
A pochi giorni dalla convention democratica di Denver, che si terrà il 25-28 agosto, Obama deve fronteggiare non poche avversità. Incalzata da John McCain - la cui netta rimonta, innescata da una strategia mediatica vincente e dalle ferme posizioni su energia e crisi in Georgia, è stata coronata da un sondaggio Reuters/Zogby che lo dava addirittura in vantaggio di 5 punti - la campagna del senatore dell'Illinois sembra aver perso il passo. L'atmosfera «magica» e surreale che l'aveva contraddistinta fino a poche settimane or sono è svanita e, nonostante i membri del suo staff continuino a negare eventuali cambi di strategia, gli annunci, le dichiarazioni e gli spot si sono fatti sempre più aggressivi, segnale inequivocabile che John McCain susciti ora assai più timore rispetto a prima. Con la convention, Obama avrà l'occasione di spostare nuovamente i riflettori su di lui.
John McCain non è però l'unico ostacolo sulla strada del candidato democratico. Compito principale, e per nulla scontato, di Barack Obama, nei giorni di Denver, sarà convincere l'elettorato di Hillary Clinton a spostarsi dalla sua parte. Data per finita troppo precocemente, Hillary, a capo dell'oliata macchina da guerra nota come «Clinton machine», è in grado di influenzare la corsa in maniera determinante, giocando sul dato che il partito, di fatto, rimane tuttora diviso a metà, in seguito alle estenuanti primarie combattute senza esclusione di colpi. «La campagna di Hillary Clinton può essere finita, ma il fattore Clinton rimane parte importante dell'elezione», ha dichiarato un consulente elettorale dei democratici. Secondo un sondaggio di Wall Street Journal/NBC, solo metà di coloro che votarono per la Clinton alle primarie sostengono ora Barack Obama. Uno su cinque sostiene John McCain, il quale, nei mesi scorsi, ha argutamente lodato più volte la senatrice, non escludendo recentemente la possibilità di scegliere un vice pro-choice, corteggiando così il di lei elettorato (parte del quale promette disordini alla convention) anche attraverso gli sforzi del senatore Joe Lieberman, democratico indipendente, dalla parte di McCain, che con il suo «Citizens for McCain» tenta di convincere democratici indecisi a votare per il senatore dell'Arizona.
Dato da non trascurare, gli elettori di Hillary scontenti di Obama potrebbero rivelarsi decisivi negli Stati chiave dell'Ohio e della Pennsylvania, due grandi Stati vinti nettamente dalla Clinton alle primarie. A dispetto delle dichiarazioni formali e delle trovate hollywoodiane, non è un mistero che i rapporti tra lo staff di Obama e quello di Hillary non siano idilliaci. E c'è già chi, come l'esperto Dick Morris, sostiene che la famiglia Clinton abbia «dirottato» la convention, catalizzando tutta l'attenzione su di sé e facendola propria, incurante del fatto che il candidato sia un altro. Un'eventualità che ovviamente non farebbe altro che favorire John McCain, forte della risalita nei sondaggi (incredibile ma vero, sempre secondo Zogby, gli elettori sostengono ora che «gestirebbe meglio l'economia» di Obama - e l'economia è, per sua stessa ammissione, il tallone di achille di McCain), in previsione della convention repubblicana di inizio settembre che lo incoronerà ufficialmente.
2008 - © Ragionpolitica.it

The surge, clearly, has worked, at least for now: violence, measured in the number of attacks against Americans and Iraqis each week, has dropped by 80 percent in the country since early 2007, according to figures the general provided. Civilian deaths, which peaked at more than 100 a day in late 2006, have also plunged. Car and suicide bombings, which stoked sectarian violence, have fallen from a total of 130 in March 2007 to fewer than 40 last month. In July, fewer Americans were killed in Iraq — 13 — than in any month since the war began.
The result, now visible in the streets, is a calm unlike any the country has seen since the American invasion toppled Saddam Hussein in April 2003. The signs — Iraqi families flooding into parks at sundown, merchants throwing open long-shuttered shops — are stunning to anyone who witnessed the country’s implosion in 2005 and 2006.
Non lo scrive il National Review, ma il New York Times, tra le voci più critiche del presidente Bush, contrario al surge e alla strategia irachena e mediorientale dell'attuale amministrazione. Il miracolo del generale Petraeus in Iraq, a dispetto degli scettici, dei disfattisti, dei democratici e dei moralmente superiori di MoveOn. Un successo che però potrebbe rivelarsi vano, in caso di avventato e frettoloso ritiro dal Paese. Ridurre le truppe è un'eventualità presa in considerazione dalla stessa Casa Bianca, ma è di fondamentale importanza che l'Iraq non venga abbandonato a sé stesso. In questo senso, sarebbe interessante sapere quale è la posizione dell'Europa al riguardo.
Questo pezzo del NYT sui Dallas Cowboys è fantastico. La stessa presenza di un articolo dai connotati ironici sulla franchigia di Dallas ("America's Team"!) sulle pagine sportive del quotidiano di New York è già di per sé qualcosa di sensazionale. Il taglio sarcastico completa il quadretto, con frecciate ai problemi extrasportivi di alcuni talenti ("Tank Johnson, who has collected enough guns and ammo to start a militia"; "Pacman Jones, who was suspended for last season because of a litany of off-the-field troubles, is being counseled by the twin pillars of humility and virtue: Deion Sanders and Michael Irvin."). Si immagina la felicità dei lettori texani, che aspettano di vincere un Super Bowl da tredici anni.