<<Don't you see? All this time I thought these little crackers had turned racist, when actually they were so not racist that they didn't even make a separation of black and white to begin with. All they saw when they looked at that flag was five people>> - Chef, "
Chef Goes Nanners",
South Park episode 405.
Ancora un post sulle elezioni americane, perché questo in fondo è un blog alquanto filoamericano, ma anche perché a guardare nel proprio cortile si finisce a parlare di monnezza o di legge elettorale, il che è deprimente. Ancora una volta, su Barack Obama. Non sul candidato, sulla sua storia, la sua vita, le sue idee, le sue battaglie, la moglie, la bella famiglia and so on. Ma su quelli che lo vorrebbero come presidente degli Stati Uniti, ovvero persona più potente del mondo, esclusivamente per un solo motivo: il suo colore della pelle. Ovvero the race issue, la questione della razza, che ancora non è stata menzionata dalla maggior parte dei commentatori d'oltreoceano a causa del suo contenuto ad alto tasso esplosivo, ma che, prima o poi, salterà fuori, magari in occasione del voto in Stati come Texas o Alabama. Christopher Hitchens, come spesso accade, ha scritto un ottimo pezzo al riguardo (l'
originale su
Slate, traduzione oggi sul
Corriere) e, per completezza, si consiglia di leggere anche
questo articolo di Christian Rocca.
Insomma, coloro che sostengono - specialmente aldiqua dell'Atlantico - che sarebbe bello vedere eletto Barack Obama poiché nero (e solo per questo) sono come coloro che sostenevano che Ségolène Royal dovesse essere eletta all'Eliseo poiché donna (discorso sul genere che, ovviamente, si può estendere anche a Hillary Clinton). In una elezione, né la razza, né il genere dovrebbero rappresentare fattori. Perché, se tali non-motivazioni dovessero essere accolte, per assurdo si dovrebbero anche accogliere i loro esatti contrari, ovvero coloro che si oppongono ad Obama in quanto nero o ad Hillary in quanto donna. Il che sarebbe inaccettabile. Perché avversare un candidato a causa della sua razza è razzismo, in quanto donna è misoginia. In entrambi i casi, pregiudizi inaccettabili. E tanto più inaccettabili in quanto pregiudizi, negativi o positivi che siano.
Tanto più se si considerano, come fatto da Hitchens, i precedenti candidati, di entrambi i partiti, di razza afroamericana o di genere femminile: <<Se tanta era la voglia di un presidente (o almeno un vice) "nero", già molti anni fa si sarebbe potuto incoronare en masse Angela Davis (che fu anche, tra l'altro, la prima donna a candidarsi in una lista nazionale) - o i reverendi Jesse Jackson o Al Sharpton. Perché, dunque, nulla di tutto ciò è avvenuto? La politica, forse, ha fatto la sua parte? Si dà il caso che, appena la scorsa settimana, il Kenya - Paese d'origine del padre di Obama - sia stato sconvolto da scontri politici contrassegnati da spiacevoli derive ispirate dal tribalismo più violento e sadico. Ebbene, dinanzi agli elogi verso un candidato "nero", un keniota resterebbe perplesso quanto lo sarebbero tutti (o quasi) i miei lettori europei se invitati a votare per la "grande speranza bianca">>. Non ha alcun senso, appunto.
Per questo, chi volesse sostenere Barack Obama, lo faccia per le sue posizioni in politica interna o estera, per i suoi discorsi ispirati, per la retorica da sermone (il sottoscritto, per esempio, rimase folgorato dopo il suo
discorso alla convention democratica del 2004). Con la speranza che gli americani che si apprestano ad andare alle urne, lo votino perché ritengano che sarebbe un buon presidente. Non per la sua pigmentazione.