Creez Dogg In Tha Houze

The never ending battle for Truth, Justice and the American Way
sabato, 04 luglio 2009

"Per il presidente Barack Obama adesso viene la parte più difficile" / Intervista a Julian E. Zelizer, docente di Princeton


Julian E. Zelizer è docente di Storia e Affari Pubblici presso la prestigiosa università di Princeton. Autore di numerosi saggi politici – il suo prossimo libro, “Arsenal of Democracy: The Politics of National Security – From World War II to the War on Terrorism”, uscirà in autunno - firma di spicco di CNN, The Politico e The Huffington Post, è tra le figure più autorevoli in materia di storia politica statunitense, i cui contributi sono spesso pubblicati da Newsweek, New York Times, Washington Post, Los Angeles Times, Boston Globe e The American Prospect. Nei giorni scorsi, in un suo editoriale apparso sul sito della CNN e intitolato “È finita la luna di miele di Obama?”, il professor Zelizer evidenziava alcuni lati deboli del nuovo presidente americano emersi recentemente. In un'intervista esclusiva a L'Opinione, l'autore torna sull'argomento, spiegando come queste debolezze, se non affrontate, possano trasformarsi in seri problemi politici per Obama e la sua amministrazione.

Nel suo ultimo editoriale, si legge che, anche se il presidente Obama è ancora molto popolare, “alcune delle sue vulnerabilità politiche hanno iniziato ad emergere”. Tra queste, le tensioni tra sinistra e centro del Partito Democratico, il deficit e l'economia. È l'inizio di un periodo difficile per la Casa Bianca? Cosa può fare il presidente, per evitare che tali debolezze diventino difficoltà più rilevanti per la sua amministrazione?

Le tensioni ci sono e le sfide sono significative. Il deficit è un'area dove i sondaggi hanno mostrato che le politiche di Obama sono causa di preoccupazione nel pubblico. I rapporti tesi tra sinistra e centro ci sono stati fin dall'inizio. Con il deficit, il presidente deve spiegare agli Americani in che modo lo stimolo economico potrà ravvivare la crescita economica e portare più entrate al Tesoro. Egli ha anche il compito di mostrare come la riforma della sanità pubblica potrà produrre sostanziali tagli nel budget federale, in particolare con il Medicare. Il punto chiave è che l'espansiva agenda domestica e la riduzione del deficit non devono necessariamente essere in conflitto, e lui deve sostenere questa tesi.

È sua opinione che le tensioni tra ala sinistra e centro dei Democratici si intensificheranno nel prossimo futuro. Come potrà il presidente mantenere l'equilibrio tra le due fazioni? È possibile che una delle due parti – la base liberal, in particolare – possa rappresentare una preoccupazione per l'amministrazione persino più grande della stessa opposizione repubblicana?

Per i rapporti sinistra-centro, il compito è più arduo perché vi sono numerose aree – come gli interrogatori e l'Iraq – in cui non vi è una posizione intermedia. Egli dovrà convincere la sinistra che lui è la loro migliore scommessa e convincere i moderati che dovranno permettergli di rispondere a un elettorato che sarà cruciale nel 2012. Alla seconda domanda, rispondo affermativamente. Le tensioni interne a un partito possono essere debilitanti al pari delle tensioni tra partiti. Jimmy Carter subì un colpo enorme quando il Senatore Ted Kennedy guidò la protesta dei liberal Democrats contro le politiche centriste della sua amministrazione. Le tensioni indebolirono Carter nella sua capacità di affrontare Ronald Reagan e i Repubblicani conservatori.

A dispetto dell'ascesa dei succitati lati deboli della Casa Bianca, i Repubblicani sono in grande difficoltà. Un recente sondaggio Gallup/USA Today ha rivelato che la maggior parte degli elettori non sappia chi sia la voce più autorevole del GOP, un risultato che evidenzia l'assenza di un leader di partito. Con queste premesse, un ritorno di fiamma repubblicano nel 2010 e nel 2012 è davvero possibile? Può l'opposizione rappresentare una seria minaccia per l'ambizioso programma di Obama?

Sì, possono essere una minaccia. Innanzitutto, i sondaggi sull'opinione nazionale, specialmente riguardanti i leader di partito, ci dicono poco sulla prestazione che produrrà un partito nelle elezioni midterm. Se i Repubblicani riescono a ottenere risultati notevoli in tali elezioni, potranno causare immensi problemi per Obama, il quale ha già difficoltà nel fare approvare la sua legislazione al Senato. Inoltre, il “filibuster” al Senato e il suo uso frequente significano che il presidente avrà bisogno di 60 voti per l'approvazione di ognuno dei principali disegni di legge, invece che 50. Se i Repubblicani riusciranno anche solo a ottenere qualche piccola vittoria nelle elezioni di medio termine, sarà problematico per i Democratici. Infine, eventi imprevedibili potranno erodere la solidità di Obama e far sì che il GOP ne tragga guadagno, anche senza leader naturali.

Il Presidente è stato criticato per la sua posizione nei confronti della crisi iraniana. Negli ultimi giorni, sembra aver alzato i toni, condannando le violenze, ma mantenendo un approccio cauto. Qual è la Sua opinione riguardo alla risposta del presidente? La sua retorica dovrebbe essere più forte?

No. La lezione storica con l'Iran è che gli Stati Uniti possono solo peggiorare le cose interferendo in una situazione di questo genere. Questo è un problema ricorrente nei rapporti tra gli Usa e l'Iran. Non è chiaro cosa avrebbe provocato una più dura retorica, oltre che stimolare il sentimento anti-americano e fare il gioco della leadership esistente. Meglio lasciare che sia un problema per i capi di governo iraniani, piuttosto che dare loro qualcosa da utilizzare contro l'opposizione.

Molti esperti hanno notato numerosi punti in comune tra la politica di sicurezza nazionale di Obama e quella del suo predecessore. In alcuni casi – detenzione di sospetti terroristi, bombardamenti di droni in Pakistan, diritti per gli omosessuali - sembra che Obama abbia abbracciato le scelte di George W. Bush. Questo può significare che, a dispetto della retorica del “cambiamento”, la nuova amministrazione non sia così differente dalla precedente?

Ciò è verissimo. Al momento, il dato di fatto è che il presidente Obama abbia fatto poco nell'area della sicurezza nazionale, se non mantenere e persino rinforzare le politiche dell'amministrazione Bush. Oggi può cavarsela perché il pubblico è concentrato sull'economia e sull'audace sforzo presidenziale di far approvare la sua legislazione nelle aree di regolamentazione finanziaria, sanità e ambiente. Ma a un certo punto, le organizzazioni che hanno contribuito a portare Obama alla Casa Bianca, le cui preoccupazioni per la politica di sicurezza rimangono in cima alle loro priorità, inizieranno a diventare più rumorose e più critiche nei confronti di questi argomenti.

2009 - © L'Opinione delle Libertà

Edizione 141 del 04-07-2009

domenica, 28 giugno 2009

Obama condanna le violenze in Iran

 

Il presidente americano Barack Obama ha nuovamente pronunciato parole di condanna nei confronti dei metodi utilizzati dal regime iraniano per sedare le proteste popolari che da circa quindici giorni infiammano il paese. Dopo essersi dichiarato «sconvolto e indignato» dalle misure repressive della Repubblica Islamica nel corso della conferenza stampa tenuta lo scorso martedì - nella quale, dopo giorni di critiche per la sua posizione troppo «soft» sulla crisi, ha per la prima volta usato toni forti - l'inquilino della Casa Bianca è tornato sull'argomento (da lui definito «una tragica situazione») nella giornata di venerdì, in occasione di un incontro con la cancelliera tedesca Angela Merkel. Dopo aver affermato che gli Stati Uniti e la Germania parlano «con una sola voce» nel condannare ogni tentativo del regime di schiacciare il dissenso, Obama ha ricordato che i capi iraniani non possono nascondere la «scandalosa» violenza messa in atto nei riguardi della stessa popolazione: «A dispetto degli sforzi del governo di impedire al mondo di farsi testimone di tale violenza, noi la vediamo e la condanniamo». «Come ho già detto, il popolo iraniano sarà l'ultimo giudice delle azioni del proprio governo», ha aggiunto il presidente Usa, «ma se il governo iraniano desidera il rispetto della comunità internazionale, deve rispettare e prestare ascolto alla volontà del suo popolo».

Parole di fermo biasimo, assai simili a quelle pronunciate nel corso della precedente conferenza stampa, che evidenziano un cambio di atteggiamento da parte del presidente americano nei confronti della situazione iraniana. Sotto attacco da parte di esponenti di spicco dell'opposizione - dal suo ex avversario alle presidenziali John McCain al senatore Lindsey Graham - per il suo iniziale approccio fatto di silenzi e di sostanziale inazione, messo alle strette da numerosi editoriali apparsi sui maggiori organi di stampa che lo invitavano a intervenire e ad esprimere una posizione chiara e ferma, Obama si è visto costretto, con il peggiorare della crisi e il conseguente progressivo aumento delle violenze, ad assumere toni sempre più duri nel trattare l'argomento, biasimando esplicitamente le azioni del regime. Un leggero cambio di assetto rispetto alle posizioni iniziali, rimasto comunque nell'ambito di un clima generale di notevole cautela, che tuttavia ha procurato al comandante in capo i sinceri elogi da parte di chi lo aveva inizialmente sollecitato a puntare il dito contro il governo iraniano («Sono orgoglioso di quanto ha detto il presidente martedì», ha affermato Lindsey Graham, «Il fatto che abbia parlato direttamente è per me incoraggiante»), accompagnati dalle consuete critiche del leader Mahmoud Ahmadinejad, che non ha perso la ghiotta chance di poter accusare ancora una volta gli Usa, così come il loro leader, di interferenze ed ingerenze negli affari del proprio paese.

Nonostante le parole più forti utilizzate nei riguardi della crisi iraniana, «prudenza» è tuttora la parola d'ordine che contraddistingue l'atteggiamento della Casa Bianca. Una strategia che è senza dubbio frutto della nota inesperienza di Barack Obama in materia di politica estera - suo tallone d'achille già emerso nel corso della campagna per le presidenziali, durante la crisi in Georgia - e che non nasconde il grande rischio politico legato alle scelte effettuate dall'amministrazione in questo campo. Un eventuale passo falso, oltre a rendere ulteriormente difficili le già precarie relazioni con l'Iran, potrebbe infatti avere ripercussioni devastanti sulla credibilità politica di Obama in campo internazionale, come avvenne per Jimmy Carter nel 1979. Sebbene il comandante in capo si sia difeso dalle critiche definendo «del tutto coerente» l'approccio da lui tenuto finora, le sue azioni - dapprima una presa di distanza, quindi il rispetto nei confronti dei leader iraniani, infine il biasimo, pur lasciando aperto lo spiraglio del dialogo - risultano quantomeno contraddittorie e sembrano suggerire l'assenza di una precisa strategia, oltre che di una dottrina. «Il presidente Obama sta scoprendo, come già fatto dall'ex presidente George W. Bush, che quando si tratta di governare, l'elezione di altre nazioni possono essere un affare problematico», ha scritto il cronista Jon Ward sul Washington Times.

C'è chi, ed è il caso di alcuni opinionisti del giornale online The Politico, si azzarda a ipotizzare che l'Iran possa trasformarsi ora nell'Iraq del presidente Obama, sinonimo di pantano in politica estera e spina nel fianco dell'amministrazione. «Da candidato presidenziale, Obama promise non solo di mettere fine alla guerra in Iraq, ma anche di terminare "l'atteggiamento mentale che ci ha portato a quella guerra"», hanno scritto gli esperti Flynt Leverett, Hillary Mann Leverett e Seyed Mohammad Marandi, «Il rischio è ora che, nell'interesse dell'opportunismo politico, Obama decida di accontentare coloro con quell'atteggiamento mentale appoggiando gli sforzi del Congresso volti a isolare e "punire" la Repubblica Islamica. Se Obama farà così, la sua politica iraniana soffrirà, come minimo, di incoerenza disfunzionale. Ancora più inquietante, l'assenza di chiarezza strategica potrebbe mettere gli Stati Uniti sulla strada del confronto - magari anche conflitto militare - con un più potente Iran».


2009 - RagionPolitica.it

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venerdì, 26 giugno 2009

L'impresa di una squadra con le valigie pronte



Nei rapporti tra Stati Uniti e Spagna, quanto avvenuto in Confederations Cup rappresenta un’impresa senza precedenti, dall’impatto (calcisticamente parlando, s’intende) paragonabile a quello della guerra ispano-americana del 1898. Quando gli Usa, potenza emergente e alquanto inesperta nell’operare in territori al di fuori dei propri confini, si trovarono a fronteggiare la Spagna, già invincible armada ed ex impero che ancora voleva difendere le proprie conquiste. Una “splendid little war”, come scrisse l’ambasciatore John Hay, che sancì definitivamente il declino dell’impero spagnolo e, dall’altra parte, evidenziò l’emergere di un nuovo protagonista sullo scacchiere internazionale, che sarebbe poi diventato potenza principale nel secolo a venire.

GUERRA! – Il campo di battaglia, questa volta, era il Sud Africa. E in palio, nessun territorio, ma l’accesso alle finali di Confederations Cup. Difficile credere che la sorprendente vittoria 2-0 degli Stati Uniti sulla Spagna in semifinale rappresenti una riedizione calcistica di quanto avvenuto oltre un secolo fa: la nazionale iberica campione d’Europa rimane la squadra da battere, numero uno nel ranking FIFA, tra le più accreditate per la conquista del titolo mondiale l’anno prossimo, mentre gli Usa, pur sbalorditivi, pur esuberanti, ormai capaci di tutto dopo la rocambolesca qualificazione alle fasi eliminatorie, rappresentano tutto fuorché una potenza del pallone…almeno per il momento. Tuttavia, dopo l’incontro con le Furie Rosse, fino a futura smentita, è del tutto lecito essere spaventati dalla squadra allenata da coach Bradley: “Finalmente, lo slogan pubblicitario ‘Non calpestarmi’ che da tempo caratterizza la nazionale di calcio americana può essere indossato orgogliosamente – e accuratamente” ha scritto Martin Rogers su Yahoo Sports, facendo riferimento allo slogan utilizzato dalla Nike (preso direttamente dalla “Gadsden Flag”, storica bandiera statunitense) per tentare di promuovere il soccer in territorio nordamericano.

RISULTATO STORICO – C’è già chi parla di “più grande vittoria nella storia del calcio americano”. È il caso di Jamie Trecker di FOX Sports, che così ha commentato il successo che ha messo fine alla striscia di imbattibilità spagnola, perdurante da 35 partite e che, di conseguenza, ha regalato agli States la possibilità – remota o concreta, questo ancora si ignora – di conquistare il loro primo trofeo targato FIFA di livello superiore alla già più volte agguantata “Gold Cup”. “Questa era la vittoria che i fans americani morivano dalla voglia di vedere”, prosegue Trecker nel suo euforico articolo, “Era contro una squadra importante, in un torneo importante, e su suolo straniero. Il risultato di questa notte è stata la più grande vittoria nella lunga e intermittente storia del calcio americano, e la prima volta che gli Usa abbiano battuto un team al numero uno del ranking dai tempi della famosa vittoria 1-0 sul Brasile nella Gold Cup. Quella notte, il portiere Kasey Keller fu l’eroe, fermando oltre 35 tiri in porta”. Questa volta, però, non è stato un colpo di fortuna, o la prestazione straordinaria del portiere Tim Howard (comunque superlativo). Questa volta, è stata un’ottima performance collettiva, una prova di carattere, qualcosa di insolito per la rappresentativa americana di calcio, solitamente inconsistente quando si tratta di tornei di rilievo, e qualcosa di sorprendente per questa formazione, protagonista di prove opache (vedi Brasile) o sfortunate e confusionarie (vedi Italia) nella stessa Confederations Cup.

E ORA? – Gli americani, infatti, avevano già pronte le valigie. Dopo l’immeritato 1-3 contro l’Italia, peraltro per causa di un nativo del New Jersey, ma soprattutto dopo l’umiliante, ma prevedibile, 0-3 contro il Brasile, gli Usa erano certi che, a prescindere dal risultato contro l’Egitto, sarebbero stati eliminati. E invece, per una strana congiuntura astrale, che ha unito la pessima prestazione di una inguardabile Italia alla netta vittoria statunitense sull’Egitto, lo United States Soccer Men’s National Team si è trovato in semifinale, contro la temibile Spagna. La quale, a detta dei più, avrebbe messo fine all’avventura, in questo caso prolungata oltremodo, della compagine americana. Le cose, tuttavia, sono andate diversamente. Gli spagnoli, forse del tutto impreparati ad affrontare un avversario che non fosse l’Italia o il Brasile, sicuramente certi di vincere agevolmente, hanno evidentemente sottovalutato la squadra rivale, della quale difficilmente conoscevano pregi e difetti, e sono stati costretti a difendersi dalle giocate di atleti quali Jozy Altidore, Landon Donovan o Clint Dempsey. Nomi che dicono poco, o forse nulla, al tifoso medio, del tutto irriconoscibili se paragonati a quelli più altisonanti di altre formazioni, che però, almeno per una notte, si sono dimostrati capaci di sconfiggere – del tutto meritatamente – quella che, assieme al Brasile, è oggi la squadra più in forma sullo scenario calcistico mondiale. Forse investiti dalla missione divina di diventare protagonisti anche nel calcio, forse come segnale del destino manifesto adattato al soccer, forse benedetti da quel genere di fortuna che accompagna le squadre meno favorite, gli americani hanno eliminato gli spagnoli. Una vittoria che, come ha detto lo stesso Donovan, campioncino americano che raramente trova spazio e attenzione nel vecchio continente, ricorda l’impresa eroica della nazionale americana di hockey nel 1980, quel miracolo che vide una rappresentativa di atleti collegiali battere i veterani professionisti dell’Unione Sovietica alle Olimpiadi Invernali di Lake Placid.

BEI TEMPI – Ricorsi storici e storico-sportivi a parte, è indubbio che questo successo rimarrà nella memoria collettiva degli appassionati di calcio – non solo di quelli americani e spagnoli – per anni a venire. Grande credito dell’impresa va all’allenatore, quel Bob Bradley che arrivò per sostituire temporaneamente Bruce Arena, poi conquistatosi il posto a suon di risultati positivi; ma soprattutto, complimenti ai giocatori in campo, dai già citati Altidore, Donovan e Dempsey, capaci di spaventare e mettere in seria difficoltà la difesa spagnola, al gigante Onyewu, vero e proprio totem difensivo in grado di neutralizzare Torres, passando per Bocanegra, Clark e il resto della compagine statunitense. La quale ora non nasconde una certa eccitazione: “Abbiamo appena battuto la migliore squadra al mondo”, ha dichiarato Donovan, “dal punto di vista emotivo siamo al massimo. Potremmo essere un po’ stanchi fisicamente, ma saremo pronti per la prossima partita. Non andiamo in finale così spesso”.

PRONOSTICI – È probabile – a meno di un altro risultato imprevedibile – che gli Stati Uniti si trovino, in finale, a dover fare i conti con il Brasile, ovvero la nazione calcistica per eccellenza. Sulla carta, una partita senza storia, e del tutto a senso unico, come dimostrato dal risultato del primo turno, un 3-0 che non ha lasciato spazio ad alcuna interpretazione. Ma, dopo quanto avvenuto in semifinale, ora tutto sembra possibile per Donovan e compagni. Improbabile, ma non impossibile. E un sorprendente successo in finale, seppur di un torneo minore come la Confederations Cup, renderebbe di fatto gli Usa degni di nota anche sul fronte del soccer – dopo il quasi monopolio di pallacanestro, football, hockey e baseball. “Non è stata la prima partita dove abbiamo giocato bene contro un grande avversario”, ha affermato uno dei principali attori della gara, l’attaccante diciannovenne del Villareal Jozy Altidore, autore del primo gol contro la Spagna, “Ma ancora una volta, tutti usano toni duri contro di noi, e non c’è nessun problema. Dobbiamo solo provare a mantenere questi buoni risultati. Lentamente, ma sicuramente, stiamo migliorando come nazione”. Una nazione che, a quanto pare – come testimoniato dalle pagine principali di siti sportivi quali ESPN, Sports Illustrated e FOX Sports, solitamente poco benevoli nei confronti del calcio – sta dedicando sempre più attenzione a uno sport storicamente poco considerato. Forse il primo segnale della nascita di una nuova potenza.

2009 - © Giornalettismo

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giovedì, 25 giugno 2009

Tra Obama e i media luna di miele quasi finita



“Un’altra performance da Riccioli d’Oro”. Queste le parole utilizzate da Roger Simon, editorialista di The Politico, per descrivere la conferenza stampa tenuta da Barack Obama nella giornata di martedì. Un riferimento a quello che negli Usa è tuttora uno dei più noti racconti per ragazzi, la cui lezione di fondo riguarda i rischi che si possono incontrare nell’esplorare territori sconosciuti. Esattamente la strategia del presidente degli Stati Uniti, il quale, pur usando per la prima volta toni di condanna nei confronti della crisi iraniana, non ha cambiato il suo approccio nei confronti dell’argomento, mantenendo la cautela che lo ha contraddistinto nei giorni seguenti alle elezioni iraniane. Per Obama, si trattava del quarto incontro pubblico con la stampa dal giorno del suo insediamento, convocata per trattare i temi di maggiore attualità nel dibattito politico americano – l’Iran sul fronte degli affari esteri, la riforma della sanità su quello interno – e per rispondere alle critiche rivoltegli nei giorni scorsi dall’opposizione e parte dei media per il suo atteggiamento troppo “soft” nei riguardi del regime di Teheran e per lo stato dell’economia americana. Una conferenza stampa differente dalle tre precedenti: la prima tenutasi di giorno invece che in prima serata, la prima in un “briefing room” invece che presso il Rose Garden, la prima contenente una domanda (quella del giornalista del blog Huffington Post) espressamente sollecitata dalla stessa Casa Bianca. Per molti, anche la prima affrontata in un periodo in cui il comandante in capo, pur mantenendosi ad alti livelli di gradimento nell’opinione pubblica americana, si trovava in una situazione di evidente difficoltà. Con l’evolversi della crisi in Iran, Obama è stato infatti oggetto di duri attacchi da parte dei suoi oppositori: la sua risposta a quanto avvenuto nel regime degli ayatollah è stata più volte definita “troppo timida” dall’ex rivale John McCain e da altri senatori repubblicani quali Lindsey Graham e Chuck Grassley. Rimproverato per l’eccessivo immobilismo, per alcuni frutto della inesperienza in politica estera (suo punto debole nella corsa alla Casa Bianca), al comandante in capo è stato più volte suggerito un approccio più aggressivo verso l’Iran. Nel frattempo, mentre montava la polemica per la politica estera, alcuni sondaggi mostravano un leggero calo nella fiducia dell’elettorato, specialmente in quello indipendente, nei confronti della Casa Bianca e della sua politica economica: due segnali di allarme, che hanno ovviamente costretto Obama a correre ai ripari, rispedendo al mittente ogni attacco (“Penso che John McCain abbia una genuina passione riguardo a molti di questi temi internazionali.

Solo che il Presidente degli Stati Uniti sono io”, ha affermato rispondendo a un reporter) e mostrando un atteggiamento più critico verso l’Iran. Ben sei su dieci le domande dei giornalisti concernenti Teheran, nessun accenno ad altri argomenti scottanti in politica estera quali Iraq, Afghanistan, Pakistan o Corea del Nord, ennesima dimostrazione del nuovo assetto voluto dalla Casa Bianca, in netto contrasto con lo status di “presidente di guerra” tenuto dal predecessore George W. Bush. A dispetto della presa di distanza dalle critiche dell’opposizione (quando gli è stato chiesto se gli interventi di McCain e Graham avessero avuto una qualche influenza sul suo approccio, Obama ha risposto con una risata) e dal leggero inasprimento di toni verso l’Iran, il presidente degli Stati Uniti ha mantenuto e rivendicato le proprie posizioni iniziali, specificando di essere stato, finora, “del tutto coerente”. Tuttavia, la grande attenzione mostrata dalla stampa verso la questione iraniana lascia presagire che l’argomento resterà sotto la luce dei riflettori ancora a lungo nell’immediato e prossimo futuro. Ogni azione o parola di Obama nei riguardi dell’Iran, di conseguenza, sarà oggetto di attento scrutinio da parte della stampa internazionale e, ovviamente, dei suoi critici. La posta politica in gioco è alta, e spiega l’atteggiamento di grande cautela finora tenuto dalla Casa Bianca: data l’inesperienza in materia di affari esteri, un eventuale passo falso potrebbe avere ripercussioni devastanti, non solo sul versante iraniano, ma anche sulla stessa credibilità politica di Obama (Jimmy Carter docet). Per ora, come riporta il Time, “l’abilità del presidente di fare danni sul terreno in Iran è molto più grande della capacità di fare del bene”. La maggior parte delle notizie provenienti dall’area, infatti, evidenzia che né i dimostranti, né i leader dell’Iran, vogliono che Obama si schieri dalla loro parte. E, anche senza interferenze americane, i mullah hanno tentato di incolpare il leader Usa per la crisi. Una situazione incandescente e ad alto rischio, per Obama: “Se le cose vanno male in Iran e aumentano i morti, Obama potrebbe esserne danneggiato”, ha notato ancora Time, “non perché gli Americani pro-guerra si aspettano che intervenga e metta fine alla carneficina, ma perché potrebbe apparire insicuro e inesperto”.

2009 - © L'Opinione delle Libertà

Edizione 134 del 25-06-2009

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sabato, 20 giugno 2009

For the weekend

Try JibJab Sendables® eCards today!
Lo spettacolare nuovo video di quei geni di JibJab, con l'augurio di buon fine settimana.
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sabato, 20 giugno 2009

Teheran down the house

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sabato, 20 giugno 2009

This week in late nite comedy

Tutto il meglio degli show comici americani della scorsa settimana, raccolti nel consueto e imperdibile segmento "This Week In Playback" di The Politico.

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mercoledì, 17 giugno 2009

Cut a deck

Modelli da imitare: due candidati in parità, l'elezione decisa...da un mazzo di carte. È accaduto a Cave Creek, in Arizona. Qui la notizia in originale, sul NY Times.

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mercoledì, 17 giugno 2009

L'amicizia continua



Nulla è cambiato nel rapporto di alleanza e di cordialità che lega Stati Uniti e Italia. Anzi, i legami sembrano essere ancora più forti rispetto al passato. Ad attestarlo è lo stesso presidente americano Barack Obama, a margine del primo incontro pubblico tra lui e Silvio Berlusconi. Obama ha messo così a tacere definitivamente tutti coloro che, su entrambe le sponde dell'Atlantico, ipotizzavano un incrinarsi delle relazioni tra i due paesi a causa della stima e dell'amicizia tra il Cavaliere e l'ex inquilino della Casa Bianca, George W. Bush. Così non è stato, come dimostrato dal sereno clima di collaborazione istituzionale e amicizia extra-protocollare che ha accompagnato la visita di Berlusconi a Washington. Barack Obama ha accolto il premier italiano con grande ospitalità, salutandolo con un «È bello vederti, amico mio», che attesta la continuità del rapporto speciale tra Usa e Italia, già instaurato con la precedente amministrazione e - nonostante qualche incidente di percorso nella breve parentesi che ha visto Prodi a Palazzo Chigi e D'Alema alla Farnesina - rinsaldato con quella attuale. «Abbiamo enfatizzato i forti, storici legami tra gli Stati Uniti e l'Italia», ha affermato il presidente americano. «La nostra relazione bilaterale è stata accentuata da cooperazione a tutti i livelli, e sono estremamente grato per la sua amicizia».

Un colloquio durato più del previsto, quasi due ore di conversazione privata, alla quale è seguita la lunga conferenza stampa nella Sala Ovale e il consueto faccia a faccia con rappresentanti dei media. Numerosi gli argomenti trattati dai due leader nel corso dell'incontro. Su tutti, la questione relativa alla chiusura del carcere di Guantanamo, promessa elettorale di Obama, che pone il problema delle sorti dei sospetti terroristi tenuti al suo interno. Il comandante in capo americano ha ringraziato Berlusconi per il suo appoggio alla decisione di smantellare la struttura, dimostrato non da sole parole, ma da azioni concrete, a partire dall'accettazione, da parte dell'Italia, di tre detenuti. «Ciò è stato qualcosa che ho davvero molto apprezzato», ha affermato Obama. «Ci darà l'opportunità di creare una duratura e resistente struttura legale internazionale per affrontare il terrorismo che credo sarà molto importante su entrambe le sponde dell'Atlantico».

Direttamente connesso con il tema del terrorismo, l'argomento successivo ha riguardato il Pakistan e l'Afghanistan, dove si combatte contro l'estremismo islamico e dove l'Italia, a detta dello stesso presidente Usa, «è stata una parte essenziale della coalizione che sta tentando di aiutare l'Afghanistan a stabilizzarsi e di assicurare che non diventi un porto sicuro per il terrorismo». Come previsto, da parte di Washington si è chiesto di proseguire l'impegno finora dimostrato sul campo di battaglia, da concretizzarsi con un ancora maggiore sforzo che, nello specifico, si tradurrebbe nell'invio di più soldati sul campo e di alcuni elicotteri. Richieste a cui l'Italia, come affermato da Berlusconi, è pronta a rispondere positivamente.

Sul tavolo anche il tema della non proliferazione, per la quale si è rivelata funzionale, come ammesso dallo stesso Obama, l'amicizia personale che lega Berlusconi e i vertici del governo russo: «Dato che visiterò la Russia prima di recarmi in Italia per il G8, il primo ministro Berlusconi, che ha forti rapporti con i russi, è stato in grado di offrirmi alcune opinioni su come affrontare le riduzioni degli arsenali nucleari». Il programma dei lavori del G8, in fase di preparazione nelle zone terremotate dell'Abruzzo, sottoposto dal presidente del Consiglio al presidente americano, ha ricevuto il via libera da quest'ultimo. «Vogliamo che questo G8 raggiunga soluzioni concrete» - ha affermato Berlusconi - e vogliamo raggiungerle su numerose ed estremamente importanti questioni». Entrambi i leader, nel corso della conferenza stampa seguita all'incontro, hanno quindi sottolineato l'impegno comune, portato avanti anche dai rispettivi ministri dell'Economia e dai paesi membri del G8, per mettere a punto le giuste risposte alla crisi economica, specialmente nei riguardi della trasparenza e della regolamentazione del settore finanziario.

Un successo oltre le più rosee previsioni, il primo incontro ufficiale tra Barack Obama e Silvio Berlusconi, che riafferma e rinsalda il clima di cordialità tra Italia e Stati Uniti. Il primo, dopo i saluti, è tornato a occuparsi dei temi più immediati attualmente fronteggiati dalla sua amministrazione, l'Iran sul fronte esterno e la riforma del sistema sanitario su quello interno. Il secondo, dopo aver incassato la dimostrazione di grande stima e approvazione da parte del leader del mondo libero («Il premier è un grande amico, oltre al fatto che a me Berlusconi piace personalmente, anche i nostri popoli si amano e hanno profondi legami e profonda comunanza di valori»), è stato accolto dalla Speaker of the House Nancy Pelosi, la quale ha sempre rivendicato con orgoglio le proprie origini italiane.

«Ho prestato giuramento di gratitudine nei confronti degli Stati Uniti, che mi diedero libertà e che diedero al mio paese dignità dopo la Seconda Guerra mondiale», ha dichiarato Berlusconi a margine del colloquio con Barack Obama. «Per questo sono qui per collaborare con il presidente degli Stati Uniti, sono qui per collaborare con il presidente Obama, come ho collaborato con il presidente Clinton e con il presidente Bush. Quindi, se posso esprimere una speranza, spero davvero che si possa costruire una relazione diretta e amichevole con il presidente Obama, sarei più che felice di poterlo fare. E i fatti ce lo diranno». I fatti, a giudicare dall'esito del primo incontro, sembrano già suggerire che questa, più che una speranza, è già una realtà.

2009 - RagionPolitica.it

 

lunedì, 15 giugno 2009

Coincidences

Nel 2006, prima della partita Italia - USA ai Mondiali di Germania, ci fu l'incontro tra Massimo D'Alema e Condoleezza Rice. Oggi, dopo la partita Italia - USA in Confederation Cup, ci sarà l'incontro tra Silvio Berlusconi e Barack Obama. I vertici diplomatici dei due Paesi si incontrano solo in occasione delle partite tra le rispettive nazionali, oppure le rispettive nazionali giocano solo in occasione degli incontri dei vertici diplomatici dei due Paesi?
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lunedì, 15 giugno 2009

Gli USA e il soccer, tra pregiudizi e sorprese


L’ultima volta fu tre anni or sono. La location, Kaiserslautern, Germania. L’occasione, i Mondiali di Calcio, l’edizione di calciopoli, della testata di Zidane e, soprattutto, della quarta vittoria azzurra a ventiquattro anni di distanza da Spagna ‘82. Le nazionali di Italia e Stati Uniti si incontravano nella prima fase, quella a gironi, nella seconda gara in calendario

Qualche giorno prima, i media italiani montarono un caso sul nulla, basandosi sull’approssimativa traduzione di alcune dichiarazioni del poco più che ventenne attaccante Eddie Johnson, il quale affermò che per lui, vestire la casacca degli Usa  era come indossare la divisa militare (“È un po’ come per noi nella Coppa del Mondo. Siamo qui per una guerra, siamo venuti per combattere, siamo venuti qui per rappresentare il nostro Paese”). Una vera manna dal cielo per i nostri organi di stampa – non solo sportivi – che lessero tali affermazioni, pur non contenenti alcun riferimento all’incontro con l’Italia, come una provocazione nei nostri confronti: “Provano a buttarla in rissa, gli americani”, titolò l’ANSA; “Se è una guerra per loro, la sarà anche per noi”, rispose un battagliero Iaquinta; “Non ci lasceremo mettere in mezzo dalle dichiarazioni provocatorie degli Usa, e soprattutto del ct Bruce Arena” commentò invece un distaccato Totti, poco importa che Arena non avesse aperto neppure bocca. Mesi prima, nel momento del sorteggio, un audace giornalista straniero si azzardò a chiedere al commissario tecnico italiano Marcello Lippi chi fossero i giocatori che più temeva della squadra americana. Con una magistrale prova di diplomazia calcistica, questi rispose che non temeva “nessun giocatore in particolare”, che non era una questione di elementi singoli, che la formazione avversaria era da valutare nel suo complesso, che ogni rivale è temibile e va studiato e via via con altre prevedibili e inutili ovvietà – dalla stampa anglosassone solitamente definite con il termine tecnico “bullshit” – che da sempre caratterizzano le risposte sportive in Italia (tra le più gettonate, notava Massimo Gramellini su La Stampa lo scorso sabato, la frase “I gol fanno sempre piacere, ma mi interessa di più essere stato utile alla squadra”). Il vero significato delle parole di Lippi, non carpito dal pubblico al di fuori dei confini ma ben chiaro a quello nostrano, era che no, effettivamente non si temeva (e non si teme) alcun calciatore appartenente alla nazionale statunitense di calcio, per il semplice fatto che non se ne conosceva (e non se ne conosce) nessuno.

ANDIAMO AVANTI – Al di là delle scaramucce e dello sciovinismo calcistico italiano, che emergono trionfali e puntuali ogni quattro anni, in concomitanza della Coppa del Mondo (argomento del quale, come per la politica, ogni italiano si ritiene grande esperto e, per questo, in grado di esprimere giudizi trancianti), l’incontro finì con un pareggio. Un poco entusiasmante 1-1 in cui fece tutto l’Italia, dal vantaggio di Gilardino (suo unico gol in tutto il torneo), al pareggio su goffa autorete di Zaccardo (al quale probabilmente venne poi consegnata la Green Card onoraria), passando per la gomitata di De Rossi ai danni di McBride, con annesse espulsione del primo e volto insanguinato del secondo, e per i cartellini rossi agli irrequieti Mastroeni e Beasley. Un match per nulla divertente, terminato con il risultato forse più giusto. L’Italia avrebbe proseguito il proprio cammino fino al traguardo finale, storia ormai arcinota ai più. Gli Stati Uniti invece, causa la precedente sonora sconfitta subita dalla Repubblica Ceca di Nedved e la seguente sconfitta di misura contro il Ghana di Appiah, terminarono anzitempo la propria avventura mondiale. Con la magrissima consolazione di essere stati l’unica formazione di tutto il torneo capace di fermare, seppur solo con un pareggio, seppur grazie a un autogol, coloro che si sarebbero poi laureati Campioni del Mondo.

SITUAZIONE STORICA E CONTESTO – All’epoca, con le truppe americane impantanate in un Iraq fuori controllo e con un’atmosfera di antiamericanismo in grande spolvero, c’era chi scriveva ironicamente che “una sconfitta degli Usa ai Mondiali di Calcio rappresentava un requisito per la stabilità internazionale”. A tre anni di distanza, con l’Iraq progressivamente scomparso dalle cronache internazionali, con Obama al posto di Bush (e Berlusconi al posto di Prodi), quell’aspetto risulta del tutto irrilevante, scongiurando l’eventualità di possibili letture in chiave geopolitica dell’incontro calcistico. Ciò che contraddistingue invece l’edizione duemilanove della partita tra Italia e Stati Uniti, per entrambe l’esordio nel torneo FIFA Confederations Cup, è il diffuso disinteresse nei confronti della competizione e, di conseguenza, delle varie gare. E se la mancanza di interesse del popolo italiano è data dall’infima rilevanza dell’evento, considerato dai più alla stregua di una qualsiasi coppa del nonno, per gli americani il discorso si fa un po’ più complesso. Non è infatti la Confederations Cup in sé, a non scaldare gli animi delle genti nordamericane. A non suscitare alcuna emozione negli statunitensi, cosa ritenuta alquanto preoccupante e del tutto inconcepibile dagli abitanti dello stivale, è proprio il calcio. “Per gli americani, uno sport dove fingere di essere infortunati è una cosa buona non ha alcun senso”, scriveva qualche anno fa Jonathan V. Last, giornalista del Philadelphia Enquirer, sul magazine conservatore Weekly Standard. Una semplificazione, ma anche uno degli infiniti motivi per cui il soccer (un sacrilegio chiamarlo con il termine anglosassone football, che equivale a tutt’altro in terra americana) non ha mai sfondato, a livello di popolarità, in America.

…E ALTRO – Tra le altre motivazioni spesso citate: i bassi punteggi (una partita che termina 0-0 non è concepibile, tant’è che negli Usa avevano escogitato il sistema dello shootout), l’eccessiva durata delle partite, l’assenza di frequenti interruzioni (timeout: l’allenatore parla ai giocatori, questi si riposano, i network mandano in onda le pubblicità, gli sponsor gongolano, i telespettatori possono andare in bagno senza perdersi nemmeno un minuto di incontro). Paradossalmente, questa mancanza di amore avviene proprio nel Paese che vanta il maggior numero di atleti in attività calcistica al mondo e che gode di un pressoché infinito settore giovanile. Un fenomeno, la pratica diffusa inversamente proporzionale all’interesse assente, oggetto di studio dell’imperdibile film “Once In A Lifetime”, documentario sull’incredibile storia dei New York Cosmos di Pelé e Chinaglia (unici capaci di attirare 80 mila al Giants Stadium per una match di soccer), nonché del celebre autore Dave Eggers. Il quale, nello splendido libro “The Thinking Fan’s Guide To The World Cup” racconta che ogni bambino americano gioca a calcio, nessuno escluso. “Ma all’età di 10 anni, qualcosa succede ai bambini degli Stati Uniti. Il calcio è abbandonato, velocemente e senza cerimonie, da circa l’88% di tutti i giovani. Gli stessi ragazzi che giocavano all’età di 5, 6, 7 anni, passano a baseball, football, basket, hockey, hockey su prato e, tristemente, golf. Poco dopo, smettono anche di giocare a questi sport, e iniziano a guardare questi sport in televisione, compreso, tristemente, il golf”.

Un disamore diffuso, che tuttavia non ha impedito ad alcuni volenterosi di costruire una più che degna struttura calcistica negli Stati Uniti, dai vari esperimenti di campionati professionistici – ultimo quello della Major League Soccer, in apertura ospitante elementi quali Roberto Donadoni, Walter Zenga e Nanù Galderisi, poi protagonista della follia-Beckham, ma sempre esprimente un livello di gioco poco dissimile, per quanto riguarda il talento e la tecnica, dalle miriadi di campionati sudamericani che vengono puntualmente razziati dai nostri talent scout – fino alla USMNT, sigla che sta per United States Men’s National Team, ovvero Squadra Nazionale Maschile degli Stati Uniti. Mai dotata di grandi mezzi, né tantomeno di fuoriclasse degni di nota, la squadra americana riesce comunque a recitare dignitosamente il suo ruolo di potenza minore, non abbastanza forte per ambire a grandi traguardi, ma non abbastanza scarsa per fare da formazione materasso. E, incredibilmente, nonostante l’enorme disinteresse di cui sopra a fare da sfondo, a diventare leader incontrastata di quell’area calcistica globale che comprende America settentrionale, centrale e Caraibi, meglio nota come CONCACAF (Confederation of North and Central America and Caribbean Association Football). D’accordo, diranno i più, troppo facile fare gli imperialisti anche nel calcio, quando si ha a che fare con avversari del calibro di El Salvador, Honduras, Puerto Rico o Isole Cayman. Vero, verissimo, trattasi di una federazione composta quasi esclusivamente da squadre poco temibili – cosa che, se da una parte permette di conquistare facili successi, dall’altra contribuisce a non elevare il livello di gioco nordamericano: non è un caso se gli Usa sono così contenti di disputare tre incontri “dal sapore mondiale” in Sud Africa – con l’unica eccezione del Messico, unico vero avversario in CONCACAF. Ma anche, ormai da anni a questa parte, vittima sacrificale degli Stati Uniti. Difficile a credersi: gli Usa, paese anti-calcio per antonomasia, da quasi un decennio sono la bestia nera del Messico, paese che vive per il calcio. Una vergogna, per la nazione tricolore, che sta ormai trasformandosi in vero e proprio complesso: è normale, quasi prevedibile, essere presi a schiaffi dagli americani nella pallacanestro, nel football americano, nel baseball, magari anche nell’hockey (Cuba permettendo), ma non nel futbol. Quello è inaccettabile.

MOMENTI STORICI – Ed è proprio grazie a una vittoria 2-1 sul Messico il 24 luglio del 2007, in uno stracolmo Soldier Field di Chicago (stadio dei Bears della NFL), davanti a 60 mila paganti, che gli Stati Uniti si aggiudicarono la Gold Cup, loro quarto successo e secondo consecutivo nel trofeo divisionale considerato dalla FIFA al pari di campionati europei e Coppa America, che permette appunto l’accesso alla Confederations Cup. Ad attenderli, in Sud Africa, quello che i commentatori americani hanno definito un girone “brutale”, con Italia, Brasile ed Egitto, nel quale è d’obbligo almeno una vittoria per poter sperare di accedere al turno successivo. Le previsioni, non solo degli esperti, sono alquanto pessimistiche. Sul sito di FOX Sports, alla domanda “Quanto andranno avanti gli Stati Uniti nella Confederations Cup?”, la risposta più cliccata, con il 41% delle preferenze, è “non riusciranno a vincere nemmeno una partita”, seguita da “non si qualificheranno alle semifinali” (33%), “perderanno in semifinale” (12%), “vinceranno il torneo” (12%) e “perderanno in finale” (2%). Se le aspettative non sembrano essere delle migliori, gli Usa potranno puntare tutto, oltre che sull’innegabile talento di alcuni suoi giocatori – alcuni di essi protagonisti anche in campionati europei, da Tim Howard (Everton) a Clint Dempsey (Fulham), passando per DaMarcus Beasley (Glasgow Rangers) e Freddie Adu (Benfica) – sulla già citata ignoranza avversaria nei loro confronti. Sebbene gli osservatori italiani vadano pazzi per i nomi stranieri ed esotici, spendendo fantastilioni in talenti emergenti dei paesi più sconosciuti, per gli Stati Uniti vige ancora il pregiudizio che vuole che gli americani non sappiano giocare a calcio. E le uniche eccezioni, almeno quelle riguardanti l’assai conservatrice Italia (almeno calcisticamente, si spera), sono più che altro episodi di costume, quali Alexi Lalas al Padova o la brevissima e sfortunatissima parentesi del goleador Roy Lassiter al Genoa.

L’AGGUATO – Puntare tutto sull’effetto sorpresa, quindi. Al Mondiale nippocoreano del 2002 questa strategia diede i suoi frutti, portando gli States fino ai quarti di finale (eliminati dalla Germania). E lo stesso avvenne nel 1995 quando, invitati speciali alla Copa America, ancora euforici per il grande successo della World Cup dell’anno prima, Lalas e compagni stupirono il mondo battendo 3-0 i campioni in carica dell’Argentina di Balbo, Batistuta e Simeone, terminando primi nel girone e raggiungendo persino le semifinali, nelle quali si arresero solo di fronte al Brasile campione del mondo, vincente con un risicatissimo 1-0 del romanista Aldair. All’edizione 2009 della Confederations Cup, si ripete lo schema classico: ci sono gli Stati Uniti, sono nostri avversari, sono – forse giustamente – sottovalutati e presi poco o per nulla in considerazione. Nel caso questi si rivelino deludenti e perdano ogni partita, saranno bollati come i soliti americani che non sanno giocare al nostro sport. Nel caso invece le cose dovessero andare come nei due esempi sopraccitati, con gli Usa in grado di mettere in difficoltà squadre più blasonate e magari a fare strada nel torneo, saranno la formazione sorpresa e non mancheranno affermazioni giornalistiche quali “se l’America inizia a vincere anche nel calcio, siamo fritti”. E chissà, forse qualcuno deciderà, un giorno, di imparare addirittura i nomi dei giocatori che compongono la nazionale americana.

2009 - © Giornalettismo

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domenica, 14 giugno 2009

This isn't what I voted for

C'è un personaggio che, nonostante la perdurante luna di miele mediatica, nonostante la dormienza collettiva della stampa americana, nonostante l'accondiscendenza degli stand-up comedian, non si fa problemi a fare satira sul potere, a prescindere da chi risiede alla Casa Bianca. Si tratta di Bill Maher, pensatore libero dalle simpatie liberal e fortemente antirepubblicano. Il quale, elettore di Obama, ha espresso il suo disappunto con un editoriale sul Los Angeles Times qualche giorno fa. E con il video qui sopra.

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domenica, 14 giugno 2009

Change

Ahmadinejad ha vinto in Iran. Domanda: che fine hanno fatto tutti quelli che, nel 2005, al suo primo successo elettorale, sostenevano che la sua elezione fosse diretta conseguenza della aggressiva politica estera americana del criminale di guerra George W. Bush (suggerito dai malvagi neocon, ovviamente)? Ora c'è Obama, con l'Iran e i nemici dell'America si dialoga, la guerra al terrorismo non si fa più (almeno sulla carta)...e vince Ahmadinejad. Nella foto, un suo sostenitore.

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domenica, 14 giugno 2009

Remembering Tim

Un anno fa, Tim Russert se ne andava.
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domenica, 14 giugno 2009

Repubblicani senza leader. È allarme rosso.

Un partito privo di leader, ancora incapace di elaborare la sconfitta a oltre sei mesi dalle elezioni, diviso al suo interno, alla disperata ricerca di una voce comune e, possibilmente, carismatica. Questa la descrizione che da qualche tempo più si addice al Partito Repubblicano americano, quel Grand Old Party che, dopo aver mantenuto un saldo controllo delle leve del potere per circa otto anni, si trova ora, perse la Casa Bianca e la maggioranza al Congresso, a recitare il ruolo dell'opposizione tanto rumorosa quanto ininfluente nel contrastare il programma del governo. Un quadro poco rassicurante che, dopo essere emerso a livello politico nel corso dei primi mesi di presidenza Obama, è stato confermato anche da un recente sondaggio condotto da USA Today e da Gallup, il quale ha rivelato che la maggior parte degli americani non sappia chi sia la voce più autorevole dei Repubblicani.

Secondo l'indagine, i cui risultati sono stati resi noti la scorsa settimana, il 52% degli intervistati non è stato in grado di dare risposta alla domanda che chiedeva di specificare chi fosse oggi «la persona principale» in rappresentanza del Partito Repubblicano. Il 13% ha invece indicato l'arcinoto e controverso presentatore radiofonico conservatore Rush Limbaugh, seguito a ruota dall'ex vicepresidente Dick Cheney, dal senatore dell'Arizona ed ex candidato alle presidenziali John McCain, dall'ex Speaker of the House Newt Gingrich e, al quinto posto, l'ex inquilino della Casa Bianca George W. Bush. Risposte preoccupanti che, al di là dell'impietoso confronto con quelle relative ai Democratici (con un 58% di preferenze per il presidente Obama, che distacca notevolmente Nancy Pelosi, all'11%), evidenziano un innegabile vuoto di potere e di leadership all'interno di un partito nel quale le uniche figure che emergono sono - ad eccezione di Limbaugh, il quale non appartiene al mondo politico - personaggi di spicco del passato e non titolari di incarichi importanti.

In previsione delle elezioni di medio termine del 2010, ma anche delle presidenziali del 2012, è innegabile che questi risultati facciano presagire scenari poco rosei per le sorti del Grand Old Party. All'interno del quale, ovviamente, non si nasconde un certo allarmismo. «È un problema», ha ammesso Douglas Holtz-Eakin, consulente di McCain per la campagna elettorale dello scorso anno, al lavoro per la creazione di un think tank per sviluppare nuove idee per i conservatori. «Non possiamo essere un partito di uomini bianchi che stanno perdendo i capelli», ha invece dichiarato Ed Gillespie, ex capo del Partito Repubblicano ed ex consigliere di George W. Bush, «dobbiamo avere un appeal più grande, ma abbiamo il tempo per fare questo cambiamento».

Nonostante l'onnipresente, ma del tutto irrisoria, vena di ottimismo, altre statistiche dimostrano che i Repubblicani hanno vissuto e stanno tuttora vivendo una notevole erosione di consenso in quasi ogni gruppo demografico, che corrisponde al più grande declino dai tempi della Seconda Guerra mondiale. E, a complicare ancora di più la situazione, l'inquietante 47% di elettori Repubblicani e indipendenti simpatizzanti che hanno dichiarato di non sapere chi sia il leader del proprio partito. «Per una formazione politica in cerca della propria anima, è un numero alquanto problematico», ha scritto il politologo del Washington Post Chris Cillizza, per il quale la grande quantità di voci minori che di volta in volta provano a colmare questo vuoto - da Sarah Palin a Mitt Romney, da Tim Pawlenty a Bobby Jindal - sta contribuendo a creare «una cacofonia, più che un consenso». «I Repubblicani - è l'opinione del commentatore - «devono sperare che una o due persone nell'attuale mix di eventuali leader - preferibilmente non Limbaugh o Cheney a causa delle percentuali negative nell'elettorato indipendente - emerga nei prossimi sei mesi e inizi a puntare il partito in una specifica direzione». L'alternativa, per Cillizza, sarebbe un avvenire di totale e perdurante ininfluenza: «Se ciò non succederà, potrebbero trovarsi in alto mare politico per l'immediato futuro».

2009 - RagionPolitica.it

 

sabato, 13 giugno 2009

Get glocal

Se negli ultimi tempi il sottoscritto si è visto poco, da queste parti, è perché nel frattempo ha visto buona parte del suo tempo assorbita da questo progetto qui, dedicato a Savona e provincia. L'anima ligure si è trasferita quindi su Acta Diurna. Su questo blog, si prosegue con l'anima a stelle e strisce.

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sabato, 13 giugno 2009

OMFG

Beh, un conto è parlare di politica, di geopolitica, di dottrine e di grandi manovre. Un conto è parlare di cose serie. Tipo queste qui. Ma anche queste non scherzano.

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sabato, 06 giugno 2009

"Il nostro comandante in capo non deve scusarsi per gli Usa"

Mentre il presidente americano Barack Obama si preparava ad affrontare l'atteso tour mediorientale, con l'obiettivo di tendere la mano al mondo islamico, alcuni capisaldi del suo nuovo corso in materia di politica estera e di sicurezza nazionale sono diventati oggetto di un vivo dibattito sul fronte interno. L'ex candidato alle primarie presidenziali repubblicane Mitt Romney, con un discorso tenuto presso il think tank conservatore Heritage Foundation, ha duramente attaccato il recente “tour di apologia” del comandante in capo, con parole di biasimo nei confronti dell'approccio tenuto nei confronti del resto del mondo. Una critica a tutto campo, quella dell'ex governatore del Massachusetts, che non ha mancato di evidenziare che Obama – come già notato dal quotidiano inglese The Guardian – è stato il presidente che, sul suolo straniero, più ha criticato il proprio Paese, più di ogni altro nella storia. “Questo è il momento per la solidità e della fiducia, non per chiedere scusa ai critici dell'America” ha dichiarato Romney, il quale ha aggiunto “tiranni arroganti e schizofrenici non possono essere fermati da parole sincere e sopracciglia aggrottate”, un diretto riferimento ai discorsi dialoganti e alla strategia di appeasement che tuttora contraddistinguono – come dimostrato al Cairo – la politica estera di Obama. Criticando anche l'intenzione del governo Usa di tagliare del 15% il budget della difesa missilistica, al quale si aggiungerebbe una riduzione dell'80% dei fondi per i siti missilistici in Europa – decisioni definite “un grave errore di calcolo, date le provocazioni della Corea del Nord, lo status quasi-nucleare dell'Iran, l'instabilità del Pakistan e il completo fallimento del Trattato di Non Proliferazione” - Romney ha colto l'occasione per esternare la propria visione in tema di sicurezza nazionale. Un piano che prevede un aumento di 50 miliardi di dollari l'anno per il budget di modernizzazione della difesa, sanzioni “azzoppa-regime” contro il regime nordcoreano e, non ultimo, ingenti stanziamenti per un completo sistema di difesa missilistica. Proposte, quelle dell'ex governatore, che hanno un duplice obiettivo. Da un lato, si vuole dimostrare che il Partito Repubblicano, in materia di sicurezza nazionale, può ancora recitare un ruolo importante e, sostenendo soluzioni alternative, rigettare l'etichetta di “partito del no” attaccatagli dalla maggioranza di governo. Dall'altro, su un piano prettamente politico e attinente i giochi di potere all'interno dello stesso Gop, Romney è intenzionato, in vista del 2012, a colmare il vuoto rappresentato dall'assenza di un leader conservatore, presentandosi come un'alternativa più plausibile – e sicuramente dall'aspettativa di vita politica più lunga – a Dick Cheney e Newt Gingrich, attualmente uniche due voci forti dell'opposizione. Ma l'emergere di un nuovo possibile capo carismatico tra le fila della minoranza non è l'unica novità made in Usa che può creare difficoltà all'agenda di Obama. Stando a un recente sondaggio condotto da Gallup, il 65% degli americani sarebbe contrario alla decisione di smantellare il carcere di Guantanamo, a fronte di un 32% favorevole. Risultati che, per il commentatore Byron York, risultano “devastanti per il progetto di chiudere Guantanamo”, e che sottolineano un netto disaccordo popolare nei confronti di una delle promesse più celebri – e mediaticamente più efficaci – della campagna elettorale dell'attuale presidente. Il quale, nel tentativo di dialogare con i nemici dell'America, rischia di perdere la fiducia del fronte interno.

2009 - © L'Opinione delle Libertà

Edizione 118 del 05-06-2009

sabato, 06 giugno 2009

Obama apre all'Islam

Dopo il grande consenso ottenuto sull'elettorato e sui media americani, oltre che su buona parte dell'opinione pubblica mondiale, Barack Obama prova ad adattare il suo messaggio al mondo islamico, nel tentativo di trovare alcuni punti in comune per instaurare un nuovo clima di dialogo. Si tratta, con parole e riferimenti diversi, di una versione aggiornata, riveduta e corretta del cosiddetto «abbraccio ecumenico» con cui, nella campagna elettorale presidenziale, ha convinto la maggior parte dei cittadini americani a mettere da parte le divisioni del passato e a votare per lui. Senza ambizioni elettorali, stavolta si rivolge all'universo musulmano utilizzando l'arma dell'appeasement, con l'ambizione di presentarsi come un leader diverso dal predecessore, intenzionato a cominciare un rapporto pacifico «basato sul rispetto reciproco e sull'interesse reciproco».

«Un nuovo inizio nei rapporti tra i musulmani e gli Stati Uniti» è il leit motiv, e forse anche l'estrema sintesi, del discorso tenuto dal presidente americano in una gremita aula magna dell'Università Al-Azhar del Cairo, in Egitto. Un lungo intervento nel quale Obama ha citato parti dei libri sacri delle tre maggiori religioni del Medioriente, il Corano, la Bibbia e il Talmud, per esortare i popoli alla pace («I popoli del mondo possono vivere in pace, sappiamo che è la visione di Dio, e questo dev'essere il nostro lavoro sulla Terra») e, auspicando la fine del «ciclo di sospetto e di discordia», ha sottolineato l'importanza della libertà di religione. Ripetendo quanto già affermato nella sua visita ad Ankara, Turchia - nella quale scrupolosamente e abilmente evitò ogni riferimento alla tragedia armena - l'inquilino della Casa Bianca ha ricordato che «gli Stati Uniti non sono in guerra con l'Islam», specificando tuttavia che essi continueranno a «confrontarsi con gli estremisti violenti che rappresentano una grave minaccia alla nostra sicurezza». Sulla delicata questione dei rapporti tra Israele e Palestina, Obama ha definito «assurdo e odioso» negare l'Olocausto e invocare e minacciare la distruzione dello Stato ebraico, una poco velata frecciata nei confronti dei fenomeni del negazionismo mediorientale e, soprattutto, una risposta alle ripetute affermazioni in tal senso del leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad, alle quali sono seguite precise richieste rivolte alle due parti in causa: mentre Israele dovrebbe mettere fine ai nuovi insediamenti e «riconoscere il diritto alla Palestina di esistere», i palestinesi dovrebbero abbandonare la violenza, con l'obiettivo di costruire la pace tra i due popoli, per i quali l'unica soluzione è quella di «due Stati che convivono in pace e sicurezza». Non sono mancati infine accenni alle ambizioni nucleari iraniane: il regime degli ayatollah, per Obama, «dovrebbe avere accesso al nucleare pacifico, ma deve aderire al Trattato di Non-Proliferazione».

Un discorso, quello del presidente americano, volto a «vincere i cuori e le menti» del mondo arabo e musulmano. Non un compito facile, tenuto conto della pessima reputazione di cui godono gli Stati Uniti e l'Occidente in quell'area, alimentata dall'assai diffuso fenomeno dell'antiamericanismo e dalla propaganda degli estremisti. Obama tenta così, lamentando gli «stereotipi negativi» sull'Islam e sugli Usa, di iniziare un nuovo corso, facendo affidamento alla sua provata e apprezzata retorica, e nel tentativo di fare leva sulle ali moderate e riformiste dell'Islam. Nonostante il predominante e marcato appeasement, che secondo alcuni opinionisti potrebbe avere effetti controproducenti e rinforzare i nemici dell'America, hanno trovato spazio anche alcune critiche nei confronti di alcuni aspetti chiave del mondo islamico, dal trattamento delle donne all'uso diffuso della violenza, a parziale bilanciamento delle molte parole di autocritica (al cui riguardo, il quotidiano britannico The Guardian sostiene che Obama sia il presidente americano che più di ogni altro abbia criticato il proprio Paese sul suolo straniero).

Un antipasto di quello che sarà l'approccio di Obama nei riguardi della questione mediorientale. Una sfida che, tuttavia, deve ancora iniziare. «Nel passato i presidenti Usa hanno spesso imparato che il diavolo sta davvero nei dettagli, quando si ha a che fare con il Medio Oriente», ha dichiarato il docente di storia della Princeton University Julian E. Zelizer. E i messaggi di nemici dichiarati dell'Occidente - l'ayatollah Ali Khamenei e il leader terrorista Osama Bin Laden su tutti - emersi con grande puntualità, che hanno preceduto e fatto da sfondo alla visita del presidente americano al Cairo, ne sono la dimostrazione. Il capo di Al Qaeda ha definito Obama «uguale a Bush», mentre la guida religiosa iraniana ha affermato che «il nuovo governo americano cerca di trasformare la propria immagine, ma non ci riuscirà solo parlando, con discorsi e slogan». Una evidente conferma della natura non reattiva, ma aggressiva e anti-americana, dell'estremismo islamico. Che non odia l'America per quello che fa, ma per quello che è e rappresenta. A prescindere dall'identità e dalla retorica dell'inquilino della Casa Bianca.

2009 - RagionPolitica.it

 

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giovedì, 04 giugno 2009

Superman cambia il corso della storia e riporta gli Orlando Magic alle Finali NBA

Sia benedetto Dwight David Howard. O meglio, dato che qui si è in campagna elettorale, meno male che Dwight Howard c’è.

Il pivot titolare degli Orlando Magic, il gigante sorridente che in più di un’occasione ha fatto divertire il pubblico con le sue trovate geniali alla gara delle schiacciate dell’All Star Game, il talento in continua crescita che in breve tempo diventerà - sempre che già non lo sia - il centro più dominante di tutta la National Basketball Association (come decretato dalla copertina della versione italiana della rivista ufficiale NBA di questo mese) è riuscito nella non semplice impresa di cambiare il corso della storia, di cancellare un copione già scritto, di modificare il corso del destino. Non è facile scongiurare il verificarsi dell’ovvio, evitare che accada quanto già prestabilito, in questo caso coincidente con quanto dai più desiderato. Eppure, questo signore alto 2 metri e 11 centimetri e nato l’8 dicembre 1985 ad Atlanta, Georgia, è stato in grado di realizzare l’impossibile. Ha eliminato - non da solo, ma con l’apporto fondamentale dei suoi compagni di squadra, particolare non trascurabile - i Cleveland Cavaliers, o meglio i Cleveland LeBrons, dalla corsa alle Finali NBA. Ha fatto in modo che il tanto atteso, tanto previsto, tanto sicuro scontro tra i Lakers di Kobe Bryant e i Cavs di LeBron James non diventasse realtà. “I Magic ci hanno salvato dalla sfida Kobe-LeBron” ha titolato il commentatore Jason Whitlock sul quotidiano di Kansas City, lamentando l’eccessivo hype, probabilmente controproducente, nei riguardi di una sfida che, dal punto di vista mediatico, era ormai “iniettata di steroidi”. A dispetto delle avversità, dei desideri di mainstream media, network televisivi, sponsor e probabilmente dei vertici della lega stessa, Dwight Howard, sul campo, ha contribuito a portare i giovani ed esplosivi Orlando Magic in finale.

 IL VUOTO PER UN DECENNIO - Non accadeva da circa quindici anni. L’ultima volta fu la stagione 1994/95. Anche all’epoca, la superstar di Orlando era un centro di grande stazza e talento che si paragonava a Superman, che rispondeva al nome di Shaquille Rashaun O’Neal. Anche all’epoca, la formazione della Florida era emergente, ricca di giovani, e si affacciava ai piani alti della lega per la prima volta. Anche all’epoca, ebbero il miglior record della propria division (un tempo Atlantic, ora Southeast). Non terminò nel migliore dei modi, l’avventura di O’Neal e compagni alle Finali NBA, travolti 4-0 nella serie dagli Houston Rockets di Hakeem Olajuwon e Clyde Drexler, campioni per la seconda volta di fila, due anni coincidenti con la parentesi di Michael Jordan nel baseball. A lasciare l’amaro in bocca ai tifosi della franchigia della Florida, quell’anno, non fu tanto la sonora sconfitta, quanto il rammarico per il vantaggio di 3 punti degli ultimi minuti di gara 1, sprecato da quattro tiri liberi mancati consecutivamente dalla guardia Nick Anderson (da quel giorno diventato “Nick the Brick”, “Nick il Mattone”), un calo di tensione che permise ai Rockets di agguantare il risultato e vincere la partita ai supplementari, secondo molti l’episodio chiave di tutta la serie. Da quella batosta, Orlando non seppe più riprendersi. Nel 1996 Shaquille O’Neal, attratto dal sole della California, dalla vicinanza con Hollywood (data la sua carriera discografica e cinematografica), e da un assegno con tanti zeri, lasciò i Magic, lasciando un vuoto nel ruolo di pivot titolare, ma anche nei risultati, che sarebbe durato circa un decennio. Dopo numerose stagioni dagli esiti incerti, per salvare le sorti della città famosa in quanto sede di DisneyWorld, si dovette aspettare l’anno domini 2004. Quando, al draft NBA, con la prima scelta assoluta, fu chiamato tale Dwight Howard che, saltando a piè pari il capitolo del college, passò dalla high school di Southwest Atlanta Christian Academy direttamente ai professionisti. Riuscendo a riportare gli Orlando Magic, in meno di quattro anni, alla serie finale.

PIU’ FORTI I MAGIC, PIU’ FORTE ORLANDO - Eliminando LeBron James e i suoi Cleveland Cavs, grandi favoriti per la vittoria, i Magic hanno dimostrato, sempre che ce ne fosse il bisogno, la propria legittimità a risiedere nell’attico della pallacanestro mondiale. E non solo. Secondo molti, l’accesso alle finali NBA, con annessa sovraesposizione mediatica, potrebbe addirittura avere effetti benefici sulla stessa città di Orlando, finora associata esclusivamente alle orecchie di Mickey Mouse. “L’apparizione a sorpresa dei Magic nelle Finali NBA sta dando a questa città la rara opportunità di crearsi una più forte identità sportiva” sostiene Jemele Hill della ESPN. Una identità finora pressoché assente a causa della mancanza di formazioni rappresentanti Orlando negli altri sport: nessuna franchigia nella National Football League, nessuna nella Major League Baseball, nessuna nella National Hockey League. Solo la pallacanestro, ora più che mai al centro dell’attenzione. “Mentre i Magic crescevano nei playoff”, prosegue la Hill, “cresceva anche la loro base di tifosi. Prima, se si andava alle partite dei Magic, non era inusuale vedere più tifosi indossanti casacche della squadra avversaria, che non di giocatori dei Magic”. Oggi, è un tripudio di maglie blu (o bianche) numero 12, in tributo di Dwight “D-12″ Howard.

E ORA KOBE BRYANT - Troppo facile, ora, prevedere che gli inesperti giovani sbarbatelli di Orlando vengano sopraffatti dai Los Angeles Lakers già campioni in passato e già abituati alla luce dei riflettori. Troppo facile, ancora una volta, affidarsi al destino già prefissato e ai capitoli di storia già scritti (LeBron docet). La sfida, certo, non è una passeggiata. Dalla Western Conference arrivano, dopo un percorso irto di ostacoli - si prenda come esempio la serie contro Houston, decisa da sette gare - i temibili gialloviola di Kobe Bryant, probabilmente il più grande talento cestistico in attività, che vuole, sempre vuole, fortissimamente vuole conquistare un altro dannato anello per dimostrare a tutti di essere capace di vincere da solo, senza l’apporto decisivo di altri, senza fare da sparring partner a un’altra, più ingombrante, stella (come accadde per i tre titoli vinti al fianco di Shaquille O’Neal). Per i Lakers, è la seconda apparizione consecutiva alle finali. Lo scorso anno, trovarono sulla propria strada i Boston Celtics del trio delle meraviglie Garnett-Pierce-Allen, dovendosi arrendere di fronte a una franchigia assai più affamata di gloria. Quest’anno, non hanno scuse a disposizione. Nessun infortunio, nessun litigio, nessuna maledizione: l’imperativo categorico è asfaltare i Magic e consegnare, o meglio riconsegnare il numero 24 Bryant all’olimpo dei più grandi di tutti i tempi. E così sembrano prevedere la maggior parte delle analisi, delle previsioni e delle scommesse di esperti, tifosi e appassionati. Eppure i Magic, che già una volta si sono ribellati alla storia, non sono arrivati fin qui per recitare la parte dell’agnello sacrificale. Anzi, sono pronti a giocarsela fino in fondo.

I LAKERS GIA’ BATTUTI DUE VOLTE - In stagione regolare, Los Angeles e Orlando si sono incontrate due volte. Il 20 dicembre, in Florida, finì 106-103 per la squadra di casa. Il 16 gennaio, in California, 109-103 per la squadra ospite. 2-0 per i Magic, con la guardia Jameer Nelson - ora infortunato, ma forse protagonista di un eroico ritorno - miglior marcatore di entrambi gli incontri. Ai Playoff, tuttavia, è sempre tutta un’altra storia. E, in queste occasioni, nessuno è meglio di coach Phil Jackson e di Kobe Bryant, maestri nel gestire a proprio vantaggio quello che J.A. Adande di ESPN definisce “Stage Fright Factor”, la “paura del palcoscenico” che colpisce gli esordienti - in questo caso Howard e compagni. Senza addentrarsi in complicate analisi tecniche della sfida, risulta evidente che Los Angeles arrivi alla finale, ovviamente decisa a conquistare il titolo, per la prima volta nella sua storia in mancanza di un centro dominante - Mikan, Chamberlain, Jabbar, O’Neal - nonostante la presenza del bravo e diligente Andrew Bynum. Dall’altra parte, invece, si punta tutto su Howard, in eccellente forma fisica, del tutto inarrestabile e autore di una serie di prestazioni impressionanti in questa off-season, specialmente contro Cleveland (40 punti e 14 rimbalzi in gara 6). E c’è già chi si chiede se Bynum, cui spetterà l’ingrato ruolo di marcare Howard, sarà in grado di difendere con continuità e di contenere l’esplosività di “Superman”: in stagione regolare, alcuni commentatori losangelini ricordano amaramente, il centro gialloviola commise cinque falli in circa dodici minuti (”I Lakers si stanno allenando pensando a come fermare Howard” ha scritto il Los Angeles Times). Ovviamente, dalla parte opposta della staccionata, il “go-to guy”, l’uomo della provvidenza, colui a cui passare la palla nei momenti decisivi (e non solo) è Kobe Bryant. Il quale, se in giornata, è assolutamente immarcabile e privo di rivali, con buona pace del rookie Courtney Lee e della riserva Mickael Pietrus, suoi probabili marcatori in finale.

CHI AVREBBE SCOMMESSO SUGLI UNDERDOG ? - La sfida, insomma, non è già decisa in partenza. E, nonostante l’assenza di King LeBron James - in questi giorni paragonato dai media Usa all’altro illustre sconfitto Nadal - ha tutte le carte in regola per risultare appassionante, spettacolare e, sperabilmente, combattuta fino all’ultimo secondo della settima gara. Magari, sempre che non sia chiedere troppo agli dei del basket, ai tempi supplementari. Una finale che corrisponde a una “più fresca, meno commerciale storyline cestistica”, come definita dal Miami Herald, nella quale è sicuramente e fisiologicamente, senza mancare di rispetto ai Lakers, “più facile tifare per gli underdog”, ovvero i meno favoriti Orlando Magic. Sui quali in pochi, pochissimi, avrebbero scommesso a inizio stagione. “Abbiamo ancora molto lavoro da fare”, ha affermato un Howard festante dopo la storica vittoria contro i Cavs, “Spero che tutti inizino a credere in noi, perché continueremo a lavorare”. L’ultima volta finì con un 4-0 per la squadra proveniente da Ovest. Ma Superman, dopo aver riscritto la storia e ribaltato una sceneggiatura già approvata, vuole fare il bis, e smentire ancora una volta le previsioni.

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Nato il 20 ottobre 1982. Simpatizzante neocon. Americanista convinto. Genoano. Collaboratore de L'Opinione, RagionPolitica, Giornalettismo, LibMag - contatti mail/msn: creezdogg @ hotmail.com

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