


Riporto una lettera pubblicata ieri dalla Gazzetta dello Sport, nella sezione "SportItalians" curata da Beppe Severgnini.
Ho letto la lettera dell'interista degli antipodi meravigliato del grigiore e della sporcizia di San Siro. Allora vi racconto un'esperienza da stadio "agli antipodi": ho assistito all'incontro di football americano tra i Washington Redskins e gli Arizona Cardinals. All'arrivo allo stadio, il FedEx Stadium c'erano 80.000 persone. Gli americani vivono la domenica del football come una gita fuori porta. Si giunge allo stadio molte ore prima del kick off, si aprono i portelloni dei truck e dopo aver scaricato chili di carne e forni da campo, si cucina e si mangia. Un'ora prima dell'inizio gli 80.000 di cui sopra sciamano nello stadio con calma e senza creare ressa. Tantissimi varchi e per ogni entrata o uscita c'è una persona che ti dice che fare. Nessuno spinge, nessuno passa attraverso quella giostra da luna park che qualcuno chiama tornello perchè i tornelli non ci sono, non ci sono barriere! Il FedEx Stadium è una meraviglia dell'architettura. Spalti semplici, coperti, box privati dove mangi e bevi, appartamenti (suite dove puoi dormirci la sera prima e svegliarti la domenica e guardare la partita seduto n poltrona in vestaglia). Televisori dappertutto, maxischermi per i replay, più di 2.000 bagni. Non c'è tifo organizzato, non ci sono tifosi della squadra avversaria, il massimo insulto è un convinto "BUUUU!". Ora mi chiedo: ci sarà una via di mezzo tra il FedEx Stadium e San Siro? - Biagio Cepollaro
Risposta: Certo, e non dovrebbe essere impossibile trovarla.
Nel caso le parole dell'ex presidente Bill Clinton (vedi post) e l'articolo di Pierluigi Battista (vedi post) non fosse abbastanza per mettere a tacere e ridicolizzare i sostenitori delle teorie del complotto relative all'11 settembre, un breve e divertente filmato tratto da un recente episodio del programma Real Time condotto da Bill Maher sulla HBO. Per chi non lo conoscesse - a scanso di equivoci e di eventuali accuse di collaborazionismo - se esiste un presentatore comico anti-Bush e anti-repubblicano (spesso imbarazzante per i democratici quanto Ann Coulter lo è per il GOP), quello è proprio Bill Maher.
Adesso però non si lascino inebriare dalla trionfale sfilata sul red carpet della Festa romana del cinema. Il brain trust Vidal-Chomsky-Chiesa-Cardini non riposi sugli allori del film «Zero» con le suadenti voci narranti di Dario Fo, Lella Costa e Moni Ovadia. Si rimetta alacremente al lavoro, quantifichi dettagliatamente, non trascuri nemmeno una cifra del colossale complotto bushista-sionista che ha insanguinato l’11 settembre 2001 scaricando vigliaccamente ogni colpa su Osama Bin Laden. Hanno dimostrato che si è trattato di un'orrenda cospirazione dell'impero americano? Non si accontentino dei risultati raggiunti, dicano quante migliaia e migliaia di sicari della Cia hanno partecipato alla macchinazione, smascherino il complotto di massa, l'unico grande complotto di massa della storia, che ha organizzato la demolizione controllata del World Trade Center, mentre miliardi di ebeti sprovveduti sono stati indotti a credere alla favola sionista, e cioè che la colpa sia tutta degli aerei islamisti che si sono piantati nelle due torri di New York. Si concentrino senza divagare sul particolare delle esplosioni messe a punto per fare cadere le torri gemelle più altri grattacieli nelle vicinanze. Dicano quante centinaia di autisti, scaricatori, ausiliari sotto contratto Cia hanno trasportato tonnellate di esplosivi con giganteschi camion per giorni e giorni consecutivi prima dell'11 settembre per buttare giù le torri senza che nemmeno un newyorchese se ne accorgesse, sfiorato dal sospetto per l'immane traffico di tir e cingolati mimetizzati. Dicano quanti sono gli addetti pagati dal Mossad per tenere fuori centinaia di migliaia di persone giorno e notte da quella zona di Manhattan tanto affollata di capitalisti yankee che scorrazzano attorno ai loschi affari di Wall Street. Dicano quanti sono i sicari che si sono travestiti da vigilantes delle decine di uffici del World Trade Center per far finta di niente di fronte allo spettacolo di chissà quanti agenti bushisti-sionisti che, fischiettando per non dare nell'occhio, hanno piazzato le cariche esplosive, sistemato gli inneschi, camuffato gli ordigni in attesa dell'ora X senza farsi scoprire dalle migliaia e migliaia di occasionali visitatori delle due torri. Dicano quanti sono i poderosi trasportatori che con forza erculea, essendo presumibilmente fuori uso ascensori e montacarichi bloccati per via dell'elettricità sionisticamente staccata durante le operazioni di trasbordo esplosivo, hanno portato sottobraccio quei pacchi pericolosissimi, torcia in bocca, sulle decine di piani dei grattacieli bushisti. Dicano quanti artificieri della Cia hanno imbottito di materiale esplosivo anche l'edificio numero 7, situato nelle adiacenze delle due torri, anch'esso preso di mira dai loschi agenti della Cia e ridotto in poltiglia attraverso la demolizione controllata eroicamente scoperta dagli infaticabili segugi del complottismo.
Un grandioso William Jefferson Clinton - nel mezzo di un discorso a Minneapolis per raccogliere fondi per la campagna elettorale della moglie - si scaglia contro un sostenitore della teoria del complotto sull'11 settembre. Il giusto trattamento per un Giulietto Chiesa americano. Bravo Bill.
<<La comunità internazionale e l’opinione pubblica mondiale, dopo la partecipata mobilitazione dei primi giorni, sono tornate ad occuparsi d’altro. Il Segretario generale dell’Onu ha “deplorato” l’uso della violenza contro i pacifici dimostranti democratici e, con l’inviato Ibrahim Gambari, è impegnato in una serie di incontri con i militari birmani e con i cinesi che non sembrano però portare a nulla. Gli unici ad agire, come al solito, sono gli americani. George W. Bush, e ancora prima di lui sua moglie Laura, hanno annunciato fin dal primo giorno della repressione una serie di iniziative, sanzioni contro il regime e sostegni ai gruppi umanitari, “per aiutare a portare un cambiamento pacifico in Birmania”>>. Dall'articolo "Le Olimpiadi zafferano" di Christian Rocca, ieri sul Foglio. Come volevasi dimostrare (vedi post), nessuno o quasi parla più di Birmania. Come volevasi dimostrare (stesso post di cui sopra), nessuno, ad eccezione degli Stati Uniti, sta facendo qualcosa di concreto per la Birmania.
<<Nicola Calipari è morto per mano di Mario Lozano. Per gli americani, il "caso" comincia e finisce qui. Si può essere d'accordo o no, ma è difficile contestare che per loro l'Iraq sia una zona di guerra e capita che in guerra si muoia per "fuoco amico". A quel posto di blocco di Bagdad, un'auto senza alcun contrassegno, non segnalata dal comando, si avvicina a velocità sostenuta o così appare a soldati spaventati e inesperti. Sparano. Uccidono. È capitato (e capita) in migliaia di occasioni agli iracheni. È capitato (e capita) finanche ai soldati americani. È una guerra. Da questo approdo, Washington non si è mossa né si muoverà di un millimetro. Può dirsi soltanto rammaricata e chiedere scusa, come ha fatto>>. Da uno dei migliori editoriali sull'affaire-Sgrena, apparso due giorni fa sulla Repubblica, intitolato "Ma ora si tolga il segreto di stato" e firmato da Giuseppe D'Avanzo. Senza urla, pregiudizi, rancori, teorie del complotto o prese di posizione aprioristiche.
Agli occhi degli appassionati di rugby, questa azione potrebbe non dire alcunché. Agli occhi degli appassionati di football, si tratta di qualcosa di davvero eccezionale. Campionato NCAA, incontro tra le rappresentative della Trinity University e del Millsaps College. I Trinity Tigers conducono un disperato ultimo drive percorrendo 44 yard con quindici (!) passaggi laterali, concludendo in bellezza, con un touchdown che permette loro di vincere la partita 28-24. Sette diversi giocatori hanno portato la palla nell'azione. Per Sports Illustrated, si tratta di un possibile candidato quale miglior finale di partita della storia. Di certo è qualcosa di incredibile.
![]()
<<Because of well-organized disaster preparedness planning at the state and regional levels and drills that are continually performed, California is considered the gold standard of emergency response. After devastating fires in 2003, San Diego County invested in the automated reverse 911 system, which this week urged San Diego County residents to evacuate. And Californians have something that Louisianans, in particular those in New Orleans, didn't have when they needed it most: leadership, in this case from Gov. Arnold Schwarzenegger and the San Diego mayor on down. That there have been just five fatalities in an inferno that has burned an area twice the size of New York City shows what can result from clear and coordinated leadership>>.
Dall'editoriale "Not Another Katrina" del Washington Post, che ancora una volta sottolinea quello che i giornali italiani dimenticano di far notare, in riferimento a tragedie come gli incendi in California o gli uragani in Florida: il dibattito, negli Stati Uniti, è sulla velocità e l'efficienza dei soccorsi a livello statale, e non a livello federale. Qualcosa a cui ci si potrebbe arrivare per logica, dato per scontato che almeno gli inviati dagli Stati Uniti dei maggiori quotidiani nazionali siano a conoscenza del funzionamento dello Stato federale degli Stati Uniti d'America. Per questo, prima di puntare semplicisticamente il dito contro la gestione dei soccorsi a livello nazionale (comunque non priva delle proprie responsabilità: nessuno qui osa difendere l'operato della FEMA), è prima necessario fare i conti con quelli a livello statale. Non a caso, è notizia degli ultimi giorni (vedi post di Spirit of America), in Louisiana è appena stato eletto come governatore Bobby Jindal, repubblicano e bushiano, in buona parte poiché, come ha scritto Christian Rocca, <<gli elettori della Louisiana hanno cacciato i democratici, giudicati i primi responsabili del fallimento governativo post uragano>>.



Ancora qualche parola sulla Week 6 della stagione in corso di National Football League, disputatasi domenica scorsa. Fiumi di inchiostro sono stati - giustamente - dedicati alle prove stratosferiche di Tom Brady, al suo miglior inizio di sempre, del rookie Adrian Peterson, determinante nella vittoria di Minnesota su Chicago, o del WR dei Texans Kevin Walker, l'unico a salvarsi nella sconfitta di Houston contro Jacksonville. Tuttavia, la prestazione più sensazionale non appartiene ad alcuno dei tre succitati atleti. Il giocatore che più ha fatto la differenza non è una superstar che guadagna le prime pagine dei giornali. O meglio, non la è più da qualche tempo.
Si tratta del 43enne (!) Vincent Frank Testaverde, nato il 13 novembre 1963, prima scelta assoluta nel 1987 (giusto per fare un esempio, all'epoca Vince Young, QB dei Titans, aveva 4 anni di età). Dopo una ventennale e più che rispettabile carriera nella lega, nella quale ha vestito le maglie di Tampa Bay, Cleveland, Baltimore, NY Jets, Dallas e infine New England lo scorso anno (come terzo QB), Vinny si stava ormai rassegnando - per la terza volta, dato che la data del suo "ritiro" risale al 2004 - alla vita da ex atleta, tornando nella sua casa di Long Island, dedicandosi ai suoi tre figli e al golf nel tempo libero. Questo, fino al 7 di ottobre scorso, quando gli Arizona Cardinals, in emergenza quarterback, lo hanno contattato per offrirgli un contratto. Per Testaverde, onorato dall'offerta, un gentile rifiuto per "motivi familiari": Phoenix è troppo distante dai suoi cari, specialmente ora, che si stanno trasferendo da New York a Tampa, Florida. Nemmeno il tempo di rifiutare i Cardinals, ecco arrivare la chiamata dei Carolina Panthers. Charlotte, sede dei Panthers, è sulla stessa costa in cui risiede la famiglia Testaverde: contratto firmato.
Giunto a Charlotte mercoledì, si è allenato con i nuovi compagni ed è sceso in campo, da titolare (!), la domenica stessa. Alla faccia di chi sostiene che per ambientarsi al mondo della NFL siano necessari mesi, Vinny ha portato alla vittoria Carolina, che ha superato 25-10 proprio gli Arizona Cardinals da lui rifiutati. Per lui, 20/33 al passaggio, 206 yard, 1 touchdown, nemmeno un pallone intercettato. A 43 anni e 335 giorni di età, Testaverde è il terzo più vecchio QB a partire titolare nella storia della lega. Sul NY Times, un articolo di Karen Crouse a lui interamente dedicato.