Bush. Barack Obama, fortemente critico del presidente e delle sue scelte, presenta una soluzione che è agli antipodi della cosiddetta "dottrina Bush", mettendo in dubbio lo stesso concetto di "guerra globale al terrore". John McCain, al contrario, nonostante qualche variazione sul tema, presenta una soluzione in sostanziale continuità con la lotta al terrorismo voluta e attutata da Bush dal 2001 in poi. Quest'ultima, una condotta che, negli ultimi sette anni, non ha visto un singolo attentato sul suolo americano. E che ha contribuito, indirettamente, a rendere il terrorismo "l'argomento dimenticato" dagli elettori americani.