
Non contenti di averlo come principale inviato dagli Stati Uniti, al Corriere, talvolta, assegnano ad Ennio Caretto il compito di scrivere editoriali nella sezione delle "Opinioni". Oggi, l'articolo "Bush e Sarkò, le divergenze che restano" (già il titolo la dice lunga: mentre
nel resto del mondo viene messa in evidenza la nuova alleanza francoamericana, sul Corriere si sottolineano "le divergenze") esordisce così: <<Cinque anni fa, infuriata dall'opposizione di Chirac all'invasione dell'Iraq, la Casa Bianca ribattezzò
freedom fries, patatine fritte della libertà, le
french fries, patatine fritte alla francese, uno dei piatti preferiti dall'America>>. Si inizia con un grossolano errore. La decisione di cambiare il nome alle patatine non fu del presidente, né di alcun componente dell'amministrazione. La Casa Bianca, in questo caso, proprio non c'entra. Si trattò di una dichiarazione dei deputati Robert W. Ney e Walter B. Jones, Jr. (entrambi repubblicani, rispettivamente dell'Ohio e della Carolina del Nord), i quali ordinarono di cambiare il nome delle
french fries e del
french toast nei menu dei ristoranti e degli snack bar della sola Camera dei Rappresentanti. Non fu necessario un voto del Congresso, in quanto Ney era a capo della Commissione per l'Amministrazione della Camera, quindi diretto responsabile anche dei ristoranti della House. Una decisione limitata, quindi, probabilmente ridicola, che si può condividere oppure no (lo stesso Ney, nel 2005, ha rinnegato la scelta, cambiando idea anche sulla guerra in Iraq). Ma nella quale non ha avuto alcun ruolo la Casa Bianca, a dispetto di quanto scritto da Ennio Caretto.
Il quale, per non smentirsi, prima della fine dell'articolo (nel quale si ripetono i soliti luoghi comuni su Bush e sulla politica americana ormai consueti alla stampa italiana -- sulla visita di Sarko a Dubya, si consiglia invece
l'editoriale del New York Daily News), delizia i lettori con un'altra delle sue chicche: <<Ha osservato l'
Economist che i leader conservatori europei sono più in sintonia con i democratici Usa che con i neocon, di cui Bush è l'esponente>>. Capito? Non esistono più democratici e repubblicani, ma democratici e neocon. Di questi ultimi, Bush è l'esponente. Non
un esponente, ma
l'esponente. Inutile ricordare, per l'ennesima volta, che George W. Bush
non è un neoconservatore. Inutile indignarsi, per l'ennesima volta, di inesattezze inaccettabili pubblicate da quello che dovrebbe essere il quotidiano più autorevole d'Italia, ovvero la fonte primaria di notizie per milioni di lettori. Inutile stupirsi, per l'ennesima volta, se la percezione di quanto arriva da oltreoceano, in Italia, sia del tutto distorta ed approssimativa.