
JaMarcus Russell, quarterback, nato a Mobile (Alabama) il 9 agosto del 1985, 1.98 m di altezza per 116 kg, proveniente dalla Lousiana State University, è la prima scelta assoluta del NFL Draft 2007, tenutosi presso il Radio City Music Hall di New York City il 28-29 aprile. La squadra che lo ha selezionato sono gli Oakland Raiders, detentori del peggior record della Lega nella scorsa stagione, in drammatico bisogno di un buon QB. La scelta non poteva che cadere su Russell, MVP dell'ultima edizione dello Sugar Bowl, già pronto per debuttare ad alti livelli (sotto questo punto di vista, assai più affidabile di Brady Quinn, altro QB di spicco nel draft).

JaMarcus può migliorare notevolmente il disastroso gioco d'attacco dei Raiders, ma chi già si immaginava una sua eventuale intesa con il wide receiver Randy Moss è rimasto deluso, dato che quest'ultimo è stato ceduto (in cambio di una scelta futura) ai New England Patriots, i quali si confermano una delle più serie pretendenti al prossimo titolo. Aldilà della prima scelta assoluta, il miglior giocatore del Draft (o comunque quello che avrà il maggiore impatto fin dal primo incontro) è Calvin Johnson, WR di Georgia Tech scelto con il numero 2 assoluto dai Detroit Lions.

La squadra che invece esce maggiormente rinforzata sono i Cleveland Browns che, con due scelte al primo giro (Joe Thomas, OT, da Wisconsin ed il "furto" Brady Quinn, QB di Notre Dame, scivolato a sopresa al numero 22 generale) ed una al secondo (l'ottimo CB Eric Wright, da Nevada-Las Vegas), si arricchisce di tre giocatori di grande talento.
Se c'è da scegliere tra i militari e gli estremisti islamici, l'Europa non esita nemmeno un secondo, schierandosi immediatamente dalla parte dei secondi. Certo, i primi non sono esattamente la massima rappresentazione della democrazia, ed una Turchia sotto la loro guida non sarebbe equiparabile alla Svizzera. Ma l'impressione è che, nel caso gli islamisti dovessero avere la meglio, i problemi che sorgerebbero sarebbero di gran lunga peggiori. Si tratta di scegliere, ancora una volta, lo stramaledetto male minore. Che, in questo caso, è rappresentato dai militari turchi che, piaccia o meno, da decenni mantengono vivi (o quantomeno presenti) i brandelli di democrazia e di laicità del Paese. L'Europa, al solito, preferisce optare per il male maggiore. Da non perdere quanto scritto da Carlo Panella al riguardo.

<<Il presidente neocon della Banca Mondiale è innocente. Ma i nostri governi, sbagliando, sposano la tesi colpevolista. E le conseguenze possono essere serie. [...] La mia impressione, invece, è che la vicenda sia ben diversa e che l'accusa sia gonfiata ad arte. Se esaminiamo le carte scopriamo che la signora in questione - già dipendente della Banca - è stata pregata da Wolfowitz stesso, appena nominato, di lasciare la Banca e di trasferirsi ad un altro incarico presso la burocrazia USA. E questo per prevenire ogni accusa di favoritismo e di pettegolezzo a riguardo. Kevin Kellmes, sul New Yorker, la Bibbia dei liberal nord americani, ha spiegato chiaramente come questo accordo sia stato stipulato con l'intero consiglio di amministrazione.
Tutto alla luce del sole, dunque. E tutto disposto per evitare di incorrere nella violazione del codice etico che regola i comportamenti di tutto lo staff dell'istituto. Ciononostante, il martellamento dei media continua e il nostro uomo è considerato colpevole. Anche i suoi più diretti collaboratori, che avevano condiviso quella soluzione, lo abbandonano via via. Solo i rappresentanti canadesi, nordamericani e di alcuni stati africani sostengono ancora l'innocenza del presidente e la sua buona fede>>.
Giulio Sapelli, sul Corriere Economia di oggi, ripete quanto già spiegato da Christopher Hitchens (oltre che da un editoriale del LA Times e da uno del WSJ): Wolfowitz non è colpevole di alcunché. Paradossalmente, il suo più grande errore può essere quello di aver voluto agire sempre nel rispetto delle regole, pagandone ora le conseguenze. Un non-scandalo, uno squallido attacco ad personam, accuse pretestuose sostenute anche (e soprattutto) dall'Europa, il cui obiettivo, ormai abbastanza evidente, è di sbarazzarsi dell'attuale presidente. Non a causa del suo operato, non a divergenze provocate da sue azioni, ma per il semplice motivo che Paul Wolfowitz, in quanto neocon, in quanto fortemente voluto dal presidente Bush, ovvero il vicario di Satana in terra, è persona non grata.
È notizia di oggi (vedi post di Wolfie) che il presidente della Banca Mondiale abbia annunciato di non dimettersi. Anziché restare sulla difensiva, sembra essere pronto al contrattacco. Bring it on.

Su Spirit of America, un resoconto del dibattito tenutosi ieri a Orangeburg (South Carolina) tra otto candidati presidenziali americani (Hillary Clinton, Barack Obama, John Edwards, Joe Biden, Bill Richardson, Chris Dodd, Mike Gravel, Dennis Kucinich). Da non perdere su The Fix (blog politico del Washington Post) la lista, con annesse motivazioni, dei vincitori e degli sconfitti. L'articolo del New York Times. L'analisi di David Broder sul WP.
<<Their arguments generally come down to two points: success is already beyond our reach, and setting timelines is the best way to force the Iraqis to take the difficult steps required to achieve a political settlement to this conflict. There is an inherent contradiction in these positions that war opponents must work out before acting on them, but, more importantly, neither proposition is true>>. Un editoriale del sempre ottimo Frederick Kagan, "Congress and Iraq", sul Weekly Standard, confuta le posizioni dei democratici sull'Iraq.
Max Boot, sempre sul WS, firma il servizio di copertina, "Can Petraeus Pull It Off?", sui progressi generati dall'aumento di truppe a Baghdad, Falluja, Ramadi e Baqubah, e sulle effettive chances di successo della cura del generale David Petraeus.
Lo chiamavano "Barry O'bomber", indossava il numero 23 ed era noto per il suo temibile tiro in sospensione. Non era il migliore in campo, ma era quello che più si impegnava. Nightline, notiziario quotidiano della ABC, dedica un servizio a Barack Obama ed ai suoi ricordi sportivi e scolastici dei tempi dell'high school. Con tanto di filmato esclusivo che mostrano il giovane talento in azione.
I passi di danza del presidente George W. Bush al ritmo della musica suonata dalla band senegalese West African Dance Company nel corso di un evento organizzato alla Casa Bianca in occasione del Malaria Awareness Day (25 aprile).

Questa vignetta di Giannelli, sul Corriere di oggi, descrive meglio di qualsiasi articolo il provincialismo delle reazioni del mondo politico italiano ai risultati elettorali francesi.
Mentre le Pussycat Dolls ballano indossando casacche NBA (uno spettacolo che si fa sempre apprezzare), non potevano mancare i pronostici delle serie tuttora in corso:
WESTERN CONFERENCE
Dallas Mavericks 4 - Golden State Warriors 3
Phoenix Suns 4 - LA Lakers 2
San Antonio Spurs 4 - Denver Nuggets 2
Utah Jazz 1 - Houston Rockets 4
EASTERN CONFERENCE
Detroit Pistons 4 - Orlando Magic 0
Cleveland Cavs 4 - Washington Wizards 1
Toronto Raptors 2 - New Jersey Nets 4
Miami Heat 4 - Chicago Bulls 3
Ovviamente, questo blog non è super partes, in quanto fa il tifo (piuttosto sfegatato) per gli Houston Rockets. Simpatie minori, a est, per i Miami Heat. A differenza di quanto pronosticato, da queste parti si spera vivamente in un super upset da parte di Golden State e/o Denver (sì, le altre squadre texane sono cordialmente antipatiche).

Sono iniziati i Playoffs della National Basketball Association. Sulla carta, le serie più interessanti sono di casa ad ovest, nell'infuocata Western Conference. Ciò, paradossalmente, può rappresentare un vantaggio per la squadra finalista della Eastern Conference, la quale potrebbe trovarsi ad affrontare avversari sfiancati dai turni precedenti.
Ad est, le uniche due formazioni in grado di impensierire i colossi della costa opposta sono i Detroit Pistons, dotati di una front line di tutto rispetto, arricchiti dal ritrovato Antonio McDyess e dall'aggiunta del sesto uomo di lusso ed esperienza Chris Webber, ed i campioni in carica Miami Heat che, rispetto all'anno scorso, giungono alla off season con un Dwyane Wade non al massimo della condizione fisica (tornato in campo in anticipo da un brutto infortunio), ma con l'utile Eddie Jones, arrivato a stagione in corsa dai Memphis Grizzlies. Shaq e Zo, pur sempre determinanti, hanno un anno in più sulle spalle. Da non perdere d'occhio neppure i giovani Bulls: con Ben Gordon e Luol Deng in giornata (aiutati da Wallace, Heinrich e dal sempre più sorprendente Sefolosha), possono andare lontano, anche se potrebbero pagare la mancanza di esperienza ad alti livelli. Poche chances per i New Jersey Nets (che possono comunque contare su stelle come Kidd e Carter) ed i Cleveland Cavaliers (LeBron James è ben lungi dall'esser un leader), ancora meno per i Washington Wizards di Agent Zero e gli Orlando Magic, qualificatisi per il rotto della cuffia (l'addio di Grant Hill?). Per i Raptors di Bargnani, eliminazione al primo turno quasi certa. Ma l'arrivo ai playoffs (forse non preventivato dalla stessa società) può far ben sperare per il futuro.
Ad ovest, è guerra. Ogni serie promette di essere combattuta fino alla fine, ogni partita promette minuti e secondi finali al cardiopalma. Con un record di 52 vittorie e 30 sconfitte, una franchigia come gli Houston Rockets, terza nella division e quinta nella Western Conference, se giocasse nell'altra costa sarebbe la migliore squadra di due delle tre divisioni, seconda solo ai Pistons nell'intera Eastern Conference. Ciò aiuta a comprendere la differenza di livello tecnico tra le due coste. Favoriti, come lo scorso anno, sono i Dallas Mavericks: 67 vittorie nella regular season, una cifra impressionante, che però rischia di contare poco o nulla in caso di eliminazione prematura. Dopo la delusione dell'anno passato, le Finals rappresentano per Dallas l'obiettivo minimo. Il quintetto è solido (Josh Howard è uno dei punti-chiave), e la stella tedesca Dirk Nowitzki ha di fronte a sé l'ennesima occasione per dimostrare di non essere un perdente e smentire chi (come il sottoscritto) lo ritiene uno straordinario giocatore da stagione regolare. Subito dopo i Mavs, ecco spuntare i Phoenix Suns di Mike D'Antoni, una delle squadre più divertenti della Lega. Il roster è più o meno lo stesso dello scorso anno, con l'aggiunta non trascurabile di un Amaré Stoudemire a pieno servizio che, aggiunto al miglior playmaker della Lega Steve Nash, offre alla formazione dell'Arizona un talento offensivo potenzialmente devastante. Immancabili, in terza posizione, i San Antonio Spurs. C'è sempre Duncan, c'è sempre Ginobili, c'è sempre Parker. Ma soprattutto c'è sempre Big Shot, Robert Horry, cestista più vincente e probabilmente più decisivo in attività. Sono sempre temibili, ma forse hanno fatto il loro tempo. Gli Utah Jazz, sempre allenati dall'immortale Jerry Sloan, sono una squadra giovane, ricca di talento, ma priva di una star di grande livello: Carlos Boozer fa il possibile e anche più, ma di certo non basta. Dopo di loro, i veri "dark horse" di questi playoffs, ovvero i Rockets di Yao Ming e Tracy McGrady, imprevedibili, incostanti, talvolta deludenti talvolta senza eguali. Nessuno è in grado di prevedere cosa riusciranno a fare nei playoffs. Sulla carta, possono affrontare (e battere) senza problemi qualsiasi avversario, ma dipendono troppo dai due campioni sopraccitati, i quali hanno una certa familiarità con gli infortuni. Se in buona salute, T-Mac e Yao possono portare Houston lontano. Difficile predire anche l'impatto dei Denver Nuggets: l'accoppiata Carmelo Anthony-Allen Iverson è uno spauracchio per qualsiasi difesa, e i due sembrano intendersi sempre di più. Le sorti dei Lakers dipendono da un solo uomo: Kobe Bryant. Autore di una stagione incredibile, più volte finito sopra i 50 punti, Kobe può decidere da solo l'esito di una gara, o anche di una serie. La stanchezza potrebbe prendere il sopravvento, e difficilmente si può fare strada con Kwame Brown come centro titolare. Da non sottovalutare, infine, i Golden State Warriors, di ritorno ai playoffs dopo una lunga assenza. Il quintetto, da Baron Davis alla sorpresa Monta Ellis, è temibile. Ma ancor più temibile è l'allenatore Don Nelson, folle genio della pallacanestro, capace di mettere in difficoltà anche gli avversari più accreditati.
Sul Corriere di oggi, di fianco ad una pagina dedicata al rischio siccità in Italia, con invito delle autorità a consumare meno acqua al fine di evitare black out nei mesi estivi, si trova un pezzo firmato da Fulco Pratesi, presidente del WWF Italia, intitolato "Niente docce e biancheria usata, la mia giornata anti sprechi". Se già un titolo del genere potrebbe già far preoccupare, l'esordio non è dei più promettenti: <<Di doccia giornaliera, abitudine pare molto diffusa, non se ne parla. Un solo bagno il sabato mattina consente di risparmiare molta acqua, senza pregiudicare l'olfatto dei vicini>>. Un solo bagno la settimana, quindi. Ma non finisce qui. Qualche riga più in basso, si legge: <<Un rapido esame della biancheria consente di giudicare quale capo debba essere cambiato. Le camicie, meglio se non bianche e non strette da cravatte, mi possono durare dai due ai tre giorni>>. Ok, passi per il trucco della camicia colorata per coprire eventuali macchie, ma non osiamo immaginare lo stato della suddetta il terzo giorno. Ma il meglio deve ancora venire: <<Le mutande qualcosa in più, mentre la canottiera resiste da un sabato all'altro>>. No, non è uno scherzo. Le mutande possono durare più di una camicia, ovvero più di due-tre giorni (e fortunatamente in questo caso l'autore si esime dal dare suggerimenti sul colore da utilizzare)?!? E la canottiera un'intera settimana, are you kidding me? E prosegue: <<D'inverno i calzini possono aspettare tre giorni, d'estate meno>>.
E questi sono solo alcuni dei consigli per il mattino. Per le altre fasi della giornata, non mancano chicche quali <<La sera, prima di andare a letto, il lavaggio serale: il viso, le mani, le ascelle, i piedi e le cosiddette "parti basse". Il consumo di acqua per queste abluzioni è davvero minimo>>. Giusto, tanto vale utilizzare del buon whisky. Ma d'altra parte, prosegue Pratesi, <<un individuo sano, che non mangi troppo aglio e che non sudi in maniera eccessiva, può benissimo avere una vita di relazione senza lavarsi troppo e senza usare gli orrendi deodoranti>>. Avete letto bene: senza lavarsi troppo. Sorge qualche dubbio sull'eventuale "vita di relazione" di chi eventualmente già segue le indicazioni elencate nell'articolo.
Un accenno di autocritica, tuttavia, salta fuori. È nella parte riservata al dopo-pranzo. L'autore scrive che <<Un rapido passaggio sotto il rubinetto dell'unico piatto adoperato (il metodo della "scarpetta" consente di usarlo per la pasta, il secondo, il contorno e la frutta) e l'aiuto di una spugnetta mi permettono di eliminare detersivi e ridurre al minimo l'acqua usata>>, tuttavia è costretto ad ammettere che le cose cambiano notevolmente in presenza della moglie <<che mi considera, forse a ragione, uomo di poca igiene>>. Santa donna, della quale vogliamo condividere, anche se solo moralmente, tutta la sofferenza quotidiana (specialmente nel terzo giorno di camicia, nel terzo di calzini, nel quarto di intimo, e nel settimo di canottiera, prima del bagno settimanale). Un articolo senza prezzo, che rimarrà negli annali. Con la speranza che il presidente del WWF non se la prenda troppo se, d'ora in poi, lo chiameranno "er puzzone".

Da queste parti, nessuno - o quasi - se n'é accorto (a causa dell'eccessiva attenzione dedicata all'assegnazione dei Mondiali 2012, nonché all'imperdonabile assenza di copertura televisiva della disciplina in Italia -- thanks to SKY), ma A-Rod, ovvero Alexander Emmanuel Rodriguez, terza base degli Yankees, è in uno straordinario periodo di forma. Nell'incontro disputatosi ieri allo Yankee Stadium tra New York e Cleveland Indians, Alex ha messo a segno un homerun nel corso del nono inning, regalando la vittoria (8-6) ai suoi Yankees. Dall'inizio della nuova stagione di MLB, con sole quattordici partite disputate, A-Rod ha già registrato 10 fuori campo (più 25 RBI). Per meglio comprendere l'eccezionalità di tale cifra (record nella storia del baseball), basta fare un paragone con lo scorso anno, nel quale raggiunse quota 10 home run dopo 43 gare. Un periodo eccellente per lui e per la squadra, seconda nella American League East (8 vittorie, 6 sconfitte)dietro ai rivali Boston Red Sox (9-5).