La città di Los Angeles dovrà pagare 1.1 milioni di dollari in spese legali ai familiari di Christopher Wallace, a.k.a. The Notorious B.I.G., rapper ucciso nel 1997, come "risarcimento" per i numerosi errori commessi da parte della polizia nel corso delle indagini sull'omicidio. A quasi dieci anni di distanza dall'omicidio, il caso non è ancora stato risolto.
Il giudice della Corte Suprema americana Antonin Scalia, alla domanda di un reporter sulle numerose critiche relative al suo modus operandi (Scalia è un noto iper-conservatore), ha deciso di mostrare all'America le proprie origini, con un gesto tipicamente italiano. Puntualmente piazzato in prima pagina dal Boston Herald e descritto come "hand off the chin" dai media a stelle e strisce, il gesto ha sollevato un mezzo polverone. Il grande pubblico americano, ignorandone il significato, si chiede se si tratti di qualche codice mafioso o di qualcosa da giudicare "osceno". I media sono arrivati persino a consultare il libro The Italians di Luigi Barzini, una sorta di guida sugli italiani per il popolo anglosassone. Scalia, in sua difesa, ha inviato una lettera al quotidiano, rimproverando ai suoi giornalisti di aver visto troppi episodi della serie tv The Sopranos. Sul sito della CNN, nella sezione video, è presente uno spassosissimo servizio, che vede la giornalista Jeanne Moos recarsi nel quartiere di Little Italy e nel Bronx per indagare sul vero significato del gesto: tra gli intervistati, non sono mancati episodi di tipica, italianissima, omertà. Fuhgetaboutit.
Si è aperto al Senato americano il dibattito sulla riforma delle leggi sull'immigrazione. Il repubblicano Bill Frist, leader della maggioranza, si è dichiarato contrario alla riforma promossa dal collega di partito Arlen Specter (la preferita da questo blog), la quale fa suoi molti elementi della proposta firmata da John McCain e Ted Kennedy lo scorso maggio. Il LA Times risponde per le rime a Frist. Nel frattempo, il presidente George W. Bush si è recato a Cancun, Messico, per un summit sull'immigrazione. Ancora una volta, tempismo perfetto.
Una scultura dedicata a Britney Spears per la causa del movimento pro-life. L'artista Daniel Edwards ha realizzato una delle opere più orrende degli ultimi tempi. Speriamo almeno che alla Spears sia piaciuta (considerato il suo gusto in fatto di vestiti, non sarebbe una cosa così improbabile...).
Un lettore, sul Corriere di oggi, chiede a Sergio Romano come mai l'Italia viene puntualmente poco considerata da parte degli Stati Uniti. Sarà forse a causa dei pregiudizi su di essa e sugli italiani? Lo storico, nella sua risposta, gli ricorda che gli americani, per cause storiche e geografiche, hanno da sempre scarso interesse per quanto avviene nel resto del mondo, ma anche che
<< le vicende politiche dello Stato italiano non hanno contribuito, nel frattempo, a rafforzare la stima per il nostro Paese. Il fascismo, il rovesciamento delle alleanze nel 1943, la guerra civile, le turbolenze sociali del dopoguerra, l’esistenza di un grande partito comunista, la giostra dei governi (uno all’anno, più o meno), il terrorismo, la criminalità organizzata, la corruzione e gli scandali hanno trasmesso agli americani l’immagine di un Paese incomprensibile, incurabile, poco affidabile. E per di più sembra essersi affievolita, a favore di altri Paesi, la presenza dell’Italia in settori come il design e il turismo in cui avevamo una sorta di primato. Qualcuno sostiene che occorre fare una grande campagna «promozionale» per modificare l’immagine dell’Italia negli Stati Uniti. Io credo che occorra lavorare a fare dell’Italia un Paese serio. Il resto verrà da sé.>>.
Incomprensibile. Incurabile. Poco Affidabile. Cause it's like that (and that's the way it is).
Due sere fa, mentre buona parte d'Italia si preparava ad assistere ad un dibattito più o meno corretto ed educato tra Rutelli, Fassino, Casini e Fini a Porta a Porta su RaiUno, sulla sorella RaiTre, a Ballarò, andava in onda qualcosa di simile alla Royal Rumble del wrestling a stelle e strisce. Ospiti, per il centrosinistra, Emma Bonino e Fausto Bertinotti. Per il centrodestra, Silvio Berlusconi e Gianfranco Rotondi. Urla, duri attacchi, interruzioni continue, quattro, cinque persone parlanti in contemporanea, un vero piacere per ogni telespettatore. Persino Bertinotti urlava più del solito. Per non parlare di Rotondi, estratto dal freezer della DC per l'occasione: siamo sicuri che anche Berlusconi, più di una volta nel corso della puntata, abbia pensato <<Hey, ma questo è un mio alleato? Ma cosa diavolo sta dicendo?>>. Anyway, in bocca al lupo a Rotondi, pronto per vincere le elezioni del '56. Per un resoconto della serata, un bel riassunto della Stampa.
Per avere invece un resoconto di uno dei momenti televisivi migliori degli ultimi giorni, purtroppo non riproponibile da blog a causa della par condicio, la cronaca di JimMomo. Emma Bonino e Fausto Bertinotti, alleati (sì, alleati) nell'antiberlusconismo (probabilmente unico punto in comune tra loro) per la causa dell'Unione, in un momento purtroppo trascurato da telecamere e conduttore Floris (fazioso o no, who cares), si sono duramente scontrati sull'argomento Cina. Wait a minute, solo due righe fa ho scritto che erano alleati (sì, alleati). Come dimostrato più volte dalla puntata di Ballarò, non sono d'accordo su alcunché, tantomeno sulla politica estera. Nel caso qualcuno se ne fosse dimenticato, i Radicali hanno giustificato l'intervento americano in Afghanistan e, per quanto riguarda l'Iraq, dopo essersi dichiarati a favore di un esilio di Saddam Hussein, hanno sempre sposato la linea del "meglio Bush di Saddam". Per non parlare di quando la sinistra in coro invocava il ritiro delle truppe dall'Iraq, e i Radicali chiedevano invece più truppe. Come voteranno, questi due partiti, quando saranno al governo, su un qualsiasi tema di politica estera?
Questo blog annuncia con piacere la nascita di Noyz, podcast realizzato in collaborazione con Axonthenet Online (qui la sua presentazione del podcast). Un audio blog nel quale si discuterà di attualità, cinema, musica, spettacolo, arte, letteratura, videogiochi, politica e tanto altro ancora. L'argomento della prima puntata (per scaricarla, basta cliccare qui) è il film V for Vendetta. Trattasi di un esperimento, la qualità dell'audio non è paragonabile al digitale di Howard Stern (anche il primo disco dei Wu-Tang Clan sembra registrato nella camera di RZA...), ed i due conduttori non hanno (ancora) la pretesa di considerarsi gli Ebert&Roeper italiani.
È presente anche un blog ufficiale del podcast, che sarà presto aggiornato con i file audio relativi ai vari episodi. Il podcast, al momento, è disponibile su Podcast.net e, a breve, arriverà anche su iTunes e Podcastalley. Ogni commento, consiglio o suggerimento (anche critica, why not) è ovviamente il benvenuto. Bring Tha Noyz!
<<Iran has been at war with us for 27 years, and we have discussed every imaginable subject with them. We have gained nothing, because there is nothing to be gained by talking with an enemy who thinks he is winning.>>. Mentre i giornali e i politici italiani si divertono a discutere di cose inutili, come la questione dei bambini bolliti in Cina, l'Iran continua la sua corsa all'atomica. Ce lo ricorda un ottimo pezzo di Michael Ledeen sul National Review Online.
Inquietanti elementi emergono sul caso-Calipari. Secondo le rivelazioni di un iracheno arrestato, i rapitori avrebbero avvertito i soldati americani che la macchina in cui si trovavano la Sgrena e i funzionari dei servizi segreti era un'autobomba. Prima di esprimere qualsiasi commento al riguardo, questo blog attende che venga attestata la veridicità (o la falsità) di queste affermazioni.
<<Il Berlusconi di Moretti resta una facile caricatura o un cattivo da fumetto. E la parte più cospicua del film - la più viva ed efficace - quella che riguarda il mondo del cinema, e la disastrata vita familiare del produttore - non ha una vera relazione con quel personaggio; salvo applicare al film, che non lo merita, sociologismi deteriori>>. Gianfranco Cercone de Lucia, su Notizie Radicali, scrive un bell'articolo su Il Caimano di Nanni Moretti. Niente male nemmeno l'opinione di Luca Sofri su Wittgenstein.
Questa sera, sul canale americano Comedy Central, il secondo episodio della decima stagione di South Park. Dopo il divertentissimo "The Return of Chef!", nel quale non sono mancati riferimenti, più o meno velati, alle recenti polemiche relative a Scientology e Isaac Hayes (vedi qui e post precedenti), ecco arrivare "Smug Alert!". L'argomento trattato dalla nuova puntata sarà quello dell'ecologia e del riscaldamento globale. Il tema, come ricorderanno i più attenti, non è una novità per Matt Stone e Trey Parker, già autori del classico "Rainforest Schmainforest" (primo episodio della stagione 3), uno dei migliori esempi dell'antitesi del politically correct, che si concludeva con un invito agli spettatori a "boicottare la foresta pluviale" (!). Il comunicato stampa degli studios fornisce qualche anticipazione sulla trama:
A disaster of epic proportions threatens the town and Stan is to blame in an all-new episode of “South Park” titled "Smug Alert!" premiering Wednesday, March 29 at 10:00 p.m. on Comedy Central. Stan is the driving force who gets the citizens of South Park to buy hybrid cars. Just as everyone starts to feel really good about what they’re doing to help save the earth, scientists discover a stormy, dark mass accumulating over the town.
In related news, mentre il sempre ottimo Andrew Sullivan scrive uno splendido editoriale in difesa di Stone&Parker sul Sunday Times, l'edizione online del Sun pubblica una notizia che conferma, come se ce ne fosse ancora bisogno, che Tom Cruise è completamente pazzo.
L'afghano sotto processo (e a rischio pena di morte, vedi post precedente) per essersi convertito al cristianesimo, Abdul Rahman, è finalmente libero. È tuttavia preoccupante il fatto che, nei giorni scorsi, in Afghanistan ed in altri paesi limitrofi, migliaia di persone abbiano sfilato per strada per protestare contro l'esito di questo processo, urlando slogan tipici locali come "Morte all'America" e "Morte a Bush" (è sempre colpa degli Stati Uniti, come quando, per protesta contro le vignette danesi, in Pakistan incendiarono un fast food KFC, Kentucky Fried Chicken...). Se da una parte c'è da gioire perché Rahman è vivo e fuori pericolo (si spera), dall'altra c'è poco da stare allegri, specialmente se si pensa che l'Afghanistan, dalla liberazione dal regime dei Taliban nel 2002, è considerato una nazione alleata dell'Occidente e sulla strada della democrazia. Una strada in salita ed ancora molto lunga, a quanto pare.
Per quanto concerne il dibattito sorto in Italia, in seguito ad una lettera firmata dal presidente Francesco Cossiga, sulle nostre eventuali reazioni in caso di condanna a morte dell'imputato (cioè se ritirare o no le truppe dall'Afghanistan) una delle riflessioni più coerenti appare oggi sul Corriere, in una risposta di Sergio Romano ad un lettore a favore della tesi dell'ex presidente della Repubblica:
Non credo, tuttavia, che il presidente Cossiga abbia ragione e che la condanna a morte, se fosse stata eseguita, avrebbe giustificato il ritiro delle truppe. Non siamo andati in Afghanistan, caro Miano, per convertirlo alla cristianità o alla laicità, e nemmeno, in primo luogo, per costringerlo ad adottare la nostra cultura dei diritti umani e civili. Ci siamo andati perché il Paese era divenuto, dalla seconda metà degli anni Novanta, la principale base di Osama bin Laden e delle sue milizie. Dopo avere lasciato il Sudan, lo sceicco yemenita era tornato nel Paese in cui aveva combattuto contro i sovietici e dove si era installato, nel frattempo, il regime fondamentalista dei talebani. Grazie al denaro e all’affinità ideologica del suo movimento con il regime al potere, Osama aveva creato in Afghanistan alcuni campi di addestramento e reclutato una legione composta, secondo alcuni osservatori, da circa diecimila uomini. Certo, desideriamo un Afghanistan democratico, rispettoso dei diritti umani e civili, maggiormente capace di opporre così una efficace resistenza alle ondate integraliste della regione. Ma il principale obiettivo dell'operazione fu quello di strappare a Osama i vantaggi di una grande base territoriale da cui avrebbe potuto più facilmente orchestrare la sua strategia terroristica. Sappiamo che l’operazione è riuscita soltanto in parte, che Osama e il mullah Omar sono vivi, che i talebani si stanno organizzando e che godono di qualche complicità al di là della frontiera con il Pakistan. Che cosa succederebbe, caro Miano, se le forze occidentali se ne andassero? Quanto tempo passerebbe prima che l’Afghanistan divenisse nuovamente la piattaforma della strategia terroristica di Al Qaeda? La morte dell’apostata sarebbe stata per l’Occidente e per lo stesso Karzai una battaglia perduta. Il ritiro delle truppe dall’Afghanistan sarebbe una sconfitta.

Dalla parte dei latinos. Mentre al Senato degli Stati Uniti si discute sulla riforma delle leggi sull'immigrazione, nelle strade delle città americane proseguono le dimostrazioni di protesta. Ieri 40.000 studenti hanno marciato per le strade di Los Angeles per protestare contro una proposta che, se approvata, aumenterebbe le pene nei confronti degli immigrati clandestini.
Il dibattito tiene banco anche sui principali quotidiani d'oltreoceano: sul Washington Post, l'editorialista Eugene Robinson, si pronuncia in favore dell'assai più ragionevole riforma firmata da John McCain e Ted Kennedy (la preferita di questo blog, vedi post precedente). Il Miami Herald chiede un maggior impegno da parte del presidente George W. Bush, ma anche da parte del presidente messicano Vicente Fox, per arginare il fenomeno dell'attraversamento illegale del confine tra i due Paesi. Sul Los Angeles Times, un editoriale firmato dal governatore della California, Arnold Schwarzenegger, lui stesso un immigrato, nel quale spiega che una riforma delle leggi sull'immigrazione è comunque necessaria (<<We are a country of immigrants, yes. But we are also a nation of laws>>, che appare nell'articolo di Schwarzy, è anche una frase del discorso radiofonico del presidente alla nazione di sabato scorso).
Nel frattempo, sul sito web della Casa Bianca, le foto ed il resoconto di una visita di George W. Bush ad una cerimonia di naturalizzazione: tempismo perfetto.
È obiettivamente difficile sopportare quella pazzoide di Ann Coulter. L'attore liberal Sean Penn, come rivelato in un'intervista a The New Yorker, ha un modo tutto suo per esprimere il proprio dissenso.